Mostro di Firenze

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Mostro di Firenze
Mostro di Firenze.svg
Identikit di un uomo sospetto, eseguito dopo il delitto del 22 ottobre 1981
SoprannomiMostro di Firenze, Maniaco delle Coppiette, Cicci il Mostro di Scandicci
Vittime accertate14
Vittime sospettate16
Periodo omicidiaccertato: 14 settembre 1974 - 8 settembre 1985

Sospetto: 21 agosto 1968

Luoghi colpitiToscana, campagne intorno a Firenze
Metodi uccisioneColpi di arma da fuoco, accoltellamento e mutilazioni sessuali
ProvvedimentiErgastolo per Mario Vanni e 26 anni per Giancarlo Lotti nella sentenza definitiva di condanna ai compagni di merende[1]. Pietro Pacciani, condanna all'ergastolo in primo grado, seguita da assoluzione in secondo grado annullata in Cassazione con rinvio a giudizio in nuovo processo d'appello[2]

Mostro di Firenze è la denominazione utilizzata dai media italiani per riferirsi all'autore di una serie di sette duplici omicidi avvenuti fra il 1974 e il 1985 nella provincia di Firenze collegati a un ottavo delitto di attribuzione incerta commesso nel 1968.

L'inchiesta avviata dalla procura di Firenze ha portato alla condanna in via definitiva nel 2000 di due uomini identificati come autori materiali di quattro duplici omicidi, i cosiddetti compagni di merende Mario Vanni e Giancarlo Lotti (reo confesso e chiamante in correità dei presunti complici), mentre un terzo, Pietro Pacciani, condannato in primo grado a più ergastoli per i duplici omicidi commessi dal 1974 al 1985 e successivamente assolto in appello, è morto prima di essere sottoposto a un nuovo processo di appello, da celebrarsi a seguito dell'annullamento nel 1996 della sentenza di assoluzione da parte della Cassazione.

Le procure di Firenze e Perugia sono state impegnate in numerose indagini volte a individuare i responsabili esecutori materiali per quattro duplici omicidi e poi i possibili mandanti. Le indagini si sono focalizzate anche su un possibile movente di natura esoterica, che avrebbe spinto una o più persone a commissionare i delitti,[3][4] senza peraltro evidenziare alcun riscontro oggettivo in tale direzione investigativa.

La vicenda ebbe molto risalto mediatico in quanto fu il primo caso di omicidi seriali in Italia riconosciuto come tale e uno dei più sanguinosi del Paese. Ebbe inoltre un risvolto sulle abitudini della popolazione residente nella provincia di Firenze negli anni '80, che iniziò a evitare di appartarsi in luoghi isolati al calar del sole. Il fatto che le vittime fossero giovani fidanzati in atteggiamenti intimi appartati in luoghi pubblici aprì al dibattito dei media sull'opportunità di concedere con maggiore disinvoltura la possibilità per i figli di trovare l'intimità a casa, evitando così i luoghi isolati e pericolosi[5][6][7][8][9].

Serie di delitti e primi sospettati[modifica | modifica wikitesto]

I delitti del Mostro di Firenze

1 21 agosto 1968

2 14 settembre 1974

3 6 giugno 1981

4 22 ottobre 1981

5 19 giugno 1982

6 9 settembre 1983

7 29 luglio 1984

8 7/8 settembre 1985

Gli omicidi del Mostro di Firenze sono stati perpetrati nell'arco di 11 o 17 anni, a seconda dell'attribuzione del primo delitto. Le vittime furono coppie di ragazzi uccise con modus operandi simile o identico, mentre si trovavano in luoghi appartati nei dintorni di Firenze, in notti di novilunio, o comunque molto buie, nei fine settimana o in giorni prefestivi. A parte nel 1985, l'assassino aggredì le vittime mentre si trovavano all'interno di autoveicoli. Gli agguati avvennero nel periodo estivo, ad eccezione del delitto del 22 ottobre 1981. Con l'esclusione degli omicidi del 1983, quando morirono due ragazzi di sesso maschile, la tipologia di vittime era una coppia composta da un ragazzo e una ragazza. Per la commissione degli omicidi furono utilizzate una o più armi bianche, ad eccezione dei casi del 1968 e del 1983[6]. Dal 1974 al 1985, venne sempre usata la stessa arma da fuoco, identificata come una pistola Beretta della serie 70 (probabilmente il modello 74 o 76 da dieci colpi) calibro .22 Long Rifle, modello che era entrato in commercio in Italia nel 1959, caricata con munizioni Winchester marcate con la lettera H sul fondello del bossolo con palla in piombo nudo e con palla in piombo ramato[10] provenienti da almeno due scatole di cartucce da 50 colpi[11]. Nel 1982, bossoli e proiettili sparati dall'arma dell'assassino seriale vennero rinvenuti allegati al fascicolo su un duplice omicidio del 1968, motivo per il quale si ritenne che la pistola avesse sparato anche in quell'occasione, scoperta da cui scaturì il collegamento con gli omicidi attribuiti fino a quel momento al Mostro[10]. Generalmente, il serial killer sparava preferibilmente prima alla vittima maschile e poi alla donna. La vittima femminile, quando subiva le escissioni o veniva martoriata con l'arma da taglio, veniva trascinata, spostata, allontanata dall'auto e dal partner. Spesso le vittime, soprattutto quelle maschili, subivano pure ferite d'arma bianca inferte post-mortem.[senza fonte]

In quattro dei duplici omicidi, l'assassino asportò il pube delle vittime femminili, servendosi di un'arma bianca; negli ultimi due casi tagliò e sottrasse ai corpi anche la mammella sinistra. Teatro dei crimini del Mostro furono strade di campagna sterrate o piazzole nascoste frequentate da coppie nei dintorni di Firenze (Signa, Borgo San Lorenzo, Scandicci, Calenzano, Baccaiano, Giogoli, Vicchio, Scopeti). Ciò ha portato a pensare che il mostro fosse una persona che conosceva sufficientemente l'area dove avvennero i delitti e che, in alcuni casi, avesse seguito le vittime prima di ucciderle[6]. Il profilo dell'assassino che emerse dall'attività investigativa degli anni '80 era quello di un uomo destrimane della zona, iposessuale, feticista, d'intelligenza normale o superiore alla media. Queste caratteristiche psico-fisiche vennero ipotizzate in una perizia dell'Università di Modena[12] e, in parte, nel profilo della Behavioral Science Unit dell'FBI[13]. Nelle premesse del loro studio, gli agenti dell'FBI sottolinearono che la profilazione criminale non è immune da errori e non garantisce certezze scientifiche sebbene si fondi su ipotesi basate sulla letteratura scientifica e sulle ricerche statistiche[13]. Alcuni esperti ipotizzarono che l'assassino fosse alto 180 cm in base ai fori di ingresso nel furgoncino delle vittime del 1983[14], dato che forse potrebbe essere confermato da una possibile impronta di un ginocchio lasciata dall'assassino nell'omicidio di Vicchio. Tuttavia, queste ipotesi sull'altezza dell'assassino vennero considerate scientificamente labili e non inficiarono la condanna in primo grado inflitta a Pacciani, alto 165 cm circa, come unico assassino seriale. In base ad altre considerazioni, infatti, l'assassino seriale fiorentino sarebbe di altezza media o persino modesta[15][16].

Antonio Lo Bianco e Barbara Locci (Mercoledì, 21 agosto 1968)[modifica | modifica wikitesto]

Antonio Lo Bianco e Barbara Locci
Stefano Mele, giudicato responsabile del delitto nei tre gradi di giudizio
Natale Mele, detto "Natalino", figlio di Barbara Locci

La notte del 21 agosto 1968, all'interno di una Alfa Romeo Giulietta bianca posteggiata presso una strada sterrata vicino al cimitero di Signa, vengono assassinati Antonio Lo Bianco, muratore originario di Palermo di 29 anni, sposato e padre di tre figli, e Barbara Locci, casalinga di 32 anni, originaria di Villasalto, in provincia di Cagliari, entrambi residenti a Lastra a Signa[17]; i due erano amanti; la donna era sposata con Stefano Mele, un manovale sardo emigrato in Toscana alcuni anni prima. Quella sera i due si erano recati al cinema di Signa per vedere, stando ad alcune fonti, il film giapponese Nuda per un pugno di eroi[18]; il gestore del cinema li riconobbe, successivamente, dalle foto pubblicate sui giornali; egli escluse, però, la presenza del figlio della donna, che aveva sei anni, in quanto, considerato il film proiettato, non lo avrebbe fatto entrare. Sostenne, infine, che dopo l'entrata della coppia al cinema entrò soltanto un altro uomo del quale, però, non ricordava la fisionomia[19]. Secondo ulteriori fonti, una cassiera del cinematografo vide invece la Locci con in braccio il figlio semi-addormentato all'uscita del cinema[20]. A serata conclusa, i due si erano poi appartati in macchina. Sul sedile posteriore dormiva Natalino Mele, di 6 anni, figlio di Barbara Locci e Stefano Mele. L'assassino, secondo gli inquirenti il marito di Barbara Locci, si avvicina all'auto ferma e spara complessivamente otto colpi da distanza ravvicinata: quattro colpiscono la donna e quattro l'uomo. Verranno repertati cinque bossoli di cartucce calibro 22 Long Rifle Winchester con la lettera "H" punzonata sul fondello.

Intorno alle due del mattino del 22 agosto, il bambino suona alla porta di un casolare sito in via del Vingone 154, a oltre due chilometri di distanza da dove era parcheggiata l'automobile. Il proprietario, De Felice, sveglio per via del figlio malato che ha chiesto dell'acqua, si affaccia immediatamente alla finestra, e davanti alla porta vede il bambino che scorgendolo a sua volta gli dice: "Aprimi la porta perché ho sonno, ed ho il babbo ammalato a letto. Dopo mi accompagni a casa perché c'è la mi' mamma e lo zio che sono morti in macchina"[21]. Dopo averlo soccorso, l'uomo gli chiede chiarimenti e il piccolo stentatamente riferisce altri particolari sul suo arrivo fin lì: "Era buio, tutte le piante si muovevano, non c'era nessuno. Avevo tanta paura. Per farmi coraggio ho detto le preghiere, ho cominciato a cantare "La Tramontana"... La mamma è morta, è morto anche lo zio. Il babbo è a casa malato"[21]. Invece secondo un'altra versione fu proprio l'assassino a indicare lui la direzione del casolare e a cantargli "La Tramontana" per tranquillizzarlo. I Carabinieri, chiamati mezz'ora dopo da De Felice, si mettono alla ricerca dell'auto portandosi dietro il bambino. Intorno alle tre del mattino l'auto viene ritrovata grazie anche all'indicatore di direzione dell'auto rimasto acceso, nella strada che si trova su via di Castelletti, a 100 metri dal bivio per Comeana, in una zona abitualmente frequentata da coppie in cerca di intimità[22].

Le indagini conducono al marito della donna, Stefano Mele, sospettato di aver commesso il delitto per gelosia. Questo elemento è tuttavia reso piuttosto inverosimile dal fatto che lo stesso Stefano Mele aveva più volte, in passato, esternato un temperamento decisamente succube nei confronti della moglie (che era soprannominata in paese Ape regina a causa dei suoi molteplici amanti), giungendo persino a ospitare in casa sua per diverso tempo un suo amico e amante della moglie, Salvatore Vinci, da taluni indicato come il vero padre del piccolo Natalino. I pettegolezzi del paese insinuavano persino che l'uomo, al mattino, portasse il caffè a letto agli amanti della donna e che accondiscendesse ad avere rapporti sessuali con alcuni di loro, incluso lo stesso Vinci[23].

Il 23 agosto, dopo 12 ore di interrogatorio[24], e dopo aver negato inizialmente un suo coinvolgimento e aver gettato sospetti sui vari amanti della moglie, Stefano Mele arriva a confessare il delitto. Durante il sopralluogo effettuato quello stesso giorno, l'uomo risulta totalmente incapace di maneggiare un'arma, e confonde il finestrino dal cui esterno partirono i colpi; tuttavia, dimostrò di conoscere tre particolari che poteva sapere solo avendo assistito alla scena del delitto, ossia il numero di colpi sparati (8), l'indicatore di direzione ancora acceso della vettura e la mancanza della scarpa sinistra dal piede di Lo Bianco[25]. Dopo poche ore Mele ritratta in parte la confessione, e coinvolge come complice Salvatore Vinci. Lo accusa di avergli fornito l'arma e di essere stato da lui accompagnato in auto fino alla via di Castelletti. Dopo aver sparato, dice di aver gettato la pistola nel canale che corre lungo il cimitero, ma malgrado le ricerche l'arma non verrà mai ritrovata. Gli inquirenti sospettarono che fu ceduta o venduta agli artefici dei successivi omicidi.

Nonostante il Vinci abbia portato un alibi confermato da due testimoni, il 24 agosto i due vengono messi a confronto. L'incontro però dura molto poco, perché dopo le prime battute Stefano Mele ritratta ancora e scagiona Salvatore[26]. Non passa mezz'ora che Mele fornisce una nuova versione; questa volta al posto di Salvatore Vinci c'è il fratello Francesco, anch'egli amante della Locci e, a detta di Mele, assai geloso della donna. Francesco Vinci per un certo periodo aveva addirittura convissuto con la Locci a casa di quest'ultima, e per questo veniva denunciato dalla propria moglie per abbandono del tetto coniugale e concubinato. Il giorno successivo, accortosi che la nuova accusa non era sostenuta da riscontri, Stefano punta il dito contro un terzo amante della moglie, Carmelo Cutrona, e racconta che il pomeriggio prima del delitto, recatosi a casa sua in cerca di Barbara, vi trova Lo Bianco (che Mele conosceva col nome di Enrico) e per questo motivo se ne va via molto turbato.

I magistrati intanto stanno nuovamente sentendo il bambino, che dopo aver sostenuto per giorni di non aver sentito, né visto nulla, adesso ammette di aver visto al suo risveglio il padre, e che questo lo avrebbe preso sulle spalle portandolo fino alla casa di Vingone dopo avergli fatto promettere di non dire nulla[27]. È a questo punto che Mele cede confermando la versione del figlio, scagionando le altre persone accusate fino a quel momento. Nonostante le molte incongruenze e l'assenza dell'arma, nel marzo del 1970 Stefano Mele viene condannato dal tribunale di Perugia in via definitiva alla pena di 14 anni di reclusione. La pena è piuttosto mite perché l'uomo viene riconosciuto parzialmente incapace di intendere e di volere. Gli vengono inoltre inflitti due anni di reclusione per calunnia contro i fratelli Vinci[28]. Durante il processo, Giuseppe Barranca, cognato di Antonio Lo Bianco, collega di lavoro di Mele e anch'egli amante della Locci, raccontò che la donna, pochissimi giorni prima del delitto, si era rifiutata di uscire con lui dichiarando che "potrebbero spararci mentre siamo in macchina" e, in un'altra occasione, gli aveva raccontato che c'era un tale che la seguiva in motorino. Una deposizione analoga fu resa da Francesco Vinci, che parlò di un uomo in motorino che avrebbe pedinato la Locci durante i suoi appuntamenti con gli amanti[29].

Fino al 1982 non si riteneva che di questo delitto fosse responsabile il Mostro di Firenze che si pensava infatti avesse incominciato a colpire il 14 settembre 1974; a seguito però del ritrovamento casuale in archivio di alcuni bossoli che, dopo le analisi, risultarono identici a quelli trovati sulle altre scene dei crimini, si dedusse che la pistola usata dal mostro era la stessa usata dall'assassino che aveva ucciso Antonio Lo Bianco e Barbara Locci nell’estate del 1968[30]. In questo delitto l'assassino strappa la catenina che Barbara Locci portava intorno al collo con così tanta violenza che un pezzo resterà conficcato nella pelle. Stefano Mele dirà di averla rotta per sbaglio mentre sistemava sul sedile il cadavere della moglie, ma la forza dovrebbe essere stata tale da essere un evento volontario. Cosa particolare è che anche nel delitto del 1984, facente parte della serie indiscutibilmente attribuita al Mostro di Firenze, verrà strappata via la catenina e il pendente a forma di croce della vittima Pia Gilda Rontini, ma Stefano Mele non entrerà mai negli indagati per questo particolare nonostante il "collegamento" con il delitto per cui fu condannato. Per questo l'avvocato Nino Filastò, difensore di Mario Vanni nel processo contro i compagni di merende, suppone che il delitto del '68 sia opera del Mostro di Firenze. Inoltre l'assassino del delitto Locci-Lo Bianco ricompone entrambi i cadaveri, in particolare quello della donna, alzandole la mutandina e cercando di coprirle le gambe con la veste.

L'attribuzione di questo delitto al Mostro di Firenze è dibattuta. Una questione centrale è: "perché il Mostro non ha mutilato?". Per i sostenitori della tesi che vede il mostro come colpevole di questo omicidio, tra cui Nino Filastò, egli non ha effettuato escissioni né ha utilizzato il coltello sui corpi perché nell'auto c'era Natalino Mele, un possibile testimone, oppure una presenza non gradita. Alcune analogie aumentano la credibilità di questa versione. Ad esempio la coppia di amanti del '68 Locci-Lo Bianco si era appartata in un luogo abbastanza isolato, come d'altronde tutte le altre vittime. Inoltre i due stavano consumando un rapporto sessuale. Altra analogia molto importante è il fatto che i colpi esplosi dall'assassino sono stati rapidi e diretti. Infatti sul corpo di Lo Bianco, sulla spalla sinistra e sotto il braccio, i fori si credevano essere tre, ma da analisi più approfondite risultarono essere quattro. Questo perché vi erano due colpi in un foro, segno che l'assassino aveva sparato in una successione così rapida che la sua mano non si è mossa. Molti credono quindi che l'assassino fosse qualcuno che aveva già impugnato un'arma e forse già ucciso. Un uomo come Stefano Mele non è facilmente accostabile alla figura di spietato assassino che ha freddato moglie e amante con tale destrezza, egli infatti sembrava non aver mai impugnato un'arma.

Un ulteriore elemento è quello dei bossoli: sulla scena del delitto vennero rinvenuti solo cinque bossoli. Due all'interno dell'auto (in base alla dinamica di Zuntini, per sparare l'assassino aveva inserito la mano all'interno del finestrino posteriore sinistro, che fu infatti trovato aperto a metà) e tre fuori, sempre nei pressi della parte posteriore sinistra. In realtà i bossoli che si dovevano trovare dovrebbero essere stati otto, come i colpi esplosi sui corpi dei giovani. Il particolare dei bossoli mancanti si ripeterà anche nel '74, nel '81, nel '83 e nel '84. In seguito a queste considerazioni, esposte soprattutto da Nino Filastò, avvocato di Mario Vanni nel processo contro i Cdm, molti credono che il delitto appartenga alla serie del Mostro. Eppure per questo omicidio Pietro Pacciani non fu mai imputato. Il solo a scontare la pena, quindi l'unico colpevole ufficiale, fu Stefano Mele, reo confesso, nonostante nella sua confessione ci siano incongruenze. Emerge una stranezza anche dai metodi di indagine: Stefano Mele, indagato, trascorse la notte con suo figlio, unico testimone oculare.

Un altro enigma è rappresentato dai calzini del piccolo Natalino Mele che dalle testimonianze rilasciate nei processi sembrerebbero essere stati bianchi senza alcun buco. Ma invece, seguendo le testimonianze di Sorrentino Maria, Marcello Manetti e di Francesco De Felice, cioè le primissime persone ad aver soccorso il bambino terrorizzato, i calzini sarebbero stati laceri, strappati e sporchi sicuramenti in più punti. Anche l'Istruttoria del 6\11\1969 contro Stefano Mele (pagina 3 rigo 15) parla di "calzini sporchi e rotti in più punti". Inoltre, anche grazie all'avvocato Nino Filastò, sono allegate delle foto in cui si vede che i calzini del piccolo sono rotti e sporchi.

Questo è da sempre stato un punto di rottura fra gli inquirenti e gli appassionati del caso perché nel caso in cui i calzini fossero sporchi e laceri in più punti allora si suppone che Natalino Mele davvero abbia potuto fare il percorso da lui indicato nei primissimi istanti senza essere accompagnato.

