Marzia (Catone)

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Ritratto fictivo Marzia da "Promptuarii Iconum Insigniorum" (1553)

Marzia (... – ...) è stata la seconda moglie di Catone Uticense.

Vissuta nel I secolo a.C., era figlia di Lucio Marcio Filippo, e, secondo gli usi del tempo, dopo essere stata "prestata" in sposa a Quinto Ortensio Ortalo, dopo la scomparsa di questo secondo marito essa tornò però dal primo, divenendo così un simbolo di fedeltà coniugale.

Dante Alighieri, che lesse la sua storia probabilmente da Lucano, la collocò nel Limbo degli spiriti magni accanto ad altre importanti donne della mitologia romana (Inf. IV, 128) e la citò anche nel Purgatorio (I, 79) e nel Convivio, dove interpreta la sua storia in senso allegorico:

« Tornò Marzia dal principio del suo vedovaggio a Catone, per che si significa la nobile anima dal principio del senio tornare a Dio. E quale uomo terreno più degno fu di significare Iddio, che Catone? Certo nullo. »
(Convivio IV, xxviii, 15)

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Marzia, figlia di Lucio Marcio Filippo, visse nella seconda metà del I secolo a.C., nel periodo che segna la decadenza della Repubblica romana. Viene ricordata soprattutto per il suo matrimonio con Catone il Giovane, detto anche l’Uticense, al quale fu data in sposa giovanissima.

Catone il Giovane
Marco Porcio Catone

La loro fu un’unione matrimoniale in linea con le disposizioni del diritto romano. Dalle ricerche e dagli approfondimenti sulla famiglia e il matrimonio nella Roma della tarda Repubblica effettuati anche dalla studiosa inglese Susan Treggiari[1] se ne deduce che il diritto romano prevedeva la possibilità, da parte del marito (o del padre), di cedere la moglie (o la figlia) in prestito ad altro uomo al fine della procreazione[2]. Tale pratica non era rara, soprattutto tra l'élite romana e, se analizzata secondo il punto di vista del concetto di matrimonio dell’epoca, non risultava né eccentrica né sconveniente, infatti il diritto romano prevedeva questa possibilità, cioè il dovere da parte delle donne in età fertile di procreare per garantire la prosecuzione del ceto elitario.

Pratica del prestito[modifica | modifica wikitesto]

Nella Roma repubblicana le donne erano sottomesse al volere del paterfamilias, che poteva essere il padre o il marito e, secondo la legge non potevano avere nessun potere decisionale in fatto di scelte matrimoniali. Le famiglie, anzi, gli uomini della famiglia, decidevano il futuro di una coppia e ne determinavano la relazione coniugale. Raramente capitava che si combinassero matrimoni d'amore, ma di norma si stabilivano delle unioni decise dalle famiglie sulla base di interessi economici e di miglioramento dello status sociale. Il paterfamilias gestiva la vita della propria figlia anche durante il matrimonio e poteva, così, decidere di interrompere lo stesso o anche di cedere la propria figlia ad altro uomo per farla procreare. La pratica del prestito avveniva anche con donne incinte perché ciò era garanzia della reale fertilità della donna. E non solo: la donna, nel suo compito e dovere di procreare, era aiutata e obbligata dallo Stato attraverso l’istituto del curator ventris. Tale istituto nacque nel sistema giuridico romano durante il periodo della Repubblica e, secondo Ulpiano, politico e giurista romano del III secolo d.C., alla donna in attesa di un bambino doveva essere garantito ogni genere di sostentamento: alimenti, vestiti e domicilio. A tale proposito Eva Cantarella, ne Passato prossimo. Donne romane da Tacita a Sulpicia, approfondisce lo studio delle regole per il controllo dei ventri e inizia la sua trattazione dalla definizione del termine venter, inteso come feto contenuto nel ventre materno. Nel linguaggio giuridico venter era il feto e, per metonimia, era anche la donna e su di essi il marito esercitava un potere assoluto, anche dopo un eventuale divorzio o dopo la sua morte. In questi casi il diritto romano prevedeva la nomina di un curator ventris che aveva il compito di impedire che la donna abusasse della sua condizione di venter. Pertanto egli si preoccupava che la donna non abortisse e, soprattutto che non simulasse di essere in stato di gravidanza. A tale scopo fu emanato già dal III secolo a.C. e codificato nel 130 d.C., l'Editto del pretore urbano, che prevedeva una serie di controlli meticolosi sul venter.

