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Marxismo autonomista

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Il marxismo autonomista, o semplicemente autonomismo, è una linea di pensiero marxista che enfatizza la capacità della classe operaia di forzare i cambiamenti nel sistema capitalista e di realizzare una società post-capitalista attraverso la sua attività autonoma. Questa prospettiva vede le leggi economiche distruttive di classe, piuttosto che oggettive, come la principale forza motrice della storia. Concetti chiave del marxismo autonomista includono il rifiuto del lavoro, la composizione di classe, la fabbrica sociale e l'autovalorizzazione.

L'approccio si distingue da altre forme di marxismo per la sua attenzione all'autoattività della classe operaia come fondamento sia per resistere al capitale sia per creare nuove relazioni sociali. È emerso nel XX secolo attraverso il lavoro di gruppi negli Stati Uniti (la Tendenza Johnson-Forest), in Francia (Socialisme ou Barbarie) e, soprattutto, in Italia (operaismo). Gli autonomisti sostengono una "lettura politica" delle opere di Karl Marx, in particolare de Il Capitale, trattandolo non come un'opera di teoria economica, ma come un'arma strategica per comprendere e promuovere la disgregazione di classe dal punto di vista della classe operaia. Il quadro amplia inoltre la definizione di "classe operaia" oltre il proletariato industriale salariato, includendo i lavoratori non salariati – come casalinghe, studenti e contadini – il cui lavoro è considerato essenziale per la riproduzione del capitale.

Il pensiero autonomista contemporaneo può essere ampiamente suddiviso in diverse tendenze. Una, associata a figure del post-operaismo italiano come Antonio Negri e Paolo Virno, si concentra sul potere affermativo e costitutivo della "moltitudine". La seconda, rappresentata dal collettivo americano Midnight Notes, enfatizza la continua lotta per i "beni comuni". Una terza, sviluppata da John Holloway, propone un autonomismo "negativo" incentrato sulla riflessione e sulla lotta contro le forme sociali capitaliste.

Etimologia e definizione

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Harry Cleaver

Il termine "marxismo autonomista" fu coniato da Harry Cleaver negli anni '90 per raggruppare diversi scrittori e militanti marxisti il ​​cui lavoro condivideva un'enfasi ricorrente sul "potere dei lavoratori di agire autonomamente"[1]. Questa tradizione, secondo Cleaver, include non solo i marxisti autoidentificati, ma anche figure del marxismo consiliarista e dell'anarco-comunismo che condividevano un'attenzione all'autoattività della classe operaia, pur rifiutando l'etichetta di "marxista"[1]. Il nucleo del marxismo autonomista è una "lettura politica" di Karl Marx e della società di classe, che Cleaver definisce come un'analisi strategica condotta dal punto di vista della classe operaia con l'obiettivo di chiarire il proprio potere e la propria strategia[2][3]

Questo approccio funge da alternativa sia alle letture tradizionali di "economia politica" di Marx, che sono criticate per concentrarsi unilateralmente sulle "leggi del moto" del capitale mentre trattano i lavoratori come vittime, sia alle letture "filosofiche", che sono viste come esercizi di critica ideologica distaccati dalle esigenze pratiche della lotta[4]. Per gli autonomisti, la strategia rivoluzionaria si sviluppa direttamente dalla crescita continua della lotta della classe operaia, non dalla teoria astratta o dalla leadership di un partito d'avanguardia[5]. Il punto di partenza principale è l'auto-attività della classe operaia, che è intesa come "qualcosa di più di un ingranaggio vittimizzato nella macchina del capitale"[6].

Antecedenti e influenze storiche

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Il marxismo autonomista sintetizza diversi "filoni" del pensiero marxista che, a partire dagli anni Quaranta, cercarono di superare il determinismo economico e l'attenzione unilaterale al potere del capitale che caratterizzavano il marxismo ortodosso. Queste correnti si svilupparono in diversi contesti nazionali, ma condividevano un'attenzione comune al potere indipendente della classe operaia[7].

