Marina Abramović

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Marina Abramović: The Artist Is Present alla Viennale 2012

Marina Abramović (in serbo Марина Абрамовић; Belgrado, 30 novembre 1946) è un'artista serba naturalizzata statunitense[1]. Attiva fin dagli anni sessanta del XX secolo, si è autodefinita "Grandmother of performance art": il suo lavoro esplora le relazioni tra l'artista e il pubblico, ed il contrasto tra i limiti del corpo e le possibilità della mente.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nasce a Belgrado, nipote di un patriarca della chiesa ortodossa serba, successivamente proclamato santo. Entrambi i genitori erano partigiani della seconda guerra mondiale: suo padre Vojo fu un comandante riconosciuto, dopo la guerra, eroe nazionale; sua madre Danica, maggiore dell'esercito, alla metà degli anni sessanta fu nominata direttore del Museo della Rivoluzione e Arte in Belgrado. La sua prima lezione di arte Marina la ricevette dal padre all'età di 14 anni: era il 30 novembre 1960; avendo chiesto al genitore di comprarle dei colori, lui si presentò con un amico il quale cominciò con il tagliare a caso un pezzo di tela, poi una volta steso a terra vi gettò sopra colla, sabbia, pietrisco, bitume, colori vari dal giallo al rosso, poi dopo aver cosparso il tutto con trementina collocò un fiammifero al centro della composizione e lo fece esplodere e disse: "Questo è il tramonto".

Dal 1965 al 1972 studia presso l'Accademia di Belle Arti di Belgrado. Dal 1973 al 1975 ha insegnato presso l'Accademia di Belle Arti di Novi Sad, mentre creava le sue prime performance. Nel 1974 viene conosciuta anche in Italia, dove presenta la sua performance, Rhytm 4, esposta a Milano, nella Galleria Diagramma di Luciano Inga Pin.

Nel 1976 lascia la Jugoslavia per trasferirsi ad Amsterdam. Nello stesso anno inizia la collaborazione e la relazione con Ulay, artista tedesco. Nel 1997 vince il Leone d'Oro alla Biennale di Venezia con l'esecuzione, Balkan Baroque.

Opere e performance[modifica | modifica wikitesto]

Rhythm 10, 1973[modifica | modifica wikitesto]

Nella sua prima performance, esplora elementi di ritualità gestuale. Usando venti coltelli e due registratori, l'artista esegue un gioco russo nel quale ritmici colpi di coltello sono diretti tra le dita aperte della mano (il gioco del coltello). Ogni volta che si taglia, deve prendere un nuovo coltello dalla fila dei venti che ha predisposto, e l'operazione viene registrata. Dopo essersi tagliata venti volte, l'artista fa scorrere la registrazione, ascolta i suoni e tenta di ripetere gli stessi movimenti, cercando di replicare gli errori, mescolando passato e presente. Tenta di esplorare le limitazioni fisiche e mentali del corpo: “Una volta che sei entrato nello stato dell'esecuzione, puoi spingere il tuo corpo a fare cose che non potresti assolutamente mai fare normalmente” (Kaplan, 9).

Rhythm 0, 1975[modifica | modifica wikitesto]

Si presenta al pubblico di Napoli, posando sul tavolo diversi strumenti di "piacere" e "dolore"; fu detto agli spettatori che per un periodo di sei ore l'artista sarebbe rimasta passivamente priva di volontà e avrebbero potuto usare liberamente quegli strumenti. Si era imposta tale prova in un tempo prefissato secondo una strategia di John Cage, adottata da molti altri artisti dell'esecuzione allo scopo di dare un inizio e una fine ad un evento non lineare.

Ciò che era iniziato piuttosto in sordina per le prime tre ore, con i partecipanti che le giravano intorno con qualche approccio intimo, esplose poi in uno spettacolo pericoloso e incontrollato; tutti i suoi vestiti vennero tagliuzzati con le lamette; nella quarta ora le stesse lamette furono usate per tagliare la sua pelle e dalla quale poter succhiare il suo sangue. Il pubblico si rese conto che quella donna non avrebbe fatto niente per proteggersi ed era probabile che potesse venir violentata; si sviluppò allora, tra il pubblico, un gruppo di protezione e, quando le fu messa in mano un'arma carica e il suo dito posto sul grilletto, scoppiò un tafferuglio tra il gruppo degli istigatori e quello dei protettori. Mettendo il proprio corpo in condizione di farsi male, la Abramovic aveva creato un'opera artistica molto seria: "Affrontare le sue paure in relazione al proprio corpo" .[2]

Rhythm 5, 1974[modifica | modifica wikitesto]

Con quest'opera l'artista ha cercato di rievocare l'energia prodotta dal dolore, in questo caso utilizzando una grande stella intrisa di petrolio, che accende all'inizio della performance. Rimanendo fuori dalla stella, l'Abramovic inizia a tagliarsi i capelli e le unghie di mani e piedi. Terminata ognuna delle operazioni, inizia a gettare i ritagli nelle fiamme, creando ogni volta un'esplosione di luce. Bruciando la stella a cinque punte l'artista ha voluto rappresentare il concetto di purificazione fisica e mentale, riferendosi contemporaneamente all'appartenza politica del suo passato.