Condizione sociale della donna nella Roma repubblicana[modifica | modifica wikitesto]

Digesti

Da ciò si deduce che la donna romana era costantemente sotto tutela, cioè in manu e, spesso, dalla manus protettiva e imperativa del padre passava, anche senza il suo consenso, a quella del marito. La  condizione di inferiorità è del resto esplicitata nel Corpus Iuris (raccolta di leggi e sentenze giuridiche romane) in cui si legge:“in molti articoli del nostro diritto la condizione delle femmine è peggiore di quella dei maschi” (Digesto, 1, 5, 9). Soltanto l'uomo godeva dei diritti politici (votare, eleggere e farsi eleggere, percorrere la carriera politica, il corsus honorum). La donna ne era del tutto esclusa; anche per esercitare i diritti civili (sposarsi, ereditare, fare testamento) aveva bisogno del consenso di un tutore, di un uomo che esercitasse su di lei la tutela. I giuristi latini spiegavano le limitazioni alla capacità giuridica attribuendo alla donna romana qualità negative come l'ignorantia iuris (ignoranza della legge), imbecillitas mentis (inferiorità naturale), infirmitas sexus (debolezza sessuale), levitatem animi (leggerezza d'animo). Basti pensare che, a differenza delle donne egiziane, le romane non avevano diritto al nome proprio. Alla nascita infatti al maschio venivano assegnati tre nomi: il praenomen (p.es. Marco; in tutto erano circa una ventina), il nomen (p.es. Tullio) e il cognomen (p.es. Cicerone); e uno solo alla femmina, quello della gens a cui apparteneva, usato al femminile. La donna veniva considerata non come individuo, ma come parte di un nucleo familiare.Tra la fine del I a. C. ed i primi anni dell’impero nel diritto romano fu introdotto l'istituto del matrimonio sine manu, che determinava una maggiore indipendenza della donna, che, pur continuando a rimanere sotto la potestà del padre, non ricadeva sotto quella del marito o degli uomini della famiglia acquisita. Ma, nelle riflessioni finali del suo libro, Eva Cantarella afferma che, a differenza delle donne greche, la cui emancipazione rimase essenzialmente immutata fino all'ellenismo, la condizione delle donne romane subì nel corso dei secoli cambiamenti assai profondi. Infatti, partendo da una totale mancanza di autonomia, all'età di Augusto raggiunsero un buon grado di emancipazione e, secondo l'autrice, la causa del mutamento della condizione femminile fu il succedersi quasi ininterrotto di due secoli di guerre. L'espansione di Roma determinò la decimazione della popolazione maschile e un numero sempre maggiore di donne, persi in guerra i padri e i mariti, si trovò a essere indipendente anche nella gestione degli affari e del patrimonio familiare.

Il matrimonio romano[modifica | modifica wikitesto]

Il matrimonio romano
« Il matrimonio romano, insomma, era una scelta familiare su cui pesavano interessi economici, aspettative e ambizioni sociali delle due famiglie che combinavano le nozze. [...] Significa che l’amore coniugale nulla aveva a che fare con il romanticismo e la passione: era un affetto che non doveva causare turbamenti, come inevitabilmente fa la passione. [...] Un matrimonio felice era un matrimonio in cui vi era comunanza di intenti, accordo e comprensione »
(Eva Cantarella, Matrimonio e sessualità nella Roma repubblicana:una storia romana di amore coniugale[3])