Stati Uniti: Tendenza Johnson-Forest

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Lo stesso argomento in dettaglio: Tendenza Johnson-Forest.

Uno degli antecedenti fu la Tendenza Johnson-Forest, una fazione all'interno del movimento trotskista americano degli anni '40 guidata da C. L. R. James e Raya Dunayevskaya[8]. Disillusi dall'analisi trotskista ortodossa dell'Unione Sovietica come "stato operaio degenerato", svilupparono una teoria del capitalismo di stato, sostenendo che l'URSS fosse una variante della stessa fase di sviluppo capitalistico in atto in Occidente[9]. La loro analisi si basava sullo studio dei rapporti di produzione, identificando l'introduzione del taylorismo e del fordismo sia negli Stati Uniti che in URSS come nuove forme di dominio.[8]

Fondamentalmente, a differenza della Scuola di Francoforte, che vedeva solo il dominio in queste nuove tecnologie, la Tendenza Johnson-Forest metteva in evidenza il potere dei lavoratori di opporsi a esse. Documentarono le lotte autonome dei lavoratori di base contro le burocrazie sia del management che dei sindacati, in particolare nell'industria automobilistica di Detroit[9]. James sosteneva inoltre che le lotte indipendenti dei lavoratori neri costituissero un'avanguardia della classe operaia americana[8]. Ciò portò a un "totale ripudio della teoria e della pratica della teoria leninista del Partito d'Avanguardia", a favore del riconoscimento che le nuove forme organizzative nascono spontaneamente dalle esperienze dei lavoratori stessi[9].

Francia: Socialisme ou Barbarie

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Cornelius Castoriadis
Lo stesso argomento in dettaglio: Socialisme ou Barbarie.

In Francia, si verificò una evoluzione parallela con la formazione del gruppo Socialisme ou Barbarie (1949-1965), guidato da Cornelius Castoriadis e Claude Lefort. Il gruppo ruppe con il trotskismo per ragioni simili a quelle di Johnson-Forest, con cui erano in contatto diretto[10]. Il gruppo francese sviluppò anche una critica della burocrazia sovietica e si concentrarono sulla "resistenza quotidiana dei lavoratori nell'industria", traducendo e pubblicando resoconti delle lotte dei lavoratori americani per arricchire le proprie analisi del contesto francese[10] Queste correnti influenzarono direttamente gli operaisti italiani attraverso figure come Danilo Montaldi, che tradusse e diffuse il loro lavoro, fornendo ai primi pensatori italiani analisi delle lotte dei lavoratori autonomi all'interno delle fabbriche moderne[11].

L'operaismo italiano

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Lo stesso argomento in dettaglio: Operaismo.

L'influenza più significativa sul marxismo autonomista venne dal movimento "operaista" italiano degli anni '60[12]. Questa corrente emerse dalle riviste Quaderni Rossi e Classe Operaia principalmente come risposta ai fallimenti percepiti del tradizionale movimento operaio italiano - in particolare del Partito Comunista Italiano (PCI) e del Partito Socialista Italiano (PSI) - nell'analizzare e rispondere alle nuove forme di conflitto di classe che si sviluppavano nelle fabbriche del "miracolo economico" dell'Italia del dopoguerra[13]. Teorici come Raniero Panzieri, Mario Tronti e Antonio Negri svilupparono una potente critica del marxismo ortodosso e del PCI, fondata sull'analisi di una nuova ondata di lotte nelle fabbriche autonome[12].

