Marzia (Catone)

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Ritratto di Marzia da "Promptuarii Iconum Insigniorum" (1553)

Marzia (... – ...) è stata la seconda moglie di Catone Uticense.

Figlia di Lucio Marcio Filippo, visse nella seconda metà del I secolo a.C. Viene ricordata soprattutto per il suo matrimonio con Catone il Giovane, detto anche l’Uticense, al quale fu data in sposa giovanissima. Secondo gli usi del tempo, il padre, in accordo con Catone, la diede poi in sposa a Quinto Ortensio Ortalo per fini procreativi. Dopo la morte di Ortensio lei tornò da Catone, divenendo così un simbolo di fedeltà coniugale.

Dante Alighieri, che lesse la sua storia probabilmente da Lucano, la collocò nel Limbo degli spiriti magni accanto ad altre importanti donne della mitologia romana (Inf. IV, 128) e la citò anche nel Purgatorio (I, 79) e nel Convivio, dove interpreta la sua storia in senso allegorico:

« Tornò Marzia dal principio del suo vedovaggio a Catone, per che si significa la nobile anima dal principio del senio tornare a Dio. E quale uomo terreno più degno fu di significare Iddio, che Catone? Certo nullo. »
(Convivio IV, xxviii, 15)

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Intorno al 62 a.C. Marzia sposò Catone dal quale ebbe due figli. Nel 56 a.C., a seguito della decisione di Catone di cederla a scopo procreativo, sposò l’oratore Quinto Ortensio Ortalo, al quale diede un figlio. Alla morte di Ortensio, nel 50 a.C., sposò nuovamente Catone.

Catone il Giovane
Marco Porcio Catone

L’unione matrimoniale tra Catone e Marzia si svolse in linea con le disposizioni del diritto romano, che permetteva al marito o al padre di prestare a un altro uomo la moglie o la figlia a fini di procreazione. Tale pratica non era rara, soprattutto tra i ceti elevati, e non era considerata eccentrica e sconveniente. Alla sua base c’era l’idea che le donne in età fertile avessero il dovere di procreare per garantire la prosecuzione dei ceti elevati.

Testimonianze di scrittori e storici dell'antichità[modifica | modifica wikitesto]

La vicenda particolare di Marzia risulta tuttavia interessante perché le fonti raccontano di un’unione serena tra Catone e Marzia, su questa base Dante descrisse Catone come un marito innamorato e sempre disposto a rendere felice sua moglie, salvo poi cederla in prestito al suo migliore amico, il retore Ortensio Ortalo.

Storia romana

Lo storico e filosofo greco Appiano di Alessandria, vissuto tra il I e il II secolo d.C (durante i regni di Traiano, Adriano e Antonino Pio), riporta, in breve, la storia di Marzia e Catone nel XIV libro della sua opera, la Storia Romana

« Catone aveva sposato Marzia, la figlia di Filippo, quando era ancora molto giovane; era molto attaccato a lei, e da lei aveva avuto dei figli. Tuttavia, la diede a Ortensio, uno dei suoi amici, che desiderava avere figli ma che era sposato a una donna sterile. Dopo che Marzia ebbe dato un figlio anche a lui, Catone la riprese di nuovo in casa, come se l’avesse prestata. »
(Appiano (Storia Romana, 2, 14, 99)[1])

Anche Lucano riassume la tormentata vicenda coniugale di Marzia e Catone in pochi versi della Pharsalia o Bellum civile, l’unica sua opera sopravvissuta, in cui descrive la celebre battaglia di Farsalo (9 agosto 48 a.C.), che vide la sconfitta di Pompeo da parte di Giulio Cesare.

Ma il racconto più lungo e dettagliato della vicenda di Marzia, Catone e Ortensio è quello scritto da Plutarco nelle Vite parallele, una serie di biografie di uomini celebri scritte verso la fine del I secolo d.C.