Le considerazioni di Eva Cantarella sul concetto di matrimonio all'epoca della Roma di età repubblicana non sono certamente le uniche proposte, molti storici e studiosi dei nostri giorni hanno espresso opinioni differenti, se non addirittura opposte. Tra questi Richard Saller, professore alla Stanford University School di Scienze Umane, che, in un articolo[4] dichiara, sulla base di studi approfonditi su epitaffi dell'epoca, che la famiglia della Roma repubblicana sarebbe stata molto simile alla moderna famiglia nucleare. Tale ipotesi ha avuto molto successo negli Stati Uniti e ha influenzato anche studi successivi, tra i quali Roman marriage di Susan Treggiari, la quale afferma che il matrimonio romano era una scelta lasciata alle persone che si sposavano.

Testimonianze di scrittori e storici dell'antichità[modifica | modifica wikitesto]

La vicenda particolare di Marzia risulta tuttavia interessante perché le fonti raccontano di un’unione serena tra Catone e Marzia, tanto che Dante descrisse Catone come un marito innamorato e sempre disposto a rendere felice sua moglie, salvo poi cederla in prestito a fini procreativi al suo migliore amico, il retore Ortensio Ortalo.

Storia romana

Lo storico e filosofo greco Appiano di Alessandria, vissuto tra il I e il II secolo d.C (durante i regni di Traiano, Adriano e Antonino Pio), riporta, in breve, la storia di Marzia e Catone nel XIV libro della sua opera, la Storia Romana

« Catone aveva sposato Marzia, la figlia di Filippo, quando era ancora molto giovane; era molto attaccato a lei, e da lei aveva avuto dei figli. Tuttavia, la diede a Ortensio, uno dei suoi amici, che desiderava avere figli ma che era sposato a una donna sterile. Dopo che Marzia ebbe dato un figlio anche a lui, Catone la riprese di nuovo in casa, come se l’avesse prestata. »
(Appiano (De bellis civilibus Romanorum, 2, 14, 99)[5])
Battaglia di Farsalo

Anche Lucano riassume la tormentata quanto insolita vicenda coniugale di Marzia e Catone in pochi versi della Pharsalia o Bellum civile, l’unica sua opera sopravvissuta, iniziata a scrivere nel 61 d.C. e composta da dieci libri in cui descrive il periodo delle guerre civili tra Cesare e Pompeo, culminate nella celebre battaglia di Farsalo (9 agosto 48 a.C.), che vide la sconfitta di Pompeo da parte di Giulio Cesare.

Ma il racconto più lungo e dettagliato della vicenda di Marzia, Catone e Ortensio è quello scritto da Plutarco nelle Vite parallele, una serie di biografie di uomini celebri scritte verso la fine del I secolo d.C., in cui i personaggi sono descritti in ventidue coppie, formate da personalità romane e greche.

Plutarco racconta che Catone, dopo aver ripudiato per indegnità morale la moglie Attilia, sposò in seconde nozze Marzia, dalla quale ebbe due figli.

Catone aveva molti seguaci e ammiratori e, tra questi, uno dei più illustri era il retore Ortensio Ortalo, che era anche il suo migliore amico. Ortalo non ebbe figli dal suo matrimonio così chiese a Catone la mano della figlia Porcia, anche se già sposata con Bibulo, al quale aveva dato due figli. Ortensio, per raggiungere il suo scopo, fece leva sulle virtù civili di Catone, infatti, secondo le fonti, l’unico scopo di Catone era la difesa della res publica per la quale era disposto a sacrificare tutto ciò che concerneva la sfera individuale, persino i sentimenti.

