Massacri indonesiani del 1965-1966

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search
Nota disambigua.svg Disambiguazione – "Genocidio indonesiano" rimanda qui. Se stai cercando i massacri avvenuti a Timor Est, vedi Occupazione indonesiana di Timor Est.
Massacri indonesiani del 1965-1966
massacro
Data1965-1966
StatoIndonesia Indonesia
Obiettivo
ResponsabiliEsercito indonesiano e squadroni della morte, aiutati e incoraggiati dagli Stati Uniti d'America e da altri governi occidentali[1][2][3][4][5]
Conseguenze
Mortitra le 500.000 e le 3.000.000 di vittime

Con l'espressione massacri indonesiani del 1965-1966 (eventi definiti anche, sia pure secondo alcuni studi in maniera non appropriata,[6] con il nome di genocidio indonesiano[7]) vengono designati una serie di massacri su larga scala e disordini civili avvenuti in Indonesia nel corso di diversi mesi tra il 1965 e il 1966, aventi come obiettivi membri del Partito Comunista Indonesiano (PKI), presunti simpatizzanti di sinistra e membri di diverse minoranze etniche e religiose, condotti da gruppi paramilitari con il supporto delle forze armate indonesiane. Le uccisioni di massa, praticate con drammatica ferocia e senza riguardi per donne, anziani o bambini, sono considerate una delle più sanguinarie tragedie del XX secolo, malgrado la scarsa conoscenza presso l'opinione pubblica. È accertato che il governo statunitense fosse a conoscenza di tali eventi e li abbia in qualche misura appoggiati, sebbene ancora non sia nota con esattezza l'estensione di tale coinvolgimento.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

I massacri iniziarono come purga anticomunista scaturita in risposta al presunto tentativo di colpo di Stato effettuato da un'organizzazione attiva all'interno delle forze armate indonesiane (in seguito nota con il nome di Movimento 30 Settembre, ispirato dalla data degli eventi). L'organizzazione aveva rapito e giustiziato sei alti ufficiali delle forze armate indonesiane il 30 settembre 1965, occupando in seguito diversi punti strategici della capitale Giacarta e alcune zone della provincia di Giava Centrale. Il Movimento motivò tale atto con l'intento di prevenire un colpo di stato da parte della componente delle forze armate ostile al regime di Sukarno. Quest'ultimo tuttavia si dissociò dal Movimento, che - privo del supporto sperato - si rivelò incapace di perseguire i propri obiettivi strategici.

A tali eventi era seguita la reazione delle forze armate, delle cui riserve (Kostrad) era comandante Suharto. Mentre il Movimento collassava e il potere di Sukarno, ormai abbandonato dall'esercito, si indeboliva progressivamente, le forze armate allineate a Suharto iniziarono a fomentare una campagna propagandistica tesa ad associare gli eventi del 30 settembre (ingigantiti nella loro portata e pericolosità) al PKI. A tale campagna seguirono le prime violenze, dirette inizialmente contro elementi dell'esercito fedeli a Sukarno o politicamente sospetti, ed in seguito estesesi a quadri e simpatizzanti del PKI.

Le uccisioni condotte inizialmente per ragioni di tipo politico, acquisirono in diverse aree connotazioni di natura etnica e religiosa, con uccisioni mirate di cristiani e musulmani Abangan (Islam di orientamento sincretico) da parte di musulmani Santri (fautori di un Islam ortodosso).[8] Le stime più diffuse affermano che nel corso dei massacri vennero uccise tra le 500.000 e più di un milione di persone[9], mentre alcune delle stime più recenti parlano di un numero di vittime che va da 2 a 3 milioni di persone[10]. La purga è stata uno degli eventi centrali nel processo di transizione che ha condotto all'instaurazione del cosiddetto "Nuovo Ordine" e all'eliminazione del Partito Comunista Indonesiano come forza politica, con conseguenze significative sulla Guerra fredda[11] (esso era infatti il terzo partito comunista del mondo per numero di iscritti).

Gli eventi portarono alla caduta del presidente dell'Indonesia Sukarno, il cui regime autoritario filo-sovietico e filo-cinese faceva parte del Movimento dei paesi non allineati. Il sistema politico ideato da Sukarno, caratterizzato dal bilanciamento di tre componenti (nazionalismo, religione e comunismo), noto con il nome di Nasakom, venne definitivamente smantellato. Gli eventi del 1965-1966 sono quindi interpretabili come la reazione di due di questi elementi, ovvero l'esercito e l'Islam politico, contro il PKI, risultando nell'eliminazione di quest'ultimo.[12] Con il decreto Supersemar (Surat Perintah Sebelas Maret - Decreto dell'11 marzo [1966]) Sukarno trasferì gran parte del potere a Suharto. Nel 1968 l'assemblea consultiva popolare indonesiana (Majelis Permusyawaratan Rakyat Republik Indonesia) nominò formalmente quale presidente Suharto, dando inizio al suo regime autoritario, dittatura connotata in senso nazionalistico e moderatamente filo-occidentale che sarebbe durata per i tre decenni successivi, fino al 1998.

