Megafauna del Pleistocene

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search
Flora e (mega)fauna del Pleistocene inferiore nella Spagna settentrionale - ill. di Mauricio Antón: mammut, leoni che mangiano una renna, cavalli selvatici e un rinoceronte lanoso.

La Megafauna del Pleistocene è il termine collettivo utilizzato per indicare gli animali di grandi dimensioni (la c.d. "megafauna") diffusi sulla Terra durante il Pleistocene ed estintisi al volgere del Quaternario.

Sono state avanzate quattro teorie per spiegare questa estinzione: (i) la caccia sempre più efficiente da parte dell'uomo[1] (la causa ritenuta di maggior impatto[2]), (ii) cambiamenti climatici, (iii) epidemie e (iv) un cataclisma dovuto all'impatto di un asteroide (come accaduto per i dinosauri)[3]. Si è inoltre considerata la possibilità che più di una delle cause elencate abbia simultaneamente concorso all'estinzione della megafauna.



Il contesto climatico ed ecologico[modifica | modifica wikitesto]

L'Altopiano del Ukok (Siberia), odierna vestigia delle steppe dei mammut[4].

Durante il Pleistocene i continenti erano essenzialmente nelle loro attuali posizioni e le placche sopra cui essi poggiavano probabilmente, fin dall'inizio del periodo, non si erano mosse per più di 100 km l'una rispetto all'altra. Il clima complessivo del periodo potrebbe essere stato caratterizzato come un "El Niño" continuato con alisei nel sud Pacifico indeboliti o diretti a est, aria calda in aumento presso il Perù, acqua calda che si espandeva dal Pacifico occidentale e dall'Oceano Indiano verso il Pacifico orientale, ecc.[5] Ripetuti cicli glaciali (11 eventi glaciali maggiori e molti altri minori.[6]) spinsero in alcune zone del globo i ghiacciai continentali fino al 40º parallelo: durante l'estensione massima dei ghiacciai al c.d. "Ultimo massimo glaciale" (circa 20.000 anni fa) si suppone che il 30% della Terra fosse coperta di ghiaccio. A sud dei ghiacciai continentali, si accumulavano grandi laghi poiché gli sbocchi erano bloccati e l'aria più fredda rallentava l'evaporazione dell'acqua. Una zona di permafrost si estendeva dal margine della calotta glaciale artica verso il Nord America e l'Eurasia (quest'ultima per molte centinaia di km), con temperatura media annuale al margine del ghiacciaio di −6 °C e 0 °C al bordo del permafrost. L'Antartico era completamente circondato dai ghiacci.

Il bioma dominante era la c.d. "Steppa dei mammut", esteso dalla Spagna al Canada, attraverso tutta l'Eurasia, e dall'Artico alla Cina meridionale: una steppa fredda e secca, la cui flora dominante erano mari d'erba e arbusti. Le foreste erano quasi del tutto assenti, eccezion fatta per sparuti assembramenti sui monti dell'Europa meridionale[7].

Sia la fauna marina sia quella continentale erano essenzialmente quelle attuali, con l'eccezione della c.d. "megafauna", gli animali cioè di massa corporea superiore ai 45 kg, molto più ricca nel Pleistocene, che si estinse al termine del periodo, contestualmente alla fine dell'Era Glaciale, venendo soppiantata da animali a sangue freddo, da uccelli migratori e da mammiferi più piccoli (es. il topo selvatico) o più veloci (es. cervo dalla coda bianca), migrati da sud a nord.

L'uomo stesso evolse nella forma attuale durante il Pleistocene[8][9]. All'inizio del periodo le specie di Paranthropus erano ancora presenti, come pure altri antenati dell'uomo, ma durante il Paleolitico inferiore essi sparirono in favore dell'Homo erectus, la sola specie ominide ad aver lasciato persistenti evidenze fossili, che migrò attraverso buona parte del vecchio mondo aumentando le "diversità regionali" nella specie umana. Il medio e tardo Paleolitico videro l'apparire di nuovi tipi di uomini, come pure lo sviluppo di strumenti più elaborati. Il c.d. Homo sapiens migrò dall'Africa dopo la glaciazione Riss (Paleolitico medio) durante l'Interglaciazione Riss-Würm (c.d. "Stadio Eemiano"), espandendosi su tutte le terre del mondo libere dal ghiaccio durante il Pleistocene superiore[10][11][12]: prima l'Asia centrale 50.000 anni fa, poi l'Europa (fond. Italia[13], Isole britanniche[14] e regione artica della Russia[15]) 40.000 anni fa, la Siberia e da lì il Circolo polare artico 27.000 anni fa[16], fino a raggiungere il Nord America per tramite dell'allora congelato Stretto di Bering tra i 20.000 e gli 11.000 anni fa[17], avviando la colonizzazione del Nuovo mondo[18].