Plutarco
« Sosteneva che se pure una cosa del genere può apparire strana, dal punto di vista della natura è cosa giusta e giovevole alla collettività che una donna in pieno fiore non resti inattiva fino allo spegnimento della sua capacità generatrice, senza con ciò infastidire ed impoverire la propria casa, generando più figli di quanti sia giusto. Inoltre, se uomini di valore hanno comuni discendenti, la loro virtù si accresce e si comunica a questi e lo stesso Stato si amalgama per via delle parentele »
(Plutarco (Cato minor, 25,4-9) [5])

A Catone parve fuor di luogo la richiesta di Ortensio e rifiutò, adducendo la motivazione che la figlia era già sposata. A questo punto Ortensio uscì allo scoperto e decise di chiedere la mano di Marzia, che allora era incinta e che, essendo ancora abbastanza giovane, avrebbe potuto avere altri figli. Catone, dopo aver chiesto il permesso al padre di Marzia, secondo la norma della conventio in manum, accettò la richiesta dell'amico.

« ...le mogli – al di là di ogni considerazione sulla struttura del matrimonio – erano sottoposte, a meno che non fossero sui iuris, a un potere personale maschile assai forte che aveva effetti determinanti sulla loro vita coniugale: forse e soprattutto, direi, quando questo potere, in costanza di matrimonio, continuava a spettare al paterfamilias originario... »
(Eva Cantarella[6])

Fu così che Marzia sposò Ortensio e lo stesso Catone presenziò alle sue nozze, per mostrare a tutti il suo benestare alla cessione della moglie per il bene dello Stato.

Secondo la testimonianza di Lucano, alla morte di Ortensio, avvenuta circa  nel 50 a.C., Marzia di ritorno dal funerale, si recò da Catone per chiedergli di poter diventare nuovamente sua moglie.

Pharsalia
Lucano
« Nel frattempo, mentre il sole scacciava le fredde tenebre, risuonarono le porte, attraverso cui irruppe piangendo la veneranda Marcia, che aveva lasciato il funerale di Ortensio. Unita vergine, un tempo, ad un marito migliore, successivamente - allorché ebbe adempiuto all'unione generando un terzo figlio - fu concessa per popolare con la sua fecondità un'altra casa e per riunire due famiglie con il sangue materno. Ma, dopo aver deposto nell'urna le ceneri di Ortensio, anelante nel misero volto, strappandosi le chiome scarmigliate e battendosi con frequenti colpi il petto, con la cenere del sepolcro addosso (non altrimenti sarebbe piaciuta al primo marito), così si espresse tristemente: «Finché potevo contare sul sangue e sull'energia di madre, o Catone, ho adempiuto ai tuoi comandi e ho concepito figli da ambedue i mariti: con le viscere esauste e spossata dai parti ritorno, ma in condizione di non poter essere più ceduta ad un ulteriore marito. Ridonami i casti patti del primo matrimonio e dell'unione concedimi soltanto il nome: mi sia consentito far scrivere sulla mia tomba "Marcia di Catone" e nei lunghi tempi a venire non si rimanga in dubbio se ho mutato il primo matrimonio cacciata o ceduta. Tu non mi accogli come compagna di felicità o in momenti lieti: io vengo per dividere con te le preoccupazioni e le fatiche. Concedimi di seguirti nell'accampamento: per qual motivo dovrei esser lasciata in un luogo sicuro, mentre Cornelia sarà probabilmente più vicina al conflitto civile?». Queste parole piegarono quell'uomo eccezionale e - nonostante la circostanza non fosse propizia all'unione, dal momento che il destino chiamava alla guerra – pur tuttavia si decise a riaffermare soltanto il vincolo del giuramento senza alcuno sfarzo esteriore e ad ammettere alla cerimonia gli dèi come testimoni. I serti festosi non pendono dalla soglia incoronata né la candida benda è distesa sugli stipiti, non vi sono le torce nuziali né il talamo troneggia su gradini d'avorio né compaiono le vesti screziate d'oro o la matrona che, con in capo la corona turrita, evita di toccare la soglia alzando il piede; il velo rosso, destinato a proteggere con delicatezza il timido pudore della sposa, non copre il suo volto chinato né la cintura adorna di gemme stringe le vesti ondeggianti né una bella collana adorna il suo collo né un piccolo mantello, scendendo dalla sommità delle spalle, circonda le nude braccia. Così come si trova, ella conserva il triste abbigliamento del lutto ed abbraccia il marito nello stesso modo con cui si stringe ai figli; la porpora viene completamente nascosta dalla lana adoperata per il lutto. »
(Lucano (Pharsalia, 2,326-373)[7])