Ma un altro elemento, collegato alla condizione del tempo e della Luna, sembra unire questo delitto a quelli del Mostro: quella notte era una notte di Luna Nuova (novilunio). Cosa che avverrà quasi sempre nei successivi delitti (ad eccezione del ottobre 81 e settembre 85 quando era l'ultimo quarto di Luna)

Pasquale Gentilcore e Stefania Pettini (Sabato, 14 settembre 1974)[modifica | modifica wikitesto]

Pasquale Gentilcore e Stefania Pettini

Il 14 settembre 1974, Pasquale Gentilcore di 19 anni, di Arezzo e residente a Pontassieve,[31] impiegato alla Fondiaria Assicurazioni, e Stefania Pettini, 18 anni (la vittima più giovane dell'assassino seriale insieme a Pia Rontini), di Vicchio, segretaria d'azienda presso un magazzino di Firenze e attivista del Partito Comunista Italiano, vengono uccisi in una strada sterrata nella frazione di Rabatta, vicino a Borgo San Lorenzo. I due si frequentavano da circa due anni ed erano in procinto di annunciare il loro fidanzamento ufficiale[32]. Pasquale Gentilcore, dopo aver accompagnato la sorella Cristina alla discoteca Teen Club di Borgo San Lorenzo, promettendole di tornare a prenderla al più tardi per la mezzanotte, raggiunge la fidanzata a Pesciola di Vicchio, presso l'abitazione di lei. Da lì, verso le 22:00, i due giovani ripartono per raggiungere gli amici che li aspettano in quello stesso locale per proseguire la serata. Durante il tragitto decidono però di appartarsi in un tratturo sulle sponde della Sieve, da loro già conosciuto e normalmente frequentato dalle coppie della zona[33]. Intorno alle 23:45 (orario appurato sulla base di una testimonianza che ode dei colpi a quell'ora[34]) qualcuno spunta forse dall'attiguo vigneto e comincia a sparare. Pasquale Gentilcore, seduto al posto di guida, viene raggiunto da cinque colpi esplosi da una Beretta calibro 22 Long Rifle, i colpi mortali arrivano dal lato sinistro della Fiat 127. La ragazza viene raggiunta da tre colpi che tuttavia non la uccidono; viene trascinata fuori dall'auto ancora viva, resa del tutto incapace di fuggire a causa delle ferite alle gambe provocate dai tre proiettili, e uccisa con tre coltellate profonde allo sterno[35]. Dopo averne disteso il corpo dietro l'auto, l'assassino continua a colpirla per altre 96 volte, colpendo anche il seno e il pube[36][37]. Successivamente l'omicida penetra la vagina della ragazza con un tralcio di vite e questo particolare, anni dopo, farà pensare a un possibile movente esoterico, anche se altri più semplicemente lo interpretano come un ulteriore oltraggio da parte dell'assassino al corpo della vittima; considerato infatti che il luogo del delitto era sito in prossimità di alcune piante di vite, è probabile che il gesto non fosse premeditato[senza fonte].

Le sevizie sul corpo di Stefania furono tanto violente da causare, in sede processuale, lo svenimento di un carabiniere durante l'udienza in cui venivano mostrate le foto del corpo della ragazza[37]. Prima di lasciare il luogo l'omicida colpisce con il coltello anche il corpo esanime di Pasquale con cinque fendenti all'altezza del fegato[37]. Il mattino successivo, i familiari dei due ragazzi, allarmati per il mancato rientro dei figli, si recano a sporgere denuncia di scomparsa presso la stazione dei Carabinieri di Borgo San Lorenzo, ove vengono informati immediatamente del delitto, scoperto un'ora prima da un contadino che abitava e lavorava da quelle parti. In questo caso, così come nei delitti successivi, vengono ritrovati, sparsi sul terreno, gli oggetti contenuti nella borsetta della ragazza (particolare questo che si ripresenterà in alcuni omicidi del mostro). La borsa e il reggiseno della Pettini verranno invece ritrovati la sera stessa in un luogo poco distante in seguito a una telefonata anonima, mentre il portafogli della ragazza, il suo orologio e alcuni monili di modesto valore a lei appartenenti non saranno più rinvenuti.

Il pomeriggio prima di essere uccisa la Pettini aveva confidato a un'amica di aver fatto uno "strano incontro" con una persona poco piacevole che l'aveva turbata, ma non ebbe tempo di approfondire il fatto. Un amico della Pettini, titolare della scuola guida dove la ragazza stava conseguendo la patente, raccontò ai carabinieri di un pedinamento da parte di uno sconosciuto in auto durante una lezione di guida, il venerdì sera prima del delitto. In ogni caso la Pettini non fu la sola, tra le vittime femminili del maniaco, ad aver lamentato molestie da parte di ignoti poco prima dei delitti[28]. Gli inquirenti esaminarono anche il diario della ragazza ma senza trovarvi alcun'annotazione insolita. Qualche anno dopo i quotidiani tornarono a parlare del caso dopo che la tomba di Stefania (sepolta assieme al fidanzato, nel cimitero di Borgo San Lorenzo) fu manomessa e danneggiata da ignoti[senza fonte]

Giovanni Foggi e Carmela De Nuccio (Sabato, 6 giugno 1981)[modifica | modifica wikitesto]

Carmela De Nuccio e Giovanni Foggi
Vincenzo Spalletti, sospettato per questo caso

Nel 1981 vengono commessi altri due duplici omicidi. Il primo, nella notte tra il 6 e il 7 giugno 1981 nei pressi di Mosciano di Scandicci. Le vittime sono Giovanni Foggi, 30 anni, di Pontassieve, dipendente dell'Enel, e la sua ragazza, Carmela De Nuccio, pellettiera di 21 anni, originaria di Nardò, in provincia di Lecce, ma residente a Scandicci.[38] I due si conoscevano da pochi mesi ma avevano già programmato di sposarsi. La sera del delitto, un sabato, cenano a casa dei genitori di Carmela, poi, verso le 22:00, escono per una passeggiata e si appartano con l'auto, una Fiat Ritmo color rame, in una stradina sterrata sulle colline di Roveta, non lontano dalla discoteca Anastasia, e in una zona frequentata abitualmente da coppiette e guardoni.

Giovanni viene raggiunto da tre colpi di pistola esplosi attraverso il finestrino anteriore sinistro, mentre altri cinque proiettili colpiscono Carmela[39]. In fase di sopralluogo verranno però rinvenuti solo cinque bossoli su otto[40], un particolare, quello dei bossoli mancanti, che si ripresenterà ancora nel 1983, nel 1984, e che già si era verificato nel 1968 e nel 1974. La ragazza viene tirata fuori dalla macchina e trascinata in fondo al terrapieno rialzato su cui corre la stradina, dove le verranno recisi i jeans e, per mezzo di tre precisi fendenti, le verrà asportato interamente il pube. I corpi dei due giovani saranno rinvenuti il mattino dopo. L'uomo è ancora a bordo dell'auto, come nel delitto del 1974. Anche in questa occasione le armi usate sono la Beretta calibro 22 e un coltello. Anche in questo caso si verifica l'accanimento sui cadaveri, soprattutto su quello della donna. Altre analogie con il delitto precedente sono la borsetta della ragazza rovistata e il contenuto gettato a terra senza che però questa volta risulti mancare nulla. Per il delitto viene inizialmente sospettato l'ex fidanzato della De Nuccio, che in passato aveva avuto screzi con lei, ma il giovane risultò avere un alibi[41].

Vincenzo Spalletti, trentenne, sposato e padre di tre figli, era, ai tempi, un autista di autoambulanze presso la Misericordia di Montelupo Fiorentino, conosciuto in famiglia e presso la Taverna del Diavolo, un ristorante della zona, per essere anche un guardone. Il fenomeno del voyeurismo era peraltro in quei tempi marcatamente diffuso nella provincia fiorentina[28]. La domenica mattina seguente al duplice delitto, rientrato all'alba dopo aver trascorso la serata fuori con un amico guardone, racconterà alla moglie e ad alcuni avventori di un bar da lui frequentato, di aver visto "due morti ammazzati"; racconterà inoltre particolari inerenti al delitto (in particolare la mutilazione inflitta alla ragazza), che però non erano ancora stati divulgati dagli organi di stampa e dai mass media. In seguito alle indagini alcune persone testimoniarono di aver visto la sua auto nei pressi del luogo del delitto nella notte del 6 giugno. Spalletti viene quindi arrestato; durante l'interrogatorio afferma di aver letto la notizia sui giornali, cosa impossibile in quanto i giornali che riportavano il fatto non erano stati pubblicati prima di lunedì e, inoltre, mente sull'orario di rientro a casa per la notte del delitto. Viene quindi accusato di falsa testimonianza e incarcerato, ma col sospetto che l'assassino possa essere proprio lui. Mentre Spalletti si trovava in carcere sua moglie e suo fratello ricevettero diverse telefonate anonime, in cui veniva loro assicurato che il loro congiunto sarebbe stato presto scagionato[28], cosa che in effetti accadrà nell'ottobre dello stesso anno a seguito di un nuovo duplice delitto che scagionerà completamente Spalletti[42][43].

Un conoscente dello Spalletti, anch'egli noto come guardone, sentito dagli inquirenti, asserì di essere stato fermato nei boschi, all'incirca all'epoca del delitto, da un tizio con una divisa che non aveva saputo identificare. L'uomo in divisa gli avrebbe rivolto velate minacce, rimbrottandolo aspramente e mostrandogli - a suo dire - una pistola[28].

Stefano Baldi e Susanna Cambi (Giovedì, 22 ottobre 1981)[modifica | modifica wikitesto]

Stefano Baldi e Susanna Cambi

Il 22 ottobre 1981, a soli quattro mesi di distanza dal precedente omicidio, a Travalle di Calenzano vicino a Prato, in località Le Bartoline, lungo una strada sterrata che attraversa un campo, a poca distanza da un casolare abbandonato, vengono uccisi Stefano Baldi, di 26 anni, operaio tessile di Prato, e Susanna Cambi, commessa di 24 anni di Firenze.[44] I due, che avrebbero dovuto sposarsi entro pochi mesi, avevano cenato a casa di Stefano, quindi erano usciti a bordo dell'auto del giovane, una Golf nera, e non avevano più fatto ritorno. Alcuni amici del ragazzo riferirono che Baldi inizialmente intendeva restare con loro a guardare una partita di calcio, ma poi aveva cambiato idea decidendo di trascorrere la serata (vigilia di uno sciopero generale) con la fidanzata. La Cambi viene raggiunta e uccisa da cinque colpi, mentre il ragazzo viene colpito quattro volte. Le cartucce sono di marca Winchester con la lettera "H" sul fondello, sparate dalla stessa Beretta calibro. 22 Long Rifle, di cui saranno reperiti solo 7 bossoli dei 9 complessivi che si sarebbero dovuti effettivamente rinvenire. In questo caso l'omicida, per raggiungere la ragazza e compiere l'escissione del pube (effettuata in modo molto più maldestro e impreciso di quella compiuta sulla De Nuccio quattro mesi prima, in quanto stavolta l'asportazione del vello pubico è arrivata tanto in profondità da esporre la matassa intestinale, come stabilito dalle apposite perizie agli atti), è costretto a estrarre dall'auto anche il corpo di Stefano. Il corpo della ragazza verrà trovato a una decina di metri dall'auto, in un canaletto, con la maglia sollevata fino al collo. Il seno sinistro presenta gravi ferite inferte con arma bianca. Anche in questo caso verranno ritrovati gli oggetti contenuti nella borsetta della ragazza sparsi nelle zone circostanti il luogo del delitto. Il corpo di Susanna Cambi presenta ferite da arma da taglio, almeno quattro, di cui tre alla schiena. La morte, secondo i medici legali, è avvenuta intorno alla mezzanotte. Il giorno successivo al delitto, prima del rinvenimento dei corpi, un uomo telefonò alla zia di Susanna chiedendo di parlare con la madre della giovane che in quel periodo era ospite con le due figlie presso la sorella. La voce all'altro capo del telefono è stata descritta dalla zia della Cambi come "chiara, distinta e priva di inflessioni dialettali". A causa di un guasto sulla linea, tuttavia, la comunicazione venne interrotta subito. Si tratta di un particolare decisamente misterioso, considerato che il numero di telefono, relativo a un indirizzo nuovo, era provvisorio e quindi nessuno avrebbe dovuto conoscerlo[28].

Identikit dell'uomo visto a Calenzano, pubblicato nel giugno 1982

Secondo quanto sostenuto dall'avvocato Nino Filastò, inoltre, poco prima del delitto Susanna Cambi avrebbe fatto capire alla madre di essere pedinata da qualcuno. In una circostanza, mentre guidava l'auto in compagnia della madre, aveva rischiato di provocare un incidente spiegandole che "un tale, il solito" la stava seguendo e che era sua intenzione evitare di incontrarlo. Il delitto avvenne quando il voyeur Vincenzo Spalletti, che aveva fatto dichiarazioni inedite sul mutilamento del pube della De Nuccio quando i giornali non ne parlavano ancora, era in carcere con il sospetto di essere il Mostro di Firenze. Dopo questo delitto venne scarcerato. Secondo l'avvocato Nino Filastò questo spiegherebbe il fatto che il mostro volesse, anche se fosse stato catturato, far capire che era opera sua. Ciò troverebbe conferma nelle telefonate anonime fatte alla famiglia ma soprattutto alla moglie di Spalletti nelle quali una voce distinta e sconosciuta affermava che sarebbe stato scarcerato. Il mostro quindi, secondo Filastò, voleva assumersi le responsabilità e i meriti delle sue azioni.[senza fonte]

Per quanto riguarda il delitto in questione, occorre far presente che vi sono state due segnalazioni di persone sospette. La prima testimonianza è di un ragazzo che la sera del 22 ottobre, intorno alle 22:40, si era appartato in macchina con la fidanzata all'inizio di via dei Prati (la via dove avvenne il delitto). Mentre stava chiacchierando con la compagna vede un'ombra e, insospettito, decide di scendere dall'auto. Nel fare questo nota un uomo che - probabilmente capendo di essere stato scoperto - si dilegua in maniera goffa. La seconda segnalazione è quella di Rossella Parisi e Giampaolo Tozzini che, intorno alle ore 00:30 del 23 ottobre, stavano percorrendo in auto via Mascagni in direzione via dei Prati. La coppia notava un'auto che, percorrendo la corsia di marcia opposta alla loro, procedeva ad alta velocità, tanto che per evitare un possibile incidente, il Tozzini - che guidava l'auto - ha dovuto bruscamente fermare il mezzo. L'auto è stata descritta come di tipo sportivo e di colore rosso sbiadito o rosso aragosta. La coppia notava altresì il conducente dell'auto predetta, che dimostrava un'età apparente compatibile con quella di 45-50 anni, stempiato, dal viso tondeggiante e vestito di scuro. L'uomo - a detta dei testimoni - aveva uno sguardo stravolto. I due non sono riusciti a far comporre un identikit della parte superiore della testa del soggetto. Va notato che l'uomo visto dalla coppia Parisi-Tozzini ha le stesse caratteristiche fisiche dell'uomo visto dalla coppia appartata sulla via dei Prati. Tuttavia, l'uomo visto da quest'ultima coppia aveva i capelli radi ma corti e dritti. Sulla base di queste due segnalazioni sono stati composti due identikit. Uno di questi identikit è stato pubblicato nel giugno del 1982 (dopo il delitto Mainardi-Migliorini) e rappresenta uno degli identikit più noti, fatto vedere anche sulle reti nazionali con la trasmissione Telefono Giallo. L'altro identikit elaborato, invece, non è mai stato pubblicato[45]

Paolo Mainardi e Antonella Migliorini (Sabato, 19 giugno 1982)[modifica | modifica wikitesto]

Antonella Migliorini e Paolo Mainardi

La notte del 19 giugno 1982, a Baccaiano di Montespertoli vengono uccisi Paolo Mainardi, meccanico di 22 anni, nato ad Empoli ma residente a Montespertoli, e Antonella Migliorini di 19, anche lei di Montespertoli, dipendente di una ditta di confezioni. I due giovani, fidanzati da molti anni e soprannominati dagli amici Vinavil perché inseparabili, erano appartati a bordo di una piccola Fiat 147, in uno slargo presente sulla Strada Provinciale Virginio Nuova dopo aver trascorso la serata a cena con dei parenti. Nelle ultime settimane Antonella aveva confidato ad amiche e colleghe di aver paura del maniaco delle coppiette (il termine Mostro di Firenze all'epoca non era stato ancora coniato) e che avrebbe evitato di appartarsi in luoghi isolati col fidanzato[46].

L'assassino sopraggiunge favorito dall'oscurità ed esplode alcuni colpi verso la coppia; sul luogo del delitto verranno messi a reperto nove bossoli di calibro. 22 sempre con la lettera "H" punzonata sul fondello; Paolo viene solo ferito e riesce a mettere in moto l'auto e a inserire la retromarcia. Tuttavia non è in grado di controllare l'auto che attraversa la strada e resta poi bloccata nella proda sul lato opposto. A questo punto l'assassino spara contro i fari anteriori dell'auto e colpisce a morte i due giovani. Secondo la versione tuttora condivisa dai più e ammessa al processo, l'assassino in seguito sfilerà le chiavi dal quadro d'accensione della vettura e le getterà lontano, presumibilmente in segno di spregio. Esiste in verità un'altra ipotesi, sostenuta da vari studiosi del caso (tra cui l'avvocato Nino Filastò), che stando alla testimonianza di Allegranti (l'addetto del pronto soccorso della Misericordia che per primo estrasse il corpo dei ragazzi dall'auto) il ragazzo Paolo Mainardi si trovasse anch'egli, come la ragazza, posizionato nel sedile posteriore della Fiat 147. Da qui l'ipotesi che non fu il ragazzo a spostare l'auto e a finire incastrato nel fossetto bensì invece l'aggressore stesso, a seguito del concitato tentativo di allontanarsi quanto prima dal luogo dell'omicidio[47]. In ogni caso, la corporatura robusta di entrambi i giovani (il Mainardi pesava più di 120 kg ed era alto quasi due metri) avrebbe reso difficile all'assassino estrarli dall'auto rapidamente, soprattutto in una zona come quella dove avvenne il delitto.

Questo delitto si differenzia dai precedenti in quanto il luogo in cui avviene l'aggressione non è appartato, a pochi chilometri di distanza, nel paese di Cerbaia è in corso la festa del Santo patrono e il traffico di auto lungo la strada provinciale è ridotto ma costante e inoltre l'omicida, per la prima volta, non esegue le escissioni dei feticci né infierisce sui cadaveri, probabilmente a causa dei rischi che questa operazione avrebbe comportato, considerato che la macchina era visibilmente disposta in modo innaturale sulla strada.

Il delitto sarà infatti scoperto pochissimo dopo dagli occupanti una vettura sopraggiunta nel frattempo. Antonella è morta, Paolo respira ancora e viene trasportato al vicino ospedale di Empoli, dove muore il mattino seguente senza riprendere conoscenza. In quest'occasione il giudice Silvia Della Monica, sperando di indurre l'assassino in errore, convocò in Procura i cronisti che si occupavano del caso e chiese loro di scrivere sui giornali che Paolo Mainardi, prima di morire, aveva rivelato importanti informazioni utili alla ricostruzione dell'identità dell'omicida, ma tale espediente non portò ad alcun risultato.

In seguito a questo delitto il primo soccorritore Allegranti ricevette delle telefonate anonime da un uomo misterioso che si spacciava dapprima per la Magistratura e poi per il vero assassino delle coppietteː il Mostro di Firenze. Quest'uomo disturbò il soccorritore Allegranti anche in orari notturni con telefonate minatorie. In alcune telefonate (una addirittura la ricevette mentre era in vacanza a Rimini) Allegranti fu minacciato di morte.

La testimonianza di Allegranti in merito alle telefonate è attendibile poiché si recò fin da subito dai CC, anche a Rimini. Inoltre nel processo contro i Compagni di Merende si accertò questa circostanza.

E qui, seguendo la pista dell'avvocato Filastò, si può risalire alla motivazione di queste telefonate. Il magistrato Silvia Della Monica infatti, come riportato sopra, voleva porre un tranello al Mostro. Ma molti dicono che ciò non portò a nulla ma, in realtà, una conseguenza ci fu. E fu proprio quella che coinvolse Allegranti.

L'avvocato Filastò sostiene che il Mostro di Firenze, in seguito al trucchetto della magistratura, abbia voluto accertarsi che Allegranti non abbia udito niente dalla bocca di Paolo Mainardi, mentre lo trasportava in fin di vita ad Empoli. Ma Filastò sostiene che Allegranti non solo poteva aver udito qualcosa ma poteva, durante il tragitto verso il luogo del delitto, aver visto un'auto particolare, quella con la bolla celeste sopra, ovvero un auto della Polizia.

Collegamento con il 1968

Fino all'estate del 1982, sono quattro i delitti che gli inquirenti attribuiscono al Mostro di Firenze, a partire da quello del 1974[48]. Un quinto duplice omicidio verrà collegato alla serie dopo il rinvenimento, il 20 luglio 1982, di un sacchetto contente cinque bossoli e cinque proiettili del Mostro negli atti del processo a carico di Stefano Mele per il duplice omicidio di Signa del 21 agosto 1968[10]. Il giudice Mario Rotella definirà questa scoperta come "una fortuita combinazione"[10]. Per legge, infatti, tali reperti avrebbero dovuti essere custoditi nell'ufficio corpi di reato e non in un faldone processuale[49].

I proiettili e i bossoli rinvenuti nel fascicolo Mele risulteranno sparati dalla pistola del Mostro[10], presentando al contempo caratteristiche differenti dai bossoli e dai proiettili raccolti nel 1968 dal perito balistico Innocenzo Zuntini[50], incongruenze che in tempi recenti daranno adito al sospetto che gli originali siano stati sostituiti dopo la repertazione allo scopo di addossare all'assassino il duplice omicidio di Signa[50]. Ad alimentare questa ipotesi, ci sono le circostanze del rinvenimento, l'anomalia della presenza dei corpi di reato nel fascicolo e l'incertezza dell'attribuzione del delitto del 1968 al Mostro, confermata dall'esito inconcludente delle indagini sulla pista originata dalla scoperta dei reperti[10] e dal fatto che la sentenza di condanna definitiva a carico di Mele non verrà mai revisionata[51].