La megafauna del Pleistocene nei diversi continenti[modifica | modifica wikitesto]

Africa[modifica | modifica wikitesto]

L'Africa ospita oggi la maggior parte della megafauna terrestre i cui esponenti sono in molti casi diretti discendenti della megafauna pleistocenica: es. leoni (proprio in Africa la specie Panthera leo ebbe la sua origine circa un milione di anni fa prima di diffondersi in tutta la regione olartica), leopardi, iene ecc. Il continente fu luogo di origine delle Proboscidea che al tempo annoveravano: il c.d. "mammut africano", da cui svilupparono, migrando in Eurasia e da lì in Nordamerica, tutte le successive specie di mammut; il Deinotherium bozasi, altra forma originaria di proboscidato un tempo diffuso anche in Eurasia; ...
Nel Pleistocene, l'antenato del ghepardo, il c.d. "ghepardo gigante" era alto quanto un attuale leone e pesava anche 80 kg. La giraffa, originaria dell'Asia, evolvette nella loro forma attuale in Africa proprio nel corso del Pleistocene, quando cioè il cambiamento climatico l'aveva costretta ad abbandonare i luoghi natii[19].

America settentrionale[modifica | modifica wikitesto]

Al termine del Pleistocene, durante l'estinzione della megafauna (ca. 12.700 anni fa), 90 generi di mammiferi nordamericani di taglia superiore ai 44 kg scomparvero[20][21]: bradipi giganti (es. Mylodontidae, Megatheriidae, Megalonychidae), orsi dal muso corto, varie specie di tapiri (es. Tapirus californicus), pecari (es. Mylohyus e Platygonus) e camelidae (es. il lama, il simil-cammello, il Titanotylopus alto 3 m alla spalla)[22] che proprio qui ebbero il loro luogo d'origine[23], almeno due distinte specie di bisonte (oggi sopravvive il solo bisonte americano, il mammifero di terra più grosso dell'America settentrionale[24]), il booterio e l'euceraterio, il cervalce, mammut e mastodonti, l'"armadillo splendido" ed il gliptoterio[25], castori giganti, numerosi felidae tra cui leoni, simil-ghepardi, smilodonti/omoteri[26], e giaguari[27], i c.d. "dire wolves (lupi terribili)", l'antilope saiga, la renna[28], allora diffusissima ed oggi identificata come la preda d'elezione del leone[29] e 14 specie di Antilocapra americana delle quali solo una oggi sopravvive, cavalli indigeni.
Tra gli estinti figuravano poi tartarughe giganti, uccelli giganti quali Aiolornis e vari Teratornithidae, ed il "salmone dai denti a sciabola" di quasi tre metri di lunghezza.

America meridionale[modifica | modifica wikitesto]

La megafauna sudamericana pleistocenica non differiva molto da quella nordamericana in ragione del c.d. "grande scambio americano", l'imponente processo di migrazione di animali terrestri e d'acqua dolce dal Nord al Sud America e viceversa grazie alla formazione dell'istmo di Panama nella prima metà del Pliocene (ca. 3 milioni di anni fa). Anche il blocco meridionale americano ospitava infatti bradipi giganti terricoli (es. il megaterio)[30], erbivori "adattabili" come la Macrauchenia ed il cavallo primitivo, simili-armadilli come Doedicurus e Glyptodon e colossi quali il toxodonte ed i proboscidati Cuvieronius e stegomastodonte (diffuso sino alla Patagonia[31]). I principali predatori erano invece l'urside Arctotherium, lo smilodonte ed il giaguaro (l'unico sopravvissuto sino ai giorni nostri).

