Motore immobile

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Nel pensiero di Aristotele il motore immobile o primo motore (in greco: πρῶτον κινοῦν ἀκίνητον; in latino: primum movens) è un concetto che rappresenta la causa prima del divenire dell'Universo.

La teoria[modifica | modifica wikitesto]

Poiché ogni trasformazione ha una causa, all'origine della catena di cause ed effetti deve darsi, secondo Aristotele, una causa priva di causa, o causa prima, ovvero una fonte originaria del moto priva di moto. Aristotele introduce la nozione del motore immobile nella Metafisica.

«Poiché si è sopra detto che le sostanze sono tre, due fisiche ed una immobile: ebbene, dobbiamo parlare di questa e dobbiamo dimostrare che necessariamente esiste una sostanza eterna ed immobile. Le sostanze, infatti, hanno priorità rispetto a tutti gli altri modi di essere, e, se fossero tutte corruttibili, allora sarebbe corruttibile tutto quanto esiste. Ma è impossibile che il movimento si generi o si corrompa, perché esso è sempre stato.[1]»

Dio, unico e ultimo atto puro[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Atto puro.

Nel divenire, come l'intende Aristotele, ogni passaggio dalla potenza all'atto presuppone un essere già in atto. Così la trasformazione del seme in fiore, o del fiore in frutto, se da un lato necessitano che la causa materiale preceda l'effetto, dall'altro presuppongono però che il fine sia implicito nel processo stesso, quindi che il fiore esista prima del seme e che il frutto esista prima del fiore.[2]

Soltanto l'essere in atto fa sì che un ente in potenza possa evolversi; l'argomento ontologico diventa così teologico per passare alla dimostrazione della necessità dell'essere in atto.[3]

Il divenire è tale per cui ogni oggetto è mosso da un altro, questo da un altro ancora, e così via a ritroso, ma alla fine della catena deve esistere un motore immobile, da cui derivi il movimento iniziale ma che a sua volta non sia mosso da altro, altrimenti la catena di cause ed effetti proseguirebbe nel raggiungimento di una causa prima. Questo fu l'oggetto di una delle cinque vie per dimostrare l'esistenza di Dio, proposte da san Tommaso d'Aquino, il quale definì Dio come primo immobile limite contenente e come atto puro, unico essere trascendente l'universo e pertanto privo di potenza. La definizione di Dio come unico atto puro fu mutuata dalla metafisica aristotelica.

Dio è la causa prima di ogni movimento: Egli infatti è "motore" perché è la meta finale a cui tutto tende, "immobile" perché causa incausata, essendo già realizzato in se stesso come «atto puro». La caratteristica del suo essere "puro" dipende dal fatto che in Dio, come atto finale compiuto, non vi è la minima presenza della materia, la quale è soggetta a continue trasformazioni e quindi a corruzione.

«Ancora, non basta neppure che essa sia in atto, se la sua sostanza implica potenza: infatti, in tal caso, potrebbe non esserci un movimento eterno, perché è impossibile che ciò che è in potenza non passi all’atto. È dunque necessario che ci sia un Principio, la cui sostanza sia l’atto stesso. Pertanto, è anche necessario che queste sostanze siano scevre di materia, perché devono essere eterne, se mai esiste qualcosa di eterno. Dunque, devono essere atto.[1]»

Tutti gli enti risentono della sua forza d'attrazione perché l'essenza, che in costoro è ancora qualcosa di potenziale, in Lui giunge a coincidere con l'esistenza, cioè è tradotta definitivamente in atto: il Suo essere non è più una possibilità, ma una necessità. In Lui tutto è compiuto perfettamente, e non v'è nessuna traccia del divenire, perché questo è appunto solo un passaggio. Non vi è neppure l'imperfezione della materia che continua invece a sussistere negli enti inferiori, i quali sono ancora una mescolanza, un insieme non coincidente di essenza ed esistenza, di potenza ed atto, di materia e forma.