Anche se, a partire dal 1984, gli inquirenti adotteranno una versione ufficiale degli eventi secondo cui la nascita dell'ipotesi del collegamento fra i delitti del Mostro e il duplice omicidio di Signa fosse da attribuirsi a un maresciallo dei carabinieri, Francesco Fiori,[48] due atti firmati dal PM Della Monica[52] e dal giudice istruttore Vincenzo Tricomi[53] risalenti ad agosto e ottobre del 1982 testimoniano che era stato un suggeritore anonimo a instradare gli investigatori sul delitto del 1968. L'importanza per le indagini che riveste uno scrivente anonimo in concomitanza con le prime fasi di ricerca sul crimine di Signa risulta anche da un articolo pubblicato lo stesso giorno del rinvenimento dei bossoli e dei proiettili del Mostro fra le carte del fascicolo Mele[54]. Il 20 luglio 1982, infatti, La Nazione pubblica un appello firmato dal comando del Nucleo Operativo dei carabinieri di Firenze diretto a una persona che li avrebbe aiutati nelle indagini sul Mostro e che, nell'ultima di tre lettere, si è firmata "un cittadino amico", allo scopo di convincerlo a mettersi in contatto con loro[54]. Il collegamento con il delitto del 1968 sarebbe avvenuto tramite un ritaglio di un giornale recapitato agli inquirenti relativo al duplice omicidio di Signa con lo specifico riferimento al processo d'appello al Tribunale di Perugia[55].

Horst Wilhelm Meyer e Jens-Uwe Rüsch (Venerdì, 9 settembre 1983)[modifica | modifica wikitesto]

Horst Wilhelm Meyer e Jens-Uwe Rüsch
Furgone Wolkswagen trovato poco dopo l'omicidio

Il 9 settembre 1983, a Giogoli, vengono assassinati due ragazzi tedeschi, Jens-Uwe Rüsch e Horst Wilhelm Meyer, entrambi di 24 anni, studenti presso l'Università di Münster che al momento dell'aggressione si trovano a bordo del loro furgone Volkswagen T1 con l'autoradio accesa. I ragazzi vengono raggiunti e uccisi da sette proiettili, sparati con una certa precisione attraverso la carrozzeria del furgone, ma verranno messi a referto solo 4 bossoli dei 7 che si sarebbero dovuti effettivamente rinvenire. Le indagini successive al delitto permetteranno di stabilire che i colpi erano stati sparati da un'altezza di circa un metro e 30 centimetri da terra ed altri, nella lamiera del furgone, anche ad un metro e 50 centimetri, il che fa supporre che l'assassino fosse alto almeno 1 metro e 80, o anche di più. L'ipotesi dell'altezza dell'assassino superiore alla media non è però condivisa da tutti, in primis da Perugini e da altri inquirenti[15].

L'assassino fredda dapprima Meyer con tre colpi in rapidissima successione, mentre Rüsch tenta inutilmente la fuga ma viene poi colpito anch'egli da quattro proiettili, di cui uno al cervello, accasciandosi sul fondo dell'automezzo. Una volta uccisi i due giovani, l'assassino sale sul retro del furgone ma, accortosi che le vittime sono entrambe di sesso maschile, si dilegua senza utilizzare armi bianche ed effettuare alcuna escissione sui corpi. In questo caso, l'assassino è stato forse tratto in errore dai capelli lunghi e dalla corporatura esile di Rüsch, probabilmente scambiato per una donna. Il denaro e le macchine fotografiche delle vittime non vennero prelevati, né sembrarono mancare oggetti di valore. Nelle vicinanze del camper furono rinvenute anche alcune riviste pornografiche in lingua italiana a contenuto probabilmente omosessuale, ma non è mai stato appurato se appartenessero ai giovani, né se i due fossero effettivamente fidanzati (o comunque amanti) oppure solamente amici[senza fonte].

Si pensò quindi che l'assassino, non potendo essere Stefano Mele - detenuto nel periodo in cui il mostro aveva continuato a colpire - e neppure Francesco Vinci, potesse invece essere un altro personaggio appartenente alla loro cerchia di frequentazioni e conoscenze. Furono pertanto indiziati e inquisiti Giovanni Mele, fratello di Stefano, e Piero Mucciarini, cognato di Giovanni Mele[56]. Sulla base di nuove rivelazioni di Stefano Mele, che in alcune deposizioni accusò il fratello e il cognato di aver partecipato all'omicidio della moglie[57], e con l'aggravante di alcuni indizi materiali (tra cui un bisturi in possesso di Giovanni Mele), Piero Mucciarini e Giovanni Mele restano per otto mesi detenuti con l'accusa di essere gli autori dei duplici omicidi[57]. I due verranno poi scarcerati, per uscire definitivamente dall'inchiesta[58], non essendoci a loro carico indizi tali da giustificarne il rinvio a giudizio, e soprattutto essendo i due detenuti in carcere nel periodo in cui fu commesso l'omicidio di Claudio Stefanacci e Pia Rontini[59][60]. Per un certo periodo venne indagato per gli omicidi anche Salvatore Vinci, fratello di Francesco[61][62]. Stefano Mele morì nel 1995 per una crisi cardiaca sopravvenuta a seguito di un intervento chirurgico, mentre risiedeva in uno ospizio per ex detenuti a Ronco all'Adige, presso Verona[63].

Claudio Stefanacci e Pia Rontini (Domenica, 29 luglio 1984)[modifica | modifica wikitesto]

Claudio Stefanacci e Pia Gilda Rontini

Le vittime del penultimo delitto del Mostro di Firenze sono Claudio Stefanacci, studente universitario di 21 anni, e Pia Gilda Rontini di 18 anni, da poco tempo impiegata presso il bar "La nuova spiaggia" della stazione ferroviaria di Vicchio e majorette nella banda musicale del paese. L'auto dei giovani, una Fiat Panda celeste del ragazzo, è parcheggiata in fondo a una strada sterrata che si diparte dalla strada provinciale Sagginalese, contro il terrapieno di una collina. Quando vengono aggrediti, i due ragazzi sono seminudi sul sedile posteriore dell'auto. L'omicida spara attraverso il vetro della portiera destra colpendo il ragazzo quattro volte (di cui una alla testa), e due volte la ragazza che aveva tentato la fuga (un proiettile alla schiena e uno alla fronte)[64].

In seguito l'assassino infierisce con diverse coltellate sui corpi dei due ragazzi, colpendo due volte alla gola Pia e una decina di volte Claudio. Alla ragazza vengono asportati il pube e la mammella sinistra. Verrà ritrovata con il proprio reggiseno ancora serrato tra le dita della mano destra[64]. La catenina che portava è stata strappata ed è stato sottratto il pendente a forma di croce. In questo caso la borsetta non è stata frugata né manomessa, presumibilmente perché nascosta sotto il sedile del passeggero.

identikit dell'uomo visto da Baldo Bardazzi poche ore prima dell'omicidio del 1984

La madre del ragazzo, impensierita del ritardo, lo va a cercare dagli amici che, conoscendone le abitudini, vanno a cercarlo dove sapevano che si appartava in auto, scoprendo così i cadaveri[64]; anche la madre della ragazza era preoccupata per l'insolito ritardo della figlia che al momento di uscire di casa, poco dopo le 21, aveva promesso di rientrare entro un'ora essendo stanca per aver lavorato tutto il giorno[28].

Anche in questo caso pare che la vittima femminile avesse subito molestie da parte di ignoti nei giorni precedenti al delitto. Un'amica di Pia, conosciuta durante un soggiorno di studio in Danimarca e che in seguito aveva intrattenuto con lei relazioni di corrispondenza, riferì tempo dopo di aver ricevuto una telefonata dalla giovane, pochissimo tempo prima del delitto, in cui Pia le riferiva che nel bar dove lavorava "c'erano persone poco piacevoli assieme alle quali si sentiva molto insicura"[65].

Tale fatto sembra peraltro avvalorato da un riscontro raccolto in una fase successiva al delitto: Baldo Bardazzi, suo padre Piero e sua sorella, gestori di una tavola calda in località San Piero a Sieve, hanno dichiarato di riconoscere nei due fidanzati uccisi una coppia che nel pomeriggio del 29 luglio 1984, intorno alle 16:45, poche ore prima dell'omicidio, si era intrattenuta presso il loro locale. Subito dopo loro, secondo il teste Bardazzi, era arrivato un "signore distinto", di circa 40/45 anni, alto, corpulento, con sguardo intenso e burbero, in giacca e cravatta, dai capelli biondi sul rossiccio, che aveva ordinato una birra e si era seduto all'esterno del locale, scrutando con intensità e rabbia i due ragazzi che erano all'interno della tavola calda. Una volta presa la birra, nell'atto di avviarsi fuori dal locale per prendere il posto, volgeva lo sguardo verso i due giovani mostrando un subitaneo moto di rabbia, contraendo gli occhi e digrignando la bocca, mostrando appena i denti. Questo atteggiamento rabbioso venne notato dai Bardazzi anche mentre l'uomo era seduto fuori dal bar. Non appena i giovani, consumato il pasto, si avvicinarono alla cassa per pagare, l'uomo, che aveva impiegato mezz'ora per consumare mezzo bicchiere, bevve la restante birra tutta d'un fiato e si accodò a loro. Il Bardazzi, su richiesta dei Carabinieri, partecipò ai funerali delle vittime con l'intento di individuare, se presente, il personaggio visto presso il proprio locale, non riconoscendolo tuttavia tra i presenti[28].

Un uomo dalla fisionomia simile è stato visto, circa due sabati prima del delitto, anche da Emanuela Bazzi, collega di Pia presso il bar in cui lavorava. In particolare l'uomo è stato descritto come alto, robusto, stempiato con capelli biondo-rossicci, dal viso pieno e con dialetto toscano, con un'età apparente di 45 anni. In una testimonianza la Bazzi ha riferito che l'uomo in questione le rimase impresso in quanto, anteriormente all'omicidio di Pia e Claudio, ha dato fastidio ad una ragazza, presumibilmente in vacanza, entrata nel bar per prendere un gelato. L'uomo, sapendo evidentemente dove l'adolescente soggiornasse, le chiese: "Sei ancora accampata lassù?". Ricevendo una risposta affermativa, le chiese altresì: "Allora stasera vengo a trovarti?". La ragazza rispose nervosamente: "No, io stasera non ci sono". La Bazzi affermò che la giovane rimase talmente turbata che non prese neanche il resto e se ne andò via velocemente. Il giorno prima dell'omicidio l'uomo, dopo aver ordinato un caffè, importunò la stessa Bazzi, chiedendole: "Manuela, ma tu vai a ballare?". Scocciata, gli diede risposta negativa. La collega di Pia chiese notizie circa questo sconosciuto, venendo a sapere che era di Scarperia. Alla Bazzi non fu fatto fare nessun identikit, tuttavia vide l'identikit del Bardazzi, affermando che l'uomo assomigliava al soggetto raffigurato. Anche un'altra collega di Pia, Luciana Lelmi, vide il 22 luglio 1984, per la prima volta, un uomo importuno, descrivendolo come robusto, molto stempiato con capelli biondi lisci e accento toscano, con un'età intorno ai 45 anni. In tale occasione, con la Pia presente al bancone del bar, chiese: "quante siete a lavorare qui?". La Lelmi rispose: "In tanti". Al quel punto Lui disse di aver visto una signora molto mora ed una "moretta" e la Lelmi gli disse che una delle persone da lui vista era la proprietaria, mentre l'altra era una signora di Dicomano. Secondo la Lelmi, il soggetto in questione appariva non del tutto normale quando parlava e aveva la caratteristica di scrutare le persone dall'alto al basso vogliosamente. Visualizzò l'identikit del Bardazzi affermando che l'uomo raffigurato era somigliante al soggetto da lei notato, asserendo, tuttavia, di non conoscerlo. L'uomo è stato visto l'ultima volta dalla Lelmi il 1 agosto 1984, tre giorni dopo il delitto, entrato nel bar per prendere un caffè. In tale occasione, rispetto alle altre volte, non ha avuto nessun tipo di interazione con le persone nel bar, non dimostrando atteggiamenti molesti. Consumato il caffè l'uomo se ne va e non verrà visto mai più[66][67].

Questa persona fu vista anche da altri due testimoni: Franco L. e Tiziana S. Franco riferì di aver visto, la sera del 28 o 29 luglio, intorno alle ore 20:00, presso il bar "La nuova Spiaggia", un uomo molto distinto, con sguardo serio definito "mussoliniano", alto, robusto, stempiato con capelli corti chiari, entrato per consumare un caffè; il teste ha visualizzato l'identikit, ritenendo l'uomo visto molto somigliante a quello raffigurato. Tiziana afferma, invece, di aver visto sabato 14 luglio un uomo sui 40/45 anni, alto, distinto, robusto, dal viso leggermente ovale, stempiato con capelli castano chiaro o biondo-rossicci. Egli si trovava dietro a un cespuglio sulla riva della Sieve, a una decina di metri dall'imbocco della stradina dove si è verificato il delitto, spiando le persone che stavano pescando e prendendo il sole. Improvvisamente i presenti risultano essere allarmati dalla caduta di un sasso e tutti si girano verso l'uomo che, notando di essere osservato, si dilegua[68]

Anche una guardia giurata, Nicola Esposito, vide un uomo dalle stesse caratteristiche somatiche: l' 11 settembre 1985 (pochi giorni dopo l'ultimo delitto del Mostro, avvenuto presso la Piazzola di Scopeti) l'Esposito andò presso una caserma dei Carabinieri per denunciare un episodio avvenuto nell'estate del 1981. In particolare, la guardia giurata stava consumando un caffè presso un bar sito in località "Nome di Gesù" a Calenzano, quando viene avvicinato da un uomo che stava bevendo una birra al banco. L'uomo fece domande all'Esposito circa l'arma in dotazione e, poco dopo, tirò fuori tre proiettili calibro 22 Long Rifle (con H impressa sul fondello), dall'aspetto vecchio e ossidato, domandando: "li vuoi? Tanto io a casa ne ho altri 5 o 600". L'Esposito li prese, li mise in tasca e se ne andò. La guardia giurata descrive il tale come alto (circa 180 cm), robusto, con un po' di pancia davanti e con spalle larghe, viso rotondo con gote rossicce, stempiato con capelli molto corti tirati in dietro di colore biondo-rossiccio, dal collo normale e senza barba né baffi; l'accento era toscano, non accentuato[69][70].

Mauro Poggiali, amico di Pia Rontini, afferma che, nella settimana prima del delitto, accompagnando la ragazza a casa con la propria auto dopo il turno serale, ha notato di essere stato seguito un paio di volte da un'auto di media cilindrata di colore amaranto o rosso sbiadito. Vi sono, inoltre, numerosi avvistamenti, nella settimana precedente all'omicidio, di un'auto Renault rosso amaranto ferma con una sola persona a bordo, nei pressi dello svincolo per la fattoria "La Rena"[71]. Secondo la testimonianza resa nel 2017 da Giampiero Vigilanti, Pia Rontini sarebbe stata uccisa "per un rifiuto"[72].

Nel processo a Pacciani il teste Bardazzi venne ascoltato dal PM Canessa, che mise in luce alcune incongruenze nella sua testimonianza, in quanto non coincidevano innanzitutto i tempi di spostamento della coppia dei ragazzi rispetto al tragitto casa-locale Bardazzi-luogo di lavoro di Pia Rontini, e in più lo stesso Bardazzi al processo non si dimostrò così certo di riconoscere i ragazzi e la loro auto parcheggiata davanti al locale. Tuttavia in plurime testimonianze il Bardazzi ha affermato di essere sicuro che i ragazzi da lui visti fossero Pia e Claudio, in quanto furono riconosciuti anche da suo padre e dalla sorella nell'immediatezza del fatto, una volta usciti i giornali, e anche perché la coppia vista aveva parcheggiato, nei pressi del locale, una Fiat Panda di colore chiaro, proprio come la macchina di Claudio (che era di colore celeste chiaro). I due ragazzi, a detta del Bardazzi, non erano facce nuove ed erano già venuti alla tavola calda altre volte. Ciò che rese contestabile la deposizione del Bardazzi agli occhi degli inquirenti fu, in particolare, la testimonianza del padre di Pia, Renzo Rontini, secondo il quale, verso le ore 16:00 del giorno del delitto, mentre lui stava vedendo la Formula 1 alla televisione, avrebbe chiesto alla figlia di portargli una birra. Fatto ciò, la ragazza si sarebbe intrattenuta un po' di tempo in casa, uscendo poi per fare un giro di circa 25 minuti, prima dell'inizio del turno lavorativo fissato per le ore 17:00[73]. Pertanto, secondo questa deposizione, la giovane avrebbe avuto oggettivamente poco tempo per andare con il fidanzato presso la tavola calda del Bardazzi (che dista circa 9,4 km dalla piazza centrale di Vicchio), fare merenda e poi ritornare. Tuttavia, come evidenziato da Paolo Cochi, Renzo si è confuso con gli orari, in quanto il giorno 29 luglio 1984 l'unica trasmissione di auto emessa dalla televisione è "Grand Prix" (su Italia 1) dalle ore 13:00 alle 14:00, ovvero due ore prima rispetto a quanto affermato. La madre di Pia, Winnie Kristensen Rontini, riportò che la figlia sarebbe uscita intorno alle ore 16:05 e ritornata alle 16:50, rendendo la testimonianza del Bardazzi plausibile. Infatti, ipotizzando che la coppia si sia intrattenuta presso la tavola calda per circa 20 minuti (il Bardazzi dice che si intrattennero circa una mezz'ora), dato che il tempo medio di percorrenza Piazza centrale Vicchio - Locale Bardazzi (e viceversa) è di circa 10 minuti, i giovani avrebbero avuto a disposizione circa 40-45 minuti, periodo di tempo che coincide con quanto detto dalla madre di Pia, ovvero che la ragazza sarebbe stata fuori 45 minuti (dalle 16:05 alle 16:50)[74].

Il Bardazzi affermò in data 1 agosto 1984 presso la Compagnia dei Carabinieri di Borgo San Lorenzo quanto segue: "in data 29 luglio, domenica, verso le 16:45, poco prima o poco dopo, si presentarono nel mio bar due giovani, che io conoscevo solo di vista, nel senso che non erano due facce nuove e già altre volte erano stati nel mio locale, che poi riconobbi il lunedì pomeriggio, leggendo il giornale e vedendo le foto, come i due ragazzi trucidati dal cosiddetto mostro, riconosciuti anche da mio padre e da mia sorella, che erano con me al bar [...] I ragazzi restarono nel locale circa mezz'ora, poco più poco meno [...] Nel piazzale antistante il locale di regola i clienti parcheggiano la macchina. E difatti anche i due ragazzi avevano parcheggiato la loro, che io vidi, e che era una panda chiara [...][75]. L'orario indicato nel verbale, ovvero le 16:45, non sarebbe compatibile in quanto non avrebbe permesso a Pia di arrivare in tempo a Vicchio per lavorare. Tuttavia, il Bardazzi dà soltanto un orario indicativo e lungi dal voler essere preciso, tanto da sottolineare nella deposizione la propria incertezza con la frase: "poco prima o poco dopo". Inoltre come ha più volte detto nelle molteplici interviste, in particolare quelle con il documentarista Paolo Cochi, lui quel giorno non controllava l'orologio non potendo, di conseguenza, essere eccessivamente preciso sull'orario in cui ha visto i due ragazzi, manifestando pertanto un margine di incertezza umanamente comprensibile[76].

Nel marzo del 1994 le croci piantate sul luogo del delitto dal padre di Pia, in memoria dei due giovani assassinati sono state danneggiate da ignoti[77]; Renzo Rontini si è impegnato profondamente per la ricerca della verità sul caso fino alla sua morte, avvenuta per un attacco cardiaco nel dicembre 1998[78].

Jean-Michel Kraveichvili e Nadine Mauriot (Domenica, 8 settembre 1985)[modifica | modifica wikitesto]

Jean-Michel Kraveichvili e Nadine Mauriot

L'ultimo duplice delitto (quello su cui si hanno più particolari e riscontri[79]) avviene nella campagna di San Casciano in Val di Pesa, in frazione Scopeti, all'interno di una piazzola attigua a un cimitero e attorniata da cipressi, in cui erano solite appartarsi le coppie[80]. Le vittime sono due giovani francesi, Jean-Michel Kraveichvili, musicista venticinquenne di origini georgiane, e la trentaseienne Nadine Mauriot (la vittima più anziana del mostro), titolare di un negozio di calzature, madre di due bambine piccole recentemente separata dal marito, entrambi provenienti da Audincourt, una cittadina dell'est della Francia.

