Muhammad al-Badr

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Muhammad al-Badr, in arabo: المنصور محمد البدر بن أحمد, al-Mansūr Muhammad al-Badr ibn Ahmad (San'a', 15 febbraio 1926Londra, 6 agosto 1996), è stato l'ultimo re del Regno Mutawakkilita dello Yemen (Yemen del Nord) e leader dei territori monarchici durante la Guerra civile dello Yemen del Nord (1962-1970). Il suo nome completo era al-Mansùr bi-llàh Muhammad al-Badr b. al-Nàsir li-din Allah Ahmad, Imam e Comandante dei Credenti, nonché Re del Regno Mutawakkilita dello Yemen.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Muhammad al-Badr nacque nel 1926, primogenito di Ahmad bin Yahya, penultimo imam zaydita e Re dello Yemen del Nord. Nel 1944 si spostò a Ta'izz, nel meridione del Paese, dove suo padre era vicario dell'Imam Yahya suo padre per numerosi anni, al fine di perfezionare la propria istruzione. Subito dopo il feroce assassinio dell'Imam Yahya nel febbraio del 1948, ad opera di congiurati guidati da Sayyid Abd Allah al-Wazir, al-Badr arrivò nella capitale anʿāʾ per assicurare il suo apparente sostegno al nuovo regime. Nel frattempo il padre, Sayf al-Islam Ahmad, aveva deciso di abbandonare Ta'izz alla volta di Hajjah, dove si assicurò il sostegno delle tribù, proclamando se stesso Imam col titolo di al-Nàsir e nel giro di un mese dall'assassinio, l'Imam Ahmad riprese facilmente il controllo della capitale Sanʿāʾ e giustiziato il principale istigatore della rivolta.

Sayf al-Islam al-Badr (come fu chiamato Muhammad), non ancora ventenne, fu facilmente in grado di dissipare ogni malinteso col genitore, motivo per cui alla fine del 1949 egli fu nominato suo vicario a Hodeida, l'importante porto sul mar Rosso. Diventò parimenti ministro degli Interni.

Al-Badr svolse un ruolo importante nel reprimere la rivolta contro l'Imam Ahmad nel 1955, guidata dal fratello di Ahmad, Sayf al-Islām ʿAbd Allāh, e poi fu proclamato erede al trono. Durante il rimanente periodo del governo dell'Imam Ahmad, egli ricoprì il posto di ministro degli Esteri e dal 1958 fu anche il vicario dell'Imam a anʿāʾ. Nel 1959 gestì appieno il potere in Yemen nei pochi mesi in cui l'Imam Ahmad fu assente, ricoverato per cure mediche in Italia.[1] Un attentato alla vita dell'Imam Ahmad nel marzo del 1961 lasciò il sovrano gravemente azzoppato e, nell'ottobre, Sayf al-Islam al-Badr assunse l'effettivo potere del governo yemenita.

La rivoluzione repubblicana[modifica | modifica sorgente]

Il 19 settembre 1962 Ahmad morì nel sonno e al-Badr fu proclamato Imam e sovrano, assumendo il titolo onorifico di al-Mansur (colui che è reso vittorioso [da Dio]). Tra i primi provvedimenti assunti dal nuovo Imam vi fu un'amnistia generale per i numerosi prigionieri politici.
Il 26 settembre 1962, insorti nasseriani bombardarono la sua residenza di Dār al-Bashāʾir, nel distretto di Biʾr al-Azab di Sanʿāʾ, Il 26 settembre 1956, Abd Allah al-Sallal, che al-Badr aveva nominato comandante delle Guardie Reali, organizzò il colpo di Stato e si proclamò Presidente della Repubblica Araba dello Yemen.

Quando era principe ereditario, al pari di molti giovani esponenti arabi della sua generazione, al-Badr era stato un grande ammiratore del Presidente egiziano Gamāl ʿAbd al-Nāsir e, durante l'assenza di suo padre in Italia, aveva chiesto a esperti egiziani di aiutarlo a modernizzare lo Yemen in ogni settore, incluso quello militare. Suo padre tuttavia aveva legato lo Yemen alla Repubblica Araba Unita, costituita da Egitto e Siria, che sarebbe dovuta diventare gli "Stati Uniti Arabi". Fu ironico che la "rivoluzione" in Yemen del 26 settembre 1962 fosse ampiamente istigata e pianificata proprio dagli egiziani e che, senza la massiccia presenza egiziana in Yemen nei cinque anni successivi alla proclamazione della Repubblica Araba dello Yemen essa non avrebbe certo potuto sopravvivere.

Malgrado gli insorti repubblicani avessero annunciato al mondo che al-Badr era morto in occasione dell'assalto al suo palazzo, egli invece era riuscito a fuggire incolume e a rifugiarsi nelle regioni settentrionali. Lungo il suo trasferimento nelle impervie regioni montagnose del Nord, le tribù si radunarono attorno a lui e alla sua causa monarchica, riconoscendolo come Amīr al-Muʾminīn ("Comandante dei Credenti")[2] Queste tribù erano zelanti musulmani sciiti zayditi per i quali l'incondizionata obbedienza e lealtà nei confronti di un appartenente all'Ahl al-Bayt (i discendenti del Profeta) è un obbligo fondamentale della loro fede.