«Il primo motore dunque è un essere necessariamente esistente, e in quanto la sua esistenza è necessaria si identifica col bene, e sotto tale profilo è principio. […] Se, pertanto, Dio è sempre in uno stato di beatitudine, che noi conosciamo solo qualche volta, un tale stato è meraviglioso; e se la beatitudine di Dio è ancora maggiore essa deve essere oggetto di meraviglia ancora più grande. Ma Dio, è appunto, in tale stato![4]»

Nella concezione cosmologica aristotelica Dio muove il cielo delle stelle fisse come causa finale, non come causa efficiente che implicherebbe lo spostamento materiale per il movimento, mentre Dio, atto puro, è una realtà immateriale. Dal primo mobile costituito dalle stelle fisse, il movimento si propaga poi alle diverse sfere celesti concepite dall'astronomia greca, corrompendosi progressivamente fino al mondo sublunare terrestre.

La divinità non può inoltre avere contatti né interessarsi del mondo («esiste una sostanza immobile, eterna e separata dalle cose sensibili...essa è impassibile ed inalterabile»[5]): essendo una realtà somma non può occuparsi, sminuendosi, di una realtà inferiore; quindi egli agisce ma come «oggetto di desiderio e amore», come la cosa amata attira l'amante.

Aristotele sembra non avere una concezione monoteista, ma politeista. Riconosce 55 Dei, tutte divinità intelligenti e buone, che sono poste al di fuori del mondo terrestre.

«È dunque Aristotele un politeista? Da alcuni passi del Perì philosophias si sono tratte testimonianze in questo senso...e in Metafisica A dove in modo analogo si ha la compresenza o, forse, meglio l'oscillazione tra monoteismo e politeismo, come risulta in particolar modo dal famoso Capitolo VIII contenente la rappresentazione dei «motori immobili» astrali[6]»

Dio pensiero di pensiero[modifica | modifica wikitesto]

«Se, dunque, l’Intelligenza divina è ciò che c’è di più eccellente, pensa se stessa e il suo pensiero è pensiero di pensiero.[7]»

Se Dio si limita a farsi amare quale attività egli svolge? Per conseguire la felicità e la perfezione occorre agire e la migliore delle azioni che si possa esercitare è quella legata all'attività noetica, non essendo il pensare soggetto alla corruzione del divenire:

«Riguardo al pensiero […] sembra che esso solo possa esser separato, come l'eterno dal corruttibile.»

(Aristotele, Dell'anima, II, 1, 413b)

Ma cosa pensa Dio? Evidentemente il pensiero più alto e cioè se stesso. La sua caratteristica principale è dunque la contemplazione autocosciente fine a se stessa, intesa come «pensiero di pensiero». È estraneo alle vicende degli uomini, ed ha cura di sé stesso.

Questo concetto ebbe una profonda influenza sul pensiero medioevale,[8] a partire dall'opera di Tommaso d'Aquino che si servì del concetto aristotelico come una delle cinque prove dell'esistenza di Dio in base al principio che Ex motu et mutatione rerum: tutto ciò che si muove esige un movente primo perché, come insegna Aristotele nella Metafisica: «Non si può andare all'infinito nella ricerca di un primo motore».

Un riferimento alla concezione aristotelica si ritrova nella Divina Commedia di Dante che si conclude con il verso riferito a Dio come «... L'amor che move il sole e l'altre stelle».[9]

Ma mentre in Dante Dio agisce provvidenzialmente con il suo amore verso gli uomini cosicché è il suo amore che mette in moto l'universo per Aristotele la divinità non interviene sul mondo, essa è impassibile perfezione.

