Metodo storico-critico

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Per "metodo storico-critico" si intende l'insieme di principi e criteri, propri della filologia e dell'esegesi (o ecdotica) che si adopera per risalire all'originale forma e significato di un testo (esempio, biblico) che, eventualmente, si presenti nei diversi manoscritti in forme non uguali. Esso si appella a diverse scienze e spesso richiede la collaborazione di esperti di diverse discipline.

Il metodo, che vale certo per ogni testo letterario, è sorto come sussidio per arrivare a stabilire l'originale e il senso dei testi biblici a causa del grande interesse che la Bibbia desta quale fonte di fede religiosa o di norme di condotta, per i credenti, e originale prodotto della cultura umana. Per questo, quando si dice “metodo storico critico” subito si pensa a indagini intorno a questo libro.

Criteri principali[modifica | modifica wikitesto]

Per avvicinarsi al primitivo testo e carpire il senso originale, gli esperti hanno escogitato una serie di modelli interpretativi che, qui, vengono elencati e sommariamente descritti ispirandosi ad un “manuale” assai stimato tra gli intenditori.[1] dal quale sono presi anche gli esempi riportati.

difficilmente la Chiesa primitiva avrebbe concepito e messo per iscritto circostanze meno, anche solo apparentemente, onorevoli per i propri epigoni e le loro azioni. Esempio, il Battesimo di Gesù da parte di Giovanni Battista, il quale potrebbe far pensare ad una certa sudditanza del primo rispetto al secondo; o il rinnegamento dell'apostolo Pietro, che non esalta certo il principale artefice della Chiesa”;

  • Criterio della discontinuità

ha relazione con informazioni che contrastano con il dichiarato scopo dell'autore. Esempio, difficilmente la Chiesa primitiva avrebbe inventato la proibizione del giuramento o il ripudio perché contrastano con le norme religiose e la pratica dell'epoca”;

  • Criterio dei molti testimoni

difficilmente un detto riportato da diversi autori in diverse circostanze può essere frutto di molteplice e indipendente aggiunta. Esempio, la nascita di Gesù in Betlemme (variamente affermato in Matteo, Luca e Giovanni) e il racconto della istituzione eucaristica dell'Ultima Cena (raccontata dai Vangeli sinottici e dalla 1Corinti)”;

  • Criterio della coerenza

un detto o una circostanza sono tanto più storicamente verosimili quanto più essi sono confacenti con i dati preliminari. Esempio, la nascita di Cristo nell'occasione del censimento “su tutta la terra” (Luca 2,1) di Cesare Augusto circa gli ultimi anni del regno de Erode il Grande (†4 a.C..) è coerente con le informazioni del tempo che datano un censimento negli anni 8 a.C.

  • Criterio del rifiuto

Gesù finisce, violentemente e conflittualmente, il suo ministero religioso poiché egli si mise contro la società e i capi religiosi del suo tempo. Questo criterio può essere considerato una variante del criterio della discontinuità”;

una frase o una parola che riecheggiano parole o strutture linguistiche aramaiche, cioè conformi al vissuto contenuto negli eventi raccontati, hanno più alto grado di probabilità di dato originale che non di personale elaborazione degli autori o di aggiunta posteriore. Esempio, i semitismi dello stile del Vangelo di Marco o i detti aramaici in esso contenuti”;

  • Criterio dell'ambiente palestinese

sostanzialmente simile a quello precedente e a quello della coerenza, esso afferma la storicità delle fonti che trasmettono usi e tradizioni sociali, giuridiche, economiche, commerciali, culturali della Palestina del primo secolo”;

  • Criterio della vivacità del racconto

la presenza di trascurabili dettagli nel racconto difficilmente possono provenire da, se si può dire, inutile intraprendenza di un ”aggiuntatore”, ed è probabile che abbiano un fondamento storico”;

a volte, in antitesi e parzialmente contro il precedente, questo criterio suppone che nel prosieguo del tempo il racconto orale o scritto si sia precisato con particolari e amplificazioni, per cui il testo originale potrebbe essere stato più “sobrio”. Esempio, i “molti” ammalati risanati da Gesù secondo Marco 1,34 potrebbero essere diventati i “tutti” di Matteo Mt 8,16”;

partendo dal principio che i racconti originali sono stati redatti da testimoni degli eventi, questo criterio afferma che ha l'onere della prova, per rifiutare una informazione da essi attestata, spetta al critico: “in dubio pro traditio” (nel dubbio prevale la tradizione). Questo criterio coincide con quello della falsificabilità, basilare nella scienza contemporanea: una teoria (basata sul sentire comune, su comuni ragionamenti o esperimenti) resta valida fino a quando viene ‘falsificata' da una nuova ipotesi più fondata”;

Ulteriori criteri[modifica | modifica wikitesto]