Le vittime sono accampate in una piccola tenda a poca distanza dalla strada. L'omicidio è stato fatto risalire da taluni alla notte di domenica 8 settembre 1985, da altri a quella tra sabato 7 settembre e domenica 8 settembre 1985, considerazione che era motivata con la presenza sui cadaveri delle vittime di larve di mosca che necessitano di almeno 25 ore di tempo per svilupparsi[28] e dalle condizioni tanatologiche dei corpi riesaminate su foto da esperti molti anni dopo, come è riportato da una perizia del professor Francesco Introna[81] e, successivamente, da un reportage televisivo di Paolo Cochi[82][83]. Tuttavia nel 2020 l'entomologa forense Denise Gemmellaro, docente di scienze forensi alla Kean University (USA) e membro dell' American Board of Forensic Entomology (ABFE), intervenuta nella trasmissione streaming "Le Notti Del Mostro" affermerà che le larve miste a uova trovate sul cadavere della Mauriot potevano essere compatibili con una ovoposizione del Lunedi 9 Settembre 1985 avvalorando come riportato in tutte le sentenze e in accordo con la confessione di Giancarlo Lotti e la testimonianza oculare di Fernando Pucci, la possibilità che il delitto possa essere stato commesso la notte tra Domenica 8 Settembre 1985 e Lunedì 9 Settembre 1985. Dichiara altresì però che non essendo rilevabile lo stadio di sviluppo delle larve, in mancanza di un campione delle stesse da poter analizzare al microscopio e in mancanza di dati fondamentali come il tipo di specie, è impossibile confermare o escludere qualsiasi ipotesi.

Le modalità dell'aggressione sono simili a quelle precedentemente messe in pratica dall'omicida, eccettuato il fatto che, in questo caso, le vittime non si trovavano in auto ma in una tenda piantata vicino alla propria auto: l'assassino, dopo aver reciso con un coltello il telo esterno della tenda sulla parte posteriore, si sposta verso l'ingresso della tenda e spara. Nadine muore subito; Jean-Michel, ferito non mortalmente, riesce a uscire dalla tenda e a fuggire verso il bosco, ma viene raggiunto dall'omicida che lo finisce a coltellate e poi ne occulta il corpo, cercando di nasconderlo tra alcuni rifiuti in un posto poco distante dalla tenda[84]. Dopo averlo estratto dalla tenda per effettuare le mutilazioni sul pube e sulla mammella sinistra, anche il cadavere della donna viene in qualche modo occultato e risistemato all'interno della tenda in modo che non sia subito visibile.

lettera inviata dal Mostro di Firenze alla procuratrice Silvia Della Monica

Il particolare modus operandi attuato dall'omicida in quest'ultimo delitto lascia presupporre che l'assassino avesse l'intento di ritardare il più possibile la scoperta dei corpi. A questo, si aggiunge anche il fatto che l'omicida ha voluto, in maniera esplicita, sfidare gli inquirenti: tra le ore 12:00 di sabato 7 settembre e le 12:00 di lunedì 9 settembre imbuca presso l'ufficio postale di San Piero a Sieve una missiva contenente un lembo di seno sinistro di Nadine Mauriot, dalla misura di 2,8 x 2,0 cm e spessore di 2-3 mm. Dall'esame istologico effettuato sullo stesso si evince quanto segue: "tessuto adiposo di origine umana con quadro corrispondente a quello di ghiandola mammaria in stato di riposo, del tutto analogo ai tessuti corrispondenti alla mammella sinistra di Nadine Mauriot"[85]. La lettera è stata recapitata presso la Procura della Repubblica di Firenze in data 10 settembre 1985 intorno alle ore 10:30. La procuratrice Silvia Della Monica, che dai primi mesi del 1984 ha delegato le indagini a colleghi per occuparsi di altri casi, è il destinatario della macabra corrispondenza. Sul fronte della busta, oltre ad essere regolarmente presente un francobollo da 450 lire raffigurante il Castello di Bosa, è scritta, con lettere ritagliate da un giornale periodico, la seguente frase: "DOTT. DELLA MONICA SILVIA PROCURA DELLA REPUBLICA 50I00 FIRENZE". Da notare che la parola "Repubblica" venne scritta con una lettera B mancante e il numero 1 del codice postale "50100" venne scritto con una lettera I maiuscola. L'omicida per incollare le lettere di giornale e il francobollo ha utilizzato una colla a base di destrina, mentre per sigillare la lettera non ha utilizzato la saliva, bensì una comune colla UHU. All'interno della busta è presente un foglio piegato su stesso e incollato accuratamente lungo i margini con colla UHU e, all'interno di tale foglio, giace un sacchetto in polietilene contenente il predetto lembo di seno[86]. Per 35 anni non si è saputo quale rivista il Mostro abbia utilizzato per ritagliare le lettere. Tuttavia, nel 2020 la rivista è stata identificata da Valeria Vecchione come il periodico Gente numero 51 del 21 dicembre 1984[87], in edicola dal 14 al 20 dicembre dell'anno suddetto. La lettera inviata dall'omicida, come detto poc'anzi, è stata recapitata in Procura il 10 settembre 1985; tuttavia la notizia venne mantenuta volutamente segreta fino al pomeriggio del 26 settembre 1985, rimbalzando su tutti i quotidiani il giorno seguente.

Oltre alla lettera inviata alla Della Monica, presso la Procura di Firenze giunsero anche altre lettere: il 1 ottobre, vengono recapitate due buste anonime indirizzate ai due sostituti procuratori Paolo Canessa e Francesco Fleury. Tali lettere contengono la fotocopia di un articolo ritagliato de La Nazione del 29 settembre 1985 (scritto da Mario Spezi) dal titolo "Altro errore del mostro" e sottotitolo "la notte del delitto tutte le strade erano controllate e la sua auto potrebbe essere stata segnalata da un casellante". Sul bordo della fotocopia vi è il seguente testo scritto con macchina da scrivere: "uno a testa vi basta". All'interno della busta, oltre all'articolo di giornale, è presente un foglio di carta sul quale è stato pinzato un dito di guanto di tipo chirurgico contenente una cartuccia marca Winchester calibro. 22 con "H" impressa sul fondello. Il 5 ottobre giunge in procura un'altra lettera, indirizzata al sostituto procuratore Piero Luigi Vigna. All'interno della busta sono presenti dei guanti interi di tipo chirurgico e un dito di guanto contenente una cartuccia marca Winchester calibro.22 con "H" impressa sul fondello del bossolo[74]. Su tutte e tre le lettere il nome e l'indirizzo del destinatario sono stati scritti a macchina. Gli esami biologici evidenziarono che sui lembi delle tre buste c'erano tracce di saliva che diedero esito positivo di appartenenza a soggetto con gruppo sanguigno A. Non esiste però alcuna certezza che questo messaggio sia stato inviato dall'assassino, poiché esso non conteneva alcuna prova inequivocabile della provenienza da parte del responsabile e non di un mitomane. Il brandello di seno spedito al PM rimane l'unico "messaggio" inequivocabilmente inviato dagli/dall'assassino/i agli inquirenti[88].

Il 3 dicembre 2018 viene rinvenuta una nuova ogiva di proiettile in un cuscino della tenda da campeggio dei due giovani francesi 33 anni dopo l'omicidio, che consente agli inquirenti di acquisire nuove informazioni e smentire o confermare le molteplici teorie sui possibili responsabili[89][90][91].

Indagini[modifica | modifica wikitesto]

Pista sarda[modifica | modifica wikitesto]

Per il duplice omicidio del 1968 venne ritenuto colpevole dall'autorità giudiziaria Stefano Mele, marito di Barbara Locci, una delle vittime massacrate a Signa. Mele, dopo un'iniziale confessione seguita da alcune ritrattazioni e poi da una nuova confessione, venne condannato in via definitiva dal Tribunale di Perugia, il 12 aprile 1973. Sebbene la sentenza non sia mai stata revisionata, il delitto è stato collegato al Mostro di Firenze poiché collegato alla pistola dell'assassino[92].

Secondo una ricostruzione del giornalista de La Nazione, Mario Spezi, all'indomani degli omicidi Mainardi-Migliorini, nell'estate del 1982, quando ancora si riteneva che la serie di omicidi del Mostro avesse avuto inizio il 14 settembre 1974, sarebbe stato recapitato agli inquirenti un ritaglio di un giornale relativo all'omicidio del 1968 recante l'indicazione di controllare il fascicolo processuale relativo al caso Mele[55][93]. Il giudice Vincenzo Tricomi richiese il fascicolo al Tribunale di Perugia, ricevendo notizia che fosse già stato trasmesso a Firenze il 1 aprile 1974[49]. Attorno al 20 luglio 1982, all'interno del fascicolo Mele vennero rinvenuti cinque bossoli e cinque proiettili. Dalle successive analisi risultò che tali reperti fossero stati sparati dall'arma da fuoco del Mostro, pertanto venne dedotto che la pistola dell'assassino fosse stata utilizzata anche per compiere gli omicidi del 1968[10]. In quanto Mele si trovava in carcere nel 1974, le indagini si indirizzarono nei confronti di altri presunti autori del delitto del 1968 da lui accusati, tutti di origine sarda[30]. Questa indagine, sviluppatasi nel corso degli anni '80, rappresentò il principale filone di indagine del caso Mostro fino al proscioglimento di tutti i sospettati nel 1989[30].

Gli investigatori interrogarono Mele che tornò ad accusare Francesco Vinci che nell'agosto 1982 era in carcere per maltrattamenti alla moglie[94]. Vinci era stato a suo tempo amante della moglie di Mele e aveva addirittura abbandonato la famiglia per vivere con la donna, venendo denunciato da questa, per abbandono del tetto coniugale e concubinato[95] e venne pertanto posto in stato di fermo con l'imputazione di maltrattamenti al coniuge[96] - e mentre è in carcere, due mesi dopo venne anche accusato di essere il “mostro”, ma poi avvenne un nuovo omicidio, quello del 1983, e venne quindi scagionato dall'accusa[94][97]; anni dopo fu trovato assassinato, nel 1993,[94] insieme con un amico, Angelo Vargiu, in una pineta nei pressi di Chianni; i loro corpi, incaprettati, erano stati rinchiusi nel bagagliaio di una Volvo data alle fiamme; si ipotizzò un collegamento con la vicenda del "mostro", ipotesi però quasi subito scartata[98]; più probabilmente, date anche le modalità del delitto, era da ritenersi una vendetta nata in ambienti malavitosi sardi attorno ai quali pare che Vinci gravitasse. Il caso è rimasto sostanzialmente insoluto.[99] Il giornalista Mario Spezi scoprì che non era rimasta traccia dell'informazione anonima che, nell'estate del 1982, dopo l’omicidio, aveva suggerito agli inquirenti il collegamento tra i delitti del mostro e quello del 1968, per il quale era già stato condannato il marito della vittima.[93] L'inchiesta si chiuse nel 1989 con un nulla di fatto.[30]

Ipotesi Pacciani[modifica | modifica wikitesto]

Pietro Pacciani nella prima metà degli anni ottanta
Ruggero Perugini, capo del SAM

Dopo l'omicidio del 1985 (l'ultimo della serie) le indagini proseguirono ma, fino al 1991, non ci furono sviluppi significativi. La SAM (Squadra Anti-Mostro), il pool di forze dell'ordine che indagava esclusivamente sugli omicidi del mostro dal 1984, era capeggiata da Ruggero Perugini. Pietro Pacciani diventò il primo sospettato nel 1991, mentre questi si trovava in carcere per la condanna per stupro nei confronti delle sue due figlie; anche una lettera anonima risalente al 1985 invitava gli inquirenti a indagare su di lui.[100] Il pool di Perugini, oltre alla lettera anonima, aveva il nome di Pacciani schedato nel computer fra le molte persone aventi le caratteristiche per essere l'assassino seriale.[101]

Nato ad Ampinana il 7 gennaio 1925, ex partigiano[102] soprannominato il Vampa per via del suo carattere irascibile e per i suoi trascorsi giovanili come mangiafuoco per le fiere paesane (che una volta gli costarono un'ustione al viso), Pacciani è stato descritto come un uomo collerico, depravato e brutale indipendentemente dalle accuse riguardanti i delitti del Mostro di Firenze. Nel 1951, a 26 anni, Pacciani sorprese l'allora fidanzata, Miranda Bugli (appena quindicenne), in atteggiamenti intimi con un altro uomo, tale Severino Bonini di 41 anni; preso dalla gelosia, uccise a coltellate il rivale costringendo poi la ragazza ad avere un rapporto sessuale accanto al cadavere. Arrestato e processato, dichiarerà d'essere stato accecato dal furore avendo visto la fidanzata denudarsi il seno sinistro[103] (lo stesso che negli ultimi due delitti venne asportato alle vittime femminili del pluriomicida). Per questo omicidio, Pacciani viene condannato a 13 anni di carcere che sconta interamente. La storia fece scalpore in Toscana, tanto da essere raccontata dai cantastorie. L'analogia di questo delitto con quelli del "mostro" sarà l'intuizione e l'indizio principe che porterà gli inquirenti a indagare seriamente su Pacciani.

Gli inquirenti si convincono, accumulando indizi, che Pacciani sia l'assassino seriale con la tesi che ucciderebbe le coppie per rivivere, da "vincitore", il delitto del 1951, accanendosi particolarmente sulla donna che simboleggia l'ex-fidanzata che l'ha tradito.[104] Gli indizi erano vari: Pacciani scriveva la parola Repubblica con una sola B (come scritto nella busta col lembo di seno inviata dall'assassino nel 1985[105]), possedeva giornali e riviste che parlavano dei delitti del Mostro di Firenze e foto con pubi segnati a matita[106] e aveva scritto su un foglio un numero di targa di un'auto appartenente a una coppia che si appartava nella zona degli Scopeti, luogo del delitto del settembre 1985.[107] Inoltre Pacciani aveva legami (alcuni espliciti, altri più forzati) con tutti i luoghi dove avvennero gli otto duplici omicidi; aveva vissuto e lavorato nelle due aree dove il "mostro" aveva colpito più spesso: il Mugello e la Val di Pesa; aveva un ipotetico legame anche con Signa (poiché nel 1968 vi risiedeva l'ex-fidanzata Miranda Bugli, che in seguito visse anche a Scandicci[108]), e Calenzano (poiché là viveva l'amico Giovanni Faggi[109]). Tuttavia, ciò che poteva avere teoricamente valenza probatoria, erano soltanto tre oggetti detenuti da Pacciani: una cartuccia trovata in giardino (se realmente fosse stata inserita nell'arma dell'assassino[110]), un blocco da disegno e un portasapone (se realmente fossero appartenuti alle vittime del Mostro di Firenze del 1983).[111] Era una persona sessualmente perversa e violenta, anche dopo l'omicidio del 1951, non soltanto nei confronti della famiglia, come quando prese a calci e colpi di pala un guardiacaccia che finì ricoverato per 26 giorni in ospedale[112]. Pacciani, oltre a definirsi totalmente estraneo ai delitti, voleva dare di sé anche l'immagine dell'agnelluccio e del lavoratore della terra agricola (come lui stesso amava definirsi), cioè l'immagine della persona buona e semplice, nonostante al suo paese tutti lo conoscessero invece come un uomo assai violento, prepotente e litigioso e tanti suoi compaesani avessero molta paura di lui e si guardavano dal frequentarlo.[113]

L'opinione pubblica fu sostanzialmente divisa in due sulla sua colpevolezza riguardo ai delitti.[114] Ciò che è biograficamente certo, di là dalle varie teorie sull'identità dell'assassino, è che Pacciani era un personaggio alquanto particolare: bugiardo cronico, poeta e pittore autodidatta per hobby, cimentatosi in mille mestieri.[115] La sua indole violenta si riversò negli anni sulla moglie, Angiolina Manni, una donna semi-inferma di mente (bastonata e costretta a rapporti sessuali), e sulle loro due figlie, Rosanna e Graziella,[116] tenute segregate in casa, nutrite con cibo per cani, picchiate, violentate con falli artificiali e zucchine, costrette a vedere foto pornografiche del padre ripresosi in pose oscene; le due figlie se ne andarono di casa non appena diventarono maggiorenni, rompendo definitivamente i rapporti con il padre, e poco dopo aver lasciato l'abitazione, lo denunciarono per stupro (accusa per cui Pacciani è stato condannato in via definitiva, restando in carcere dal 1987 al 1991).[103]

Processi[modifica | modifica wikitesto]

Processo a Pacciani[modifica | modifica wikitesto]

Pacciani a processo, gennaio 1994

Pacciani venne arrestato con l'accusa di essere l'omicida delle otto coppie il 17 gennaio 1993. Il 19 aprile 1994, con il collegio difensivo composto dagli avvocati Piero Fioravanti e Rosario Bevacqua, ebbe inizio il processo di primo grado, presieduto da Enrico Ognibene, con l'accusa rappresentata dal sostituto procuratore Paolo Canessa, processo che rivela anche le violenze familiari commesse dal contadino,[6] e che si conclude il 1º novembre 1994 con la condanna dell'imputato all'ergastolo da parte del tribunale di Firenze con l'accusa di essere il responsabile di quattordici dei sedici omicidi per cui era imputato (venne ritenuto non colpevole del primo duplice omicidio del 1968).[117] Verrà però assolto, quindici mesi più tardi, nel secondo grado di giudizio.[118] Infatti, il 13 febbraio 1996 Pacciani (in carcere da 1.100 giorni), nel cui collegio difensivo si era nel frattempo aggiunto anche il famoso avvocato Nino Marazzita, è assolto dalla Corte d'appello di Firenze per non aver commesso il fatto e viene dunque scarcerato.[118][119] Il magistrato presidente della corte d'assise d'appello, Francesco Ferri, critica aspramente l'impianto accusatorio contro Pacciani (mettendo poi, nero su bianco, tutte le critiche all'indagine in un libro[120]); l'assoluzione viene chiesta anche dal PM del processo d'appello, Piero Tony.[121] Successivamente però, il 12 dicembre 1996, la Cassazione annulla l'assoluzione e dispone un nuovo processo d'appello,[122] che non verrà mai celebrato a causa della morte di Pacciani, il 22 febbraio 1998. Il processo d'appello a carico di Pacciani fu giudicato viziato da un errore tecnico, che non consentì di sentire e verbalizzare le testimonianze di quattro persone (i testi Alfa, Beta, Gamma e Delta[123]), tra i quali c'era anche Lotti, che pochi mesi dopo si accuserà di alcuni degli omicidi come complice di Vanni e Pacciani.

Per la condanna di Pacciani in primo grado sono stati valutati vari elementi, perlopiù di valore indiziario. Intercettazioni ambientali di violenti rimproveri alla moglie Angiolina (che in sé non provavano niente, ma che indebolirono l'immagine di uomo mite e inoffensivo che Pacciani voleva dare di sé), una cartuccia per pistola (in appello poi giudicata come "priva di valore" in un'"inchiesta inquinata"[124]) compatibile con i bossoli trovati sui luoghi degli omicidi e rinvenuta nell'orto di Pacciani,[125] alcuni oggetti che l'accusa ritenne appartenessero ad alcune delle vittime[6][126][127] oltre alle testimonianze di alcune persone che lo riconobbero nei luoghi degli omicidi perlopiù in veste di guardone.[128][129] Un elemento dapprima trascurato nei processi contro Pacciani fu l'insieme dei grossi movimenti di denaro sul conto bancario dell'agricoltore, cifre forse troppo cospicue all'epoca dei fatti per un semplice contadino quale lui era.[130] Questo denaro venne considerato come indizio del suo coinvolgimento solo nelle inchieste successive alle condanne ai "compagni di merende", quando si ipotizzò che Pacciani e i suoi compari di bevute ricevessero denaro per eseguire gli omicidi su commissione da parte di mandanti mai identificati.[6][131]

La tesi che vuole Pacciani capo-assassino mercenario su commissione è incompatibile con quella del processo del 1994, dove Pacciani era accusato di essere un omicida seriale solitario fin dal delitto di Signa del 1968.[132] Solo a metà degli anni novanta, con l'arrivo a capo della Squadra mobile di Firenze di Michele Giuttari le indagini si concentrarono più dettagliatamente anche su alcuni amici di Pacciani coinvolti nella vicenda, Mario Vanni, Giancarlo Lotti, Fernando Pucci e Giovanni Faggi[133][134][135] (quest'ultimo assolto, in tutti e tre i gradi di giudizio, da ogni accusa riguardante gli omicidi[135][136][137][138]). Un altro agricoltore della zona, Giorgio Rea, venne inizialmente sospettato per via dell'amicizia decennale che lo legava a Pacciani, Vanni, Lotti, Pucci e Faggi, ma i sospetti caddero quasi subito nel corso di pochi giorni.[139] A seguito dell'assoluzione di Pacciani nel processo d'appello, la moglie decise di andarsene da casa per non avere rapporti col marito e nel luglio dello stesso anno avviò le pratiche per la separazione. Nel dicembre del 1996 Pacciani viene rinviato a giudizio per sequestro e maltrattamenti ai danni della moglie.[140] In particolare gli inquirenti addebitavano a Pacciani di aver aggredito la moglie nel 1992, al ritorno della stessa da un interrogatorio durante il quale la signora avrebbe rilasciato dichiarazioni compromettenti per il marito a causa del possesso di un fucile mai denunciato, anche se si trattava di un'arma che non era sicuramente quella usata per i delitti.[140] La reazione di Pacciani fu registrata e ascoltata in diretta dalla polizia che aveva apposto alcune microspie nella casa del contadino.[6]

Pacciani, dopo la sentenza di assoluzione di secondo grado, era tornato ad abitare da solo nel suo casolare, dove la sera era solito barricarsi in casa, sprangando la porta e tutte le serrande, quasi avesse timore di qualcosa o di qualcuno (così come confermato dalle testimonianze dei vicini).[4]. Il 22 febbraio 1998, alla vigilia dell'inizio del secondo processo d'appello, Pacciani venne trovato morto nella sua abitazione di Mercatale con i pantaloni abbassati e il maglione tirato in alto fino al collo. Gli indumenti presentavano un importante imbrattamento fecale. Dai rilievi necroscopici, eseguiti dal dott. Giovanni Marello - medico legale presso l'Università di Firenze - emerge come Pacciani sia morto di cause naturali. In termini anatomopatologici, è stata evidenziata una condizione di severa coronaropatia ateromasica con cardiomiopatia dilatativa postischemica (esito di multipli pregressi eventi infartuali); un quadro di incipiente stato anasarcatico con fegato avente "aspetto a noce moscata" (indicativo, nel caso di specie, di scompenso cardiaco congestizio biventricolare con epatomegalia congestizia); una condizione di spiccato edema polmonare; un quadro di importante enterite - di verosimile origine infettiva - con verosimili multipli, profusi, episodi diarroici (si ricordi come il Pacciani presentava imbrattamento fecale degli indumenti); un quadro di aterosclerosi polidistrettuale con interessamento - oltre che a livello coronarico - anche a livello dei vasi del poligono di Willis con atrofia corticale, ectasia ventricolare ed edema; un quadro di gastrite emorragica diffusa; un quadro di ipertrofia prostatica e cistite. A livello del cavo gastrico veniva rilevata la presenza di Formoterolo fumarato, farmaco antiasmatico meglio noto con il nome commerciale di Eolus. Gli esami tossicologici eseguiti non hanno dato positività circa la presenza del farmaco anzidetto nel torrente ematico, escludendo di seguito un possibile effetto causale/concausale la morte da parte della molecola. Va ricordato che il farmaco in oggetto era stato prescritto dal medico di base di Pacciani, Dott.ssa Anna Maria Gambassini, in data 19 aprile 1997. La prescrizione era stata fatta per verosimili problemi bronchiali. Il decesso del Pacciani, pertanto, è da ascriversi ad una insufficienza respiratoria da edema polmonare causato da scompenso cardiaco acuto in corso di ipovolemia ad eziologia dissenterica, in soggetto con un quadro di significativa cardiopatia ischemica cronica. Da segnalare anche che, la presenza di una condizione di dissenteria può provocare significative alterazioni elettrolitiche, con particolare riferimento alla ipokaliemia. Quest'ultima condizione patologica può essere stata una importante concausa nel determinare la morte, in quanto le riduzioni del potassio nel sangue possono scatenare arresto cardiaco per alterazioni della ripolarizzazione cardiaca, soprattutto su un substrato di miocardio già elettricamente instabile per sofferenza ischemica[141].