Filosofia prima[modifica | modifica wikitesto]

Nel Libro VIII della Fisica e nel Libro XII della Metafisica, Aristotele sostiene che "ci deve essere un essere immortale, immutabile, in definitiva responsabile della totale integrità e dell'ordine del mondo sensibile".[10]

Nella Fisica (VIII 4–6) Aristotele trova "difficoltà sorprendenti" per spiegare anche la forma più banale del mutamento e afferma di aver incontrato la necessità di "un consistente armamentario tecnico" a supporto del suo approccio alla spiegazione mediante le quattro cause.[11] Questa "armamentario" include le nozioni di potenza e atto, l'ilomorfismo, la teoria delle categorie e "un argomento audace e intrigante, secondo cui la nuda esistenza del cambiamento richiede di postulare una causa prima, un motore immobile la cui esistenza necessaria è alla base dell'incessante attività del mondo del movimento".[12] La "filosofia prima" di Aristotele, o ‘’Metafisica’’ (e in seconda istanza la "Fisica"), sviluppa la sua peculiare teologia del motore primo, come πρῶτον κινοῦν ἀκίνητον: una sostanza immateriale, divina, eterna, immutabile e indipendente.[13]

Sfere celesti[modifica | modifica wikitesto]

Aristotele adottò il modello geometrico di Eudosso di Cnido, per fornire una spiegazione generale dell'apparente peregrinazione dei pianeti classici derivante dai moti circolari uniformi delle sfere celesti.[14] Mentre il numero di sfere nel modello stesso era soggetto a varianti (47 o 55), la concezione aristotelica dell'etere e della potenza e dell’atto, richiedevano l’esistenza di un singolo motore immobile per ciascuna sfera.[15]

Causa finale e causa efficiente[modifica | modifica wikitesto]

(EN)

«Simplicius argues that the first unmoved mover is a cause not only in the sense of being a final cause—which everyone in his day, as in ours, would accept—but also in the sense of being an efficient cause (1360. 24ff.), and his master Ammonius[ wrote a whole book defending the thesis (ibid. 1363. 8–10). Simplicius's arguments include citations of Plato's views in the Timaeus—evidence not relevant to the debate unless one happens to believe in the essential harmony of Plato and Aristotle—and inferences from approving remarks which Aristotle makes about the role of Nous in Anaxagoras, which require a good deal of reading between the lines. But he does point out rightly that the unmoved mover fits the definition of an efficient cause—"whence the first source of change or rest" (Phys. II. 3, 194b29–30; Simpl. 1361. 12ff.). The examples which Aristotle adduces do not obviously suggest an application to the first unmoved mover, and it is at least possible that Aristotle originated his fourfold distinction without reference to such an entity. But the real question is whether, given his definition of the efficient cause, it includes the unmoved mover willy-nilly. One curious fact remains: that Aristotle never acknowledges the alleged fact that the unmoved mover is an efficient cause (a problem of which Simplicius is well aware: 1363. 12–14).»

(IT)

«Simplicio sostiene che il primo motore immobile è una causa non solo nel senso di essere una causa ultima - che tutti ai suoi giorni, come ai nostri, accetterebbero - ma anche nel senso di essere una causa efficiente (1360 24ss.), e il suo maestro Ammonio scrissero un intero libro difendendo la tesi (ibid. 1363. 8–10). Gli argomenti di Simplicio includono citazioni delle opinioni di Platone nel Timeo - prove non rilevanti per il dibattito a meno che non si creda nell'armonia essenziale di Platone e Aristotele - e inferenze da osservazioni che Aristotele fa sul ruolo del Nous in Anassagora, che richiedono una buona lettura tra le righe. Ma fa notare giustamente che il motore immobile si adatta alla definizione di una causa efficiente - "da cui la prima fonte di cambiamento o di riposo" (Fis . II. 3, 194b29-30; Sem. 1361. 12 ss.). Gli esempi che adduce Aristotele non suggeriscono ovviamente un'applicazione al primo motore immobile, ed è quanto meno possibile che Aristotele abbia originato la sua quadruplice distinzione senza riferimento a tale entità. Ma la vera domanda è se, data la sua definizione di causa efficiente, essa includa, volenti o nolenti, il primo motore immobile. Rimane un fatto curioso: che Aristotele non riconosce mai il presunto fatto che il motore immobile sia una causa efficiente (problema di cui Simplicio è ben consapevole: 1363, 12-14)..»