Oltre questi, abbastanza comuni, vigono anche altri criteri provenienti dalla epistemologia e dalla logica, utili e necessari nell' esegesi. Eccone alcuni:

  • Criterio del valore delle fonti

le informazioni e le ipotesi devono fondarsi su precisi dati storici e non essere senza fondamento o su ipotesi senza addentellati storici”;

  • Criterio della antichità delle fonti

più una fonte è antica, e quindi vicina agli eventi raccontati, più è verosimile che le informazioni siano fedeli e storicamente fondate, particolarmente quando sono in contrasto con fonti posteriori”;

  • Criterio della variante più difficile (lectio difficilior)

quando le fonti testuali presentano diverse varianti, relativamente ad un testo, si deve preferire “la più difficile”. Questo criterio in parte si sovrappone al “criterio dell'imbarazzo”. Esempio, in Marco 1,41 alcuni manoscritti riportano che Gesù “si incollerì”[2] di fronte alla richiesta del lebbroso, mentre nella maggior parte dei codici si dice che “si commosse”: difficilmente la seconda variante poté trasformarsi nella prima, mentre è verosimile il contrario”;

  • Criterio della variante più corta (lectio brevior)

questo criterio coincide con quello “della amplificazione” applicato alla pluralità delle fonti: è più verosimile, fra due testi in contrasto, che quello più ampio sia una amplificazione di quello più breve che non il contrario (il primo decurtazione del secondo)”;

  • Criterio sinottico

quando fonti parallele descrivono persone o situazioni, può accadere, qualche volta, che sia possibile dedurre aspetti non emergenti da una fonte sola. Esempio, il “Silvano citato nelle lettere di san Paolo e san Pietro sia la stessa persona, denominata ‘Silas', degli Atti degli Apostoli: questo criterio allora arricchisce la parziale informazione dell'altra fonte”;

  • Criterio economico

si tratta dell'applicazione del cosiddetto Rasoio di Okkam, di cui una formulazione recita “entia non sunt multiplicanda sine necessitate” (gli enti non sono da moltiplicare senza necessità). Come il criterio della falsificabilità, esso rappresenta uno dei fondamentali principi del sapere scientifico moderno: nella ricerca di nuove teorie esplicative gli scienziati devono mirare a modelli semplici e chiari rifiutando gli elementi inutili e senza fondamento... Praticamente, questo criterio dell'economia collima parzialmente con il criterio sinottico quando si tratta di persone con caratteristiche coincidenti”;

  • Argomento del silenzio (argumentum ex silentio)

dal punto di vista della logica questo criterio si presenta come tendenza all'errore quando si deduce da premesse inesistenti. Tuttavia, il giudizio dedotto dal silenzio può essere utile, nonostante la mancanza di certezza, quando è usato assieme ai criteri sinottico ed economico”;

Storia e atteggiamento delle chiese cristiane di fronte ai nuovi criteri nell'esegesi[modifica | modifica wikitesto]

I diversi principi del metodo storico-critico, fin dal 1700 furono pensati, esaminati e applicati principalmente dai protestanti, i quali, spronati dal principio della sola scriptura, si sentirono nella necessità di dedicarsi allo studio della formazione e interpretazione della Bibbia; furono anche sollecitati dalle ricerche, spesso confluenti nell'agnosticismo, degli ambienti illuministici. Per decenni, i risultati dell'applicazione del metodo storico-critico, nell'ambito della ricerca del Gesù storico, furono sinonimo di banalizzazione e destoricizzazione dei contenuti biblici. Tutto questo spinse anche la cultura cattolica a prendere a cuore il nuovo metodo, che in origine veniva guardato con sospetto.

In seguito gli ambienti della Chiesa cattolica, specialmente dopo la creazione della Pontificia Commissione Biblica (1902), cominciarono ad indicare nel metodo storico-critico un alleato per la comprensione della Bibbia come conferma della fede professata. Nella sua enciclica Providentissimus Deus (Dio totalmente Provvidente) (primo di novembre 1893) papa Leone XIII spinse l'ambiente della docenza cattolica ad essere “più dotti e provveduti” nello studio della Bibbia.

Cinque decenni più tardi, dopo la fondazione dell'Pontificio Istituto Biblico (1009), Pio XII nel suo Divino Afflante Spiritu (30 settembre 1943 (Ispirati dal Divino Spirito) lodò e stimolò l'applicazione de “l'arte della storia del testo”.[3]

“Fornito così della conoscenza delle lingue antiche e del corredo della critica, l'esegeta cattolico si applichi a quello che fra tutti i suoi compiti è il più alto: trovare ed esporre il genuino pensiero dei Sacri Libri »”.