Nelle indagini circa la pista esoterica e i mandanti, è stato ipotizzato dagli inquirenti - e in particolare dal dott. Michele Giuttari - che Pacciani facesse parte di una setta esoterica-satanica e che fosse stato ucciso, tramite il farmaco antiasmatico, dai membri della setta predetta perché accusato di averli traditi. Tale ipotesi oltre a non aver trovato riscontri medico-legali è illogica in quanto il farmaco è stato prescritto dal medico di base del Pacciani. La presenza dell'antiasmatico a livello gastrico può essere spiegata con il fatto che Pacciani, in preda ad una condizione di dispnea (ovvero di difficoltà a respirare) causata dall'edema polmonare acuto (riscontro autoptico), ha assunto il farmaco sperando di respirare meglio (in quanto i farmaci antiasmatici sono dei broncodilatatori, ovvero dilatano i bronchi, permettendo alla persona affetta da asma di respirare meglio).[senza fonte]

Il fatto che Pacciani sia morto di cause naturali, è stato anche ribadito recentemente dal medico legale Giovanni Marello (colui che ha eseguito l'autopsia su Pacciani), in una intervista racconto con Paolo Cochi. In particolare il prof. Marello ha sottolineato il fatto che Pacciani fosse un anziano gravemente cardiopatico e i rilievi anatomopatologici evidenziati in sede autoptica - contestualmente alle patologie di base del Pacciani - non sono compatibili con un avvelenamento[142].

Pertanto l'ipotesi - ripetutamente sostenuta da Michele Giuttari - circa cui Pacciani sia morto di cause non naturali ma per avvelenamento, oltre ad apparire illogica, non ha nessun tipo di valore medico-legale.[senza fonte]

I resti mortali di Pacciani vennero esumati il 17 luglio 2013 per essere destinati a una fossa comune.[143]

Uno dei testimoni principali dell'accusa contro Pacciani fu Giuseppe Bevilacqua,[144] ex direttore del cimitero americano di Firenze che disse di aver visto il contadino vicino alla piazzola dell'ultimo crimine attribuito all'assassino, nel 1985, a poche ore dagli omicidi.[145] Bevilacqua è diventato protagonista di un'inchiesta condotta dal giornalista Francesco Amicone pubblicata tra il 2018 e il 2021 su tempi.it[146] e sui quotidiani Libero[147] e Il Giornale[148] (che in seguito al primo articolo di Amicone su Libero ha fatto marcia indietro).[149] Oltre ad aver ammesso al giornalista di essere il responsabile dei delitti del Mostro, Bevilacqua avrebbe smentito quanto dichiarato a processo su Pacciani, sostenendo di conoscere il contadino di Mercatale da molto tempo prima della sua deposizione.[147]

Processo ai compagni di merende[modifica | modifica wikitesto]

Mario Vanni[modifica | modifica wikitesto]

Mario Vanni, colui che peraltro diede origine all'espressione compagni di merende, qui agli arresti domiciliari, 24 dicembre 1997

Mario Vanni, nato a San Casciano in Val di Pesa il 23 dicembre 1927, portalettere in pensione, detto Torsolo per il suo fisico esile, è rimasto particolarmente famoso come inventore involontario della locuzione compagni di merende, che i media ricavarono dalla caricatura di una sua espressione. Sentito infatti come testimone al processo contro Pacciani, il postino, alla domanda «Signor Vanni, che lavoro fa lei?» rispose incominciando la sua deposizione in modo inatteso e illogico dicendo «Io sono stato a fa' delle merende co' i' Pacciani no?», suscitando così l'ilarità generale e facendo supporre al PM che l'interrogato fosse stato istruito a dare precise risposte. Più verosimilmente, Vanni fu tratto in inganno dall'espressione "che lavoro fai?", che nel dialetto toscano equivale all'italiano "ma cosa hai combinato?". Il suo continuo, goffo e reticente riferimento a tali merende, oltre a determinarne l'incriminazione, produsse l'ironico modo di dire, usato per indicare persone legate da un rapporto losco o comunque poco onesto.[senza fonte]

Vanni viene arrestato in concomitanza con l'assoluzione, poi annullata, di Pietro Pacciani, per concorso in duplice omicidio e vilipendio di cadavere, messo in atto secondo l'accusa proprio assieme a Pacciani.[119][150] Durante lo svolgimento del processo Vanni ha dimostrato un atteggiamento ostile nei confronti dei giudici, dettato in maggior parte dall'ignoranza, dall'abuso di alcol, dalla paura e dalla sua età avanzata, che non gli permetteva forse di comprendere lucidamente lo svolgersi delle udienze. Viene spesso richiamato e allontanato dall'aula, fino a essere espulso dopo aver minacciato il PM Paolo Canessa con l'espressione «poi ci sarà il Signore che punirà il signor Canessa co' un malaccio 'nguaribile che gli toccherà patire come un cane» e aver vantato la sua fede politica per Mussolini gridando in aula «Viva il Duce, il lavoro e la libertà! Ritorneremo! Prima o dopo».[6] Tuttavia, il suo avvocato difensore Nino Filastò riuscì in seguito a farlo riammettere in aula.

Vanni fu condannato al carcere a vita. La condanna, per soli quattro degli otto duplici omicidi, è stata resa definitiva nel 2000 dalla Corte di Cassazione. Nel 2004 la pena gli venne sospesa per motivi di salute, in quanto affetto da demenza senile. Vanni trascorse i suoi ultimi cinque anni di vita in una casa di riposo per anziani non autosufficienti a Pelago, in provincia di Firenze. Ricoverato il 12 aprile 2009 nell'ospedale di Ponte a Niccheri morì il giorno dopo, all'età di 81 anni.[151] Le esequie si tennero il 15 aprile nel cimitero di San Casciano in Val di Pesa dove fu poi sepolto, alla presenza della sorella, dei nipoti e di alcuni amici.[152]

Mario Vanni viene descritto dall'Avvocato Nino Filastò come una persona mite, dotata di una rara onestà, puntuale nei pagamenti e rispettoso della moglie Luisa. Durante il dibattimento pubblico del processo di Primo Grado contro i Compagni di Merende però l'Avvocato Curandai di Parte Civile insistette su un fatto precedente di molti anni. Basandosi su una denuncia aveva sostenuto, come confermato da Michele Giuttari, che il postino una volta aveva inseguito la moglie con un coltello e l'aveva fatta cadere dalle scale mentre era incinta. Questa caduta provocò, secondo Giuttari e Curandai, la disabilità della bambina che portava la Luisa in grembo che ad otto anni morì giovanissima.[senza fonte]

Questo evento avrebbe dovuto appesantire la posizione di Mario Vanni che era accusato anche di avere devianze sessuali perché si recava da delle prostitute con dei vibratori.[senza fonte]

Ma il suo Avvocato, documentandosi meglio su quel lontano evento, scoprì che il postino non aveva fatto cadere affatto la moglie dalle scale. La situazione era ben diversa... suscitata forse da una lettura tendenziosa. Infatti l'unico accenno che si faceva alle scale riguardava la testimonianza di un vicino che aveva riferito che:" I litigi dei novelli sposi avvenivano anche sulle scale dinanzi a casa mia." Inoltre Vanni fu accusato di maltrattamenti familiari non di lesioni lievi o gravi. D'altronde lo stesso Vanni ammise di essere stato violento con la moglie nei primi mesi del matrimonio perché lei, nascondendo il fatto di essere malata di epilessia, si rifiutava di avere rapporti con il marito che, inconsapevole della malattia della moglie, la picchiava. Ma in seguito, come confermò la stessa moglie di Vanni, il postino la rispettò con civiltà ed educazione. Fra i due sposi si instaurò con il tempo un rapporto quasi di fratellanza.[senza fonte]

Dunque su Mario Vanni non c'era nulla che gravava. L'uomo frequentava solo prostitute, accompagnato da Lorenzo Nesi. L'unico elemento che lo collega ai delitti del Mostro di Firenze sono le dichiarazioni di Lotti e la conoscenza di Pietro Pacciani.[senza fonte]

Ma la loro conoscenza non era d'altronde molto rafforzata da un'amicizia: Pacciani era stato un partigiano, Vanni era un fascista fanatico prima di Mussolini e poi di Almirante.[senza fonte]

Ma l'opinione pubblica aveva ormai deciso che Mario Vanni doveva essere una persona losca. Opinione pubblica alimentata anche dal libro "Compagni di Sangue", di Michele Giuttari e Carlo Lucarelli che uscì nel 1998, ancor prima della sentenza del processo d'Appello.[senza fonte]

Lo stesso Vanni continuava a ripetere all'Avvocato e alla famiglia che il processo glielo stavano facendo perché era fascista. Credeva che la sua carcerazione fosse dovuta al fatto che lui fosse di fede fascista e che dunque, secondo una mentalità da "toghe rosse", doveva essere eliminato dalla società.[senza fonte]

Giancarlo Lotti[modifica | modifica wikitesto]

Giancarlo Lotti nel 1996

Giancarlo Lotti, detto Katanga, fu condannato a 30 anni di reclusione per i delitti del Mostro di Firenze; come Mario Vanni era nato anch'egli a San Casciano in Val di Pesa il 16 settembre del 1940. Rimasto orfano di entrambi i genitori in giovane età e isolato dai parenti, era un disoccupato che in precedenza aveva svolto solo piccoli lavori saltuari. Alcolista fin dall'adolescenza e con problemi intellettivi, viveva con gli aiuti della locale Caritas e, incapace di pagarsi autonomamente un affitto, aveva trovato un alloggio presso la parrocchia di un parroco[153]. Lotti rese confessione agli inquirenti[6] costretto dalla testimonianza dell'amico Fernando Pucci, che indicò di aver visto il delitto di Scopeti del 1985 e di essere stato lì condotto da Lotti stesso: «La visibilità non era male perché c'era la luna crescente, quella buona perché nascano i funghi. Appena ci si avvicinò vedemmo due persone tra la macchina che ho detto e la tenda. Una era più bassa e tarchiata e l'altra era più alta. Quello tarchiato aveva in mano una pistola. Quello più alto aveva in mano un coltellone da cucina. Quello tarchiato ci vide e ci disse subito dietro: Vi ammazzo, vi ammazzo, andate via! Noi si girò le spalle e si scappò. Quando si fu tornati all'altezza della macchina io ero parecchio impaurito. Uno dei due mi parve il Vanni, anzi era sicuramente il Vanni. Quello tarchiato con la pistola, lo riconobbi per il Pacciani.»[154] Lotti ammise quindi di essere stato presente al delitto, accusando Pacciani e Vanni. Successivamente, individuato come presente anche al delitto del 1984, incastrato da alcune intercettazioni – in particolare quelle con le ex prostitute Ghiribelli (1951-2004[155]) e Nicoletti – si è autoaccusato anche di quel crimine, come dei due precedenti del 1982 e 1983. In particolare nell'omicidio dei due ragazzi tedeschi del 1983 dove avrebbe sparato,[156] minacciato da Pacciani stesso. Le testimonianze di Lotti, come reo confesso, vennero ritenute decisive in tutti i gradi di processo sui compagni di merende, benché l'imputato avesse mantenuto un atteggiamento ambiguo e reticente come risulta dalla sentenza di primo grado: «(...) lo stesso Lotti, di fronte a certi risultati delle indagini che lo inchiodavano alle sue responsabilità, ha cercato soltanto di uscirne col minor danno possibile, ammettendo i fatti e dando indubbiamente un contributo in ordine alla condotta dei suoi complici, però soltanto nell'ambito del chiarimento dei singoli episodi di duplice omicidio, per i quali è stato raggiunto da elementi probatori. Inoltre, si è ben guardato dal fare i nomi di altri personaggi, che pur esistono nella presente vicenda (...)»[157].

Risulta infondata la tesi secondo cui Lotti sarebbe stato un soggetto suggestionabile, ritardato, mitomane e che quindi le sue dichiarazioni fossero per questo motivo non attendibili. Scrive il giudice nella sentenza di appello, citando le perizie cui l'imputato fu sottoposto: «Vale la pena allora subito ricordare che il detto individuo (il Lotti Giancarlo appunto) sottoposto a perizia da consulenti del Pubblico Ministero - l'incarico venne affidato ai Proff. Ugo Fornari e Marco Lagazzi, medico specialista in psicologia e professore di psicologia giudiziaria presso l’università di Genova il secondo e medico specialista in psichiatria e professore ordinario di psicopatologia forense presso l’università di Torino il primo, nel corso delle indagini preliminari, è stato dichiarato soggetto “lucido, vigile cosciente, perfettamente orientato nel tempo, nello spazio, nei confronti della propria persona e della situazione in esame”. Si legge nel medesimo elaborato che "... il patrimonio intellettivo non appare certo brillante, specie a livello di intelligenza teorico-astratta, ma è caratterizzato da buona abilità di comprensione e di gestione dei problemi pratici e concreti... non si rilevano segni di deterioramento mentale, come, attestato dalla vivacità e non esauribilità della attenzione, dalla modulazione dei pensiero, dalla prontezza e pertinenza delle risposte, dalla capacità di analisi e di critica e dalla stessa reticenza opposta a taluni argomenti...»[158]. Inoltre lo stesso giudice così ha riportato in relazione alla paventata possibilità che Lotti avesse potuto autoaccusarsi per ottenere dei benefici: «il sospetto che questi abbia pensato di risolvere i problemi della sua vita scontando 30 anni di reclusione ma contento di ciò per i vantaggi che la legge riserva ai collaboratori di giustizia, ebbene tale cosa appare a questo giudice priva di senso perché del tutto indimostrata innanzitutto e contraria al buon senso comune in secondo luogo»[159]. Va detto che la difesa di Mario Vanni (Avv. Nino Filastò) evidenziò alcune incongruenze nella ricostruzione dei delitti fatta da Lotti, non accolti dal giudice. Lotti è stato definito: "persona intrinsecamente credibile non soltanto per quanto attiene i propri comportamenti criminali ma anche per quanto riguarda i delitti commessi dai suoi complici. D'altro canto le sue dichiarazioni accusatorie sono apparse sempre riscontrate in maniera precisa e inconfutabile"[160]. Lotti non ha ottenuto, come richiesto dal suo legale, alcun beneficio come collaboratore di giustizia, non essendo riconosciuto come tale dai giudici. La sua condanna è stata di 26 anni di reclusione. Venne scarcerato il 15 marzo 2002 per gravi motivi di salute e il 30 marzo successivo, all'ospedale San Paolo di Milano, morì a 61 anni per via di un tumore al fegato, da cui era afflitto da molto tempo, a causa del suo alcolismo decennale.[161] Lotti fu sepolto nel cimitero di San Casciano in Val di Pesa. I suoi resti mortali vennero esumati il mattino del 3 dicembre 2015.[162]

Fernando Pucci[modifica | modifica wikitesto]

Fernando Pucci

Nato a Montefiridolfi l'8 novembre del 1932[163] era amico dei tre "compagni di merende", con una invalidità civile riconosciuta nel 1983 per oligofrenia, ed è stato un teste decisivo nella vicenda e nelle condanne ai compagni di merende. Riguardo alle sue condizioni venne redatta una nuova perizia affidata ai consulenti Lagazzi e Fornero che vennero incaricati di accertare se realmente Pucci fosse affetto da qualche invalidità e così si espressero: "Il patrimonio intellettivo è apparso povero ma non propriamente così deficitario come risulta dalla patologia accertata dalla commissione per gli invalidi civili nel lontano 1983...attenzione vigile e memoria valida senza cenni di cedimento o di rallentamento o di intorpidimento... Il pensiero è poco ricco di contenuti, piuttosto monotono e poco modulato. I nessi logici sono comunque conservati e i contenuti sono sempre risultati pertinenti al contesto in esame. Non disturbi formali o deliranti dell'ideazione... affettivamente è apparso povero e lievemente iposintonico ma capace di stabilire un rapporto adeguato con gli esaminatori ...non disturbi a carico del rapporto con la realtà e con gli altri"[164].

Secondo le valutazioni, raccolte dal giudice, non esisteva motivo perché tale soggetto non fosse in grado di rendere una testimonianza. Depose contro Pacciani e Vanni come testimone oculare degli ultimi due omicidi (quello del 1984 a Vicchio e quello del 1985 agli Scopeti)[165]: "Per guardare cosa accadeva senza essere notati girammo un po' tra le frasche per arrivare al lato della macchina parcheggiata vicino alla tenda. Poco dopo vedemmo questa scena: uno dei due, quello più alto, cioè il Vanni, andò dietro la parte posteriore della tenda e con quel coltellaccio da cucina che aveva in mano tagliò il tessuto. Ricordo anche il rumore che fece, come di tela strappata. Il gesto che io vidi mi sembrò come fatto dal basso verso l'alto. A questo punto l'uomo uscì dalla tenda, dalla parte anteriore, scappando verso il bosco, cioè dalla parte opposta della strada. L'altro che aveva la pistola, cioè il Pacciani, gli sparò e gli andò dietro mentre quello scappava, continuando a sparare"[166]. Le dichiarazioni di Pucci hanno lasciato dei dubbi, il teste è arrivato a parlare per gradi, all'inizio appariva reticente. Inoltre in aula la difesa ha cercato di inficiarne le dichiarazioni, essendo il teste fondamentale nel corroborare le chiamate in correo di Lotti.[167] Fernando Pucci muore il 25 febbraio 2017, all'età di 84 anni.[168] È sepolto nel cimitero di Montefiridolfi, frazione di San Casciano in Val di Pesa.

