Monte Testaccio

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Monte Testaccio
Monte dei cocci
Testaccio monte dei cocci 051204-12-13.JPG
Civiltàciviltà romana
Utilizzodiscarica
Epocaperiodo augusteo fino alla metà del III secolo
Localizzazione
StatoItalia Italia
ComuneRoma
Altitudine54[1] m s.l.m.
Dimensioni
Superficie22 000 
Altezza36 m misurati dal piano
Scavi
Date scavi1881
Amministrazione
PatrimonioCentro storico di Roma
EnteSovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali
ResponsabileMaria Vittoria Marini Clarelli
Visitabile
Sito webwww.sovraintendenzaroma.it
Mappa di localizzazione

Coordinate: 41°52′33.43″N 12°28′32.5″E / 41.875952°N 12.475694°E41.875952; 12.475694

Il monte Testaccio, popolarmente detto anche monte dei cocci, è una collina artificiale a Roma, di circa 36 m di altezza, situata nell'omonimo XX rione, tra le mura aureliane e la sponda sinistra del Tevere.

Il suo nome deriva dal latino mons testaceus cioè "monte [fatto] di cocci" (da: testae, ossia "tegole", "anfore" o "cocci" appunto): la collina è infatti composta da numerosissimi strati di cocci di oltre 53 milioni di anfore in terracotta, per lo più olearie, ordinatamente disposti lì in epoca romana e provenienti dal vicino porto fluviale sul Tevere. Per tale ragione, esso costituisce un sito archeologico unico nel suo genere.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Le pendici del monte.

Il monte è alto circa 36 metri sul piano stradale e 54 m s.l.m.[2], ha forma vagamente di triangolo scaleno con una superficie totale di circa 22.000 metri quadrati.

Sono presenti due distinte cime: la prima sovrasta un pianoro orientato lungo l'asse nord/sud; la seconda, più alta, campeggia sul crinale disposto verso nord-est. Un pendio ad ovest è più scosceso e presenta numerosi segni di asportazione di materiale. Sul colle sono andati formandosi vari sentieri ed è visibile anche una rampa, anticamente percorsa da carri, che si biforca all'angolo nord-est.[2]

Calcoli approssimativi, che hanno anche tenuto conto della progressiva erosione e della frequente asportazione in passato di parte del materiale a fini costruttivi, hanno permesso di stimare in più di 53 milioni[2] il numero di anfore i cui cocci si accumularono fino a formare il colle artificiale, il quale si ritiene sia giunto anticamente a svettare fino ad un'ottantina di metri.[3]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Origine del monte[modifica | modifica wikitesto]

Il luogo fu adibito a discarica del prospiciente porto fluviale dell'Emporium, dal periodo augusteo fino alla metà del III secolo, quando tale impiego si ridusse progressivamente fino ad arrestarsi completamente.[2]

Sezione riordinata di alcuni strati di cocci.

Il monte deve la sua origine al fatto che le anfore provenienti dal porto, una volta svuotate del contenuto venduto sul mercato capitolino, non potevano essere riutilizzate per altri generi alimentari in quanto non smaltate all'interno e che solo una piccola parte di esse venisse riciclata come materiale di costruzione: tutte le altre venivano perciò fracassate e poi ordinatamente accatastate in quello che, nell'arco di oltre due secoli, divenne un enorme cumulo innalzato poco lontano dai moli.[3]

L'ordine con cui i materiali risultano disposti, la presenza nel terreno di calce sparsa a intervalli regolari per attenuare il cattivo odore derivante dalla decomposizione dei residui alimentari e l'esistenza di un piano inclinato ben progettato che consentiva ai carri di giungere fino in cima al monte, lasciano supporre che la discarica fosse tutt'altro che improvvisata e che fosse affidata in gestione a curatores.[2]

Epoche successive[modifica | modifica wikitesto]

Per secoli i romani sfruttarono le proprietà isolanti dell'argilla per ricavare, alle pendici del colle artificiale, numerose grotte al cui interno la temperatura si attesta tutto l'anno intorno ai 10 °C.[3] I locali scavati tra i cocci vennero adibiti a cantine, dispense o stalle; a partire dal medioevo essi ospitarono osterie e, in epoca moderna e contemporanea, ristoranti e locali notturni.

In epoca medioevale sul monte si celebrava il carnevale, con giochi anche cruenti: vi si allestivano tauromachie e la più popolare "ruzzica de li porci": carretti di maiali vivi venivano spinti giù dalla collina e, quando essi si sfracellavano a valle, il popolo dava la caccia ai frastornati animali. Nel XV secolo, trasferito il carnevale in via Lata per volontà di papa Paolo II, il monte divenne punto di arrivo per la Via Crucis del Venerdì Santo, simboleggiando quindi il Golgota, come testimonia una croce ancor oggi infissa sulla cima.[4]

Un esplicito riferimento a monte Testaccio è contenuto nella novella Il dottor Vetrata (El licenciado Vidriera) dello scrittore spagnolo Miguel de Cervantes, dalla raccolta Novelle esemplari (Novelas ejemplares) pubblicata nel 1613.[4]

(ES)

«¿Qué me queréis, muchachos, porfiados como moscas, sucios como chinches, atrevidos como pulgas? ¿Soy yo, por ventura, el monte Testacho de Roma, para que me tiréis tantos tiestos y tejas?»

(IT)

«Cosa volete da me ragazzi, testardi come mosche, sporchi come cimici, coraggiosi come pulci? Sono forse io il Monte Testaccio a Roma che mi gettate contro cocci e tegole?»