Filmografia sull'evento[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Geoffrey B. Robinson, The Killing Season: A History of the Indonesian Massacres, 1965–66, Princeton University Press, 2018, pp. 206–207, ISBN 978-1-4008-8886-3.
    «"In short, Western states were not innocent bystanders to unfolding domestic political events following the alleged coup, as so often claimed. On the contrary, starting almost immediately after October 1, the United States, the United Kingdom, and several of their allies set in motion a coordinated campaign to assist the Army in the political and physical destruction of the PKI and its affiliates, the removal of Sukarno and his closest associates from political power, their replacement by an Army elite led by Suharto, and the engineering of a seismic shift in Indonesia's foreign policy towards the West. They did this through backdoor political reassurances to Army leaders, a policy of official silence in the face of the mounting violence, a sophisticated international propaganda offensive, and the covert provision of material assistance to the Army and its allies. In all these ways, they helped to ensure that the campaign against the Left would continue unabated and its victims would ultimately number in the hundreds of thousands."».
  2. ^ Jess Melvin, Telegrams confirm scale of US complicity in 1965 genocide, su Indonesia at Melbourne, University of Melbourne, 20 ottobre 2017. URL consultato il 21 ottobre 2017.
    «The new telegrams confirm the US actively encouraged and facilitated genocide in Indonesia to pursue its own political interests in the region, while propagating an explanation of the killings it knew to be untrue.».
  3. ^ Bradley Simpson, Economists with Guns: Authoritarian Development and U.S.–Indonesian Relations, 1960–1968, Stanford University Press, 2010, p. 193, ISBN 978-0-8047-7182-5.
    «"Washington did everything in its power to encourage and facilitate the Army-led massacre of alleged PKI members, and U.S. officials worried only that the killing of the party's unarmed supporters might not go far enough, permitting Sukarno to return to power and frustrate the [Johnson] Administration's emerging plans for a post-Sukarno Indonesia. This was efficacious terror, an essential building block of the neoliberal policies that the West would attempt to impose on Indonesia after Sukarno's ouster."».
  4. ^ Juliet Perry, Tribunal finds Indonesia guilty of 1965 genocide; US, UK complicit, CNN, 21 luglio 2016. URL consultato il 5 giugno 2017.
  5. ^ Vincent Bevins, The Jakarta Method: Washington's Anticommunist Crusade and the Mass Murder Program that Shaped Our World, PublicAffairs, 2020, p. 157, ISBN 978-1541742406.
    «The United States was part and parcel of the operation at every stage, starting well before the killing started, until the last body dropped and the last political prisoner emerged from jail, decades later, tortured, scarred, and bewildered.».
  6. ^ Si veda a proposito dell'utilizzo improprio del termine genocidio in relazione a tali eventi in alcuni media occidentali (EN) Robert Cribb e Charles Coppel, A genocide that never was: explaining the myth of anti-Chinese massacres in Indonesia, 1965–66, in Journal of Genocide Research, Taylor & Francis, 2009, p. 447–465, DOI:10.1080/14623520903309503, ISSN 1469-9494 (WC · ACNP).
  7. ^ (EN) Jess Melvin, Mechanics of Mass Murder: A Case for Understanding the Indonesian Killings as Genocide, in Journal of Genocide Research, vol. 19, n. 4, 2017, p. 487–511, DOI:10.1080/14623528.2017.1393942.
  8. ^ Ricklefs, M. C. (1991). A History of Modern Indonesia since c.1300, Second Edition. MacMillan. ISBN 0-333-57689-6 p. 288
  9. ^ Yenni Kwok, The Memory of Savage Anticommunist Killings Still Haunts Indonesia, 50 Years On, su time.com. URL consultato il 22 luglio 2019.
  10. ^ Indonesia's killing fields, su aljazeera.com. URL consultato il 22 luglio 2019.
  11. ^ Vincent Bevins, What the United States Did in Indonesia, su theatlantic.com. URL consultato il 22 luglio 2019.
  12. ^ Schwarz (1994), pp. 20, 22; Ricklefs (1991), p. 288.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • (EN) Ricklefs, M. C. (1991). A History of Modern Indonesia since c.1300, Second Edition. MacMillan. ISBN 0-333-57689-6.
  • (EN) Schwarz, A. (1994). A Nation in Waiting: Indonesia in the 1990s. Westview Press. ISBN 1-86373-635-2.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]