Panzieri, analizzando l'ascesa del fordismo in Italia, sostenne che lo sviluppo tecnologico e la pianificazione capitalista fossero una risposta diretta alla lotta della classe operaia. Il piano del capitale per la divisione del lavoro era un piano politico per dividere e controllare la classe operaia. Ciò capovolgeva la tradizionale visione marxista, che vedeva la tecnologia come una forza produttiva neutrale[12][14] Tronti si basò su questo, sostenendo che la lotta della classe operaia è il motore primario dello sviluppo capitalista. Formulò quella che divenne nota come l'"inversione copernicana" del marxismo, scrivendo notoriamente nel primo numero di Classe Operaia: "Anche noi abbiamo lavorato con un concetto che mette al primo posto lo sviluppo capitalista e al secondo i lavoratori. Questo è un errore. E ora dobbiamo capovolgere il problema... e ricominciare dall'inizio: e l'inizio è la lotta di classe della classe operaia."[15] Da questo punto di vista, il capitale è inteso non come una forza indipendente, ma come una forza reattiva all'interno del rapporto di classe, costretta a riorganizzarsi costantemente in risposta al potere autonomo dei lavoratori[16].

Queste intuizioni hanno dato il via a due aree chiave di studio: le concrete "indagini operaie" sulle lotte di classe contemporanee, avviate da Romano Alquati nelle fabbriche italiane, e le rivalutazioni storiche dell'organizzazione della classe operaia[17]. Sergio Bologna, ad esempio, ha analizzato le forme storiche dei consigli dei lavoratori e dei sindacati industriali come prodotti di specifiche composizioni di classe, piuttosto che come modelli universalmente applicabili[18][19].

Movimenti femministi e disoccupati

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Selma James

Un decisivo progresso nel pensiero autonomista venne dal movimento femminista, in particolare dalla campagna internazionale per il salario al lavoro domestico lanciata negli anni '70 da figure come Mariarosa Dalla Costa e Selma James[20]. Approfondendo l'analisi di Tronti sulla riproduzione capitalista, si concentrarono sul ruolo centrale del lavoro domestico non retribuito delle donne nella produzione e riproduzione della forza lavoro, la merce più essenziale per il capitale[20]. Il lavoro teorico di gruppi come Lotta Femminista in Italia fu centrale per questo sviluppo[21][22]. Pensatrici come Leopoldina Fortunati analizzarono come il lavoro di riproduzione sia postulato come produzione "naturale" sotto il capitalismo, apparentemente al di fuori della creazione di valore mentre in realtà produce la merce fondamentale della forza lavoro stessa[21].

Questa analisi ha dimostrato come il rapporto salariale divida la classe operaia in settori salariati e non salariati (casalinghe, studenti, contadini), rendendo le lotte dei non salariati invisibili al marxismo tradizionale[20]. La gerarchia tra salariati e non salariati è stata identificata come la base fondamentale del sessismo e del razzismo all'interno del capitale, poiché queste divisioni vengono mantenute attraverso l'accesso differenziato al salario[20]. La richiesta di un salario per il lavoro domestico era quindi strategica, volta a rendere visibile questo lavoro non retribuito, superando la divisione primaria all'interno della classe e fornendo ai non salariati le risorse materiali (potere) per lottare contro di essa[20]. Questo lavoro ha ampliato la definizione di classe operaia e ha permesso di comprendere i movimenti autonomi di donne, studenti e contadini come parti integranti di un ciclo internazionale di lotta[20].

Concetti chiave

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Autonomia della classe operaia e rifiuto del lavoro

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Lo stesso argomento in dettaglio: Rifiuto del lavoro.

Il principio fondamentale del marxismo autonomista è che la classe operaia è un soggetto politico autonomo, capace di agire nel proprio interesse, indipendentemente e spesso contro le sue organizzazioni "ufficiali" come sindacati e partiti politici[3][8]. Questa autonomia si esprime nelle lotte quotidiane sul posto di lavoro (sabotaggio, assenteismo) così come in sconvolgimenti sociali più ampi come scioperi selvaggi e rivolte[23].

