Massacro di Pontelandolfo e Casalduni

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Massacro di Pontelandolfo e Casalduni
StatoItalia Italia
LuogoPontelandolfo e Casalduni, Provincia di Benevento
ObiettivoPopolazione civile dei due comuni
Data14 agosto 1861
Morti13, secondo le fonti parrocchiali ed una lettera d'epoca ritrovata nel 2016[1][2]; stimato da 100 a più di 1000 da alcuni autori contemporanei[3]
ResponsabiliBersaglieri italiani
MotivazionePrecedente strage di soldati italiani a opera di "briganti" e cittadini del posto

Il massacro di Pontelandolfo e Casalduni fu una strage di rappresaglia compiuta dal Regio Esercito italiano ai danni della popolazione civile dei due comuni in data 14 agosto 1861.

La decisione di eseguire la rappresaglia fu presa in seguito al precedente massacro di 45 militari dell'esercito unitario (un ufficiale, quaranta fanti del 36° e quattro carabinieri), catturati alcuni giorni prima da alcuni briganti e contadini del posto. I due piccoli centri vennero quasi rasi al suolo, lasciando circa 3.000 persone senza dimora[4]. Il numero di vittime è tuttora incerto, ma Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella riportano che alcuni autori lo stimano compreso fra il centinaio e il migliaio[3].

Sulla base della lettura dei registri parrocchiali della chiesa della Santissima Annunziata ove sarebbero annotati dal canonico Pietro Biondi e dal canonico Michelangelo Caterini (firmatario degli atti di morte) i nomi dei morti, le modalità della loro morte e il luogo del seppellimento: 13 persone (undici uomini e due donne) sarebbero morte durante il giorno stesso della strage (dieci direttamente uccisi e due nel rogo delle case) e una tredicesima morì il giorno seguente.[2]

Il numero di 13 morti viene confermato nel 2016 dalla scoperta di una lettera d'epoca datata 3 settembre 1861 pubblicata sulla rivista Frammenti del Centro culturale per lo studio della civiltà contadina nel Sannio con sede in Campolattaro. L’autrice della lettera è la signora Carolina Lombardi, originaria di Pontelandolfo, sposata con don Salvadore Tedeschi, speziale in Campolattaro.[1]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Antefatto[modifica | modifica wikitesto]

I briganti Cosimo Giordano (primo a sinistra), Carlo Sartore e Francesco Guerra.

All'indomani della proclamazione del Regno d'Italia, in molte parti dei territori dell'ex Regno delle Due Sicilie scoppiarono moti di rivolta filoborbonici, spesso capeggiati da cittadini o ex militari del disciolto Esercito delle Due Sicilie. Uno di questi moti ebbe luogo il 7 agosto 1861 quando alcuni briganti della brigata Fra Diavolo, comandati da un ex sergente borbonico, il cerretese Cosimo Giordano, approfittando dell'allontanamento di una truppa delle Guardie Nazionali da Pontelandolfo, occupò il paese, uccidendo i pochi ufficiali rimasti,[5] issandovi la bandiera borbonica e proclamandovi un governo provvisorio[6].

L'11 agosto il luogotenente Cesare Augusto Bracci, incaricato di effettuare una ricognizione, si diresse verso Pontelandolfo alla guida di quaranta soldati e quattro carabinieri. Nei pressi del paese, gli uomini del reparto piemontese furono catturati da un gruppo di briganti e contadini armati che li portarono a Casalduni, dove furono uccisi per ordine del brigante Angelo Pica.[7]