Eurasia[modifica | modifica wikitesto]

L'Eurasia annoverava una megafauna che fondeva elementi indigeni, specie migrate dall'Africa ed altre migrate da/per il Nordamerica. Come nel nordamerica, vi abbondavano mammut (mammut lanoso e mammut delle steppe), elefanti dalle zanne diritte, uri e il c.d. "bisonte delle steppe" (progenitore del moderno bisonte europeo, unico esponente della megafauna pleistocenica eurasiatica ancora esistente), il rinoceronte lanoso, il "rinoceronte di Merck" e l'Elasmotherium, il cervalce, il "leone delle caverne", lo Homotherium, il c.d. "giaguaro europeo" (di anche 190 kg), l'orso delle caverne e l'orso polare gigante, ed il c.d. "Lupo della megafauna" (probabile antenato del cane domestico[32]). Esistevano poi specie non presenti nel blocco americano di diretta origine africana (come il leone): la iena delle caverne, il leopardo delle caverne, il ghepardo gigante, ecc. Similmente, erano presenti specie prettamente asiatiche: es. il c.d. ippopotamo europeo). Nell'Estremo Oriente si erano evoluti, nel corso del Pleistocene, Pantherinae giganteschi, come la c.d. Panthera tigris soloensis (in Cina) pesante oltre 400 kg, e la forma arcaica della tigre moderna, la Panthera tigris trinilensis[33] (a Giava) che entro il Pleistocene superiore si diffuse in tutta l'Asia, compresa la Beringia.
Anche in Eurasia, come nell'America Settentrionale, era diffusissima la renna che, oltre ai leoni, fu preda d'elezione (in questo caso non solo per la carne), dell'uomo[34].

Australia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Megafauna australiana.

In Australia erano presenti marsupiali, monotremi, coccodrilli, testuggini, varani ed uccelli non-volatori giganti. Tra i più caratteristici si annoverano il Procoptodonte (o "Canguro dal muso corto"), il Diprotodonte (un gigantesco vombato), il c.d. "Leone marsupiale", gli uccelli giganti Genyornis e Dromornithidae, il serpente gigante Wonambi il varano "Megalania"[35][36].

Megafauna insulare[modifica | modifica wikitesto]

Molte realtà insulari, svilupparono nel Pleistocene della megafauna autoctona la cui estinzione avvenne in tempi molto più recenti e si dovette con buona probabilità al diretto intervento dell'uomo. Fu questo il caso per esempio: dei mammut lanosi nell'Isola di Wrangel (c.d. Mammuthus primigenius vrangeliensis), nell'Isola di Saint Paul (Alaska) e nelle "Channel Islands" della California (c.d. Mammuthus exilis, dal marcato nanismo insulare)[37]; degli uccelli giganti della Nuova Zelanda (es. il Moa ed il suo predatore, l'aquila Harpagornis moorei); della megafauna del Madagascar (i lemuri giganti Megaladapis, Palaeopropithecus e Archaeoindris; tre specie di ippopotamo; testuggini giganti; il coccodrillo Voay robustus e l'uccello Aepyornis); delle testuggini giganti delle Isole Mascarene; dello stegodonte nano dell'isola di Flores (Indonesia); delle testuggini Meiolaniidae e dei coccodrilli Mekosuchinae della Nuova Caledonia; del c.d. "Gufo gigante di Cuba" e dei bradipi giganti terricoli (es. Megalocnus) dei Caraibi[38][39]; delle anatre giganti delle isole Hawaii; degli elefanti nani e dei vari ippopotami pigmei (es. Hippopotamus creutzburgi) delle Isole del Mar Mediterraneo (Creta, Cipro, ecc.); della megafauna delle Isole Canarie composta da lucertole giganti (es. Gallotia goliath), ratti giganti (es. Canariomys bravoi)[40] e testuggini giganti (es. Geochelone burchardi)[41]; delle Ritine di Steller, i giganteschi sireni delle Isole del Commodoro.