Da questa prospettiva, una strategia chiave della classe operaia è il "rifiuto del lavoro". Nel capitalismo, definito come un sistema sociale basato sull'imposizione del lavoro, la lotta non consiste nel "liberare" il lavoro dal capitale, ma nell'abolirlo[24]. Ciò contrasta con le visioni socialiste tradizionali che mirano a creare una società del lavoro non alienato. Gli autonomisti sostengono che per il "lavoratore massa" – dequalificato sotto il fordismo – il lavoro può essere solo un mezzo di controllo sociale da abolire. La lotta per ottenere meno lavoro e più reddito (o ricchezza) è vista come un attacco diretto alle fondamenta del capitale[25][26]

Composizione di classe, ricomposizione politica e decomposizione

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Il marxismo autonomista utilizza un insieme specifico di concetti per analizzare la dinamica della lotta di classe.

  • La "composizione di classe" si riferisce alla struttura politica della classe operaia, plasmata dalla divisione del lavoro del capitale, ma anche dalle lotte dei lavoratori stessi[27]. È una misura delle relazioni di potere all'interno della classe. Per la tradizione operaista, era la "categoria di analisi più distintiva"[3]. Veniva utilizzata per analizzare la relazione tra la "composizione tecnica" della classe operaia – la specifica struttura materiale della forza lavoro organizzata dal bisogno produttivo del capitale – e la sua "composizione politica", le forme auto-organizzate di lotta, i comportamenti e le solidarietà che emergevano da questa condizione materiale[28].
  • La "ricomposizione politica" è il processo attraverso il quale la classe operaia supera le divisioni del capitale (ad esempio, tra salariati e non salariati, o tra diversi gruppi razziali e di genere) per raggiungere un livello più elevato di unità e potere. Questo processo implica la circolazione delle lotte tra diversi settori della classe[27].
  • La "decomposizione" è la risposta del capitale alla ricomposizione politica. È la strategia di imporre una nuova divisione tecnica o sociale del lavoro per spezzare il potere acquisito dai lavoratori e ripristinare il controllo[27].

Questo quadro presenta un modello dinamico di lotta di classe, in cui il capitale è continuamente costretto a ristrutturare il proprio comando in risposta alla mutevole composizione e al potere della classe operaia[27].

Fabbrica sociale e classe operaia allargata

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Lo stesso argomento in dettaglio: Fabbrica sociale.

Un concetto centrale sviluppato dagli autonomisti italiani è quello di "fabbrica sociale", secondo cui il capitale ha esteso il suo dominio oltre le mura della fabbrica per abbracciare l'intera società[29]. Come scrisse Mario Tronti, "Al più alto livello di sviluppo capitalistico, il rapporto sociale diventa un momento del rapporto di produzione... l'intera società esiste in funzione della fabbrica e la fabbrica estende il suo dominio esclusivo sull'intera società"[30]. Da questa prospettiva, le attività che si svolgono nella comunità – in casa, a scuola e persino durante il tempo libero – sono intese come lavoro per il capitale, in particolare come lavoro di produzione e riproduzione della forza lavoro[31]. La famiglia è un luogo di riproduzione dei lavoratori, la scuola li forma e la "sfera culturale" plasma i loro desideri e le loro abitudini[31].

Questa analisi porta a una ridefinizione della classe operaia per includere non solo i lavoratori salariati, ma anche i non salariati, il cui lavoro è essenziale per l'accumulazione di capitale[29]. Le lotte delle casalinghe, degli studenti e dei disoccupati sono quindi viste non come periferiche ma come attacchi centrali al comando del capitale sulla totalità del lavoro sociale[29].