Plutarco racconta che Catone, dopo aver ripudiato per indegnità morale la moglie Attilia, sposò in seconde nozze Marzia, dalla quale ebbe due figli.

Catone aveva molti seguaci e ammiratori e, tra questi, uno dei più illustri era il retore Ortensio Ortalo, che era anche il suo migliore amico. Ortalo non aveva avuto figli dal suo matrimonio così chiese a Catone la mano della figlia Porcia, anche se quest'ultima era già sposata con Bibulo, al quale aveva dato due figli. Ortensio, per raggiungere il suo scopo, fece leva sulle virtù civili di Catone. Infatti, secondo le fonti dell'epoca, l’unico scopo di Catone era la difesa della res publica per la quale era disposto a sacrificare tutto ciò che concerneva la sfera individuale, persino i sentimenti.

« Sosteneva che se pure una cosa del genere può apparire strana, dal punto di vista della natura è cosa giusta e giovevole alla collettività che una donna in pieno fiore non resti inattiva fino allo spegnimento della sua capacità generatrice, senza con ciò infastidire ed impoverire la propria casa, generando più figli di quanti sia giusto. Inoltre, se uomini di valore hanno comuni discendenti, la loro virtù si accresce e si comunica a questi e lo stesso Stato si amalgama per via delle parentele »
(Plutarco (Cato minor, 25, 4-9) [1])

A Catone parve fuor di luogo la richiesta di Ortensio e rifiutò, adducendo la motivazione che la figlia era già sposata. A questo punto Ortensio decise di chiedere la mano di Marzia, che allora era incinta e che, essendo ancora abbastanza giovane, avrebbe potuto avere altri figli. Catone, dopo aver chiesto il permesso al padre di Marzia, secondo la norma della conventio in manum, accettò la richiesta dell'amico.

Fu così che Marzia sposò Ortensio e lo stesso Catone presenziò alle sue nozze, per mostrare a tutti il suo benestare alla cessione della moglie per il bene dello Stato.

Secondo la testimonianza di Lucano, alla morte di Ortensio, avvenuta circa nel 50 a.C., Marzia, di ritorno dal funerale, si recò da Catone per chiedergli di poter diventare nuovamente sua moglie.

Pharsalia
Lucano
« Nel frattempo, mentre il sole scacciava le fredde tenebre, risuonarono le porte, attraverso cui irruppe piangendo la veneranda Marcia, che aveva lasciato il funerale di Ortensio. Unita vergine, un tempo, ad un marito migliore, successivamente - allorché ebbe adempiuto all'unione generando un terzo figlio - fu concessa per popolare con la sua fecondità un'altra casa e per riunire due famiglie con il sangue materno. Ma, dopo aver deposto nell'urna le ceneri di Ortensio, anelante nel misero volto, strappandosi le chiome scarmigliate e battendosi con frequenti colpi il petto, con la cenere del sepolcro addosso (non altrimenti sarebbe piaciuta al primo marito), così si espresse tristemente: «Finché potevo contare sul sangue e sull'energia di madre, o Catone, ho adempiuto ai tuoi comandi e ho concepito figli da ambedue i mariti: con le viscere esauste e spossata dai parti ritorno, ma in condizione di non poter essere più ceduta ad un ulteriore marito. Ridonami i casti patti del primo matrimonio e dell'unione concedimi soltanto il nome: mi sia consentito far scrivere sulla mia tomba "Marcia di Catone" e nei lunghi tempi a venire non si rimanga in dubbio se ho mutato il primo matrimonio cacciata o ceduta. Tu non mi accogli come compagna di felicità o in momenti lieti: io vengo per dividere con te le preoccupazioni e le fatiche. Concedimi di seguirti nell'accampamento: per qual motivo dovrei esser lasciata in un luogo sicuro, mentre Cornelia sarà probabilmente più vicina al conflitto civile?». Queste parole piegarono quell'uomo eccezionale e - nonostante la circostanza non fosse propizia all'unione, dal momento che il destino chiamava alla guerra – pur tuttavia si decise a riaffermare soltanto il vincolo del giuramento senza alcuno sfarzo esteriore e ad ammettere alla cerimonia gli dèi come testimoni. I serti festosi non pendono dalla soglia incoronata né la candida benda è distesa sugli stipiti, non vi sono le torce nuziali né il talamo troneggia su gradini d'avorio né compaiono le vesti screziate d'oro o la matrona che, con in capo la corona turrita, evita di toccare la soglia alzando il piede; il velo rosso, destinato a proteggere con delicatezza il timido pudore della sposa, non copre il suo volto chinato né la cintura adorna di gemme stringe le vesti ondeggianti né una bella collana adorna il suo collo né un piccolo mantello, scendendo dalla sommità delle spalle, circonda le nude braccia. Così come si trova, ella conserva il triste abbigliamento del lutto ed abbraccia il marito nello stesso modo con cui si stringe ai figli; la porpora viene completamente nascosta dalla lana adoperata per il lutto. »
(Lucano (Pharsalia, 2, 326-373)[2])