L'estinzione della megafauna[modifica | modifica wikitesto]

I grandi mutamenti climatici durante l'era glaciale, spec. nel c.d. "Pleistocene superiore" durante il quale il clima in alcune regione oscillò rapidamente anche di 16 °C, ebbero un impatto importante sulla fauna e sulla flora. Ad ogni avanzamento del ghiaccio, vaste aree continentali divennero totalmente spopolate, con piante e animali che arretravano verso sud di fronte all'avanzamento del ghiacciaio affrontando uno stress tremendo dovuto ai drastici mutamenti climatici, ai ridotti spazi vitali e alla scarsità di approvvigionamento alimentare. L'estinzione della megafauna non è però riconducibile a cause climatiche anche perché, per contro, non ci sono evidenze di estinzioni massive contestuali all'ultimo massimo glaciale, a riprova dell'adattamento della megafauna pleistocenica al freddo. Il cambio di esponenti dello stesso genus o l'eradicazione di una popolazione da parte di un'altra appartenente alla stessa specie, in un'area più o meno vasta, sono state sicuramente il frutto di fattori multipli e concomitanti[42] tra i quali l'intervento umano fu forse il più impattante[2]:

  • in Africa le megafaune furono le prime a subire una prima riduzione 1,7 milioni d'anni fa, contestualmente alla comparsa dei primi Homo, con la scomparsa della maggior parte delle tartarughe giganti, poi 1,4 milioni di anni fa le specie di proboscidati africani passarono da 9 a 2 e simile destino conobbero molti altri animali di grossa taglia (l'ippopotamo Hexaprotodon, oltre all'enigmatico Ancylotherium) e predatori (la iena gigante Pachycrocuta e tutti e tre i machairodonti) mentre fino a 900.000 anni fa proseguì la riduzione della biodiversità della megafauna, con l'estinzione degli ultimi Australopithecus sostituiti dagli ominidi. Altri due livelli di estinzione di megafauna africana si conoscono attorno al 500.000 anni fa e verso i 12.000;
  • in Eurasia il primo ciclo di estinzioni di megafaune si verificò attorno ad 1,4 milioni d'anni fa, con un modello simile a quello verificatosi in Africa, cioè cominciato con l'estinzione delle tartarughe giganti. Il primo megamammifero a scomparire fu l'"Elefante dalle zanne diritte", tra i 100.000 ed i 50.000 anni fa. S'innescò poi un secondo ciclo di estinzione 60.000 anni fa, data di arrivo in Asia degli homo sapiens, che portò alla scomparsa, tra i 50.000 ed i 16.000 anni fa, dell'orso delle caverne, del rinoceronte Stephanorhinus, dell'antilope Spirocerus e delle varie specie di ippopotamo. Il terzo ciclo si innescò circa 12.000 anni fa e coinvolse: rinoceronti lanosi, mammut, buoi muschiati ed il cervo gigante Megaloceros che sopravvisse però nella Siberia occidentale sino a 7.700 anni fa[43]. Un gruppo circoscritto di mammut sopravvisse nell'Isola di Wrangel sino a 4.500 anni fa[44]. La scomparsa delle prede implicò la scomparsa dei predatori: l'omoterio si estinse 28.000 anni fa[45], seguito un millennio dopo (in Europa) dal leopardo[46], mentre il c.d. "leone delle caverne" sopravvisse sino a 11.900 anni fa[47] insieme alle iene;
  • circa 50.000 anni fa, poco dopo la comparsa degli homo sapiens in Australia si verificò anche lì l'estinzione di massa;
  • in Nord America, le estinzioni furono molto severe: i cavalli nativi e i cammelli sparirono completamente, come il leone. Il peso dell'uomo, giuntovi 11.000 anni fa, fu in questo caso, con buona probabilità, determinante;