Chiaramente il racconto è in chiave poetica e gli eventi sono drammatizzati, ma, già dai primi versi, Marzia è presentata da Lucano come una figura di grande dignità. Il dolore per la morte di Ortensio è composto e decoroso, in ossequio al principio stoico del decorum: depone le ceneri del marito nell’urna, si strappa i capelli e si percuote il petto.

Il racconto di Lucano dell’ingresso di Marzia sulla scena della Pharsalia, è improvviso e mette in risalto la fretta di Marzia di ritornare dal primo marito. Catone acconsentì ad accoglierla nuovamente nella sua casa.

In piena guerra civile e in linea con la notoria austerità di Catone, la cerimonia nuziale fu celebrata senza alcun sfarzo e in forma dimessa. Marzia non portava né l'acconciatura né gli accessori tipici delle spose, bensì indossava ancora gli abiti del lutto, almeno secondo Lucano.

Prima del matrimonio Marzia avanzò due richieste:

1.   di poter avere un’unione della quale desiderava soltanto il nome, nomen inane conubii, perché il matrimonio non sarebbe stato consumato, visto che la sua fecondità era esaurita (Pharsalia v. 342-343);

2.   di essere ricordata per sempre come la moglie di Catone, ciò le avrebbe garantito di eliminare i dubbi sulla sua moralità, in modo che tutti avrebbero saputo, anche dopo la sua morte, che non era stata ripudiata dal marito, bensì affidata ad un altro uomo (Pharsalia 2, 343-345).

Marzia sapeva che la nuova unione con Catone avrebbe comportato la condivisione dei pericoli e delle fatiche della guerra civile, ma è così che:

« ...trova la propria realizzazione di donna e di moglie nell'obbedienza a Catone, con il quale vuole condividere le avversità della guerra fino alla fine dei suoi giorni. Coinvolta così nel disperato tentativo di salvare la res publica morente, pur nella consapevolezza del fallimento, Marzia subordina la propria esistenza allo stato e a Catone, al quale il suo nome dovrà essere legato in eterno »
(Lisa Sannicandro (“Per uno studio sulle donne della Pharsalia: Marcia Catonis”)[7])

Già nell'antichità la vicenda di Marzia suscitò critiche e discussioni da parte degli avversari politici di Catone, in particolar modo da parte di Cesare, ma non tanto per il prestito della moglie, che, nella mentalità dell’antica Roma, era considerato un fatto legittimo, quanto per le conseguenze politiche che tale prassi aveva determinato. Infatti, la procreazione era destinata alla formazione di parentele che sarebbero poi diventate alleanze politiche e questo era il fine che giustificava la legittimità della cessione della moglie ad un altro uomo.

Nel particolare momento storico in cui si svolse la vicenda di Marzia, Roma era sconvolta dalla guerra civile del 48 a.C. tra Cesare e Pompeo.

Nel tentativo di salvare i valori della res publica, Catone partecipò alla guerra come alleato di Pompeo. E, come riferisce Lucano nella Pharsalia, Marzia, per il bene dello Stato, prima mise a disposizione la sua fecondità e poi prese parte alle operazioni di guerra, seguendo Catone sui campi di battaglia, proprio come aveva fatto Cornelia per il marito Pompeo.

