Monte Testaccio

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Coordinate: 41°52′33.43″N 12°28′32.5″E / 41.875952°N 12.475694°E41.875952; 12.475694

Monte Testaccio
Monte dei cocci
Testaccio monte dei cocci a via Galvani 051204-02.JPG
Una sezione riordinata degli strati di cocci
Civiltà civiltà romana
Utilizzo discarica
Epoca periodo augusteo fino alla metà del III secolo
Localizzazione
Stato Italia Italia
Comune Roma
Altitudine 54[1] m s.l.m.
Dimensioni
Superficie 22000
Altezza 36 m misurati dal piano
Larghezza 1490 m di perimetro
Scavi
Date scavi 1881
Amministrazione
Responsabile Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali
Visitabile
sito web

Il monte Testaccio, in latino Mons Testaceus, popolarmente noto come monte dei Cocci, è una collina artificiale a Roma di circa 36 m di altezza, vera e propria discarica specializzata di epoca romana. È infatti costituita da strati ordinatamente disposti di cocci provenienti da più di 53 milioni di anfore per la maggior parte olearie. I contenitori di terracotta, scaricati dal vicino porto fluviale sul Tevere, una volta svuotati dal contenuto, venduto sul mercato capitolino, venivano lì gettati. Il nome deriva dal termine latino testae, ossia "cocci". Il colle si trova tra le mura aureliane e la sponda sinistra del Tevere, nell'omonimo XX rione di Roma, Testaccio.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il monte dei cocci costituisce un sito archeologico unico nel suo genere: utilizzato come discarica del prospiciente porto fluviale dell'Emporium, a partire dal periodo augusteo fino alla metà del III secolo quando il suo utilizzo fu progressivamente ridotto fino ad arrestarsi completamente.[2] Le innumerevoli anfore, non essendo smaltate al loro interno, non potevano essere riutilizzate come contenitori per generi alimentari dopo essere state svuotate. Solo una piccola parte di queste furono riciclate come materiale di costruzione mentre più di frequente venivano ordinatamente fracassate e poi accatastate in un enorme cumulo che nel corso dei secoli si è andato ad innalzare poco lontano dai moli.[3]

La vetta del colle

L'ordine che traspare nella disposizione dei materiali, il fatto che a intervalli regolari fosse stata sparsa della calce per attenuare i cattivi odori provenienti dalla decomposizione dei residui alimentari contenuti nelle anfore, la presenza di un piano inclinato ben progettato che consentiva ai carri di giungere agevolmente fino in cima al monte, lascia supporre che la discarica fosse tutt'altro che improvvisata e che, al contrario, fosse stata affidata in gestione a dei curatores.[2] Nel corso dei secoli successivi il motivo dell'accumulo dei cocci fu dimenticato, tanto da far sorgere intorno al colle delle improbabili leggende: chi sosteneva fossero i risultati degli errori di lavorazione delle vicine botteghe di vasai, chi asseriva fossero i resti delle urne cinerarie traslate dai colombari della via Ostiense, mentre una leggenda raccontava che la collina fosse stata formata dei resti del grande incendio di Roma del 64.[4]

Per secoli il monte fu ignorato dall'iconografia urbana, probabilmente poiché a causa del suo utilizzo come discarica non era ritenuto meritevole di particolare menzione; il nome mons Testaceum, infatti, appare per la prima volta in un'iscrizione databile al VII secolo circa, conservata nel portico della chiesa romana di Santa Maria in Cosmedin mentre l'originario nome di epoca romana è ignoto, anche se alcuni studi identificherebbero l'antico vicus mundiciei (traducibile come "vicolo dell'immondezzaio") del periodo adrianeo, ubicato in prossimità di quello che diventerà successivamente il popolarmente noto monte dei cocci.[2]

Particolare degli strati di cocci d'anfora accumulati

Nel 1881 scavi effettuati sul sito ricostruirono la storia del monte e accertarono la provenienza dei cocci: grazie alle iscrizioni apposte su alcuni di essi fu possibile accertare che la maggior parte delle anfore proveniva dalle coste africane della Bizacena e dalla Betica, l'attuale Andalusia datando il reperto più antico all'anno 144 e il più recente al 251.[2][4] Studi recenti hanno consentito di appurare che su ogni anfora, sin dal momento della sua realizzazione, veniva impresso un bollo da parte del fabbricante e che successivamente, una volta riempite, con un pennello a calamo su di esse venivano tracciati i cosiddetti tituli picti, ossia il nome dell'esportatore, la data di spedizione, il contenuto, il luogo di provenienza e, a volte, anche la destinazione. Tali simboli hanno consentito di ricostruire la storia del commercio a Roma studiando l'accumulo stratificato di diverse tipologie di anfore, la loro provenienza e il loro originario contenuto.[2]

Le proprietà isolanti dell'argilla sono state sfruttate per secoli inducendo i romani a scavare alle pendici del colle artificiale numerose grotte al cui interno la temperatura si attesta tutto l'anno intorno ai 10°.[3] I locali scavati tra i cocci vennero adibiti a cantine, dispense e stalle e successivamente, a partire dal medioevo, furono sede di osterie. In epoca più moderna i grottini furono adibiti a ristoranti e locali notturni. Ancora in epoca medioevale vi si celebrava il carnevale, con giochi crudeli e cruenti: si allestivano tauromachie e la più popolare "ruzzica de li porci": carretti di maiali vivi venivano lanciati giù dalla collina e quando si sfracellavano in basso il popolo dava la caccia ai frastornati animali. Dal XV secolo, trasferito il carnevale in via Lata per volontà di papa Paolo II, il monte divenne il punto di arrivo per la Via Crucis del Venerdì Santo, trasformandosi in un vero e proprio "Golgota", come mostra la croce ancor oggi infissa sulla cima.[4] Più tardi sarà meta privilegiata delle "ottobrate", le tipiche feste romane, che vedevano sfilare verso le osterie e le cantine del Testaccio i carretti addobbati a festa delle "mozzatore", le donne che lavoravano come raccoglitrici d'uva nel periodo della vendemmia: tra canti, balli, gare di poesia, giochi e chiacchiere, ci si rinfrancava dal lavoro e soprattutto si "innaffiava" il tutto con il vino dei castelli Romani, conservato nelle cantine scavate alle pendici del monte.[4][5]