  • in Sud America, un peso notevole nell'estinzione di vari esponenti della megafauna ebbero i predatori specializzati ed efficienti ivi giunti dal Nord America (es. gli smilodonti) tramite l'Istmo di Panama. Nel corso del Cenozoico, la fauna sudamericana si era infatti sviluppata in quasi totale assenza di grandi predatori;
  • fu invece certamente la megafauna insulare a risentire in modo massivo della caccia operata dall'uomo che portò all'estinzione delle specie qualche centinaio di anni dopo la colonizzazione dei vari arcipelaghi.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Marc A. Carrasco, Anthony D. Barnosky, Russell W. Graham Quantifying the Extent of North American Mammal Extinction Relative to the Pre-Anthropogenic Baseline plosone.org December 16, 2009
  2. ^ a b S. Vignieri, Vanishing fauna (Special issue), in Science, vol. 345, nº 6195, 25 luglio 2014, pp. 392–412, DOI:10.1126/science.345.6195.392.
  3. ^ Colin Nickerson, Cosmic blast may have killed off megafauna Scientists say early humans doomed, too, Boston, MA, The Boston Globe, 25 settembre 2007, p. A2..
  4. ^ Věra Pavelková Řičánková, Jan Robovský e Jan Riegert, Ecological Structure of Recent and Last Glacial Mammalian Faunas in Northern Eurasia: The Case of Altai-Sayan Refugium, in PLoS ONE, vol. 9, nº 1, 2014, pp. e85056, Bibcode:2014PLoSO...985056P, DOI:10.1371/journal.pone.0085056, PMC 3890305, PMID 24454791.
  5. ^ National Geographic Channel, Sei gradi potrebbero cambiare il mondo, intervista di Mark Lynas, 14 febbraio 2008.
  6. ^ Richmond, G.M. and D.S. Fullerton, 1986, Summation of Quaternary glaciations in the United States of America. Quaternary Science Reviews. vol. 5, pp. 183-196.
  7. ^ Jonathan Adams, Europe during the last 150,000 years, Oak Ridge National Laboratory, Oak Ridge, USA (archiviato dall'url originale il 26 novembre 2005).
  8. ^ (EN) Rogers, A.R. e Jorde, L.B. (1995) "Evidenza genetica sulle origini dell'uomo moderno" Human Biology 67: pp. 1–36
  9. ^ (EN) Wall, J.D. e Przeworski, M. (2000) "Quando è che la popolazione umana inizia a crescere?" Genetics 155: pp. 1865–1874
  10. ^ (EN) Cann, R.L.; Stoneking, M. e Wilson, A.C.(1987) "DNA Mitocondriale ed evoluzione umana" Nature 325: pp. 31–36
  11. ^ (EN) Stringer, C.B. (1992) "Evoluzione dei primi uomini moderni" In: Jones, Steve; Martin, R. e Pilbeam, David R. (editori) (1992) The Cambridge encyclopedia of human evolution Cambridge University Press, Cambridge, ISBN 0-521-32370-3, pp. 241–251.
  12. ^ (EN) Templeton, A. (2002) "Out of Africa again and again" Nature 416: p. 45
  13. ^ S. Benazzi, K. Douka, C. Fornai, C. C. Bauer, O. Kullmer, J. Í. Svoboda, I. Pap, F. Mallegni, P. Bayle, M. Coquerelle, S. Condemi, A. Ronchitelli, K. Harvati e G. W. Weber, Early dispersal of modern humans in Europe and implications for Neanderthal behaviour, in Nature, vol. 479, nº 7374, 2011, pp. 525, Bibcode:2011Natur.479..525B, DOI:10.1038/nature10617, PMID 22048311.
  14. ^ T. Higham, T. Compton, C. Stringer, R. Jacobi, B. Shapiro, E. Trinkaus, B. Chandler, F. Gröning, C. Collins, S. Hillson, P. o’Higgins, C. Fitzgerald e M. Fagan, The earliest evidence for anatomically modern humans in northwestern Europe, in Nature, vol. 479, nº 7374, 2011, pp. 521, Bibcode:2011Natur.479..521H, DOI:10.1038/nature10484, PMID 22048314.