Marzia nel Convivio di Dante[modifica | modifica wikitesto]

Nonostante le critiche a Catone, gli autori classici e in seguito anche quelli che tra Medioevo ed Età Moderna ripresero la sua storia, descrissero Marzia come una figura decorosa e rispettabile, leale sia nel suo ruolo di moglie sia nei confronti dello Stato romano. La sua travagliata storia coniugale fu resa ancora più particolare dalla scelta di tornare dal primo marito e questo fatto restituì un’immagine di lei talmente poetica che, nella Divina Commedia, Dante Alighieri la collocò nel Limbo degli spiriti magni e, nel Convivio, le dedicò un ampio brano, interpretando il suo ritorno a Catone come il ritorno dell'anima a Dio alla fine della vita.

Dante Alighieri
Dante Alighieri
« 13. E che queste due cose convegnano a questa etade, ne figura quello grande poeta Lucano nel secondo de la sua Farsalia, quando dice che Marzia tornò a Catone e richiese lui e pregollo che la dovesse riprendere [g]ua[s]ta: per la quale Marzia s'intende la nobile anima. 14. E potemo così ritrarre la figura a veritade. Marzia fu vergine, e in quello stato si significa l'adolescenza; [poi si maritò] a Catone, e in quello stato si significa la gioventute; fece allora figli, per li quali si significano le vertudi che di sopra si dicono a li giovani convenire; e partissi da Catone, e maritossi ad Ortensio, per che [si] significa che si partì la gioventute e venne la senettute; fece figli di questo anche, per che si significano le vertudi che di sopra si dicono convenire a la senettute. 15. Morì Ortensio; per che si significa lo termine de la senettute; e vedova fatta - per lo quale vedovaggio si significa lo senio - tornò Marzia dal principio del suo vedovaggio a Catone, per che si significa la nobile anima dal principio del senio tornare a Dio. E quale uomo terreno più degno fu di significare Iddio, che Catone? Certo nullo. 16. E che dice Marzia a Catone? «Mentre che in me fu lo sangue», cioè la gioventute, «mentre che in me fu la maternale vertute», cioè la senettute, che bene è madre de l'alte [vertu]di, sì come di sopra è mostrato, «io» dice Marzia «feci e compiei li tuoi comandamenti», cioè a dire che l'anima stette ferma a le civili operazioni. Dice: «E tolsi due mariti», cioè a due etadi fruttifera sono stata. 17. «Ora» dice Marzia «che 'l mio ventre è lasso, e che io sono per li parti vota, a te mi ritorno, non essendo più da dare ad altro sposo»; cioè a dire che la nobile anima, cognoscendosi non avere più ventre da frutto, cioè li suoi membri sentendosi a debile stato venuti, torna a Dio, colui che non ha mestiere de le membra corporali. E dice Marzia: «Dammi li patti de li antichi letti, dammi lo nome solo del maritaggio»; che è a dire che la nobile anima dire a Dio: 'Dammi, Signor mio, omai lo riposo di te; dammi, almeno, che io in questa tanta vita sia chiamata tua'. 18. E dice Marzia: «Due ragioni mi muovono a dire questo: l'una si è che dopo di me si dica ch'io sia morta moglie di Catone; l'altra, che dopo me si dica che tu non mi scacciasti, ma di buono animo mi maritasti »
(Convivio (IV XXVIII 13-19) [8])

Considerazioni degli storici dei nostri giorni[modifica | modifica wikitesto]