Autovalorizzazione

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Mentre il "rifiuto del lavoro" rappresenta il lato negativo della lotta operaia (l'attacco al capitale), l'"autovalorizzazione" ne rappresenta il lato positivo e costruttivo. Coniato da Antonio Negri, il termine si riferisce all'elaborazione autonoma di nuovi modi di essere, nuove relazioni sociali e forme di vita alternative che vanno oltre la semplice resistenza al capitale[32]. Designa "processi radicalmente autonomi [...] che non solo costituiscono una base alternativa di sviluppo potenziale, ma rappresentano anche di fatto una nuova fondazione costituente"[33]. Designa tutte le forme di auto-attività attraverso le quali i lavoratori si costituiscono come soggetti al di fuori e contro il loro status di classe. Nella misura in cui i lavoratori "valorizzano autonomamente" le loro vite, vanno oltre l'essere "lavoratori" e creano nuovi mondi sociali, per quanto fugaci o durevoli[32]. Cleaver collega questo concetto alle attività auto-organizzative della ribellione zapatista in Chiapas, in Messico, che vede come un esempio contemporaneo di comunità che cercano il potere di costruire "nuovi mondi diversi e autonomi" piuttosto che semplicemente resistere allo sfruttamento capitalista[32].

La metodologia fondamentale del marxismo autonomista è una "lettura politica" de Il Capitale di Carlo Marx. Questo approccio rifiuta interpretazioni de Il Capitale come opera economica, filosofica o storica. Al contrario, viene letto come un'analisi della lotta di classe dal punto di vista della classe operaia[2]. Gli operaisti italiani furono influenzati in questo dal filosofo Galvano Della Volpe, la cui lettura "scientifica" e antistoricista di Marx fornì una base per affrontare direttamente Il Capitale, bypassando le tradizioni gramsciane dominanti del Partito Comunista Italiano[34].

Questa lettura insiste sul fatto che ogni categoria nell'opera di Marx debba essere intesa in termini dell'antagonismo di classe che rappresenta. Non esiste una prospettiva "oggettiva" o neutrale; ogni concetto ha due facce, che riflettono le prospettive del capitale e della classe operaia. Ad esempio, il salario è un costo e uno strumento per nascondere lo sfruttamento del capitale, ma è anche reddito e una fonte di potere con cui i lavoratori possono lottare. La tecnologia è un mezzo per aumentare la produttività e il controllo del capitale, ma è anche un terreno di lotta e un prodotto dei successi passati dei lavoratori nella riduzione della giornata lavorativa[35]. Questa attenzione al primato della lotta porta alcuni autonomisti a de-enfatizzare o criticare parti dell'analisi di Marx che considerano eccessivamente oggettiviste. Antonio Negri, ad esempio, espresse la sua insofferenza nei confronti dell'analisi di Marx nei primi capitoli de Il Capitale: "Trovo sempre Marx molto fastidioso quando racconta tutte queste storie sulla forma merce. Certo, sono tutte storie vere! Ma per capirle, bisogna capirle solo più tardi, cioè dopo l'analisi della lotta di classe."[36]

L'obiettivo di una lettura politica è "scoprire come la sua opera possa esserci utile" traducendo le categorie astratte de Il Capitale nel linguaggio concreto delle lotte di classe[37]. Ciò implica andare "oltre il feticismo" delle categorie economiche per cogliere le relazioni sociali di potere e lotta sottostanti[37].

Tendenze contemporanee

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Dal declino dei movimenti degli anni Settanta, il pensiero autonomista ha continuato a svilupparsi lungo diverse traiettorie. Il politologo David Eden ha proposto una divisione dell'autonomismo contemporaneo in tre principali filoni di pensiero: una focalizzata sul superamento del capitalismo (guidata da Antonio Negri e Paolo Virno), un'altra sulla costruzione di un esterno (il Midnight Notes Collective) e una terza sull'essere contro di esso (John Holloway).