Ipotesi sui presunti mandanti[modifica | modifica wikitesto]

Le indagini sui delitti del Mostro e sui compagni di merende hanno successivamente condotto gli inquirenti a ipotizzare l'esistenza di mandanti dei delitti.[169] Tale ipotesi si basa su alcune dichiarazioni del teste e imputato Giancarlo Lotti, il quale dichiarò nel processo che i feticci escissi dai corpi femminili sarebbero stati comprati da un ignoto "dottore"[6], e sul ritrovamento di un possibile simbolo esoterico, una piramide tronca di granito colorato (una rara varietà di una pregevole pietra ornamentale, nota come "breccia africana") di circa quindici centimetri, rinvenuta ad alcuni metri dai corpi esanimi dei ragazzi uccisi in occasione del delitto dell'ottobre 1981.[170] Occorre però ricordare che tale oggetto viene spesso usato come fermaporte nelle campagne toscane. Infatti, secondo Spezi era un fermaporte d'uso comune in Toscana.[171]

Altri presunti riscontri di un possibile movente magico-esoterico si sono avuti in occasione dell'ultimo delitto della serie, quello del 1985; pochi giorni prima di essere assassinate, le due vittime si erano accampate in zona Calenzano ma erano stati invitati ad andarsene da un guardacaccia, in quanto il campeggio libero non era consentito in quella zona.[6] In seguito lo stesso guardacaccia aveva rinvenuto, poco distante dal luogo in cui i due si erano accampati la prima volta, tre cerchi di pietre, di cui due aperti e uno chiuso, contenenti bacche, pelli di animali bruciate e croci di legno. Secondo il parere di alcuni inquirenti tali cerchi di pietre potrebbero essere ricondotti a pratiche di tipo rituale, da collegarsi con le fasi di individuazione, condanna a morte ed esecuzione materiale della coppia.[6] Tuttavia l'episodio del guardiacaccia è stato recentemente smentito dall'avvocato dei familiari delle vittime.[senza fonte] Infatti non risulterebbe la presenza dei due a Calenzano dagli scontrini che la coppia era solita conservare durante i viaggi; inoltre tutti i possibili avvistamenti della coppia francese meritano una riflessione e il beneficio del dubbio. Questo è dovuto al fatto che la foto della vittima francese che finì sui giornali (cioè quella del passaporto della vittima), mostrava la donna più giovane e con i capelli cortissimi, mentre nel settembre '85 Nadine aveva i capelli lunghi e qualche anno in più. Ciò è stato anche documentato in un programma televisivo.[172]

Le frequentazioni di Pacciani e Vanni durante gli anni degli omicidi alimentarono un filone d'inchiesta su possibili moventi esoterici e riti legati al satanismo alla base dei delitti.[173][174][175] In particolare Pacciani e Vanni frequentavano un tale Salvatore Indovino, sedicente mago e cartomante originario di Catania,[176] presso una cascina situata nelle campagne di San Casciano, dove, a detta di molti, si consumavano orge e riti collegabili all'occultismo.[4] Durante le perquisizioni eseguite dalla Polizia di Stato a casa di Pacciani sono stati trovati almeno tre libri ricollegabili alla magia nera e al satanismo.[4] La cosiddetta pista esoterica si riallaccia anche alle grosse somme di denaro delle quali Pacciani entrò in possesso negli anni dei delitti, da cui nacque l'idea che i compagni di merende agissero per conto di personalità rimaste ignote[177][178] e interessate a ricavare «feticci» dai corpi mutilati.[169] Pacciani, modesto agricoltore, arrivò addirittura a disporre di 157 milioni di lire (corrispondenti, nel 1996, a 117.069,52 euro nel 2018[179]) in contanti e buoni postali fruttiferi, oltre ad aver acquistato un'automobile, due case e ristrutturato completamente la sua abitazione.[4] I controlli eseguiti dalla Polizia di Stato evidenziarono che Pacciani, prima dei delitti attribuibili al Mostro di Firenze, versava in condizioni economicamente modeste e non ereditò beni che potessero giustificare le somme di denaro ritenute (ma non da tutti) troppo cospicue e improvvise per un semplice contadino quale lui era.[4] Anche Mario Vanni arrivò a disporre di cifre importanti, anche se in misura nettamente inferiore a quelle di Pacciani. Chi non crede a Pacciani assassino prezzolato da mandanti misteriosi rimasti ignoti, fa notare che il contadino, oltre ad affittare un appartamento, svolgeva molti lavori in nero ed era noto per la sua spilorceria, come sottolinea Giuseppe Alessandri nel libro La leggenda del Vampa. Inoltre il presunto complice Lotti era tutt'altro che ricco visto che negli anni ottanta e novanta trovava lavoretti e alloggio solo grazie all'aiuto del prete del paese, essendo a tutti gli effetti un disoccupato indigente. Anche Vanni, nonostante le cifre trovate sui suoi conti, è deceduto in una modesta casa di riposo di provincia.[180]

Le sentenze che condannano i compagni di merende si basano principalmente sulle tanto discusse testimonianze di Pucci e, soprattutto, di Lotti. Ciò ha impedito l'individuazione di un movente certo, organico e globale, che fosse valido per tutti i delitti. Infatti Lotti, prima di accennare al misterioso "dottore", aveva cambiato più volte versione sui motivi per cui Pacciani e Vanni avessero ucciso. Inizialmente Lotti, nel 1996, dichiarava "che i delitti erano stati atti di rabbia per approcci sessuali che le vittime avrebbero respinto".[181] Invece un anno più tardi, fornì un'altra versione sul movente, affermando che la volontà di Pacciani sarebbe stata quella di uccidere per poi dare da mangiare i «feticci» alle figlie.[182] Il dibattito sull'attendibilità di Lotti rimane aperto nell'opinione pubblica, nonostante costui sia stato decisivo per ottenere sentenze giudiziarie definitive sulla vicenda.[senza fonte] Nel 2010 Pier Luigi Vigna, ex procuratore di Firenze occupatosi del caso, si è dichiarato scettico sull'esistenza di un possibile secondo livello di mandanti, a dimostrazione del fatto che le inchieste successive a quelle dei compagni di merende non abbiano avuto sviluppi.[183] Anche Piero Tony, sostituto procuratore generale al processo d'appello contro Pacciani, definì ironicamente aria fritta l'ipotesi dei mandanti.[184]

Possibili collegamenti con il caso Narducci[modifica | modifica wikitesto]

Francesco Narducci

Francesco Narducci era un medico e professore universitario di Perugia, appartenente a una delle famiglie perugine più facoltose e in vista, morto nel lago Trasimeno a 36 anni, il 13 ottobre 1985, poche settimane dopo l'ultimo delitto del Mostro di Firenze. La morte, all'epoca, fu archiviata come incidente e la salma fu tumulata senza procedere ad autopsia, apparendo abbastanza chiara la causa di morte per annegamento. Si è ipotizzato che fosse il responsabile dei delitti (sulla base di una testimonianza, ritrattata, di una domestica che lo avrebbe visto scrivere una confessione in cui chiedeva perdono[185], e in tempi recenti sulla base di una delle controverse "dichiarazioni spontanee" del criminale pluriomicida Angelo Izzo[186]) o, da parte di Michele Giuttari e dell'inchiesta di Perugia, uno dei capi della misteriosa «setta» che avrebbe commissionato gli omicidi.[187]

Il suo coinvolgimento si fonda inizialmente sull'intercettazione telefonica di un gruppo di pregiudicati che avrebbero minacciato una tale «Dora»[4] di farle «fare la stessa fine del "medico ucciso sul Trasimeno"», proprio come Narducci, e sulla base di alcune lettere anonime ricevute dagli investigatori nei mesi successivi, nelle quali veniva collegato il medico agli omicidi.[188] In seguito furono intercettate altre telefonate minacciose rivolte a «Dora»: in una di queste una voce femminile (molto alterata) faceva riferimento, oltre al presunto omicidio di Narducci, anche all'«omicidio di Pacciani». Secondo la voce al telefono, entrambi gli omicidi sarebbero stati commessi dagli appartenenti a una «setta satanica», perché le vittime sarebbero state colpevoli di averli traditi:[4] la stessa fine, nella telefonata, era minacciata anche a «Dora».[189] Il procedimento per le telefonate intercettate proseguì e portò a una condanna patteggiata. Dichiarazioni di persone informate sui fatti e anomalie negli accertamenti sul cadavere ripescato dalle acque del lago Trasimeno portarono a ipotizzare che il Narducci fosse stato assassinato. Nel 2002 venne riesumata la salma, sulla quale esami autoptici dimostrarono la presenza di lesioni compatibili, secondo il consulente Giovanni Pierucci dell'Università di Pavia, con lo strozzamento; ipotesi avvalorata anche dal rinvenimento di tracce di narcotizzanti nei tessuti.[190] Proprio l'ipotizzato omicidio del medico, legato alla sostituzione del suo cadavere[190][191] con quello di uno sconosciuto in maniera tale da insabbiare le indagini sulle effettive cause della morte nell'autunno del 1985, ha dato luogo all'avvio di un'inchiesta giudiziaria da parte della Procura della Repubblica di Perugia che ha ipotizzato il coinvolgimento di una loggia massonica, alla quale risultava appartenere il padre di Narducci,[192] coinvolta sia nella copertura degli omicidi del mostro sia nella sostituzione del cadavere.[193][194] Secondo Ugo Narducci invece, il figlio Francesco si tolse volontariamente la vita dopo che gli era stato diagnosticato un grave problema di salute.[192] All'epoca, però, la versione ufficiale della famiglia fu quella della disgrazia e, del resto, nessuna conferma ha avuto la nuova versione della famiglia Narducci sul suicidio motivato dalla scoperta di una malattia. Nel giugno del 2009, una parte dell'inchiesta relativa alle modalità della morte del medico perugino è stata archiviata dal GIP del capoluogo umbro.[195] Per Mario Spezi e Francesco Calamandrei, indagati insieme con altri nella vicenda, il GIP ha archiviato a norma dell'art. 125 disp. att. c.p.p., cioè per insufficienza e contraddittorietà degli elementi.[196]

Per quanto riguarda la morte per omicidio di Francesco Narducci, il GIP Marina de Robertis ha disposto l'archiviazione (accogliendo la stessa richiesta del pubblico ministero Giuliano Mignini). Comunque, bisogna sottolineare che il GIP, nell'ordinanza con cui ha disposto l'archiviazione per insufficienza di prove,[197] ha accolto e confermato i risultati delle indagini svolte dalla Procura di Perugia[197], stabilendo inoltre che Narducci era stato ucciso,[197] che il cadavere ripescato il 13 ottobre 1985 non poteva essere quello del medico ma quello di uno sconosciuto,[197] che il Narducci era morto in circostanze di tempo e di luogo completamente diverse tra loro[da chiarire] e che non era annegato.[197] Sempre secondo il GIP, Narducci era risultato coinvolto negli ambienti nei quali erano maturati i delitti del Mostro di Firenze.[197] Per quanto riguarda, invece, la gran parte dei reati «minori», tra i quali quelli di soppressione e occultamento di cadavere e uso illegittimo e soppressione di svariati documenti, il GIP ha riconosciuto la maturata prescrizione in relazione agli indagati principali.[197] L'ordinanza di archiviazione è stata impugnata in Cassazione dal padre e dal fratello del medico morto ma la Corte stessa ha dichiarato inammissibile il ricorso.[197] In particolare il GIP De Robertis, nell'ordinanza con cui ha accolto la richiesta di archiviazione per insufficienza di prove, ha affermato che «l'ipotesi del suicidio o dell'evento accidentale è sconfessata dagli elementi emergenti dalle consulenze tecniche».[198] Inoltre nella stessa ordinanza, con riferimento allo scambio del cadavere di Narducci con quello di uno sconosciuto, ha affermato che le testimonianze hanno trovato conferma nelle consulenze di natura antropometrica, «tutte concordi sul punto essenziale: il cadavere dell'uomo di Sant'Arcangelo non poteva essere Narducci»[198] e che «gli interrogativi sulla morte e sull'identità dello sconosciuto rimangono».[198] Riguardo ai collegamenti con i delitti fiorentini, «numerose sono le dichiarazioni di persone informate che hanno riconosciuto Narducci come frequentatore dell'ambiente legato ai delitti.»[198]

Un altro filone dell'inchiesta, relativo al procedimento n. 2782/95/21 e alla ipotizzata associazione per delinquere e a reati più recenti (posti in essere da vari soggetti istituzionali e dalla famiglia, oltre che da giornalisti e finalizzati a nasconderne l'omicidio e le sue cause e a sostituire il cadavere e comunque a depistare le indagini attraverso la riabilitazione di piste ormai sconfessate a livello giudiziario, come quella della cosiddetta "pista sarda") è stato aperto dalla Procura della Repubblica di Perugia.[199] In particolare si contestava, come s'è detto, a membri della famiglia di Narducci e a vari esponenti delle istituzioni, il reato di associazione per delinquere finalizzata all'occultamento di cadavere e altri reati.

I soggetti, secondo l'accusa, avrebbero occultato le reali modalità della morte di Narducci, sostituendo a tal fine il suo cadavere con quello di uno sconosciuto.[199] Inoltre avrebbero impedito l'autopsia sul cadavere, assolutamente di regola in casi simili di sospetto annegamento: l'autopsia non fu eseguita all'epoca, ma soltanto dopo la riapertura delle indagini da parte della Procura di Perugia. Va sottolineato che all'epoca non furono neppure scattate foto del cadavere e le uniche utilizzate nelle indagini erano state effettuate da un fotoreporter del quotidiano "La Nazione". Il tutto sarebbe stato fatto, secondo la Procura, per evitare che emergesse il coinvolgimento del medico nella vicenda criminale fiorentina. Il 20 aprile 2010, all'esito dell'udienza preliminare davanti al Gup di Perugia, il tribunale ha emesso sentenza di non luogo a procedere con diverse e articolate formule.[200][201]

Nonostante il termine per il deposito della motivazione da parte del GUP fosse scaduto alla data del 20 luglio 2010, solo il 20 febbraio 2012, dopo un ritardo di quasi due anni, il GUP ha depositato la motivazione di ben 934 pagine. Il giudice, pur avendo dovuto valutare la possibilità di sviluppo o meno in giudizio dell'impianto accusatorio, ha, in pratica, adottato una decisione di merito, contestando gli accertamenti del 1985, ma anche le risultanze degli accertamenti medico legali del Dipartimento di Medicina Legale dell'Università di Pavia e quelli antropometrici del Reparto investigazioni scientifiche (RIS) di Parma e ha formulato l'ipotesi suicidiaria, escludendo un coinvolgimento del Narducci nei duplici omicidi di coppie attribuiti al Mostro di Firenze.[202] Narducci si sarebbe ucciso "stordendosi" con la meperidina, un farmaco chiamato anche petidina.

In meno di 15 giorni, il PM storico dell'indagine sul caso Narducci, Giuliano Mignini, ha impugnato la sentenza in Cassazione il 7 marzo 2012. Nel ricorso, il PM ha censurato la totale assenza della motivazione richiesta per una sentenza di non luogo a procedere al termine dell'udienza preliminare, sostituita da una ricostruzione del tutto personale e di merito della vicenda, operata dal GUP, in violazione dei limiti che la legge pone ai poteri del Giudice dell'udienza preliminare. Inoltre, sempre secondo il PM Mignini, la sentenza è affetta da gravi violazioni di norme sostanziali, dalla profonda contraddittorietà della stessa motivazione di merito utilizzata dal GUP e da altrettanto gravi incompatibilità tra diversi capi della stessa sentenza. Anche la vedova del Narducci, Francesca Spagnoli, ha impugnato in cassazione la sentenza Micheli. Per altri procedimenti minori, sempre legati alla vicenda, è stato fissato il giudizio. Ancora altri filoni processuali della vicenda sono sospesi ex lege in attesa della definizione del procedimento per cui è intervenuto il ricorso in cassazione del PM.

In data 22 marzo 2013 la Terza Sezione della Corte di Cassazione accoglieva quasi completamente il ricorso proposto dal PM Giuliano Mignini, fatta eccezione per l'ipotesi associativa e annullava la sentenza Micheli, senza rinvio, per i reati che, nel frattempo, erano caduti in prescrizione e con rinvio al GUP di Perugia per le ipotesi di reato non prescritte. Durissima era stata la requisitoria del Procuratore Generale Gaeta che aveva chiesto l'integrale accoglimento del ricorso. Tra le ipotesi di reato che tornarono dinanzi al GUP di Perugia, vi erano anche quelle di «calunnia e tentata calunnia aggravate», contestate a Mario Spezi e ad altri due imputati e che erano costate al giornalista la misura della custodia cautelare in carcere. Nel 2014 il GUP Giangamboni ha definitivamente assolto tutti gli imputati perché il fatto non sussiste e per intervenuta prescrizione, accogliendo la richiesta del procuratore generale facente funzioni Antonella Duchini, archiviando la morte di Narducci come probabile omicidio commesso da ignoti.[203]

Ipotesi Francesco Calamandrei[modifica | modifica wikitesto]

Nella primavera del 1988 Mariella Ciulli, ex moglie di Francesco Calamandrei, farmacista di San Casciano, si recò dai carabinieri e riferì che alcuni anni prima, quando era ancora sposata con l'uomo, aveva trovato in casa una pistola, precisamente una Beretta calibro 22, e nel frigorifero alcuni macabri feticci, a sua detta provenienti dalle vittime femminili del mostro di Firenze. Subito i carabinieri effettuarono una perquisizione in casa di Calamandrei, senza però trovare nulla di insolito.[204] Il 21 marzo 1991, la donna si presentò nuovamente dai carabinieri per fornire nuove informazioni. Secondo quanto dichiarato, Mariella Ciulli, la notte del 21 agosto 1968, si trovava in auto, assieme al marito, nelle vicinanze di Castelletti di Signa (teatro del duplice omicidio Lo Bianco-Locci), quando entrambi sentirono degli spari. I due videro poi un bambino e lo portarono in salvo. La Ciulli dichiarò inoltre che il marito era solito frequentare brutta gente (tra cui proprio Pacciani, Vanni e Lotti), e che, la notte dell'ultimo omicidio del mostro di Firenze, questi ritornò a casa con ferite al volto; rivelò poi che l'uomo era stato possessore di diverse armi, che poi gettò in mare a Punta Ala, poco dopo il delitto degli Scopeti. I carabinieri perquisirono nuovamente l'abitazione del farmacista, ma anche stavolta non trovarono niente di sospetto o di particolare.[204]

A causa delle sue rivelazioni non supportate da prove, la Ciulli venne ben presto presa per una visionaria, mossa dal desiderio di vendicarsi del marito che l'aveva lasciata per un'altra donna con la quale si era poi risposato, e ripetute successive denunce di questa nei confronti dell'ex marito non vennero nemmeno prese in considerazione dalle forze dell'ordine.[205] Nel 2000, inoltre, venne fatta rinchiudere in una clinica psichiatrica perché, sulla base di alcune perizie, venne riconosciuta come malata di mente.[senza fonte]

Il 16 gennaio 2004 il capo della squadra mobile di Firenze, Michele Giuttari, incaricato di ristudiare il caso del mostro, chiese al PM Paolo Canessa il mandato per perquisire la casa dell'ex farmacista. Il 20 gennaio 2004 ebbe luogo la perquisizione e a Calamandrei questa volta venne anche notificato un avviso di garanzia.[206] Nel giugno 2005 Calamandrei ricevette anche una informazione di garanzia per concorso nell'omicidio di Francesco Narducci.[204]

Il 21 maggio 2008, al termine di un processo con rito abbreviato incominciato nel settembre 2007, Calamandrei[207][208], accusato di essere il mandante dei delitti del mostro di Firenze, viene assolto dalle accuse «in quanto il fatto non sussiste».[209][210][211] Sempre nello stesso anno il GUP di Perugia decise di archiviare il fascicolo che vedeva Calamandrei indagato, insieme con il giornalista Mario Spezi, nell'inchiesta sulla morte di Francesco Narducci. Francesco Calamandrei è morto il 1º maggio 2012, per un malore che lo colpì nell'androne della propria abitazione, all'età di 71 anni.[212]

Ipotesi alternative alle sentenze giudiziarie[modifica | modifica wikitesto]

L'impatto culturale e mediatico della vicenda dell'assassino seriale di Firenze, durata oltre quarant'anni, fu notevole e causò un vasto interessamento dell'opinione pubblica e un'ampia produzione saggistica che ha analizzato vari aspetti del caso proponendo anche varie ipotesi alternative a quanto accertato in sede giudiziaria.

Ipotesi dell'assassino seriale solitario legato alla pista sarda[modifica | modifica wikitesto]

Una tesi seguita negli ultimi anni e profilata ad esempio dalla scrittrice inglese Magdalen Nabb nel libro The Monster of Florence del 1996[213] e dal giornalista Mario Spezi nel libro Dolci colline di sangue del 2006 è quella secondo cui il mostro sarebbe un individuo legato al «clan dei sardi», già indagato marginalmente nelle vicende degli omicidi seriali. La tesi in questione muove dalla ricostruzione del primo omicidio del 1968, considerandolo effettivamente commesso per ragioni sentimentali e «d'onore» da parte di soggetti legati alle famiglie Mele e Vinci, con la pistola Beretta e i proiettili utilizzati successivamente dal mostro. Tuttavia, il mostro sarebbe del tutto estraneo a tale vicenda essendosi appropriato solo successivamente della pistola e delle munizioni per avviare, dal delitto del 1974, la catena seriale di omicidi.[6] Secondo questa ipotesi solo un componente delle famiglie coinvolte nel primo delitto del 1968 avrebbe potuto appropriarsi di pistola e proiettili, essendo del tutto improbabile una cessione, da parte del detentore, di un'arma e di una scatola di proiettili già utilizzati in un omicidio (quello del 1968, e quindi potenzialmente a rischio per lo stesso venditore). Sarebbe soprattutto da escludere una cessione volontaria a soggetti estranei a quell'ambiente familiare, come pure un casuale e contemporaneo rinvenimento da parte di terzi di pistola e proiettili.[6] Secondo il giornalista e la scrittrice testé citati, gli omicidi sono da attribuire a una sola persona, un serial killer che avrebbe sempre agito da solo. Va sottolineato che il «Carlo» («Amelio» nel libro della Nabb) che, secondo Spezi e il giallista Douglas Preston, sarebbe il Mostro di Firenze, è un uomo nato nel 1959 e all'epoca del primo delitto aveva solo 9 anni.[214] Mario Spezi e Douglas Preston affermano che non hanno mai ritenuto «Carlo» responsabile del delitto del 1968 e che lo stesso «Carlo» fu arrestato nel settembre 1983 per detenzione e ricettazione di armi[215] (circa una settimana dopo l'omicidio dei due ragazzi tedeschi)[216][217][218][219] e assolto[220]. Finì di nuovo in carcere solo nel 1988, tre anni dopo l'ultimo omicidio del mostro. Il vero nome di "Carlo" è stato rimosso dalla versione italiana del libro, ma era presente nella prima edizione in lingua inglese e venne anche intervistato dalla televisione americana Dateline NBC.[221][222][223][224]

Mario Spezi è stato arrestato nel 2006 con l'accusa di calunnia contro la persona adombrata nel libro[57][225], commessa a fini di depistaggio delle indagini, proprio in conseguenza della sua propensione per la Pista Sarda, cosa che lo avrebbe portato, secondo la tesi accusatoria, a creare false prove al fine di portare gli investigatori sulla strada da lui voluta.[226][227][228] Il Tribunale per il Riesame di Perugia, su ricorso dello Spezi, ha annullato l'ordinanza di misura cautelare emessa dal GIP nei suoi confronti sotto il profilo dubitativo sui gravi indizi di colpevolezza sul dolo della calunnia e, sotto il profilo oggettivo, per altra ipotesi di calunnia. Nell'istruttoria erano caduti, per Spezi, i reati di concorso in omicidio, associazione per delinquere, falso, occultamento di cadavere. Per l'ipotesi della calunnia, il GUP dott. Paolo Micheli, con sentenza 20 aprile 2010, ha dichiarato il «non luogo a procedere» contro Spezi, con formula dubitativa sul dolo e solo il 20 febbraio 2012 il GUP ha depositato ben 934 pagine di motivazione della sentenza, un fatto assolutamente insolito per una sentenza di «non luogo a procedere»[229][230]. In data 22 marzo 2013 la sentenza del GUP Micheli è stata pressoché integralmente annullata dalla Corte di Cassazione. Per la calunnia, mentre gli altri imputati del caso Narducci furono assolti[231], per lui venne dichiarata la prescrizione del reato dal GUP Carla Giangamboni, in accoglimento della richiesta del procuratore capo.[203] Fino alla sua morte per malattia nel 2016, Spezi ha continuato a sostenere le sue ipotesi.

