Moti di Genova

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Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando un riferimento al sacco di Genova avvenuto il 30 maggio 1522, vedi Andrea Doria.

Con la locuzione moti di Genova ci si riferisce convenzionalmente al sacco subito dalla città di Genova ad opera dell'esercito sabaudo tra giovedì 5 aprile e mercoledì 11 aprile 1849. Tra i protagonisti che si posero alla vana difesa della città vi furono il geologo e uomo politico italiano Lorenzo Pareto - comandante della Guardia civica - e lo studente universitario e militare a Custoza, Alessandro De Stefanis.

Antefatto[modifica | modifica wikitesto]

A seguito della dissoluzione della napoleonica Repubblica Ligure, il Congresso di Vienna nel 1815 unì la Liguria al Regno di Sardegna.

Nei giorni successivi all'armistizio firmato il 25 marzo 1849 a Vignale (quartiere di Novara) da Vittorio Emanuele II di Savoia appena subentrato al padre Carlo Alberto sul trono ed il generale austriaco Josef Radetzky, nel capoluogo ligure il malcontento popolare e la sostanziale sfiducia nei sabaudi, uniti al rimpianto per la perduta indipendenza ed al timore di passare sotto il dominio dell'Impero asburgico, sfociarono in una serie di tumulti.

I tumulti cittadini portarono alla temporanea restaurazione in Genova di un governo autonomo da Torino[1]. I moti furono guidati dai mazziniani, con a capo Lorenzo Pareto, Emanuele Celesia e Giuseppe Avezzana. Per sedare la rivolta venne inviato il generale Alfonso La Marmora con l'esercito sardo e il corpo speciale dei Bersaglieri.

L'attacco alla città[modifica | modifica wikitesto]

La Marmora, giunto di fronte alla porta della Lanterna, simbolo della città, fingendo di voler trattare con gli assediati, attaccò senza preavviso i difensori conquistando la posizione strategica; successivamente i piemontesi conquistarono con l'inganno anche il palazzo del Principe e dopo una notte di strenua resistenza i difensori, asserragliati a Villa Bonino, dovettero cedere a duecento bersaglieri.

La battaglia vide anche l'eroica azione di Alessandro De Stefanis. Sconfitto nel tentativo di riprendere il Forte Begato, venne raggiunto, nonostante si fosse nascosto in un casolare, da un manipolo di bersaglieri che infierirono sul giovane ferendolo gravemente. De Stefanis morì dopo ventotto giorni di agonia.

I Genovesi confidavano molto sull'arrivo della Divisione Lombarda, composta da volontari, che avrebbe potuto modificare il corso gli avvenimenti; la divisione era comandata dal generale Manfredo Fanti. Il generale, nonostante la volontà dei suoi soldati di portare aiuto a Genova, operò in modo tale da non giungere in tempo a soccorrere la città. Il Fanti nonostante questo comportamento venne comunque sospettato di tradimento nei confronti del re. Le indagini militari lo assolsero, ma venne comunque allontanato dall'Esercito ma riammesso dopo breve tempo, tanto da comandare una brigata sabauda in Crimea.

In porto era presente una nave da guerra britannica, la «H.M.Vengeance«, il cui comandante, Charles Philip Yorke, duca di Hardwicke, agì da intermediario fra gli insorti e il generale La Marmora.

Razzie nella città conquistata[modifica | modifica wikitesto]

Durante il pesante bombardamento del 5 aprile le truppe piemontesi presero di mira le abitazioni civili e persino l'ospedale di Pammatone (già Portoria ed oggi Piccapietra), sparando a raffica dalle batterie di San Benigno. Gli insorti genovesi riuscirono a resistere fino all'11 aprile all'occupazione della città da parte di un corpo di spedizione di 25.000-30.000 uomini.

Durante questo periodo i soldati sabaudi, (con ammirevoli eccezioni come narrato dall'anonimo di Marsiglia), si abbandonarono alle più meschine azioni contro la popolazione civile, violentando donne ed uccidendo padri di famiglia e fratelli che si opponevano allo scempio, sparando alle finestre alla gente che vi si affacciava e correndo per le strade al grido di I Genovesi son tutti Balilla[2], non meritano compassione, dobbiamo ucciderli tutti; oppure: Denari, denari o la vita, a cui fecero seguito irruzioni e predazioni.

Neppure i luoghi sacri vennero risparmiati e le argenterie razziate; i prigionieri, anche quelli che si erano arresi, vennero uccisi o stipati in celle anguste e costretti addirittura a dissetarsi della propria urina.[senza fonte]

Le atrocità vennero documentate e condannate da una commissione d'inchiesta del Parlamento di Torino.

In compenso, il governo piemontese concesse una rapida e completa amnistia, tanto che in anni successivi Pareto fu Presidente della Camera dei Deputati e Senatore, Avezzana venne reintegrato nell'esercito e Celesia divenne assessore comunale, oltre a ottenere diverse cariche in ambito pedagogico e universitario.