Il Post-operaismo e la moltitudine

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Antonio Negri

Una tendenza di spicco all'interno dell'autonomismo contemporaneo è associata ai teorici italiani del post-operaismo, in particolare Antonio Negri e Paolo Virno. Influenzata dai Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica di Marx, dalla filosofia di Baruch Spinoza e dal post-strutturalismo francese (in particolare dall'opera di Michel Foucault, Gilles Deleuze e Félix Guattari), questa scuola di pensiero si concentra sulle capacità "affermative" e creative del lavoro[38]. Essi sostengono che la transizione da un'economia fordista a un'economia "post-fordista", guidata dalle rivolte operaie contro la fabbrica, abbia portato a una nuova fase del capitalismo caratterizzata dalla "produzione biopolitica". In questa fase, il dominio del capitale si estende a tutta la vita sociale e la produzione diventa sempre più "immateriale", basandosi sull'intelletto, sulla comunicazione e sugli affetti[39].

Invece della classe operaia industriale, Negri e Virno propongono la "moltitudine" come nuovo soggetto rivoluzionario. La moltitudine è una rete di singolarità che cooperano e producono attraverso capacità linguistiche e affettive condivise, che chiamano "il comune"[40]. Poiché questa cooperazione creativa è immanente alla moltitudine stessa, il capitale è relegato a un ruolo parassitario di comando ed estrazione[41]. La strategia politica che emerge da questa analisi è quella dell'"esodo", una fuga collettiva e il ritiro del potere creativo della moltitudine dal comando del capitale, al fine di costruire un'alternativa autonoma e democratica[42].

I beni comuni e le "nuove recinzioni"

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Silvia Federici

Una seconda tendenza è associata al Midnight Notes Collective, un gruppo americano a cui aderiscono teorici come Silvia Federici, George Caffentzis e Peter Linebaugh. Questa scuola di pensiero enfatizza i concetti di "beni comuni" e "recinzioni" come centrali per comprendere sia l'accumulazione capitalista che la lotta anticapitalista[43]. Questo gruppo sostiene che "l'accumulazione primitiva" non sia una fase storica che precede il capitalismo, ma un processo continuo di recinzione, attraverso il quale il capitale espropria le popolazioni dei loro beni comuni – risorse condivise, relazioni sociali e forme di sussistenza autonoma – per creare un proletariato[44].

Attingendo ampiamente alle analisi femministe del lavoro riproduttivo, questa prospettiva evidenzia le lotte dei popoli non salariati, in particolare contadini e comunità del Sud del mondo, che dipendono dai beni comuni per la loro sussistenza[45]. L'opera di Federici, in particolare Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l'accumulazione originaria (2004), reinterpreta l'ascesa del capitalismo come una "controrivoluzione" contro il proletariato medievale, in cui la caccia alle streghe era un meccanismo chiave per racchiudere i corpi delle donne e il lavoro riproduttivo allo scopo di produrre forza lavoro[46]. Da questo punto di vista, il comunismo è la creazione e la difesa di un "esterno" al capitale, costruito sul potere autonomo delle comunità di rivendicare e creare beni comuni[47].

L'autonomismo negativo e l'"urlo"

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John Holloway

Una terza tendenza, definita "autonomismo negativo" dal suo principale sostenitore John Holloway, sviluppa una sintesi tra il marxismo autonomista e la teoria critica della Scuola di Francoforte, in particolare di Theodor Adorno[48]. Questo approccio è incentrato su una negazione radicale di tutte le forme sociali capitalistiche. Holloway sostiene che il nucleo della lotta di classe non sia l'affermazione dell'identità della classe operaia, ma un "urlo" negativo di rifiuto contro l'esperienza di essere classificati e oggettivati ​​dal capitale[49].

Questa prospettiva si concentra sulla critica del feticismo e dell'identità. Vede il capitalismo come un processo di "identificazione", di fissazione del fluente processo della creatività umana ("fare") in oggetti statici e ruoli sociali ("essere"). La lotta contro il capitale è quindi una lotta tra non-identità e identità, tra "anti-potere" (il potere di fare) e "potere su"[50]. La rivoluzione non è intesa come la presa del potere statale, che è vista solo come un'altra forma feticizzata di relazioni sociali, ma come un processo continuo di creazione di "crepe" nella trama del dominio capitalista, momenti di rifiuto in cui possono emergere relazioni sociali alternative[51]. Questo concetto "interstiziale" di rivoluzione enfatizza la creazione di un nuovo mondo non nel futuro ma nel qui e ora, nelle fessure della società capitalista[52].