Ipotesi dell'assassino seriale in divisa[modifica | modifica wikitesto]

Un'altra ipotesi di rilievo, contrastante e critica con le sentenze giudiziarie, è quella espressa dell'avvocato fiorentino Nino Filastò nel suo libro Storia delle Merende Infami.[232] Il libro, pubblicato da Maschietto Editore nel 2005, è una sorta di contro-inchiesta sui delitti delle coppiette. Lo scrittore-avvocato, che investiga sul mostro dai primi anni ottanta, oltre a essere stato il legale di Mario Vanni, tenta di dimostrare l'innocenza dei compagni di merende con un'analisi globale su tutta la vicenda. Nel suo libro si mettono in luce le incongruenze del pentito Giancarlo Lotti e si criticano le modalità d'indagine. L'avvocato paragona la figura del Lotti a quella di Stefano Mele: entrambi sono intellettualmente molto modesti e suggestionabili, ma diventano a causa di un'errata (secondo Filastò) pista investigativa, personaggi di primo piano in due differenti periodi delle indagini. Filastò aveva già scritto, a metà anni novanta, un saggio sull'argomento chiamato Pacciani Innocente.[233]

Nell'ipotesi di Filastò il mostro è un serial killer di tipo lust murder affetto da una grave patologia sessuale, attivo perlomeno dal 1968 al 1993 (omicidi Francesco Vinci - Milva Malatesta) e mai entrato nelle indagini.[234] Alcuni elementi, come per esempio il libretto di circolazione trovato fuori posto nella macchina di una coppietta uccisa, oppure la capacità del mostro di avvicinarsi agevolmente alle vetture, portano l'avvocato a inquadrare l'assassino come un «uomo in divisa». Qualcuno che potrebbe essere capace di interagire con le indagini e, addirittura, conoscere e anticipare alcune mosse degli inquirenti. Secondo il legale, la storia del mostro potrebbe somigliare molto a quella di Caryl Chessman, che prima di venire giustiziato dichiarò: «Non ero io che fingevo di essere un poliziotto, era un poliziotto vero che abbagliava le future vittime con il fanale rosso della polizia messo sulla sua auto».[235] Radicale è anche la critica di Filastò verso le teorie «esoteriche» e «di gruppo» sulla vicenda, ritenute antistoriche e criminologicamente incompatibili con delitti seriali di stampo maniacale. Infatti Filastò considera assurda e grottesca l'ipotesi di una setta o un'organizzazione che usava i cosiddetti compagni di merende come manovalanza, e in Storia delle merende infami viene fatta una comparazione storica tra la caccia alle streghe della Santa Inquisizione e alcune scelte investigative intraprese nel caso.[236]

La tesi dell'Avvocato Filastò si basa anche su altri particolari. Ritiene infatti che solo qualcuno all'interno dell'ambiente giudiziario poteva sapere dove alloggiava in vacanza il soccorritore Allegranti che estrasse il corpo di Paolo Mainardi dal sedile posteriore dell'auto. Questo perché Allegranti ricevette delle telefonate di minaccia subito dopo "il trucco" messo in campo dalla dottoressa Della Monica che disse ai giornalisti di diffondere il fatto che il ragazzo, seppur in fin di vita, aveva rivelato informazioni inedite.[senza fonte]

Ma non è solo questo, vi è anche la telefonata alla famiglia della Cambi, vittima del Mostro, che aveva recentemente cambiato alloggio.[senza fonte]

Ma ancora, nel delitto del 1981 a Calenzano, nell'auto delle due vittime vi era la carta di identità di Stefano Baldi a terra. Anche nel 1984 a Vicchio, il portafoglio di Claudio Stefanacci fu ritrovato forato da parte a parte come se lo avesse mostrato verso lo sparatore. Pia Rontini invece aveva il reggiseno stretto nella mano, come se l'avesse preso rapidamente per ricomporsi, ciò fa coppia appunto con il portafoglio dello Stefanacci di cui sopra.[senza fonte]

Un altro elemento molto importante è lo stato dei finestrini delle auto. In quasi tutti i casi i finestrini sono frantumati, cosa molto strana perché è noto che la Calibro.22 non frantuma un finestrino, anche dopo vari colpi. Infatti a Baccaiano e a Giogoli, rispettivamente il parabrezza e il finestrino, non sono frantumati ma bensì forati. Ciò ha fatto riflettere l'Avvocato Nino Filastò che è giunto alla conclusione che si trattasse di un uomo in divisa che frantumava apposta i finestrini per non far capire che al momento degli spari questi ultimi fossero abbassati (cosa che avrebbe condotto gli inquirenti sulla pista dell'uomo in divisa che faceva appositamente abbassare il finestrino).[senza fonte]

Ipotesi Zodiac[modifica | modifica wikitesto]

In un'inchiesta condotta dal giornalista Francesco Amicone, pubblicata fra il 2018 e il 2021 sul sito web della rivista Tempi[146] e sui quotidiani e Libero[147] e Il Giornale[148] (che in seguito al primo articolo di Amicone su Libero, nel 2021, ha fatto marcia indietro)[149], si afferma che dietro al Mostro di Firenze si celi l'assassino seriale statunitense Killer dello Zodiaco[237].

Secondo Amicone, il serial killer sarebbe Giuseppe "Joe" Bevilacqua, nato a Totowa, in New Jersey, il 20 dicembre 1935. Bevilacqua, testimone del processo Pacciani, ha abitato e lavorato presso il cimitero americano di Firenze a San Casciano dal luglio 1974 alla fine del 1988, a poche centinaia di metri dal luogo dell'ultimo crimine attribuito al Mostro.[147] In una denuncia del 1º marzo 2018 a carico di Bevilacqua, precedente alla pubblicazione dell'inchiesta, Amicone riporta una serie di colloqui avuti con l'ex direttore del cimitero americano di Firenze, dopo aver ricevuto l'incarico di biografo. Bevilacqua, avrebbe ammesso la sua colpevolezza nei delitti commessi dal Mostro e da Zodiac.[147] Bevilacqua, secondo l'inchiesta, sarebbe lo stesso individuo che Mario Vanni in un colloquio con Lorenzo Nesi del giugno 2003 identifica con il nome di "Ulisse, l'americano".[238] Vanni avrebbe ricevuto questa informazione da una terza persona, probabilmente Pacciani stesso, che lo avrebbe definito "nero". Per Vanni, "nero" si riferirirebbe al colore della pelle, ma Amicone argomenta che potrebbe essere insorto un fraintendimento fra "uomo di colore" e "fascista" che potrebbe derivare dall'abitudine del serial killer americano di firmarsi con una croce celtica, apparsa anche in uno dei suoi travestimenti.[147] Oltre a mettere il proprio nome e cognome in un testo cifrato di Zodiac[239], l'ex direttore del cimitero americano di Firenze avrebbe firmato i propri delitti e le proprie lettere facendo allusioni al vocabolo italiano "acqua", contenuto nel suo cognome.[240] Un analogo riferimento all'acqua si trova anche nei ritagli della rivista utilizzati per comporre la lettera del Mostro a Silvia Della Monica.[241] Bevilacqua, nel 2018, ha minacciato querele, replicando di non aver mai confessato.[242]

In un articolo pubblicato il 23 aprile 2021 su il quotidiano Libero, Amicone dettaglia i particolari della conversazione telefonica avvenuta con l'americano, l'11 settembre 2017.[147] Dopo le ammissioni, Bevilacqua sarebbe stato in procinto di costituirsi e di portare la pistola utilizzata nei delitti del Mostro di Firenze, prima di cambiare idea dopo aver sentito un avvocato. L'articolo fornisce ulteriori ragguagli sul passato del presunto "Ulisse", come i suoi trascorsi militari ventennali nell'esercito degli Stati Uniti, la sua partecipazione come agente CID nelle indagini sulla Khaki Mafia a cavallo degli anni '60, motivo per cui si sarebbe trovato a San Francisco nel periodo di attività di Zodiac. Nello stesso articolo, è stata divulgata la notizia che la Procura della Repubblica di Siena ha acquisito il DNA di Bevilacqua per l'omicidio della taxista Alessandra Vanni e che, in seguito, è stato trasmesso agli inquirenti di Firenze che indagano sul caso Mostro.[147] I delitti negli Stati Uniti sarebbero avvenuti mentre Bevilacqua era nell'esercito americano e lavorava come infiltrato per la Criminal Investigation Division. Dopo il congedo dall'esercito e il trasferimento al cimitero americano, l'ex agente del CID avrebbe iniziato a perpetrare i suoi delitti anche nei dintorni di Firenze, guadagnandosi il soprannome di Mostro.[147]

Ulteriori teorie[modifica | modifica wikitesto]

Sulla vicenda si riscontrano anche ulteriori ipotesi, più o meno discordanti con i verdetti dei processi. Il caso del Mostro è un evento e un'indagine dalla durata pressoché quarantennale (dal 1968 a oggi, con i primi quattro omicidi ancora ufficialmente insoluti[senza fonte][chiarire]); è inevitabile dunque una grande varietà di opinioni. Oltre alle più celebri ipotesi "non ufficiali" di Spezi o Filastò, si registrano altre teorie su chi ha commesso i cosiddetti «delitti delle coppiette».

  • Secondo il criminologo Francesco Bruno, il mostro sarebbe un uomo mai individuato. Un assassino seriale d'intelligenza superiore alla media, mosso da delirio religioso e suggestioni moralistiche, che ha agito sempre da solo sin dal 1968.[243]
  • Secondo la recente teoria elaborata[244] da Marco Vallerignani, nell'alveo dell'ipotesi formulata dal professor Francesco Bruno, si colloca la tipologia di assassino seriale solitario con nosografia multifattoriale, che si configura nella possibilità che l'omicida non sia da inquadrare come semplice "Lust Murderer" (atteso che mai furono rinvenute sulle scene del crimine tracce biologiche che confermassero un movente esclusivamente sessuale) ma che annoveri altresì le componenti di "Edonista", "Dominatore" e "Missionario" esplicate in sinergie di volta in volta modulate a seconda dell'evento delittuoso (giusta evidenze emerse dall'anamnesi delle scenae criminis)[245]. Si rileva, a tal proposito, che nel delitto di Baccaiano, attese le tracce rilevate nell'auto, non è escluso che abbia colpito dopo il rapporto sessuale (si era sempre formulato che colpisse prima per bloccarlo). Parimenti a Galluzzo spara dalla lamiera e dai finestrini (quasi portasse a termine un macabro gioco di caccia) quando poteva aprire lo sportello del furgone. Soprattutto in ordine al fattore "Missionary" si rappresenta come l'omicida abbia ucciso sempre in ricorrenze di festività mariane, compiendo con il modus operandi successivo al delitto di Castelletti di Signa sette omicidi (numero che nella Bibbia rappresenta il numero della completezza) e, fatto salvo tale dato, ne annoverasse otto compiuti con la medesima arma da fuoco (il numero 8 è indicato come il simbolo della resurrezione ed indica anche il giorno di nascita della Madonna). Vi è poi da rilevare, circostanza questa mai evidenziata ma riportata nel volume dell'autore, che il luogo dell'ultimo delitto fu compiuto, ufficialmente, in località Salve Regina di Scopeti l'otto settembre (data di nascita della Beata Vergine Maria) mentre la perizia criminologica del Prof. De Fazio lo fa risalire tra il sette (ricorrenza di Salve Regina) e l'otto settembre. La circostanza non casuale della scelta del sito e del giorno (il duplice omicidio del 1983 era avvenuto quasi se non lo stesso giorno) è da rilevare nel fatto che proprio dopo tale delitto, l'ultimo compiuto con metodi che identificavano il suo modus agendi, egli aprirà un dialogo (a suo modo) con gli inquirenti inviando una missiva contenente un lembo del seno della sua ultima vittima alla dott.ssa Della Monica dalla cassetta della posta di San Piero a Sieve. Tale dialogo, dopo ulteriori "messaggi" di cui però non è assoluta l'attribuzione come il primo, termineranno dopo circa un mese sempre nella vicinanza della cassetta della posta di San Piero a Sieve da dove erano incominciati (quasi a voler chiudere il cerchio comunicativo che aveva aperto e a cui nessuno aveva dato un feedback). Nel volume[246] non manca anche un'ulteriore prospettiva di analisi sia in ordine ai criptici messaggi lasciati sul "set" dei delitti (come il reggiseno della vittima femminile del 1984 o lo stivale della vittima maschile dell'ottobre del 1981) alcuni dei quali correlerebbero i delitti di Fontanine di Rabatta (1974), Travalle di Calenzano (1981) e Boschetta di Vicchio (1984) sia per il posing e l'overkilling rilevato sulle scene del crimine sia in ordine ad elementi di conoscenza comune e territorialità delle tre vittime femminili e lo studio della loro vittimologia.
  • Invece Francesco Ferri, giudice che assolse Pacciani nel processo d'appello e autore del polemico Il caso Pacciani. Storia di una colonna infame?,[247] si riallaccia all'idea originaria dell'ignoto serial killer lust murder, ipotizzato dal profilo dell'FBI e dalla perizia italiana di De Fazio; l'assassino sarebbe cioè una persona probabilmente affetta da impotenza o iposessuata. Restando ancora nella gamma d'ipotesi dell'autore unico, Ruggero Perugini (ex capo SAM) ha recentemente ribadito, in un convegno del 2010, la sua personale convinzione secondo cui il mostro sarebbe stato il solo serial killer Pietro Pacciani «senza compagni di merende né di bevute».[248][249] L'ex dirigente della Squadra Anti-Mostro, che dopo l'indagine sui delitti delle coppiette ha lavorato negli Stati Uniti nel ruolo di ufficiale di collegamento fra il Federal Bureau of Investigation e la Dia,[250] ha sempre sostenuto la tesi secondo cui Pacciani uccise le otto coppiette per motivi maniacali senza alcun complice o mandante, poiché un'intima "fantasia ossessiva" omicida è difficilmente condivisibile.[251][252]
  • Sul caso sono presenti anche idee alternative più di stampo settario-cospirazionista, che vedono i delitti come fatti di sangue legati a strategie occulte o a organizzazioni internazionali: teorie che si basano su libri romanzati e non hanno alcuna base investigativa o tecnico-scientifica.[253] Tornando a teorie che ipotizzano il mostro come legato alla "pista sarda", si segnala l'idea di un detective privato che riporta dubbi e retroscena su uno dei primi sospettati.[254] Il criminologo e avvocato Luca Santoni Franchetti, che seguì il caso sin dal 1974,[255] sostenne la tesi che gli omicidi del mostro non fossero opera di un solo assassino bensì delitti di gruppo, commessi da un clan di persone di provenienza sarda.[256][257]
  • Sempre sulla possibilità che l'assassino fosse nell'ambiente sardo coinvolto nelle indagini degli anni ottanta, il libro Il mostro di Firenze di Cecioni e Monastra dedica notevole rilievo alla possibilità che il mostro potesse essere Salvatore Vinci, pur mantenendo un profilo bilanciato che valuta tutte le teorie sul colpevole o i colpevoli.[258] Lo scontro fra «colpevolisti» (coloro che credono nella colpevolezza o nel coinvolgimento di Pacciani e dei compagni di merende) e «innocentisti» (coloro che non condividono le sentenze e ritengono che il mostro non sia mai stato catturato) ha causato, agli inizi e alla metà degli anni 2000, un clima «pesante» di scontro aspro, caratterizzato anche da duri litigi e reciproche querele.[259][260][261]
  • Vincenzo Vinagli ha sostenuto a più riprese di aver conosciuto il mostro, e che sarebbe stato un operaio umbro morto nel 1999, con problemi sessuali e violento, che agiva come assassino solitario.[262][263]
  • Un'altra vicenda coinvolse lo scrittore Alberto Bevilacqua, in quanto tirato in ballo dopo le dichiarazioni della poetessa Annamaria Ragno, che aveva intervistato la sedicente sensitiva di Perugia Gabriella Pasquali Carlizzi. Le due donne furono condannate per calunnia aggravata contro Bevilacqua, che uscì provato dalla vicenda.[264]

Misteri connessi alla vicenda[modifica | modifica wikitesto]

Ufficialmente la vicenda del Mostro di Firenze termina con la condanna dei compagni di merende. Tuttavia, una serie di misteriosi avvenimenti, accaduti sia nel periodo dei delitti, sia negli anni precedenti e seguenti ai processi riguardanti il caso, ha dato adito a molte supposizioni sul fatto che la vicenda non solo non sia stata mai completamente chiarita, ma che, al contrario, abbia lasciato molti punti oscuri.