(DW Graham, ‘’Physics’’[16])

Nonostante la loro funzione apparente nel modello celeste, i motori immobili erano una causa finale, non una causa efficiente per il movimento delle sfere[17], essendo intelligenze immateriali e quindi incorporee, immutabili e autosufficienti; la causa efficiente, invece, deve essere un composto di materia e forma per poter trasformare la materia e la forma, ed è a sua volta un misto di potenza e atto.

I motori immobili erano solo una fonte di costante influenza e tendere[18], e sebbene fossero assunti come causa efficiente precisamente al fine di qualificarli anche come causa finale[19], la spiegazione del moto causato da essi aveva una natura puramente teleologica.[20]

Teologia di Aristotele[modifica | modifica wikitesto]

Si diceva che i motori immobili, se erano da qualche parte, riempissero il vuoto esterno, oltre la sfera delle stelle fisse:

«È chiaro allora che al di fuori del cielo non c'è né luogo né vuoto né tempo. Quindi tutto ciò che c'è, è di natura tale da non occupare alcun posto né da essere invecchiato dal tempo; né vi è alcun cambiamento in nessuna delle cose che stanno al di là del movimento più esterno; continuano per tutta la loro durata inalterabile e immodificata, vivendo la vita migliore e più autosufficiente ... Dal [compimento di tutto il cielo] derivano l'essere e la vita di cui godono le altre cose, alcune in modo più o meno articolato, mentre altre debolmente»

(Aristotele, De Caelo, I.9, 279 a17–30[21])

I motori immobili sono sostanza immateriale (esseri separati e individuati), che non hanno né parti né grandezze. In quanto tali, sarebbe fisicamente impossibile per loro spostare oggetti materiali di qualsiasi dimensione spingendoli, tirandoli o urtandoli. Poiché la materia è, per Aristotele, un sostrato (in latino: sub-stantia, ciò che sta sotto) nel quale la potenza (di un cambiamento) può diventare atto, ogni potenza deve realizzarsi infine in un essere eterno ma che non è ancora, poiché la sua attività continua è essenziale per tutto ciò che vive. Questa forma immateriale di attività deve essere di natura puramente intellettuale e non può essere subordinata alla percezione sensoriale se vuole rimanere uniforme; quindi la sostanza eterna deve pensare solo a pensare se stessa ed esistere al di fuori della sfera stellata, dove anche la nozione di luogo è indefinita per Aristotele. La loro influenza sugli esseri di livello inferiore è puramente il risultato di “un’aspirazione o desiderio”[22] Ogni sfera celeste eterica emula uno dei motori immobili, come meglio può, cioè con un moto circolare uniforme.

Il primo cielo, la sfera più lontana delle stelle fisse, è mosso dal desiderio di emulare il motore primo (causa prima)[23] rispetto al quale i motori delle sfere concentriche, di livello inferiore e in questo senso subordinati, subiscono una dipendenza di tipo accidentale. I motori immobili sono identicamente atto pure e pensiero di ensiero, intelligenze immateriali e autosufficienti: identici dal punto di vista ontologico, la loro dipendenza e subordinazione non può essere sostanziale ed è quindi di tipo accidentale.

I motori immobili differiscono solamente per ciò che pensano: il primo motore immobile pensa soltanto se stesso, poiché presiede al moto della sfera più esterna e non ha quindi sfere di livello superiore con cui il moto di quest'ultima debba essere coerente; gli altri motori immobili pensano se stessi, ma anche tutte le sfere di livello superiore fino al motore immobile. L'influenza della sfera immediatamente superiore è introdotta per spiegare i moti delle sfere concentriche, dipendenti l'uno dall'altro; l'influenza delle altre sfere superiori è introdotta per rendere ragione delle irregolarità del moto dei pianeti classici, come il moto retrogrado.