Chiaramente il racconto è in chiave poetica e gli eventi sono drammatizzati, ma, già dai primi versi, Marzia è presentata da Lucano come una figura di grande dignità. Il dolore per la morte di Ortensio è composto e decoroso, in ossequio al principio stoico del decorum: depone le ceneri del marito nell’urna, si strappa i capelli e si percuote il petto.

Il racconto di Lucano dell’ingresso di Marzia sulla scena della Pharsalia è improvviso e mette in risalto la fretta di Marzia di ritornare dal primo marito. Catone acconsentì ad accoglierla nuovamente nella sua casa.

In piena guerra civile e in linea con la notoria austerità di Catone, la cerimonia nuziale fu celebrata senza alcun sfarzo e in forma dimessa. Marzia non portava né l'acconciatura né gli accessori tipici delle spose, bensì indossava ancora gli abiti del lutto, almeno secondo Lucano.

Prima del matrimonio Marzia avanzò due richieste:

1. di poter avere un’unione della quale desiderava soltanto il nome, nomen inane conubii, perché il matrimonio non sarebbe stato consumato, dato che la sua fecondità avrebbe potuto essere esaurita (Pharsalia v. 342-343);

2. di essere ricordata per sempre come la moglie di Catone; ciò le avrebbe garantito di eliminare i dubbi sulla sua moralità, in modo che tutti avrebbero saputo, anche dopo la sua morte, che non era stata ripudiata dal marito, bensì affidata ad un altro uomo (Pharsalia 2, 343-345).

Marzia sapeva che la nuova unione con Catone avrebbe comportato la condivisione dei pericoli e delle fatiche della guerra civile, ma è così che:

« ...trova la propria realizzazione di donna e di moglie nell'obbedienza a Catone, con il quale vuole condividere le avversità della guerra fino alla fine dei suoi giorni. Coinvolta così nel disperato tentativo di salvare la res publica morente, pur nella consapevolezza del fallimento, Marzia subordina la propria esistenza allo stato e a Catone, al quale il suo nome dovrà essere legato in eterno »
(Lisa Sannicandro (“Per uno studio sulle donne della Pharsalia: Marcia Catonis”)[2])

Già nell'antichità la vicenda di Marzia suscitò critiche e discussioni da parte degli avversari politici di Catone. In particolar modo Cesare accusò Catone di avidità per avere sposato nuovamente Marzia che, nel frattempo, aveva ricevuto un’ingente eredità a seguito della morte di Ortensio. In generale i giudizi negativi, che non riguardarono mai il prestito della moglie, considerato un fatto legittimo, erano motivati dal timore delle conseguenze politiche che tale prassi aveva determinato: la procreazione formava infatti parentele che sarebbero poi diventate alleanze politiche estremamente utili in un periodo di guerre civili.