(Miguel de Cervantes, El licenciado Vidriera[5])

In seguito il monte divenne anche meta privilegiata delle ottobrate, le tipiche feste romane che vedevano sfilare verso le osterie e le cantine del Testaccio carretti addobbati a festa dalle "mozzatore", cioè dalle donne che lavoravano come raccoglitrici d'uva nel periodo della vendemmia: tra canti, balli, gare di poesia, giochi e chiacchiere, ci si rinfrancava dal lavoro e si "innaffiava" il tutto con il vino dei Castelli Romani, anch'esso custodito nelle cantine scavate alle pendici del monte.[4][6]

Il luogo, per la sua posizione rialzata, acquisì anche un ruolo strategico: durante l'assedio di Roma del 1849 vi fu posizionata una batteria di artiglieria che dall'alto prendeva agevolmente e insistentemente di mira i francesi accampati vicino alla Basilica di San Paolo fuori le mura.[4] Similmente, durante la seconda guerra mondiale, sulla cima del colle fu installata una batteria antiaerea poggiata su basamenti di cemento, i resti dei quali sono ancora visibili.[6]

Rilevanza storica e archeologica[modifica | modifica wikitesto]

Rappresentazione di una delle anfore rinvenute da Heinrich Dressel con evidenza dei tituli picti e particolare dei bolli

Per secoli il monte Testaccio fu ignorato dall'iconografia urbana, probabilmente poiché il suo scopo originario non lo rendeva meritevole di particolare menzione; il nome Testacium appare per la prima volta in un'iscrizione databile al VII secolo circa e conservata nel portico della chiesa romana di Santa Maria in Cosmedin. L'originario nome romano del sito è invece ignoto, sebbene alcuni studi identifichino il luogo con l'antico Vicus Mundiciei (citato sulla Base Capitolina come parte della Regio XIII Aventinus, corrispondente alla zona ove sorge il monte), toponimo che a sua volta potrebbe derivare da munditia, cioè "pulizia": nel caso specifico, la raccolta e lo smaltimento dell'immondizia.[2]

Dopo che il luogo ebbe perso la sua funzione di discarica, l'origine dell'accumulo di cocci fu progressivamente dimenticata e intorno ad esso sorsero nel tempo improbabili leggende: una di esse sosteneva ad esempio che i cocci fossero il risultato di errori di lavorazione delle vicine botteghe di vasai; un'altra che fossero resti di urne cinerarie traslate dai colombari della vicina via Ostiense; un'altra ancora che la collina si fosse formata con le macerie del grande incendio di Roma del 64 d.C.[4]

Particolare di alcuni strati di cocci.

Si dovette attendere il XVIII secolo perché al monte venisse riconosciuto un qualche valore storico: l'abitudine allora diffusa di prelevare materiale dalle pendici del colle stava infatti mettendo a repentaglio l'abitabilità dei locali sottostanti, tanto da muovere le autorità ad emettere, nel 1742, un editto a tutela «[...] di un'antichità così celebre». Al provvedimento si aggiunse due anni dopo, con analoga motivazione, il divieto di pascolare armenti sul monte.[2]

Le prime organiche ricerche archeologiche sul monte furono condotte a partire dal 1873 da Heinrich Dressel, al quale si devono la valorizzazione storica del sito e un imponente lavoro di catalogazione dei cocci e di classificazione delle anfore.[2] Scavi effettuati sul sito nel 1881 ricostruirono l'età approssimativa del monte e la provenienza stessa dei cocci: grazie alle iscrizioni rinvenute su alcuni di essi fu infatti possibile accertare che la maggior parte delle anfore proveniva dalle coste della Bizacena (nell'odierna Tunisia) e dalla Betica (oggi Andalusia); il reperto più antico fu datato all'anno 144, il più recente al 251.[2][4]

Gli studi di Dressel e successivi consentirono di appurare che ogni anfora, sin dal momento della sua realizzazione, recava impresso un bollo del fabbricante e che su di esse, una volta riempite, venivano tracciati con un pennello a calamo i cosiddetti tituli picti, ossia informazioni come contenuto, nome dell'esportatore, data di spedizione, luogo di provenienza e in alcuni casi anche destinazione. L'esame delle diverse tipologie di anfore accumulate nei vari strati, della loro provenienza e del loro contenuto dichiarato costituì inoltre una fonte preziosa per ricostruire la storia del commercio a Roma.[2]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ 54 m s.l.m. secondo Malizia e Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, 50 m secondo Almeida.
  2. ^ a b c d e f g h i j Almeida.
  3. ^ a b c Tozzi.
  4. ^ a b c d e f Malizia.
  5. ^ (ES) Miguel de Cervantes Saavedra, El licenciado vidriera, su Biblioteca virtual Miguel de Cervantes. URL consultato il 4 ottobre 2015.
  6. ^ a b Monte dei cocci, su testaccio.roma.it. URL consultato il 29 settembre 2015.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Emilio Rodrìguez Almeida, Il monte Testaccio ambiente, storia, materiali, Roma, Edizioni Quasar, 1984, ISBN 88-85020-57-7.
  • Mario Tozzi, Italia segreta, BUR Saggi, Rizzoli, 2008, ISBN 978-88-58-60711-4.
  • Giuliano Malizia, Testaccio, vol. 43, Roma tascabile, Newton Compton, 1996, ISBN 88-8183-276-3.
  • AA.VV., L'Italia descritta e dipinta con le sue isole di Sicilia, Sardegna, Elba, Malta, Eolie, di Calipso, ecc. secondo le ispirazioni, le indagini ed i lavori de' seguenti autori ed artisti per cura di D. B., vol. 3, Roma, Giuseppe Pomba e C., 1837.

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