L'attrazione dei motori immobili marginalizzava il ruolo degli dèi olimpici. Molti dei contemporanei di Aristotele si lamentarono del fatto che gli dei ignari e impotenti non erano più una spiegazione soddisfacente.[13] Aristotele approvava da anni con entusiasmo questa concezione del cosmo come una delle basi più invidiabili e perfette della teologia. Siccome tutta la natura dipende dall'influenza dei motori immobili eterni, Aristotele si preoccupò di stabilire la necessità metafisica dei moti perpetui dei cieli. È attraverso l'azione stagionale del Sole sulle sfere terrestri, che i cicli di generazione e di corruzione danno origine a ogni moto ‘’naturale’’ come causa efficiente.[20] Secondo Aristotele, l'intelletto (in greco: nous) "o qualunque altra cosa sia pensata per governarci e guidarci per natura, e per avere conoscenza di ciò che è nobile e divino" è l'attività più alta, pura contemplazione o pensiero speculativo (in greco: theōríā). È anche l'attività più sostenibile, piacevole, autosufficiente[24]; qualcosa a cui l’ente mira per se stesso, e che non è fine ad altro-da-sé. A differenza della politica e della guerra, non si tratta di cose che si rendono necessarie e che l’ente umano preferirebbe non fare, ma piuttosto di qualcosa che l’essere umano fa a proprio piacimento. Questo scopo non è strettamente umano: raggiungerlo significa evitare di vivere secondo le cose che sono mortali, per vivere secondo la parte più nobile, quella divina e immortale, che è negli esseri umani. Secondo Aristotele, la contemplazione è l'unico tipo di attività felice che non sarebbe ridicolo immaginare che gli dèi abbiano. Nella psicologia e nella biologia di Aristotele, l'intelletto è l'anima[25]

Causa prima[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Causalità universale.

Nel libro VIII della sua Fisica[26], Aristotele esamina le nozioni di cambiamento o movimento, e con un argomento impegnativo tenta di mostrare che la mera supposizione di un 'prima' e di un 'dopo' necessita di un principio primo. Egli sostiene che all'inizio, se il cosmo ne avesse mai avuto uno, il suo primo movimento dovrebbe essere privo di uno stato antecedente, stante il principio parmenideo che "nulla viene dal nulla". L'[[argomento cosmologico#Storia]| argomento cosmologico]], successivamente attribuito ad Aristotele, trae così la conclusione che Dio esiste. Tuttavia, se il cosmo avesse avuto un inizio -sosteneva Aristotele-, ciò richiederebbe una causa efficiente prima, un'idea che Aristotele assunse come ipotesi per dimostrare un nodo concettuale critico[27][28][29]:

«Ma è sbagliato supporre universalmente di avere un principio primo adeguato in virtù del fatto che qualcosa è sempre così...Procedendo in questo modo, Democrito riduce le cause che spiegano la natura al fatto che le cose sono avvenute nel passato nello stesso modo in cui continuano ad avvenire ora: ma non ritiene opportuno cercare un primo principio per spiegare questo "sempre"... Con questo concludiamo ciò che abbiamo da dire a sostegno della nostra affermazione che non c'è mai stato un tempo in cui non ci fosse movimento, e mai ci potrà essere un tempo in cui il movimento cesserà di esistere.»

(Fisica VIII, 2[30])

Lo scopo dell'argomento cosmologico di Aristotele, secondo cui deve esistere almeno un motore eterno e immobile, è dare un fondamento al divenire quotidiano[31]:

«Delle cose che esistono, le sostanze sono le prime. Ma se le sostanze possono [perire], allora tutte le cose possono perire... purtuttavia, il tempo e il cambiamento non possono ciò. Ora, l'unico cambiamento continuo è quello del luogo, e l'unico cambiamento continuo di luogo è il moto circolare. Pertanto, deve esserci un moto circolare eterno e questo è confermato dalle stelle fisse che sono mosse dalla sostanza attuale eterna che è atto puro

(Ross, Sir David; Ackrill, John Lloyd (2004). Aristotle, p. 186[32])

Secondo Aristotele, per un cosmo eterno senza inizio né fine è necessaria una spiegazione priva di una catena infinita di movimenti che passano dalla potenza all’atto: è necessaria l’esistenza di una sostanza eterna immobile per la quale il primo mobile gira di giorno, governando il moto delle stele fisse, e che presiede a tutti i cicli sublunari: il giorno e la notte, le stagioni dell'anno, la trasformazione degli elementi e la vita naturale delle piante e degli animali.[15]