Anche ai nostri giorni storici e letterati hanno svolto studi e approfondimenti sulla figura di Marzia e, dalle loro riflessioni, è risultata una figura di donna particolare per il fatto di avere fatto delle scelte in un’epoca in cui le donne avevano scarsissimo o nessun potere decisionale, soprattutto in fatto di matrimoni. Infatti dopo aver assecondato il marito e aver sposato Ortensio Ortalo, Marzia decise di tornare da Catone. Il suo fu un ritorno consapevole e motivato dalla necessità di tutelare la sua famiglia e il proprio nome.Tra gli storici e i letterati che hanno studiato in modo approfondito l’atto giuridico del matrimonio all'epoca della Roma repubblicana Eva Cantarella, nel saggio Matrimonio e sessualità nella Roma repubblicana:una storia romana di amore coniugale, rivela particolare efficacia e precisione nella descrizione di tale pratica. Nella scelta del coniuge, per tradizioni e cultura, i veri protagonisti, cioè gli sposi, non avevano la possibilità di decidere del loro  futuro. Per introdurre la sua argomentazione la studiosa racconta la vicenda di Marzia, da un lato perché la sua storia è conosciuta e testimoniata e dall'altro forse perché proprio Marzia andò lievemente oltre le regole, scegliendo di tornare dal primo marito subito dopo la morte di Ortensio. Lo scopo di Eva Cantarella, tuttavia, non è quello di raccontare una singola storia, ma quello di trarre da alcuni ben conosciuti esempi, quante più conoscenze possibili sulla famiglia, sul ruolo della donna e sulla sessualità nella Roma antica. Nel farlo la studiosa si impegna molto – e fa impegnare il lettore – nello sforzo doveroso di estraniazione dalla morale corrente della civiltà occidentale. Quando esaminiamo un fenomeno storico non possiamo giudicarlo con il metro di oggi, men che meno secondo i dettami della morale comune, ma dobbiamo capirlo al di dentro, come un sistema con regole sue proprie e distante dal nostro mondo. Solo in questo modo comportamenti apparentemente incomprensibili o, per noi,inaccettabili, possono ricevere piena comprensione.

« Analizzando la storia di Marzia e la pratica di cedere donne fertili Yan Thomas ha scritto che i romani avevano inventato una forma di adozione prenatale. Io andrei oltre, e suggerirei che avevano inventato la maternità surrogata. Naturalmente, a modo loro. Ma, come scrive Leslie Poles Hartley, dobbiamo sempre ricordare che «il passato è un paese straniero: si fanno le cose in un modo diverso, là.» »
(Eva Cantarella, Matrimonio e sessualità nella Roma repubblicana:una storia romana di amore coniugale)

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (EN) Susan Treggiari, Roman marriage. Iusti coniuges from the time of Cicero to the time of Ulpian.
  2. ^ Digesto, 04 gennaio 2016.
  3. ^ Eva Cantarella, Matrimonio e sessualità nella Roma Repubblicana:una storia romana di amore coniugale, fupress.net.
  4. ^ (EN) Richard Saller, Roman Funerary Commemoration and the Age at First Marriage (PDF), princeton.edu.
  5. ^ a b Matrimonio e sessualità nella Roma repubblicana: una storia romana di amore coniugale (PDF), storiadelledonne.it.
  6. ^ Matrimonio e sessualità nella Roma repubblicana:una storia romana di amore coniugale
  7. ^ a b Per uno studio sulle donne della Pharsalia:Marcia Catonis (PDF), e-periodica.ch.
  8. ^ Convivio, it.wikisource.org.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Dante Alighier, Convivio commentato da G. Busnelli e G. Vandelli, con introduzione di Michele Barbi. Seconda edizione con appendice di aggiornamento a cura di Antonio Enzo Quaglio. Firenze. Le Monnier, 1964.
  • Eva Cantarella, Matrimonio e sessualità nella Roma repubblicana:una storia romana di amore coniugale (PDF), in Storia delle donne, novembre 2015.
  • Eva Cantarella, Passato prossimo. Donne romane da Tacita a Sulpicia, Feltrinelli, 1996.
  • (EN) Richard Saller, Men's age at marriage and its consequences for the Roman family, in Classical Philology, nº 82, 1987.
  • Lisa Sannicandro, Per uno studio sulle donne della Pharsalia: Marcia Catonis, Padova, Museum Helveticum 64, 2007, pp. 83-99.
  • (EN) Susan Treggiari, Roman marriage. Iusti coniuges from the time of Cicero to the time of Ulpian, Oxford, Claredon Press, 1991.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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