Monte Testaccio

Un esplicito riferimento a monte Testaccio è contenuto nella novella El licenciado Vidriera dello scrittore Miguel de Cervantes, raccolta nell'opera Novelle esemplari (Novelas ejemplares) pubblicata nel 1613.[4]

(ES)

« ¿Qué me queréis, muchachos, porfiados como moscas, sucios como chinches, atrevidos como pulgas? ¿Soy yo, por ventura, el monte Testacho de Roma, para que me tiréis tantos tiestos y tejas? »

(IT)

« Cosa volete da me ragazzi, testardi come mosche, sporchi come cimici, coraggiosi come pulci? Sono forse io il Monte Testaccio a Roma che mi gettate contro cocci e tegole? »

(Miguel de Cervantes, El licenciado Vidriera[6])

Occorre tuttavia attendere fino al settecento perché al monte e ai reperti lì accatastati venga riconosciuto valore archeologico: l'abitudine dei romani di prelevare materiale dalle pendici del colle stava mettendo in pericolo l'abitabilità dei locali sottostanti tanto da muovere le autorità, nel 1742, a emettere un editto a tutela «...di un'antichità così celebre». A tale divieto, per le stesse motivazioni, si aggiunse due anni dopo la proibizione di pascolare armenti sul monte Testaccio.[2]

Durante l'assedio di Roma del 1849, su monte dei cocci fu posizionata una batteria di artiglieria che da tale altezza prendeva agevolmente e insistentemente di mira i francesi accampati vicino alla Basilica di San Paolo fuori le mura.[4] Similmente, durante la seconda guerra mondiale, sulla cima del colle fu installata una batteria antiaerea posizionata su basamenti di cemento, i cui resti sono ancora visibili.[5]

Rappresentazione di una delle anfore rinvenute da Heinrich Dressel con evidenza dei tituli picti e particolare dei bolli

Le prime organiche ricerche archeologiche sul monte furono condotte a partire dal 1873 da Heinrich Dressel cui si deve la valorizzazione storica del sito e un imponente lavoro di catalogazione dei cocci e di classificazione delle anfore, sulla base dei bolli e dei tituli picti rinvenuti su alcuni di essi.[2]

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Calcoli approssimativi, che hanno anche tenuto conto della progressiva erosione del monte dei cocci e dell'asportazione di parte del materiale, utilizzato spesso a fini costruttivi nel passato, hanno permesso di stimare in più di 53 milioni le anfore depositate sul colle nel corso dei secoli[2] che si sono accumulate fino a formare un colle artificiale che oggi si innalza ad un'altezza di 36 m[2] (54 m s.l.m.)[1] ma che nell'antichità era arrivato a svettare per un'ottantina di metri.[3]

Il monte Testaccio presenta due distinte cime: la prima che sovrasta un pianoro orientato lungo l'asse Nord/Sud, la seconda, più alta che campeggia sul crinale disposto verso Nord-Est. Il pendio Ovest è il più scosceso e presenta i segni di numerose asportazioni di materiale. L'accumulo è alto circa 36 metri sul piano e 54 m s.l.m., largo oltre 100 metri nel diametro massimo, per una superficie totale di circa 22000 metri quadrati che formano una sorta di triangolo scaleno con perimetro di circa 1490 metri. Sul colle sono andate formandosi dei sentieri ed è ben visibile una rampa carrabile di antica origine, che veniva percorsa dai carri, per poi biforcarsi all'angolo nord-est.[2]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b 54 m.s.l.m. secondo Malizia e Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, 50 m secondo Almeida.
  2. ^ a b c d e f g h i j Almeida.
  3. ^ a b c Tozzi.
  4. ^ a b c d e f Malizia.
  5. ^ a b Monte dei cocci, su testaccio.roma.it. URL consultato il 29 settembre 2015.
  6. ^ (ES) Miguel de Cervantes Saavedra, El licenciado vidriera, su Biblioteca virtual Miguel de Cervantes. URL consultato il 4 ottobre 2015.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Emilio Rodrìguez Almeida, Il monte Testaccio ambiente, storia, materiali, Roma, Edizioni Quasar, 1984, ISBN 88-85020-57-7.
  • Mario Tozzi, Italia segreta, BUR Saggi, Rizzoli, 2008, ISBN 978-88-58-60711-4.
  • Giuliano Malizia, Testaccio, vol. 43, Roma tascabile, Newton Compton, 1996, ISBN 88-8183-276-3.
  • AA.VV., L'Italia descritta e dipinta con le sue isole di Sicilia, Sardegna, Elba, Malta, Eolie, di Calipso, ecc. secondo le ispirazioni, le indagini ed i lavori de' seguenti autori ed artisti per cura di D. B., vol. 3, Roma, Giuseppe Pomba e C., 1837.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autorità VIAF: (EN244616787