Sostanza e cambiamento[modifica | modifica wikitesto]

Nella Fisica, Aristotele inizia descrivendo la sostanza, di cui distingue tre tipologie: il sensibile, di cui è sottotipo ciò che è corruttibile, che appartiene alla fisica, e l'eterno, che appartiene a "un'altra scienza". Egli osserva che la sostanza sensibile è mutevole e che esistono diversi tipi di divenire, tra cui: qualità e quantità, generazione e corruzione, aumento e diminuzione, alterazione e movimento. Il cambiamento avviene quando un dato stato diventa qualcosa di opposto, vale a dire, ciò che esiste in potenza viene ad esistere in atto. Pertanto, "una cosa [può venire ad essere] accidentalmente da ciò che essa non è, [e] anche tutte le cose vengono ad essere essere da ciò che è, ma in potenza, e non in atto”. Il motore è ciò per cui una cosa muta, la materia ciò che viene mutato, mentre la forma è ciò in cui la cosa è mutata.

La sostanza è necessariamente composta da elementi diversi. La prova di ciò è che ci sono cose che sono diverse l'una dall'altra e che tutte le cose sono composte da elementi. Poiché gli elementi si combinano per formare sostanze composite, e poiché queste sostanze differiscono l'una dall'altra, devono esistere elementi diversi: in altre parole, "b o a non possono essere uguali a ba".

Il motore immobile eterno, che appartiene “a un’altra scienza”:

  • non è composto da elementi,
  • è atto puro che non subisce quindi il passaggio dalla potenza all’atto che è proprio di ogni tipo di divenire,
  • è tale che tutte le cose vengono ad essere da ciò che esso è in atto (come causa finale e priva di potenza).

Numero dei motori[modifica | modifica wikitesto]