Il Concilio Vaticano II ha riaffermato che lo studio della Bibbia è l'anima della teologia e riferendosi al tema dei nuovi metodi di approccio alla Bibbia, dice esplicitamente nella De Verbum (Parola di Dio):

12. “Poiché Dio nella sacra Scrittura ha parlato per mezzo di uomini alla maniera umana (22), l'interprete della sacra Scrittura, per capire bene ciò che egli ha voluto comunicarci, deve ricercare con attenzione che cosa gli agiografi abbiano veramente voluto dire e a Dio è piaciuto manifestare con le loro parole. Per ricavare l'intenzione degli agiografi, si deve tener conto fra l'altro anche dei generi letterari. La verità infatti viene diversamente proposta ed espressa in testi in vario modo storici, o profetici, o poetici, o anche in altri generi di espressione. È necessario adunque che l'interprete ricerchi il senso che l'agiografo in determinate circostanze, secondo la condizione del suo tempo e della sua cultura, per mezzo dei generi letterari allora in uso, intendeva esprimere ed ha di fatto espresso (23). Per comprendere infatti in maniera esatta ciò che l'autore sacro volle asserire nello scrivere, si deve far debita attenzione sia agli abituali e originali modi di sentire, di esprimersi e di raccontare vigenti ai tempi dell'agiografo, sia a quelli che nei vari luoghi erano allora in uso nei rapporti umani (24)”.[4]

Nel rifiorire degli studi biblici secondo i nuovi metodi, che si dimostrò non essere incompatibili con quelli dei Padri della Chiesa, alcuni documenti della “Pontificia Commissione biblica”[5] riassumono la situazione degli studi biblici sottolineando l'utilità potenziale del metodo storico-critico:

”Si tratta di un metodo che, se utilizzato con rispetto della obiettività, per se stesso non implica alcun apriorismo- Se il suo uso è accompagnato da altre priorità, ciò non è addebitabile al metodo in se stesso, ma alle opzioni ermeneutiche che orientano l'interprete e che possono farsi tendenziose [...]. Lo scopo del metodo storico-critico è quello di illuminare, in maniera diacronica, sul significato espresso dagli autori e redattori. Con l'aiuto di altri metodi e degli approcci tradizionali, esso può aprire al moderno lettore l'accesso al testo biblico, che già possediamo.

Per di più, il documento avanza una lista di metodologie proposte negli ultimi tempi: “accesso” retorico con analisi del racconto, “accesso” semeiotico, “accesso” canonico, “accesso” secondo le tradizioni giudaiche, “accesso” attraverso i risultati prodotti dal testo, ”accesso” sociologico, “accesso” psicologico-psicanalitico, “accesso” della liberazione, “accesso” femminista ecc. E conclude con l'affermazione che “lo stesso autore dei testi biblici richiede che, per comprenderli, si ricorra all'uso del metodo storico-critico, almeno nelle loro parti essenziali”.

Un giudizio positivo verso il metodo storico-critico viene espresso anche da Benedetto XVI nella sua opera Gesù di Nazareth. Dal battesimo alla Trasfigurazione (2007). Avendo constatato che i risultati di questa critica sono nebulosi, e contraddittori fra loro e frutto della proiezione delle idee dei ricercatori, egli afferma: “La storia del metodo storico – proprio per l'intrinseca natura della teologia e della fede - è e rimane una dimensione irrinunciabile del lavoro esegetico”. (pagina 11 dell'edizione italiana); “esso è una delle dimensioni fondamentali dell'esegesi, ma non esaurisce il compito dell'interpretazione per chi nei testi biblici vede l'unica "Sacra Scrittura" e la crede ispirata da Dio (pagina 12); “Il metodo storico-critico dovrà necessariamente risalire all'origine dei singoli testi e quindi collocarli dapprima nel loro passato per poi completare questo viaggio a ritroso con un movimento in avanti seguendo la formazione delle unità del testo”. (pagina13).

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ JOHN PAUL MEIER, A Marginal Jew: Rethinking the Historical Jesus. The Roots of the Problem and the Person, I, Doubleday, New York 1991, p. 157-182
  2. ^ Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e disse: Lo voglio, sii purificato!”(Nuova versione ufficiale della Conferena Episcopale Italian)
  3. ^ ”Il suo scopo, infatti, è quello di ristabilire per quanto possibile il testo originale, purificarlo dalle deformazioni introdottesi a causa di copisti, e di liberarlo dalle glosse e commenti infiltratisi nel testo [...]. È vero che di tal critica alcuni decenni or sono non pochi abusarono a loro talento, non di rado in guisa che si direbbe abbiano voluto introdurre nel sacro testo i loro preconcetti". [...]
  4. ^ Costituzione Dogmatica sulla Divina Rivelazione - Dei Verbum
  5. ^ Pontificia Commissione Biblica

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]