La lettera del re al generale La Marmora[modifica | modifica wikitesto]

Vittorio Emanuele II scrisse al generale La Marmora (originale vergato in lingua francese)[3]:

«Mio caro generale,
vi ho affidato l'affare di Genova perché siete un coraggioso. Non potevate fare di meglio e meritate ogni genere di complimenti.

Spero che la nostra infelice nazione aprirà finalmente gli occhi e vedrà l'abisso in cui si era gettata a testa bassa.

Occorre molta fatica per trarla fuori ed è proprio suo malgrado che bisogna lavorare per il suo bene; che ella impari per una volta finalmente ad amare gli onesti che lavorano per la sua felicità e a odiare questa vile e infetta razza di canaglie di cui essa si fidava e nella quale, sacrificando ogni sentimento di fedeltà, ogni sentimento d'onore, essa poneva tutta la sua speranza. Dopo i nostri tristi avvenimenti, di cui avrete avuto i dettagli in seguito a un mio ordine, non so neppure io come sia riuscito in mezzo a tante difficoltà a trovarmi al punto in cui siamo. Ho lavorato costantemente notte e giorno, ma se ciò continua così ci lascio la pelle, che avrei voluto piuttosto lasciare in una delle ultime battaglie.

Parlerò alla deputazione con prudenza; saprà tuttavia la mia maniera di pensare. Vedrete le condizioni; mi è stato necessario combattere con il Ministero, perché Pinelli spesso si mostra molto debole.

Penso di lasciarvi ancora qualche tempo a Genova; fate tutto quel che giudicherete opportuno per il meglio. Ricordatevi, molto rigore con i militari compromessi. Ho fatto mettere De Asarta e il Colonnello del Genio in Consiglio di guerra. Ricordatevi di far condannare dai tribunali tutti i delitti commessi da chiunque e soprattutto nei confronti dei nostri ufficiali; di cacciare immediatamente tutti gli stranieri e di farli accompagnare alla frontiera e di costituire immediatamente una buona polizia.

Ci sono pochi individui compresi nella nota, ma si dice che occorre clemenza. Informateci su ciò che succederà, sullo stato della città, sul suo spirito, su coloro che hanno preso più parte alla rivolta, e cercate se potete di far sì che i soldati non si lascino andare a eccessi sugli abitanti, e fate dar loro, se necessario, un'alta paga e molta disciplina soprattutto per coloro che vi inviamo; saranno seccati di non arrivare a tempo.

Conservatemi la vostra cara amicizia, e conservatevi per altri tempi che, a quanto credo, non saranno lontani, in cui avrò bisogno dei vostri talenti e del vostro coraggio.

Li 8 aprile 1849
Vostro affezionatissimo
Vittorio»

La targa alla memoria[modifica | modifica wikitesto]

La "pace" tra Genova e i Bersaglieri fu siglata nel 1994, quando la città accettò di ospitare il 42º raduno nazionale del corpo, con Amedeo di Savoia-Aosta nelle vesti di "paciere"[4].

Il 26 novembre 2008 il consiglio comunale di Genova, su richiesta del Movimento Indipendentista Ligure, ha fatto apporre sul marciapiede di fronte alla statua del re Vittorio Emanuele II, sita in piazza Corvetto, una targa che ricorda i tragici fatti dell'aprile 1849[5].

Il testo della targa recita:

«Nell'aprile 1849
le truppe del Re di Sardegna Vittorio Emanuele II
al comando del generale Alfonso La Marmora
sottoposero l'inerme popolazione genovese
a saccheggi bombardamenti e crudeli violenze
provocando la morte di molti pacifici cittadini
aggiungendo così alla forzata annessione
della Repubblica di Genova al Regno di Sardegna del 1814
un ulteriore motivo di biasimo
affinché ciò che è stato troppo a lungo rimosso
non venga più dimenticato
il comune di Genova pose
»

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ La città della lanterna era stata, fino all'invasione napoleonica, capitale della indipendente Repubblica di Genova (la cui memoria era ancora rimpianta da molti abitanti).
  2. ^ Riferendosi alle gesta del giovane patriota genovese Giovan Battista Perasso, celebre per il grido di invito alla rivolta Che l'inse ("che abbia inizio").
  3. ^ Archivio di Stato di Biella, fondo Ferrero della Marmora, serie Principi, cassetta VI - 11, fascicolo 141 cfr. pagina 1, pagina 2, pagina 3.
  4. ^ Camillo Arcuri, Genova e bersaglieri: è pace, in Corriere della Sera, 9 maggio 1994.
  5. ^ Marco Preve, Savoia, la secessione di Tursi, La Repubblica, 23 novembre 2008.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Bibliografia su Genova.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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