Verso la fine della Metafisica, nel Libro Λ, Aristotele si interroga sorprendentemente "se dobbiamo supporre un solo motore o più di uno e, in tale caso, quanti".[33] [Aristotele conclude che il numero di tutti i motori è uguale al numero dei moti separati, e può essere determinato facendo affidamento sulla scienza matematica più affine alla filosofia, cioè l'astronomia. Sebbene i matematici differiscano sul numero dei moti, Aristotele ritiene che il numero delle sfere celesti possa essere pari a 47 o a 55. Il Libro Λ si conclude con una citazione dall'Iliade: "Il governo di molti non è buono; un solo sovrano sia".[34][35]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Aristotele, Metafisica, 1071b 3-22
  2. ^ Simone Bedetti, Il Principio Spirituale: l'energia psichica della guarigione, Area51 Publishing, 2019.
  3. ^ La teologia come «scienza del divino» è per Aristotele la filosofia nel senso più alto, essendo «scienza dell'essere in quanto essere» (Metafisica, VI, 1, 1026 a, 2-21).
  4. ^ Aristotele, Metafisica XII (Λ), 1072, b 9-30
  5. ^ Aristotele, Metafisica, 1073a 3-14
  6. ^ Aristotele, Della filosofia, Introduzione, testo, traduzione e commento di Mario Untersteiner, Edizioni di storia e letteratura, Roma 1963, p.15
  7. ^ Aristotele, Metafisica, 1074b 15 1075a 10
  8. ^ Aristide Marciano sarebbe stato il primo autore cristiano a definire il Dio dei vangeli in termini di motore immobile ( Étienne Gilson, La filosofia nel Medioevo, 6ª ed., Milano, BUR Rizzoli, marzo 2019, pp. 12, OCLC 1088865057.)
  9. ^ Dante, Paradiso, XXXIII,145
  10. ^ Joe Sachs, Aristotle: Metaphysics, su iep.utm.edu, Internet Encyclopedia of Philosophy.
  11. ^ Christopher John Shields, Aristotle, reprint, Taylor & Francis, 2007, p. 187, ISBN 978-0-415-28331-1.
  12. ^ Christopher John Shields, Aristotle, 2007, pp. 196, 226, ISBN 9780203961940.
  13. ^ a b Sir David Ross e John Lloyd Ackrill, Aristotle, 6th ed., revised, Psychology Press, 2004, pp. 188, 190, ISBN 978-0-415-32857-9.
  14. ^ Henry Mendell, Eudoxus of Cnidus: Astronomy and Homocentric Spheres, su calstatela.edu, Vignettes of Ancient Mathematics, 16 settembre 2009 (archiviato dall'url originale il 16 maggio 2011).
  15. ^ a b Istvan Bodnar, Aristotle's Natural Philosophy, su Zalta (a cura di), plato.stanford.edu, Primavera 2010, Stanford Encyclopedia of Philosophy, 2010.
    «In Metafisica 12.8, Aristotele opta sia per l’unicità che per la pluralità dei motori immobili celesti. Ciascuna sfera possiede un motore immobile suo proprio –presumibilmente come oggetto del suo tendere (cfr. ‘Metafisica’’ 12.6)-, laddove il motore della sfera celeste più esterna, che governa la rotazione diurna delle stele fisse, essendo il primo della serie dei motori immobili, garantisce anche l’unità e la unicità dell’universo.»
  16. ^ D. W. Graham, Physics, Clarendon Aristotle Series, bk. 8, Oxford University Press, USA, 1999, p. 179, ISBN 9780198240921, LCCN 98049448.
  17. ^ P. Humphrey, Metaphysics of Mind: Hylomorphism and Eternality in Aristotle and Hegel, State University of New York at Stony Brook, 2007, p. 71, ISBN 9780549806714.
    «… (Met., 1072a26–27).»
  18. ^ R. J. Hankinson, Cause and Explanation in Ancient Greek Thought (PDF), Oxford University Press, 1997, p. 125 (PDF p. 103).
  19. ^ Sir David Ross e John Lloyd Ackrill, Aristotle, 2004, p. 187, ISBN 9780203379530.
  20. ^ a b Christopher John Shields, Aristotle, 2007, p. 121, ISBN 9780203961940.
  21. ^ Aristotele, De Caelo [On the Heavens], su classics.mit.edu, traduzione di J. L. Stocks, I, The Internet Classics Archive, 7 gennaio 2009, I.9, 279 a17–30.
  22. ^ "Cosmological Argument for the Existence of God", in Macmillan Encyclopedia of Philosophy (1967), Vol. 2, p. 233 e ss..
  23. ^ Aristotele, Fisica VIII 6, 258 b26-259 a9; movimento che è oggi inteso come la rotazione della Terra
  24. ^ Aristotele, Etica Nicomachea X 1177 a20.
  25. ^ Vedi anche eudaimonia
  26. ^ Aristotele, Fisica VIII, 4–6.
  27. ^ F.C. Brentano, R. George e R.M. Chisholm, Aristotle and His World View, University of California Press, 1978, p. 56, ISBN 9780520033900, LCCN lc76050245.
  28. ^ Aristotele, De Caelo Libro I Capitolo 10 280a6.
  29. ^ Aristotele, Fisica Libro VIII 251–253.
  30. ^ Aristotle e (trans. Hardie, R. P. & Gaye, R. K.), Physics, su classics.mit.edu, The Internet Classics Archive, 7 gennaio 2009.
  31. ^ Christopher John Shields, "pg=PA222 Aristotle, ristampa, Taylor & Francis, 2007, p. 222, ISBN 978-0-415-28331-1.
  32. ^ Sir David Ross e John Lloyd Ackrill, Aristotle, 2004, p. 186, ISBN 9780203379530.
  33. ^ Aristotele, Metafisica, 1073a14–15.
  34. ^ Iliade, ii, 204; citata in Aristotele, Metafisica, 1076a5.
  35. ^ Harry A. Wolfson, "The Plurality of Immovable Movers in Aristotle and Averroës," Harvard Studies in Classical Philology, 63 (1958): 233–253.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Carlo Giacon, La causalità del motore immobile, ed. Antenore, 1969
  • Ubaldo Nicola, Antologia di filosofia. Atlante illustrato del pensiero, Giunti Editore, p. 95

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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