  15. ^ Pavel Pavlov, John Inge Svendsen e Svein Indrelid, Human presence in the European Arctic nearly 40,000 years ago, in Nature, vol. 413, nº 6851, 2001, pp. 64, Bibcode:2001Natur.413...64P, DOI:10.1038/35092552, PMID 11544525.
  16. ^ V. V. Pitulko, P. A. Nikolsky, E. Y. Girya, A. E. Basilyan, V. E. Tumskoy, S. A. Koulakov, S. N. Astakhov, E. Y. Pavlova e M. A. Anisimov, The Yana RHS Site: Humans in the Arctic Before the Last Glacial Maximum, in Science, vol. 303, nº 5654, 2004, pp. 52–6, Bibcode:2004Sci...303...52P, DOI:10.1126/science.1085219, PMID 14704419.
  17. ^ E. Tamm, T. Kivisild, M. Reidla, M. Metspalu, D. G. Smith, C. J. Mulligan, C. M. Bravi, O. Rickards, C. Martinez-Labarga, E. K. Khusnutdinova, S. A. Fedorova, M. V. Golubenko, V. A. Stepanov, M. A. Gubina, S. I. Zhadanov, L. P. Ossipova, L. Damba, M. I. Voevoda, J. E. Dipierri, R. Villems e R. S. Malhi, Beringian Standstill and Spread of Native American Founders, in Dee Carter (a cura di), PLoS ONE, vol. 2, nº 9, 2007, pp. e829, Bibcode:2007PLoSO...2..829T, DOI:10.1371/journal.pone.0000829, PMC 1952074, PMID 17786201.
  18. ^ Balter, M, Farming Was So Nice, It Was Invented at Least Twice, Science, 4 luglio 2013.
  19. ^ G. Mitchell and J. D. Skinner, On the origin, evolution and phylogeny of giraffes Giraffa camelopardalis (PDF), in Transactions of the Royal Society of South Africa, 58 (1), 2003, pp. 51-73, DOI:10.1080/00359190309519935.
  20. ^ O'Keefe FR, Fet EV, Harris JM. 2009. Compilation, calibration, and synthesis of faunal and floral radiocarbon dates, Rancho La Brea, California. Contrib Sci 518: 1–16
  21. ^ O'Keefe, F. Robin, Binder, Wendy J., Frost, Stephen R., Sadlier, Rudyard W., and Van Valkenburgh, Blaire 2014. Cranial morphometrics of the dire wolf, Canis dirus, at Rancho La Brea: temporal variability and its links to nutrient stress and climate. Palaeontologia Electronica Vol. 17, Issue 1;17A; 24p; [1]
  22. ^ R. M. Nowak. 1991. Walker's Mammals of the World. Maryland, Johns Hopkins University Press (edited volume) II
  23. ^ Palmer, D. (a cura di), The Marshall Illustrated Encyclopedia of Dinosaurs and Prehistoric Animals, London, Marshall Editions, 1999, pp. 274–277, ISBN 1-84028-152-9.
  24. ^ Ice Age Animals, su museum.state.il.us.
  25. ^ North American Glyptodon, su amnh.org. URL consultato il 2 luglio 2014.
  26. ^ L. D. Martin. 1998. Felidae. In C. M. Janis, K. M. Scott, and L. L. Jacobs (eds.), Evolution of Tertiary Mammals of North America 1:236-242
  27. ^ S. Legendre and C. Roth. 1988. Correlation of carnassial tooth size and body weight in recent carnivores (Mammalia). Historical Biology 1
  28. ^ Björn Kurtén, Pleistocene Mammals of Europe, Transaction Publishers, 1968, pp. 170–177, ISBN 978-1-4128-4514-4. URL consultato il 6 agosto 2013 (archiviato il 1º gennaio 2014).
  29. ^ H. Bocherens, Drucker, D. G.; Bonjean, D.; Bridault, A.; Conard, N. J.; Cupillard, C.; Germonpré, M.; Höneisen, M.; Münzel, S. C.; Napieral, H.; Patou-Mathis, M.; Stephan, E.; Uerpmann, H.-P.; Ziegler, R., Isotopic evidence for dietary ecology of cave lion (Panthera spelaea) in North-Western Europe: Prey choice, competition and implications for extinction, in Quaternary International, vol. 245, nº 2, 6 dicembre 2011, pp. 249–261, Bibcode:2011QuInt.245..249B, DOI:10.1016/j.quaint.2011.02.023. URL consultato il 24 novembre 2011.
  30. ^ A. E. Zurita, A. A. Carlini, G. J. Scillato-Yané and E. P. Tonni. (2004). Mamíferos extintos del Cuaternario de la Provincia del Chaco (Argentina) y su relación con aquéllos del este de la región pampeana y de Chile. Revista geológica de Chile 31(1):65-87