Marzia nel Convivio di Dante[modifica | modifica wikitesto]

Nonostante le critiche a Catone, gli autori classici e in seguito anche quelli che tra Medioevo ed Età Moderna ripresero la sua storia, descrissero Marzia come una figura decorosa e rispettabile, leale sia nel suo ruolo di moglie sia nei confronti dello Stato romano. La sua travagliata storia coniugale fu resa ancora più particolare dalla scelta di tornare dal primo marito. Nella Commedia, Dante Alighieri la collocò nel Limbo degli spiriti magni e, nel Convivio, le dedicò un ampio brano, interpretando il suo ritorno a Catone come il ritorno dell'anima a Dio alla fine della vita.

Dante Alighieri
Dante Alighieri
« 13. E che queste due cose convegnano a questa etade, ne figura quello grande poeta Lucano nel secondo de la sua Farsalia, quando dice che Marzia tornò a Catone e richiese lui e pregollo che la dovesse riprendere [g]ua[s]ta: per la quale Marzia s'intende la nobile anima. 14. E potemo così ritrarre la figura a veritade. Marzia fu vergine, e in quello stato si significa l'adolescenza; [poi si maritò] a Catone, e in quello stato si significa la gioventute; fece allora figli, per li quali si significano le vertudi che di sopra si dicono a li giovani convenire; e partissi da Catone, e maritossi ad Ortensio, per che [si] significa che si partì la gioventute e venne la senettute; fece figli di questo anche, per che si significano le vertudi che di sopra si dicono convenire a la senettute. 15. Morì Ortensio; per che si significa lo termine de la senettute; e vedova fatta - per lo quale vedovaggio si significa lo senio - tornò Marzia dal principio del suo vedovaggio a Catone, per che si significa la nobile anima dal principio del senio tornare a Dio. E quale uomo terreno più degno fu di significare Iddio, che Catone? Certo nullo. 16. E che dice Marzia a Catone? «Mentre che in me fu lo sangue», cioè la gioventute, «mentre che in me fu la maternale vertute», cioè la senettute, che bene è madre de l'alte [vertu]di, sì come di sopra è mostrato, «io» dice Marzia «feci e compiei li tuoi comandamenti», cioè a dire che l'anima stette ferma a le civili operazioni. Dice: «E tolsi due mariti», cioè a due etadi fruttifera sono stata. 17. «Ora» dice Marzia «che 'l mio ventre è lasso, e che io sono per li parti vota, a te mi ritorno, non essendo più da dare ad altro sposo»; cioè a dire che la nobile anima, cognoscendosi non avere più ventre da frutto, cioè li suoi membri sentendosi a debile stato venuti, torna a Dio, colui che non ha mestiere de le membra corporali. E dice Marzia: «Dammi li patti de li antichi letti, dammi lo nome solo del maritaggio»; che è a dire che la nobile anima dire a Dio: 'Dammi, Signor mio, omai lo riposo di te; dammi, almeno, che io in questa tanta vita sia chiamata tua'. 18. E dice Marzia: «Due ragioni mi muovono a dire questo: l'una si è che dopo di me si dica ch'io sia morta moglie di Catone; l'altra, che dopo me si dica che tu non mi scacciasti, ma di buono animo mi maritasti »
(Convivio (IV XXVIII 13-19) [3])

Considerazioni degli storici moderni[modifica | modifica wikitesto]

Anche ai nostri giorni storici e letterati hanno svolto studi e approfondimenti su Marzia e, dalle loro riflessioni, è risultata una figura di donna particolare per avere fatto delle scelte in un’epoca in cui le donne avevano scarsissimo o nessun potere decisionale, soprattutto in fatto di matrimoni. Infatti dopo aver assecondato il marito e aver sposato Ortensio Ortalo, Marzia decise di tornare da Catone. Il suo fu un ritorno consapevole e motivato dalla necessità di tutelare la sua famiglia e il proprio nome.