La resistenza monarchica[modifica | modifica sorgente]

L'Imam al-Badr nel corso della guerra civile. Alla sua immediata destra il cugino Hasan bin Husayn. Si noti alla vita dell'Imam la Jambiya, il tradizionale pugnale ricurvo, simbolo di virilità e di onorabilità, portato per questo da un grandissimo numero di yemeniti

Pochi giorni dopo al-Badr convocò una conferenza stampa nelle immediate vicinanze dei confini sud-occidentali dell'Arabia Saudita. Suo zio, Sayf al-Islam al-Hasan, che si trovava all'estero e che era stato proclamato Imam nel momento in cui s'era diffusa la notizia della morte di al-Badr, si dimise immediatamente e prestò giuramento di fedeltà al nipote, insieme con tutti i prìncipi della famiglia Hamid al-Din. Subito, l'intera confederazione tribale dei Bakil, con la maggior parte della famiglia degli Hashid che occupavano gli altipiani centrali e settentrionali dello Yemen e che da secoli erano Zayditi, si unirono entusiasticamente alla causa dell'Imam per combattere il regime rivoluzionari filo-nasseriano.

Durante la guerra civile, che si protrasse per otto anni, al-Badr e suo cugino Hasan bin Husayn svolsero un ruolo cruciale. Egli visse accanto ai suoi uomini la vita del guerriero, in piena fedeltà all'antica tradizione zaydita, condividendo con essi ogni privazione e durezza. Tenne il proprio Quartier Generale in diverse località, nella cornice delle suggestive montagne del NO yemenita, sul Jebal Qara, ad esempio, nella regione di Hajur al-Sham e ad al-Muhabisha, un'altura che domina la pianura della Tihama. Questi Quartier Generali erano organizzati nelle caverne scavate (e attrezzate convenientemente) nelle montagne, nondimeno fatte oggetto di frequenti bombardamenti da parte dell'aviazione militare egiziana. Nel 1967 al-Badr lasciò il suo QG a Mabyan, presso Hajjah, alla volta di Ta'if (in Arabia Saudita), dove egli elesse la propria residenza fino al termine del conflitto.

Al-Badr fu un uomo di grande cortesia, gentilezza e fascino personale. Amava profondamente la propria gente ed era essenzialmente un uomo favorevole alla pace, malgrado fosse stato obbligato a impugnare le armi a più riprese, come quando aveva aiutato suo padre a fronteggiare le rivolte portategli contro da due suoi fratelli nel 1955.

Fine della guerra civile[modifica | modifica sorgente]

Nel 1970, a dispetto del fatto che la maggior parte dei territori yemeniti fosse sotto il pieno controllo di al-Badr e della famiglia Hamid al-Din, l'Arabia Saudita - che era stata la maggiore alleata di al-Badr in chiave anti-nasseriana e in nome di un comune principio monarchico - riconobbe la Repubblica Araba dello Yemen, e altre nazioni come il Regno Unito rapidamente la imitarono. In realtà la fine della guerra yemenita (che aveva dissanguato non poco la fragile economia dell'Egitto) fu raggiunta nel corso di un incontro a due, tra Gamal Abd el-Nasser e re Faysal, nel corso di un hajj a Mecca, del quale rimangono inusuali fotografie che ritraggono il raʾīs egiziano nel tradizionale abito del pellegrino.

Obbligato dall'Arabia Saudita (che finanziariamente e con armi aveva fino ad allora reso possibile la resistenza) a riconoscere il regime repubblicano, secondo i termini del negoziato trattato alle sue spalle, senza la minima consultazione, al-Badr rifiutò di rimanere ancora sul suolo saudita e chiese che gli fosse consentito di lasciare immediatamente il Regno. Si trasferì quindi in Gran Bretagna, dove condusse tranquillamente la sua esistenza in una modesta abitazione nel Kent, lasciandola solo per visitare le Città Sante di Mecca e Medina e per trovare i suoi parenti e amici nella Penisola Arabica.

Morì il 6 agosto 1996 a Londra, e fu sepolto nel cimitero di Brookwood a Woking, nel Surrey prima che la sua salma fosse traslata a Medina (Arabia Saudita).

Suo teorico successore fu Agil bin Muhammad al-Badr

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Una lunga tradizione medica lega lo Yemen all'Italia. Una serie di medici italiani ha organizzato tra il XIX e il XX secolo la sanità in Yemen. Uno di essi, il dott. Tommaso Sarnelli, fu anche un ottimo studioso arabista, assai apprezzato negli ambienti accademici italiani e internazionali, per le sue pubblicazioni scientifiche.
  2. ^ Espressione tradizionalmente sinonima di quella di Califfo da quando il secondo dei Califfi "ortodossi" ( rāshidūn ), Umar ibn al-Khattab, aveva cominciato a farne regolare uso.

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