  • Alle 2:00 del mattino del 22 agosto 1968, il piccolo Natalino Mele di 6 anni raggiunse al buio, scalzo e scioccato, un casolare sito a oltre due chilometri di distanza da dove è parcheggiata l'automobile dove sono stati appena uccisi la madre e il suo amante. I calzini completamente puliti del bambino e il fatto che il campanello del casolare è situato a un'altezza irraggiungibile da parte del piccolo sono stati al centro di un lungo dibattito sul fatto se il bambino avesse effettivamente raggiunto il casolare senza l'aiuto di qualche adulto. Lo stesso Natalino, dietro minaccia del maresciallo Ferrero di essere punito se non avesse detto la verità, cambia versione dicendo di essere stato portato fino al casolare dal padre.[265] A oggi non si sa come realmente andarono i fatti quella notte.[266] Natalino Mele, una volta cresciuto, rilasciò un'intervista a Mario Spezi nella quale affermò di avere nella memoria tanti vuoti che lo avrebbero convinto a sostenere che le sue non erano amnesie provocate dallo choc subito da piccolo, ma qualcosa di più complesso. Egli sosteneva di essere stato vittima di un lavaggio del cervello ma non esiste alcuna prova che tali definizioni siano vere.[267][268] L'8 marzo 2011 la casa di Natalino Mele e della sua compagna Loredana venne distrutta da un incendio.[269][270] Da quel momento si sono perse le sue tracce[271] fino al 2014, quando è stato fotografato da un giornalista mentre partecipava a una manifestazione, sotto il palazzo prefetturale di Firenze, contro gli sgomberi delle case occupate.[272]
  • Nel gennaio 1980 un pensionato viene ritrovato morto nel parco delle Cascine di Firenze ucciso da un corpo contundente.[273]
  • Il 23 dicembre 1980 il contadino Renato Malatesta, marito di Antonietta Sperduto, donna che era stata amante di Pacciani e Vanni, venne ritrovato impiccato nella stalla della sua casa.[274] A detta della moglie, autori del delitto sarebbero stati proprio Pacciani e Vanni e a supporto di questa affermazione la donna disse che un giorno Pacciani l'aveva minacciata dicendole «attenta a non parlare di quello che ti abbiamo fatto, ti si fa fare la stessa fine che abbiamo fatto fare a tuo marito.»[275]
  • Nell'ottobre 1983, nei pressi di Fiesole in località Cave di Maiano, un cercatore di funghi vouyeurista venne massacrato a coltellate.[273]
  • Il 14 dicembre 1983 la prostituta Clelia Cuscito, che si frequentava con Mario Vanni, venne torturata con un'arma da taglio e soffocata con il filo del telefono.[276]
  • Tre giorni dopo il delitto di Baccaiano, l'autista dell'ambulanza che estrasse Paolo Mainardi ancora vivo dall'auto, sembra che abbia ricevuto una misteriosa e inquietante telefonata da parte di un uomo che, spacciandosi per un magistrato, cercò di ottenere dettagli su cosa avesse detto la vittima prima di morire. Al rifiuto dell'autista di parlare della cosa per telefono, l'uomo avrebbe cominciato a minacciarlo qualificandosi come l'assassino. L'episodio non poté mai essere verificato quindi non è possibile affermare con certezza sia che esso sia avvenuto sia che la telefonata sia stata realmente fatta dall'assassino.[277]
  • Nel settembre 1985, pochi giorni prima del delitto degli Scopeti, un altro uomo venne ucciso nel parco delle Cascine di Firenze con una coltellata alla schiena.[273]
  • Francesco Vinci, uno dei vari sospettati iniziali, fu trovato assassinato il 7 agosto 1993 insieme con un amico, Angelo Vargiu, in una pineta nei pressi di Chianni. I loro corpi, incaprettati, erano stati rinchiusi nel bagagliaio di una Volvo data alle fiamme. Si ipotizzò un collegamento con la vicenda del "mostro", ipotesi però quasi subito scartata[98]; più probabilmente, date anche le modalità del delitto, era da ritenersi una vendetta nata in ambienti malavitosi sardi attorno ai quali pare che Vinci gravitasse. Il caso è rimasto sostanzialmente insoluto.[99]
  • La prostituta Milva Malatesta, figlia di Renato e Antonietta Sperduto (la donna che era stata l'amante di Pacciani e Vanni), venne trovata, insieme con il figlio Mirko Rubino, di soli 3 anni, bruciata nella sua Panda il 17 agosto del 1993, pochi giorni dopo l'omicidio di Francesco Vinci (ucciso con le stesse modalità), che in passato era stato suo amante. Per questo duplice omicidio venne processato Francesco Rubino, compagno della Malatesta e padre del piccolo Mirko, che però venne assolto in tutti e tre i gradi di giudizio per non aver commesso il fatto e tale duplice delitto è rimasto a tutt'oggi insoluto.[267][274][278]
  • Il 25 maggio 1994 la prostituta Anna Milvia Mattei, convivente di Fabio Vinci, figlio di Francesco, venne strangolata e bruciata nella sua casa di San Mauro.[267][274] Dell'omicidio fu imputato Giuseppe Sgangarella, amico di Francesco Vinci e anche di Pietro Pacciani, con il quale aveva condiviso la cella durante la sua detenzione.[279]
  • Claudio Pitocchi, operaio di Tavarnelle che aveva testimoniato al processo Pacciani, muore in un incidente stradale l'8 dicembre 1995.[274]
  • Quando nel 1996 Pietro Pacciani venne assolto in appello e fece ritorno a casa non vi trovò più la moglie Angiolina Manni. La donna infatti, non volendo più avere nessun rapporto con l'uomo, pare se ne fosse andata via di casa e nel luglio dello stesso anno avviò anche le pratiche per la separazione dal marito. Pacciani non convinto dell'allontanamento volontario presentò una denuncia per sequestro di persona affermando che qualcuno (forse la locale USL) aveva portato via la moglie e l'aveva fatta internare in una casa di cura.[37] A sostegno di questa tesi vi sono le affermazioni di alcuni vicini di casa che asserirono di aver visto la donna trascinata via di forza da diverse persone. Tali denunce caddero comunque nel vuoto e la Manni non ricontattò più in alcun modo il marito, nonostante che questi lanciò diversi appelli a giornali e televisioni, in cui chiedeva alla moglie, inesorabilmente invano, di tornare a vivere assieme a lui.[267] Angiolina Manni è deceduta il 23 novembre 2005, in una casa di riposo di Radda in Chianti dove risiedeva da diverso tempo, all'età di 76 anni.

I crimini sono stati a più riprese associati alla fattispecie dell'omicidio rituale finalizzato a compiere riti satanici su feticci e cadaveri.[270][280]

Sviluppi successivi della vicenda[modifica | modifica wikitesto]

  • Nel 2011 venne rinvenuta nel deposito della polizia giudiziaria di Potenza una pistola dello stesso modello usato per i delitti del mostro, una Beretta calibro 22 che secondo le indagini della scientifica potrebbe essere stata acquistata a Sassari nel 1960 e vi sono alte probabilità che fosse quella di Stefano Aresti, amico di Salvatore Vinci, sardo emigrato in Toscana proprio nel 1960; Vinci fu uno dei protagonisti della pista sarda, aperta dagli inquirenti quando si scoprì che i bossoli Winchester long rifle con la lettera "H" incisa sul fondello trovati sui luoghi degli omicidi erano stati sparati dalla stessa pistola del primo omicidio del 1968 quando venne uccisa la moglie di Stefano Mele, un manovale sardo emigrato in Toscana.[281][282] In tutto il mondo ci sono cinque pistole con una matricola che incomincia con quelle cifre. Due sono state vendute a New York, una a Roma e un'altra in Campania: tutte armi ancora possedute dai proprietari, con l'eccezione di quella che Aresti non ha più in suo possesso.[282] La notizia però, col tempo, ha preso il sapore della «bufala». Infatti l'amico/parente di Salvatore Vinci si chiamava Franco Aresti e non Stefano.[283][284] Successivamente poi le analisi del RIS di Roma hanno escluso che si tratti dell'arma del mostro, poiché il modello di quest'ultima era completamente diverso da quello della pistola rinvenuta a Potenza.[285][286]
  • Nel 2018 viene annunciato il ritrovamento di una traccia genetica non riconducibile alle vittime in un reperto dimenticato dell'ultimo delitto, un fazzoletto insanguinato, trovato all'epoca (alcuni giorno dopo il delitto degli Scopeti) in un cespuglio assieme a dei guanti da chirurgo, su cui il professor Riccardo Cagliesi dell'Istituto di Medicina Legale di Firenze, il 7 novembre 1985 aveva redatto una relazione di 13 pagine, indicante che il materiale era sangue umano di gruppo B (compatibile ad esempio con il gruppo sanguigno di Mario Vanni ma non con quello di Pacciani) e il frammento di un capello umano, color castano, come i capelli ritrovati sui corpi di Susanna Cambi e Stefano Baldi, vittime del 1981. Il reperto era stato poi dimenticato; a fine luglio 2017, la procura di Firenze ha fatto eseguire l'esame del DNA, da confrontare con quello dei sospetti e dei condannati in via definitiva. Reperti genetici attendibili sono stati estratti anche dalle buste inviate ai magistrati dall'assassino[287], così come è stata ordinata una nuova analisi forense-balistica di tutti i bossoli ancora conservati.[30]
  • Nel 2019 viene resa nota una perizia secondo la quale l'arma del mostro potrebbe non essere stata la famosa Beretta calibro 22 ma un'arma modificata o un'altra calibro 22, o la stessa Beretta ma con la canna sostituita.[288]
  • Nel 2021 la Polizia Scientifica effettua una sopralluogo in uno dei luoghi degli omicidi con lo scopo di cercare nuovi indizi mediante moderne tecnologie inesistenti all'epoca dei delitti.[289]

Giampiero Vigilanti[modifica | modifica wikitesto]

Giampiero Vigilanti mostra al fotografo di un giornale la pistola High Standard calibro 22 e una vecchia foto della Legione Straniera (1998)

Giampiero Vigilanti, un ex legionario, nato il 22 novembre 1930 a Vicchio del Mugello, residente a Prato, che conosceva Pacciani (suo compaesano, con cui, a suo dire, nel 1948 ebbe una lite e uno scontro fisico in cui Pacciani ebbe la peggio ricevendo una bastonata in testa[290]), è stato iscritto nel registro degli indagati nel 2017; era già stato perquisito nel settembre del 1985, tre giorni prima della prima perquisizione a Pacciani e pochi giorni dopo l'ultimo delitto, a seguito della segnalazione di alcuni vicini che lo indicarono come possibile responsabile dei delitti del mostro, e per il fatto che la sua automobile somigliava a quella vista quando venne realizzato l'identikit; nella sua abitazione furono trovati alcuni ritagli di giornali sui delitti; egli era conoscente di quasi tutte le persone coinvolte a vario modo nelle inchieste, compresi i compagni di merende, i sardi e Narducci[291]; negli anni '50 aveva combattuto in Indocina con la legione straniera francese in cui si arruolò nel 1952[290], venendo anche, secondo il suo stesso racconto, sepolto vivo[292] dai Viet Minh, restando loro prigioniero per 20 giorni.[293] Il maresciallo Antonio Amore, che lo perquisì la prima volta, vide in casa sua una foto dove Vigilanti posava accanto a cadaveri decapitati di nemici, e con in mano una testa mozzata, rimanendone impressionato. Vigilanti ha dichiarato di aver ucciso circa 300-500 nemici durante la guerra d'Indocina.[290] Dopo aver lasciato la legione nel 1960, lavorò come comparsa nel cinema, aprì un nightclub a Marsiglia, fece diversi lavori e poi si impiegò in un'impresa di pompe funebri a Prato fino alla pensione.[290]

Un testimone del 1984 disse che una persona osservò le vittime Claudio Stefanacci e Pia Rontini con insistenza prima del delitto; quest'uomo fu descritto come persona alta, robusta, vestita elegante, e con un grosso anello al dito, come l'anello legionario portato da Vigilanti, e, invitato a partecipare ai funerali, non venne. Tuttavia l'anello originale andò perso.[291] Amore riscontrò anche una somiglianza con l'aspetto dell'assassino, ma il legionario non fu indagato, benché si trovasse nel 1986 nella stessa lista di 38 sospetti stilata dalla polizia e dalla SAM di Ruggero Perugini, in cui si trovava anche Pietro Pacciani (Vigilanti al numero 38, Pacciani al 31).[294] Vigilanti ha dichiarato nel 2017 che Pia Rontini fu uccisa "per un rifiuto"[72], ed era molestata da un medico.[295]

Nove anni più tardi, nel 1994, a causa di una lite con un vicino di casa subì una seconda perquisizione e vennero trovati 176 proiettili della stessa marca di quelli usati nei delitti, punzonati con la lettera H, ma gli accertamenti non portarono a nulla e Vigilanti venne scagionato. Per gli otto duplici omicidi, vista la vicinanza di Vigilanti con l'estrema destra, venne ipotizzata una nuova pista legata alla strategia della tensione in Italia in base alla quale i delitti sarebbero stati commessi per distrarre i magistrati dall’attività eversiva dell'epoca. Nel 1998, anno della morte di Pacciani, Vigilanti tornò ancora alla ribalta partecipando a un programma televisivo dove affermò di aver avuto una grossa eredità da uno zio "Joe" americano mai identificato.[185]

L'ipotesi fu poi ripresa nel 2017 dopo un esposto dell’avvocato Vieri Adriani, legale dei familiari di Nadine Mauriot, una delle vittime e che sostenne che i delitti cessarono nel 1985, proprio perché alcune perquisizioni “andarono nella giusta direzione”. Il capo della Procura di Firenze Giuseppe Creazzo però smentì subito che dalle indagini in corso siano emersi elementi di prova che colleghino i delitti del cosiddetto mostro di Firenze con possibili ambienti eversivi.[296][297] Vigilanti è stato comunque indagato per concorso in omicidio per tutti gli otto delitti.[291] Si dichiara innocente ma dice di essere a conoscenza di alcune informazioni.[290]

A seguito di sue affermazioni, venne indagato anche Francesco Caccamo, un medico di Prato di 86 anni del Mugello, iscritto alla massoneria[295] e indicato dal Vigilanti (che ha anche affermato che Pacciani e Vanni erano innocenti[291][292]) come “uno degli anelli del secondo livello” ovvero uno dei mandanti. Entrambi vennero iscritti sul registro degli indagati ma dalla perquisizione a casa del medico non si ebbero riscontri a questa tesi.[210][211] Vigilanti possedeva una Beretta calibro 22, non risultata comunque essere l'arma del delitto dalle analisi del 1994, di cui ha denunciato il furto nel 2013 (in un'intervista del 2017 ha detto invece che gli furono sottratte nel settembre 2016[290]) assieme ad altre pistole di diverso tipo, che gli sarebbero state sottratte durante un'effrazione.[291]

Nel 2019 l'anziano ex legionario, ancora sotto inchiesta, è stato denunciato per maltrattamenti domestici dalla moglie.[298]

Il 4 settembre 2019 il PM Luca Turco chiede al GIP l'archiviazione nei confronti di Vigilanti e Caccamo a causa della insufficienza degli elementi raccolti a loro carico nella fase delle indagini preliminari. Esaminati gli atti ed udite le parti nell'udienza del 1 ottobre 2020, vista l'assenza di elementi tali da poter avviare l'esercizio dell'azione penale, il GIP Angela Fantechi, in data 9 novembre 2020, dispone l'archiviazione e rigetta le opposizioni della richiesta di archiviazione da parte di alcune parti civili. Il giudice, nella ordinanza di archiviazione afferma anche che, nonostante siano presenti sentenze passate in giudicato a carico dei cosiddetti Compagni di merende - sentenze che si fondano solo ed esclusivamente sulle confessioni di Giancarlo Lotti -, le perplessità sulla vicenda permangono. Inoltre il giudice pone anche seri dubbi circa l'attendibilità - e la conseguente veridicità - delle confessioni di Giancarlo Lotti, nonché sulla reale esistenza di mandanti nella vicenda, tenendo conto che nella vicenda stessa ci sono state numerose indicazioni di anonimi, interventi di maghi, ricostruzioni giornalistiche di ogni tipo. Afferma altresì che l'emergenza di nuovi elementi - posteriormente alla ordinanza di archiviazione anzidetta - può consentire una diretta riapertura delle indagini[299].

Influenze nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Pacciani e Vanni vengono citati nel singolo Killer Star di Immanuel Casto.[300] Pacciani viene citato anche nei brani Su le mani e Momenti no del rapper Fabri Fibra, dal rapper Lanz Khan nel brano I kill you, nel brano Caracas da Axos (anch’esso di Lanz Khan), nel brano L'Italia di Piero di Simone Cristicchi, nel brano Camporea del gruppo musicale veneto Rumatera, nel brano Non crediamo in niente di Mr Tools MC Bbo e nel singolo Numeri del rapper MadMan, i compagni di merende vengono citati anche nel brano Lewandowski VI del rapper Ernia.

Come pure nella canzone Kyobo ni Tsuki dei Club Dogo, da Don Joe che cita sia Vanni che Scandicci, uno dei luoghi degli omicidi.

Si parla di Mostro di Firenze anche nel brano Rotten del rapper Nitro. La serie televisiva Criminal Minds: Beyond Borders ha dedicato il secondo episodio della seconda stagione agli omicidi commessi dal Mostro di Firenze, ma in un nuovo contesto.

Nel libro Hannibal di Thomas Harris, si fa riferimento al Mostro di Firenze come caso giudiziario prima brillantemente risolto dall'ispettore Pazzi, il quale poi cade in disgrazia quando il presunto assassino seriale viene scagionato.

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Il 7 febbraio 1986 esce con poca risonanza e in pochissime città italiane il film L'assassino è ancora tra noi diretto da Camillo Teti, realizzato frettolosamente e con pochi mezzi e che, pur cavalcando l'onda emotiva dell'ultimo duplice delitto del 1985, passerà del tutto inosservato. Due mesi dopo, Il 12 aprile 1986, distribuito dalla Titanus di Goffredo Lombardo, arriva sugli schermi Il mostro di Firenze, tratto dall'omonimo libro del 1983 del giornalista e scrittore Mario Spezi e diretto da Cesare Ferrario. Il film ebbe un buon successo di pubblico, nonostante sia stato al centro di vicende giudiziarie e sia stato osteggiato dalla commissione di censura che ne vietò l'uscita nelle sale cinematografiche di tutta la Toscana.[301] Un altro film che ricalca la vicenda, pur inserendovi elementi di fantasia, è 28º minuto (noto anche con i titoli Tramonti fiorentini e Quel violento desiderio), diretto da Gianni Siragusa e, successivamente, da Paolo Frajoli. Pur essendo stato girato anch'esso nel 1986, uscì soltanto nel 1991, direttamente per il circuito dell'home video, a causa del forte contrasto dei parenti delle vittime del mostro che ne bloccarono a lungo la lavorazione e ne impedirono l'uscita nelle sale cinematografiche.[302]
  • Nel settembre 2008 l'attore americano Tom Cruise ha acquistato i diritti per portare sul grande schermo un adattamento del libro Dolci colline di sangue (The Monster of Florence) di Mario Spezi e Douglas Preston, ma poi il progetto è saltato. Il film avrebbe dovuto avere George Clooney nel ruolo del protagonista.[303]
  • Il regista Antonello Grimaldi ha realizzato, nella primavera 2009, la miniserie televisiva Il mostro di Firenze, una ricostruzione della vicenda dal 1981 al 2006 che vede come protagonista il personaggio di Renzo Rontini (interpretato da Ennio Fantastichini) il padre di Pia, vittima femminile del Mostro di Firenze del delitto del 1984, per il canale Fox Crime in sei parti, della durata di 45 minuti ciascuna, che sono andate in onda dal 12 novembre al 10 dicembre 2009 e in seguito trasmesse in replica anche da Canale 5, in seconda serata, nell'estate 2010]].[304]
  • Delle vicende del mostro si sono occupate varie trasmissioni TV: Un giorno in pretura, Blu notte, Chi l'ha visto?, Telefono giallo, Detto tra noi - La cronaca in diretta, Enigma, Giallo Uno, Top Secret, Delitti e Mixer.
  • Un documentario intitolato I delitti del mostro di Firenze è andato in onda su Sky nel 2011 per la regia di Paolo Cochi. Il video, della durata di un'ora e mezzo, raccoglie le opinioni di molti protagonisti della vicenda fornendo spazio a tutte le ipotesi.
  • Nella terza stagione del telefilm Hannibal, l'identità del Mostro è fatta risalire a Hannibal Lecter (interpretato da Mads Mikkelsen).
  • Nel 2019 il programma Tutta la verità di Cristiano Barbarossa e Fulvio Benelli ha realizzato un film documentario per Discovery Italia in due puntate, per un totale di circa quattro ore complessive, dal titolo L'Enigma del Mostro di Firenze all'interno del quale è stato intervistato anche Natalino Mele, l'unico sopravvissuto ai delitti del Mostro. Nel film documentario vengono affrontati, oltre all'intera vicenda, anche gli ultimi sviluppi giudiziari della vicenda.
  • Nel 2021 il giornalista e segretario del CICAP Massimo Polidoro realizza un documentario a puntate sul suo canale YouTube sulla storia dei delitti del mostro, delle indagini e delle vicende giudiziarie.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Mostro di Firenze: Vanni condannato in Cassazione Confermato l'ergastolo all'ex postino complice di Pacciani in quattro degli otto delitti. Ribadita anche la condanna (26 anni) al pentito Lotti. "I familiari delle vittime hanno avuto giustizia", è il commento del capo della squadra mobile Giuttari che assicura: "continuiamo a indagare sul mandante", in Quotidiano Nazionale (archiviato dall'url originale il 28 novembre 2013).
  2. ^ Pacciani fu condannato in primo grado per essere l'unico responsabile di 7 degli 8 duplici omicidi, è stato assolto in appello per non aver commesso il fatto. È morto in attesa di un nuovo processo d'appello, a seguito dell'annullamento dell'assoluzione da parte della Cassazione.
  3. ^ Alvaro Fiorucci, 48 small il dottore di Perugia e il mostro di Firenze, Morlacchi, 2012.
  4. ^ a b c d e f g h Giuttari, 2006.
  5. ^ Firenze, volantini anti-mostro 'Non fate l'amore in auto', in la Repubblica, Firenze, 31 maggio 1988, p. 18. URL consultato il 6 maggio 2014.
  6. ^ a b c d e f g h i j k l m n Blu notte - Misteri italiani: episodio 06x03, I delitti del Mostro di Firenze, 14 gennaio 2009, a 1 h 38 min 11 s.
  7. ^ Paolo Vagheggi, Il mostro tornerà ad uccidere, in la Repubblica, Firenze, 11 settembre 1985, p. 11. URL consultato il 6 maggio 2014.
  8. ^ Paolo Vagheggi, I giudici di Firenze 'Fidanzati, attenti il mostro può colpire', in la Repubblica, 28 luglio 1985, p. 11. URL consultato il 6 maggio 2014.
  9. ^ Eleonora Capelli, Lettere, in la Repubblica, 24 agosto 1984, p. 6. URL consultato il 6 maggio 2014.
  10. ^ a b c d e f g Mario Rotella, Motivazioni della sentenza del procedimento a carico di Francesco Vinci, Giovanni Mele, Marcello Chiaramonti, Salvatore Vinci, Stefano Mele, Ada Pierini, 13 dicembre 1989.
  11. ^ Antonio Segnini, Quando sei con me il Mostro non c'è: La scatola di cartucce (1), su Quando sei con me il Mostro non c'è, martedì 16 febbraio 2016. URL consultato il 4 settembre 2019.
  12. ^ Francesco De Fazio, Ivan Galliani, Salvatore Luberto, Indagine peritale criminalistica e criminologica in tema di ricostruzione della dinamica materiale e psicologica di delitti ad opera di ignoti verificatisi in Firenze nel periodo dal 21 agosto 1968 al 29 luglio 1984, dicembre 1984.
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