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Mongol

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Mongol
Mongol2007.png
Tadanobu Asano in una scena del film
Titolo originaleMongol
Paese di produzioneRussia, Kazakistan, Germania, Mongolia
Anno2007
Durata120 min
Genereepico, storico, biografico, drammatico
RegiaSergej Vladimirovič Bodrov
SoggettoArif Aliyev e Sergej Vladimirovič Bodrov
FotografiaRogier Stoffers e Sergei Trofimov
MontaggioValdís Óskarsdóttir e Zach Staenberg
Effetti specialinessun effetto speciale
MusicheTuomas Kantelinen
ScenografiaDashi Namdakov
CostumiEmi Wada
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani
Premi

Mongol è un film del 2007 diretto da Sergej Vladimirovič Bodrov, ispirato alla vita del mongolo Temüjin, futuro Gengis Khan.

La pellicola ha ottenuto una nomination all'Oscar come miglior film straniero nel 2008.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Mongolia, 1192. Il giovanissimo Temüjin si mette in viaggio con il padre Yesugei, Khan della sua tribù, per prendere una moglie tra i Merkit, tribù di appartenenza della madre, allo scopo di assopire antiche rivalità tra le due famiglie. Tuttavia, durante una tappa presso una famiglia della tribù degli Ungrat, Temüjin conosce Börte, una bambina della quale si innamora, e decide di prenderla in sposa. I rispettivi padri acconsentono, e la celebrazione del matrimonio viene fissata a cinque anni da quel giorno.

Proseguendo nel viaggio, il padre di Temüjin muore avvelenato da dei nemici che erano accampati vicino a loro, e Targutai, altro membro della tribù, ne gioisce, prendendo da quel momento il comando ed entrando con prepotenza in possesso dei suoi beni. Targutai vorrebbe uccidere Temüjin, poiché teme la sua vendetta futura, ma non può farlo, essendo questi soltanto un bambino (la legge dei mongoli vietava l'uccisione dei bambini), così lo fa prigioniero, ripromettendosi di ucciderlo quando sarà diventato più grande.

Temüjin, tuttavia, riesce a scappare prima, e a liberarsi dalla gogna che gli avevano posto al collo grazie all'intervento della divinità Tengri, il Signore del Cielo Azzurro, al quale il padre, in punto di morte, gli aveva detto di rivolgersi per invocare l'aiuto necessario a realizzare il suo destino di Khan.

Divenuto adulto, dopo anni, riesce a ricongiungersi con la sua promessa Börte, e poi con la madre, il fratello e la sorella.

In seguito, i Merkit, la tribù con cui Temüjin non aveva tentato la pacificazione da bambino, rapiscono la sua sposa Börte. Temüjin vorrebbe liberarla, ma ha pochi uomini con sé, perciò chiede l'aiuto di Jamukha - amico che nell'infanzia era divenuto suo fratello con un patto di sangue per avergli salvato la vita dopo la sua caduta in un lago ghiacciato, e che adesso era un Khan rispettato e temuto. Jamukha, inizialmente restio, alla fine acconsente alla guerra contro i Merkit.

Grazie all'aiuto di Jamukha e dei suoi guerrieri, Temüjin salva la sua sposa, ritrovandola incinta del loro primo figlio. Ma a fronte dell'invito di Jamukha a rimanere nella sua tribù e ad essere secondo solo a lui, Temüjin rifiuta, e decide di proseguire con i suoi uomini.

Alcuni uomini di Jamukha decidono di unirsi a Temüjin , perché si era mostrato generoso nella spartizione del bottino di guerra. Visto questo, Jamukha manda suo fratello a riprendersi i loro cavalli, ma gli uomini di Temüjin non riconoscendolo lo ammazzano. Ne consegue la decisione di Jamukha di attaccare Temüjin, alleandosi anche con il suo storico nemico Targutai.

Temüjin riesce a mettere in salvo la sua famiglia e quelle dei suoi uomini, tuttavia in battaglia viene sconfitto e catturato da Jamukha, che gli impone di riconoscerlo come suo Khan. Di fronte al nuovo rifiuto di Temüjin, Jamukha lo cede come schiavo a un mercante, il quale riesce a venderlo a un commendatore del Regno Tangut, che ne fa una specie di attrazione della sua città, rinchiudendolo in una gabbia per animali.

Un monaco buddista, avendo compassione per lui, e soprattutto vedendo in lui un guerriero e perciò un potenziale vendicatore contro la città delle ingiustizie subite, decide di aiutarlo a liberarsi, e acconsente a partire in missione in cerca della sua tribù, portando con sé un ciondolo da consegnare a Börte, che era un ricordo della loro unione. Il monaco arriva stremato nel luogo in cui è accampata Börte, e vi muore. La donna lo trova, e trova e riconosce il ciondolo del marito che il monaco aveva con sé, e così capisce che è ancora vivo.

Intanto Börte, incinta del suo secondo figlio, stretta dal bisogno, diviene la concubina del mercante di schiavi che aveva venduto suo marito. Passeranno degli anni prima che scopra dove è tenuto prigioniero il marito e, pagate le guardie del posto, finalmente a liberarlo.

Temüjin riacquista le forze e matura il progetto di riunire sotto la sua autorità tutte le tribù della Mongolia. Dopo una preghiera rivolta al dio Tengri, egli raduna intorno a sé un esercito possente con cui è pronto a sfidare l'esercito di Jamukha. Ottenuta la vittoria su quest'ultimo, decide di risparmiarlo e liberarlo. Il suo sguardo è adesso rivolto al futuro della Mongolia, della quale si appresta a divenire il Gran Khan.

Contesto storico, verosimiglianza e incongruenze[modifica | modifica wikitesto]

Premesso che le fonti storiche riguardanti Temüjin sono molto scarse, e che molta parte della vita di Gengis Khan è conosciuta solo in virtù della sua biografia, La Storia segreta dei Mongoli, scritta da un suo figlio adottivo,[1] nel film si rilevano comunque alcune discrepanze rispetto ad avvenimenti storicamente ritenuti fondati:

  • Jamukha, il fratello di sangue di Temüjin, dopo la cattura fu ucciso, mentre nel film viene liberato.
  • Gli ufficiali che furono giustiziati per tradimento non consegnarono Targutai a Temüjin, ma lo stesso Jamukha.
  • Il padre di Börte non si chiamava Dai-Sai Char, bensì Toghril Khan.
  • Storicamente i mongoli erano un popolo di arcieri a cavallo, mentre nel film archi e cavalli sono decisamente insignificanti: Temujin schiera la maggior parte delle truppe in campo e nei combattimenti si utilizzano quasi esclusivamente le spade e la fanteria, soprattutto nelle due battaglie tra Jamukha e Temujin.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Piero Angela et al., Gengis Khan - il cavaliere dell'apocalisse, in Speciali di Superquark.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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