  1. 1 2 Harry Cleaver, 2000, pg. 15
  2. 1 2 Harry Cleaver, 2000, pg. 29-30
  3. 1 2 3 Steve Wright, 2017, pg. 18
  4. Harry Cleaver, 2000, pg. 43-45, 56-57
  5. Harry Cleaver, 2000, pg. 57
  6. Harry Cleaver, 2000, pg. 58
  7. Harry Cleaver, 2000, pg. 13
  8. 1 2 3 4 Harry Cleaver, 2000, pg. 59-60
  9. 1 2 3 Harry Cleaver, 2000, pg. 60-62
  10. 1 2 Harry Cleaver, 2000, pg. 63-64
  11. Steve Wright, 2017, pg. 36
  12. 1 2 3 Harry Cleaver, 2000, pg. 64-66
  13. Steve Wright, 2017, pg. 16, 20
  14. Steve Wright, 2017, pg. 53, 55
  15. Steve Wright, 2017, pg. 74
  16. David Eden, 2012, pg. 13
  17. David Eden, 2012, pg. 42-44
  18. Harry Cleaver, 2000, pg. 67-68
  19. Steve Wright, 2017, pg. 181-182
  20. 1 2 3 4 5 6 Harry Cleaver, 2000, pg. 71-73
  21. 1 2 David Eden, 2012, pg. 30-31
  22. Steve Wright, 2017, pg. 123
  23. Harry Cleaver, 2000, pg. 56, 62
  24. Harry Cleaver, 2000, pg. 69, 81
  25. Harry Cleaver, 2000, pg. 69, 160
  26. Steve Wright, 2017, pg. 93
  27. 1 2 3 4 Harry Cleaver, 2000, pg. 115
  28. Steve Wright, 2017, pg. 87
  29. 1 2 3 Harry Cleaver, 2000, pg. 70-71
  30. Steve Wright, 2017, pg. 49
  31. 1 2 Harry Cleaver, 2000, pg. 122-123
  32. 1 2 3 Harry Cleaver, 2000, pg. 18-19
  33. David Eden, 2012, pg. 75
  34. Steve Wright, 2017, pg. 38-41
  35. Harry Cleaver, 2000, pg. 75, 89
  36. David Eden, 2012, pg. 113 - citazione da Antonio Negri
  37. 1 2 Harry Cleaver, 2000, pg. 75-77
  38. David Eden, 2012, pg. 24-26
  39. David Eden, 2012, pg. 50-51
  40. David Eden, 2012, pg. 45-54
  41. David Eden, 2012, pg. 15
  42. David Eden, 2012, pg. 65, 74
  43. David Eden, 2012, pg. 29
  44. David Eden, 2012, pg. 127
  45. David Eden, 2012, pg. 131
  46. David Eden, 2012, pg. 127-128
  47. David Eden, 2012, pg. 160
  48. David Eden, 2012, pg. 35
  49. David Eden, 2012, pg. 193
  50. David Eden, 2012, pg. 204, 213
  51. David Eden, 2012, pg. 196-197, 217
  52. David Eden, 2012, pg. 229
  • (EN) Harry Cleaver, Reading Capital Politically, 2ª ed., Leeds / Edinburgh, AK Press / Anti/Theses, 2000, ISBN 1-902593-29-4.
  • (EN) David Eden, Autonomy: Capitalism, Class and Politics, Farnham, Ashgate, 2012, ISBN 978-1-4094-1174-1.
  • (EN) Steve Wright, Storming Heaven: Class Composition and Struggle in Italian Autonomist Marxism, 2ª ed., London, Pluto Press, 2017, ISBN 978-0-7453-9990-4.