« Il tenente Bracci fu torturato per circa otto ore, prima di venire ucciso a colpi di pietra. La testa gli fu tagliata e venne infilzata su d’una croce, posta nella chiesa di Pontelandolfo. Una sorte analoga toccò a tutto il suo reparto, i cui soldati finirono uccisi a colpi di scure, di mazza, dilaniati dagli zoccoli di cavalli ecc. Sei militari, già gravemente feriti, furono massacrati a colpi di mazza. Un cocchiere si segnalò per il suo comportamento, facendo passare e ripassare dei cavalli al galoppo sopra i corpi dei soldati, alcuni moribondi, altri solo feriti ma impossibilitati a muoversi perché legati. Fu allora inviato un altro reparto militare, questa volta di ben maggiore forza, comandato dal tenente colonnello Pier Eleonoro Negri e costituito da 400 bersaglieri. Quando entrarono a Pontelandolfo, il 14 agosto del 1861, questi soldati, che già sapevano della strage dei propri commilitoni arresisi, videro che i loro stessi corpi erano stati smembrati ed appesi dai briganti come trofei in diverse parti della località, con il capo mozzo del tenente Bracci che era stato conficcato su d’una croce, come si è detto sopra. »

(da Il Nuovo Monitore Napoletano[8].)

Un sergente del reparto sfuggì alla cattura e successiva uccisione e riuscì a raggiungere Benevento, dove informò i suoi superiori dell'accaduto. Costoro chiesero a loro volta un dettagliato rapporto ai capitani locali della Guardia Nazionale Saverio Mazzaccara e Achille Jacobelli. Ottenuti dettagli sull'accaduto, le autorità di Benevento informarono quindi il generale Enrico Cialdini. Racconta Carlo Melegari, a quel tempo ufficiale dei bersaglieri,[9] che il rapporto inviato a Cialdini conteneva una descrizione raccapricciante dell'uccisione dei bersaglieri[10]. Cialdini, consultandosi con altri generali, ordinò l'incendio di Pontelandolfo e Casalduni con la fucilazione di tutti gli abitanti dei due paesi "meno i figli, le donne e gli infermi"[11].

Il massacro[modifica | modifica wikitesto]

Il generale Enrico Cialdini che ordinò le stragi di Pontelandolfo e Casalduni.

« Di Pontelandolfo e Casalduni non rimanga pietra su pietra. »

(Cialdini al colonnello Negri[12])

Il generale Cialdini, per l'attuazione del piano, incaricò il colonnello Pier Eleonoro Negri e il maggiore Melegari, che comandavano due reparti della divisione del gen. Maurizio Gerbaix de Sonnaz. I due reparti si diressero rispettivamente a Pontelandolfo e a Casalduni. All'alba del 14 agosto i soldati raggiunsero i due paesi. Mentre Casalduni fu trovata quasi disabitata (gran parte degli abitanti riuscì a fuggire dopo aver saputo dell'arrivo delle truppe), a Pontelandolfo i cittadini vennero sorpresi nel sonno. Le chiese furono assaltate, le case furono dapprima saccheggiate per poi essere incendiate con le persone che ancora vi dormivano. In alcuni casi, i bersaglieri attesero che i civili uscissero delle loro abitazioni in fiamme per poter sparare loro non appena fossero stati allo scoperto. Gli uomini furono fucilati mentre le donne (nonostante l'ordine di risparmiarle) furono sottoposte a sevizie o addirittura vennero violentate[7]. Carlo Margolfo, uno dei militari che parteciparono alla spedizione punitiva, scrisse nelle sue memorie:

« Al mattino del giorno 14 (agosto) riceviamo l'ordine superiore di entrare a Pontelandolfo, fucilare gli abitanti, meno le donne e gli infermi (ma molte donne perirono) ed incendiarlo. Entrammo nel paese, subito abbiamo incominciato a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitava; indi il soldato saccheggiava, ed infine ne abbiamo dato l'incendio al paese. Non si poteva stare d'intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli cui la sorte era di morire abbrustoliti o sotto le rovine delle case. Noi invece durante l’incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava…Casalduni fu l'obiettivo del maggiore Melegari. I pochi che erano rimasti si chiusero in casa, ed i bersaglieri corsero per vie e vicoli, sfondarono le porte. Chi usciva di casa veniva colpito con le baionette, chi scappava veniva preso a fucilate. Furono tre ore di fuoco, dalle case venivano portate fuori le cose migliori, i bersaglieri ne riempivano gli zaini, il fuoco crepitava. »