  31. ^ O. P. Recabarren, M. Pino, M. T. Alberdi. (2014). La Familia Gomphotheriidae en América del Sur: evidencia de molares al norte de la Patagonia chilena. Estudios Geológicos, Vol 70, No 1.
  32. ^ Stuart Wolpert, Dogs likely originated in Europe more than 18,000 years ago, UCLA biologists report, in UCLA News Room, 14 novembre 2013. URL consultato il 10 dicembre 2014.
  33. ^ Van den Hoek Ostende. 1999. Javas Tiger - Ruthlessly hunted down. 300 Pearls - Museum highlights of natural diversity Archiviato il 21 settembre 2009 in Internet Archive.. Downloaded on 11 August, 2006.
  34. ^ Banfield, Alexander William Francis (1961), A Revision of the Reindeer and Caribou, Genus Rangifer, in Bulletin of the National Museum of Canada, Biological Services, 177 (66).
  35. ^ Australia's Megafauna
  36. ^ Death of the Megafauna, su abc.net.au.
  37. ^ Extinct dwarf elephants from the Mediterranean islands Archiviato il 23 gennaio 2009 in Internet Archive.
  38. ^ North American Extinctions v. World
  39. ^ Mammoths and Humans as late Pleistocene contemporaries on Santa Rosa Island, Institute for Wildlife Studies 6th California Islands Symposium, Larry D. Agenbroad, et al, December 2003. Retrieved 8 November 2015
  40. ^ Algunas extinciones en Canarias Archiviato il 28 dicembre 2009 in Internet Archive. Consejería de Medio Ambiente y Ordenación Territorial del Gobierno de Canarias
  41. ^ «La Paleontología de vertebrados en Canarias.» Spanish Journal of Palaeontology (antes Revista Española de Paleontología). Consultado el 17 de junio de 2016.
  42. ^ A. Cooper, C. Turney, K. A. Hughen, B. W. Brook, H. G. McDonald e C. J. A. Bradshaw, Abrupt warming events drove Late Pleistocene Holarctic megafaunal turnover, in Science, vol. 349, nº 6248, 2015, pp. 602, Bibcode:2015Sci...349..602C, DOI:10.1126/science.aac4315, PMID 26250679.
  43. ^ Anthony John Stuart, Late Pleistocene Megafaunal Extinctions, in Extinctions in Near Time, 1999, pp. 257, DOI:10.1007/978-1-4757-5202-1_11, ISBN 978-1-4419-3315-7.
  44. ^ R. Dale Guthrie, Radiocarbon evidence of mid-Holocene mammoths stranded on an Alaskan Bering Sea island, in Nature, vol. 429, nº 6993, 2004, pp. 746–749, Bibcode:2004Natur.429..746D, DOI:10.1038/nature02612, PMID 15201907.
  45. ^ Jelle W. F. Reumer, Lorenzo Rook, Klaas Van Der Borg, Klaas Post, Dick Mol e John De Vos, Late Pleistocene survival of the saber-toothed cat Homotheriumin northwestern Europe, in Journal of Vertebrate Paleontology, vol. 23, 2003, pp. 260, DOI:10.1671/0272-4634(2003)23[260:LPSOTS]2.0.CO;2.
  46. ^ Elena Ghezzo e Lorenzo Rook, The remarkable Panthera pardus (Felidae, Mammalia) record from Equi (Massa, Italy): Taphonomy, morphology, and paleoecology, in Quaternary Science Reviews, vol. 110, 2015, pp. 131, DOI:10.1016/j.quascirev.2014.12.020.
  47. ^ R. Barnett, B. Shapiro, I. A. N. Barnes, S. Y. W. Ho, J. Burger, N. Yamaguchi, T. F. G. Higham, H. T. Wheeler, W. Rosendahl, A. V. Sher, M. Sotnikova, T. Kuznetsova, G. F. Baryshnikov, L. D. Martin, C. R. Harington, J. A. Burns e A. Cooper, Phylogeography of lions (Panthera leo ssp.) reveals three distinct taxa and a late Pleistocene reduction in genetic diversity, in Molecular Ecology, vol. 18, nº 8, 2009, pp. 1668–1677, DOI:10.1111/j.1365-294X.2009.04134.x, PMID 19302360.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]