Tra gli storici e i letterati che hanno studiato in modo approfondito l’atto giuridico del matrimonio all'epoca della Roma repubblicana, Eva Cantarella, nel saggio Matrimonio e sessualità nella Roma repubblicana:una storia romana di amore coniugale, rivela particolare conoscenza e precisione nella descrizione di tale pratica. Nella scelta del coniuge, per tradizioni e cultura, i veri protagonisti, cioè gli sposi, non avevano la possibilità di decidere del loro futuro.

Per introdurre la sua argomentazione la studiosa racconta la vicenda di Marzia, da un lato perché la sua storia è conosciuta e testimoniata e dall'altro forse perché proprio Marzia andò lievemente oltre le regole, scegliendo di tornare dal primo marito subito dopo la morte di Ortensio.

Lo scopo di Eva Cantarella, tuttavia, non è quello di raccontare una singola storia, ma quello di trarre da alcuni ben conosciuti esempi, quante più conoscenze possibili sulla famiglia, sul ruolo della donna e sulla sessualità nella Roma antica. La studiosa si impegna molto – e fa impegnare il lettore – nello sforzo di riflettere sulla mentalità che stava dietro alla prassi del “prestito”. Inoltre afferma che la storia di Marzia, che non sconcertò più di tanto i romani, ha disorientato molto di più gli storici moderni per la difficoltà di comprendere l’esistenza di usanze e costumi familiari così diversi dai nostri. Pertanto questa storia è stata spesso considerata come eccezionale e fuori dal comune, tanto che la sua originalità è stata attribuita al carattere dei suoi protagonisti, considerati persone mature che avevano una visione del matrimonio come istituzione per la perpetuazione dello Stato piuttosto che come unione sentimentale.

Un’altra spiegazione data afferma che Catone, essendo uno stoico, avrebbe messo in atto i principi stoici sulla comunanza delle donne. Tuttavia a Roma non erano solamente gli stoici a cedere le loro mogli e, pertanto, anche questa ipotesi viene a cadere.

« Analizzando la storia di Marzia e la pratica di cedere donne fertili Yan Thomas ha scritto che i romani avevano inventato una forma di adozione prenatale. Io andrei oltre, e suggerirei che avevano inventato la maternità surrogata. Naturalmente, a modo loro. Ma, come scrive Leslie Poles Hartley, dobbiamo sempre ricordare che «il passato è un paese straniero: si fanno le cose in un modo diverso, là.» »
((Eva Cantarella, (Matrimonio e sessualità nella Roma repubblicana, p.131))

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Matrimonio e sessualità nella Roma repubblicana: una storia romana di amore coniugale (PDF), storiadelledonne.it.
  2. ^ a b Per uno studio sulle donne della Pharsalia:Marcia Catonis (PDF), e-periodica.ch.
  3. ^ Convivio, it.wikisource.org.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Dante Alighieri, Convivio commentato da G. Busnelli e G. Vandelli, con introduzione di Michele Barbi. Seconda edizione con appendice di aggiornamento a cura di Antonio Enzo Quaglio. Firenze. Le Monnier, 1964.
  • Eva Cantarella, Matrimonio e sessualità nella Roma repubblicana:una storia romana di amore coniugale (PDF), in Storia delle donne, novembre 2015.
  • Eva Cantarella, Passato prossimo. Donne romane da Tacita a Sulpicia, Feltrinelli, 1996.
  • (EN) Richard Saller, Men's age at marriage and its consequences for the Roman family, in Classical Philology, nº 82, 1987.
  • Lisa Sannicandro, Per uno studio sulle donne della Pharsalia: Marcia Catonis, Padova, Museum Helveticum 64, 2007, pp. 83-99.
  • (EN) Susan Treggiari, Roman marriage. Iusti coniuges from the time of Cicero to the time of Ulpian, Oxford, Claredon Press, 1991.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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