(Carlo Margolfo[12])

Alcuni particolari del massacro si leggono nella relazione parlamentare che il deputato Giuseppe Ferrari scrisse a seguito del suo sopralluogo a Pontelandolfo all'indomani del terribile evento. Nella relazione[13] si citano due fratelli Rinaldi, uno avvocato e un altro negoziante, entrambi liberali convinti. I fratelli, usciti fuori di casa per vedere cosa stesse accadendo, vennero freddati all'istante e uno dei due, ancora in agonia dopo i colpi di fucile, fu finito a colpi di baionetta. Un altro episodio citato è quello di una ragazza, tale Concetta Biondi, che rifiutandosi di essere violentata da alcuni soldati, fu fucilata.

« Una graziosa fanciulla, Concetta Biondi, per non essere preda di quegli assalitori inumani, andò a nascondersi in cantina, dietro alcune botti di vino. Sorpresa, svenne, e la mano assassina colpì a morte il delicato fiore, mentre il vino usciva dalle botti spillate, confondendosi col sangue »

(Nicolina Vallillo[14])

Al termine del massacro, il colonnello Negri telegrafò a Cialdini:

« Ieri mattina all'alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora. »

(Pier Eleonoro Negri[15])

A causa dell'incendio degli archivi comunali e della mancanza di un censimento non si conosce la cifra esatta delle vittime del massacro. Alcune stime parlano di circa 100 civili uccisi,[3] altre di 400[16], altre di circa 900[17] ed altre ancora di almeno un migliaio[18][19].

Una forte revisione al ribasso del numero degli uccisi, ridotti a 13 morti, viene sostenuta dal ricercatore Davide Fernando Panella sulla base della lettura dei registri parrocchiali della chiesa della Santissima Annunziata ove sarebbero annotati dal canonico Pietro Biondi e dal canonico Michelangelo Caterini (firmatario degli atti di morte) i nomi dei morti, le modalità della loro morte e il luogo del seppellimento: 12 persone (undici uomini e due donne) sarebbero morte durante il giorno stesso della strage (dieci direttamente uccisi e due nel rogo delle case) e una tredicesima morì il giorno seguente[2].

Il numero di 13 morti viene confermato nel 2016 dalla scoperta di una lettera d'epoca datata 3 settembre 1861 pubblicata sulla rivista Frammenti del Centro culturale per lo studio della civiltà contadina nel Sannio con sede in Campolattaro. L’autrice della lettera è la signora Carolina Lombardi, originaria di Pontelandolfo, sposata con don Salvadore Tedeschi, speziale in Compolattaro.[1]

Una lapide commemorativa nei pressi di uno dei luoghi dell'eccidio

Cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Il 14 agosto del 1973, il gruppo musicale milanese degli Stormy Six, tenne in Pontelandolfo un concerto nel corso del quale, con una canzone di protesta, si denunciò "la grande macchia della Storia italiana". In seguito all'evento, i familiari delle vittime lanciarono la prima petizione per chiedere la verità sul massacro.[20]

Un secolo e mezzo dopo i fatti, il 14 agosto 2011, Giuliano Amato, presidente del comitato per le celebrazioni del centocinquantenario dell'Unità d'Italia, ha commemorato quella strage, porgendo a tutti gli abitanti di quella che è stata definita «città martire», le scuse dell'Italia.

Il massacro è stato raccontato a fumetti, dal pittore, grafico e fumettista viterbese Riccardo Fortuna, nel Graphic novel “Agosto 1861 – Pontelandolfo”.[21][22]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Giancristano Desiderio, Pontelandolfo, una lettera inedita del 1861: "Perirono 13 persone", Sanniopress, 8 agosto 2016
  2. ^ a b c Giancristano Desiderio, L'altra verità su Pontelandolfo -I morti furono solo tredici - Lo studio di un ricercatore sannita fa luce sulla strage, Corriere del Mezzogiorno, 11 marzo 2014
  3. ^ a b c Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella, Il rogo delle case e 400 morti che nessuno vuole ricordare, in www.corriere.it. URL consultato il 18 ottobre 2010.
  4. ^ Christopher Duggan, 2007, p. 224.
  5. ^ Giordano Bruno Guerri, Il sangue del Sud., pag.142
  6. ^ Vincenzo Mazzacane, Memorie storiche.., Cap.I
  7. ^ a b Vincenzo Mazzacane, Memorie storiche..
  8. ^ ottobre 2010 - Il Nuovo Monitore Napoletano - Considerazioni sui fatti di Pontelandolfo e Casalduni
  9. ^ Carlo Melegari, Cenni sul brigantaggio. Ricordi di un antico bersagliere, Roux, 1897 - Libro di memorie inizialmente pubblicato come anonimo
  10. ^ La tragedia dei bersaglieri Prima vittime, poi carnefici Rocco Boccaccino Corriere della sera, 20 settembre 2010
  11. ^ Pro Loco Delebio, Episodi..
  12. ^ a b Giovanni De Matteo, 2000, p. 210.
  13. ^ Camera dei Deputati, Atti del Parlamento Italiano - sessione del 1861, vol. III discussioni della Camera dei Deputati, Torino, Eredi Botta, 1862.
  14. ^ Aldo De Jaco, 2005, p. 185.
  15. ^ Gigi Di Fiore, 2004, p. 257.
  16. ^ Il massacro di Pontelandolfo e Casalduni, su corriere.it. URL consultato il 18 ottobre 2010.
  17. ^ Il Giornale: i novecento civili uccisi di Pontelandolfo, su ilgiornale.it. URL consultato il 18 ottobre 2010.
  18. ^ Pontelandolfo e Casalduni a ferro e fuoco, su tavernacatena.com. URL consultato il 18 ottobre 2010.
  19. ^ Pontelandolfo e Casalduni, su eleaml.org. URL consultato il 18 ottobre 2010.
  20. ^ Contributo tratto da: MEDITERRANEO, 27 ottobre 2013, TGR Rai3, servizio di Tarcisio Mazzeo
  21. ^ L'eccidio di Pontelandolfo in un fumetto, NTR24, 01 / 06 / 2012[collegamento interrotto]
  22. ^ Con Riccardo Fortuna la storia dell'eccidio di Pontelandolfo a fumetti, il Quaderno.it, 01/06/2012

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Carlo Perugini Pontelandolfo: Agosto 1861, memorie di quei giorni,1998.
  • Christopher Duggan, The Force of Destiny: A History of Italy Since 1796, Penguin Books, 2007.
  • AA.VV., Brigantaggio Meridionale e Circondario Cerretese 1799-1888, Il Giornale di Caserta.
  • AA.VV., Brigantaggio sul Matese 1860-1880, Museo del Sannio, 1983.
  • Filippo Fiorillo, Quaderni di cultura storica n. 3 - Cosimo Giordano, La tipografica, 1982.
  • Vincenzo Mazzacane, Memorie storiche di Cerreto Sannita, Liguori Editore, 1990.
  • Pro Loco di Delebio, Mi toccò in sorte il n. 15 - Episodi della vita militare del bersagliere Margolfo Carlo, Sondrio, 1992.
  • Giovanni De Matteo, Brigantaggio e Risorgimento, Napoli, Guida, 2000.
  • Aldo De Jaco, Il brigantaggio meridionale, Editori Riuniti, 2005.
  • Gigi Di Fiore, I vinti del Risorgimento, Torino, UTET, 2004.
  • Davide Fernando Panella, Brigantaggio e repressione nel 1861. I fatti di Pontelandolfo e Casalduni nei documenti parrocchiali, in Col buon voler s'aita,Centro Studi del Sannio - Provincia Frati Minori “Santa Maria delle Grazie”, Benevento, 2014 ISBN 978 888 7661 866

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]