Nell'atto finale della purificazione, Marina Abramović salta attraverso le fiamme, spingendosi nel centro della grande stella. A causa della luce e del fumo che emana dal fuoco, l'osservatore non realizza che, una volta all'interno della stella, l'artista ha perso conoscenza a causa della mancanza di ossigeno. Alcuni membri del pubblico comprendono cosa è accaduto, solo quando le fiamme le giungono molto vicino al corpo. Un medico e vari spettatori intervengono per estrarla dalla stella.

Abramović più tardi commentò su questa esperienza: “Ero molto arrabbiata perché avevo capito che c'è un limite fisico: quando perdi conoscenza non puoi essere presente; non puoi esibirti.” (Daneri, 29).

Art Must Be Beautiful, 1975[modifica | modifica wikitesto]

Nel corso di questa performance, l'artista si spazzola i capelli per un'ora con una spazzola di metallo nella mano destra e contemporaneamente si pettina con un pettine di metallo nella sinistra mentre ripete continuamente “L'arte deve essere bella, l'artista deve essere bello” fino a quando si sfregia il volto e si rovina i capelli.

Lips of Thomas, 1975[modifica | modifica wikitesto]

In questa esecuzione esplora all'estremo i limiti fisici del proprio corpo arrivando, tramite una serie di azioni, anche a superarli. Esordisce mangiando un chilogrammo di miele con un cucchiaio d'argento, prosegue bevendo un litro di vino rosso e rompendo con la sua stessa mano il bicchiere. Poco a poco l'azione diventa più violenta, e culmina in atti di autolesionismo, come l'incisione di una stella a cinque punte che l'artista pratica con un rasoio sul proprio ventre: è un'immagine violentissima e cruda che diventa una vera e propria icona della performance art. Facendo riferimento a diversi temi propri della fede cristiana e a riti di purificazione e di autopunizione, si fustiga e si distende su una croce composta di blocchi di ghiaccio e, mentre un getto d'aria calda diretta sul suo ventre fa sanguinare la stella incisa, il resto del corpo comincia a gelare. Gli spettatori, che non riescono a rimanere passivi dinanzi a una simile visione, intervengono togliendola di forza dallo stato di congelamento. L'esecuzione diventa un dialogo, un rapporto diretto di azione e reazione, tra l'esecutrice e lo spettatore che non può restare inattivo mentre assiste in prima persona all'azione ed è quindi psicologicamente costretto a reagire. La reazione dello spettatore diventa l'oggetto dell'esecuzione.

Freeing The Body, 1975[modifica | modifica wikitesto]

Si avvolge la testa in una sciarpa nera e inizia a muoversi a ritmo di un tamburo africano, balla finché non è completamente esausta e cade per terra; l'esecuzione dura otto ore.

Freeing The Memory, 1976[modifica | modifica wikitesto]

L'artista rimane seduta con la testa reclinata all'indietro mentre pronuncia tutte le parole che è in grado di ricordare: parla prevalentemente serbo-croato, ma anche inglese e olandese. Recitando tutte le parole immagazzinate nella propria mente tenta di liberarsi della lingua acquisita intesa come convenzione comunicativa.

Freeing The Voice,1976[modifica | modifica wikitesto]

Sempre nel corso di tale performance, la Abramovic giace supina con la testa reclinata all'indietro, in modo che il suo volto sia perfettamente visibile al pubblico, spalanca la bocca ed inizia ad emettere un unico suono atono. Inizialmente sembra un grido di richiesta di aiuto poi diviene più introverso e successivamente, incontrollato. Il senso dell'esecuzione è da ricercarsi nell'istintivo rispondere al grido da parte del pubblico: la reazione dello spettatore diventa l'esecuzione stessa. Poi la sua voce vacilla, si trasforma in pesante respirazione ed infine muore. Il fisico è stato svuotato e l'annullamento del corpo segue quello della mente. La stessa Marina Abramović, in un'intervista relativa a questo lavoro dice: “Quando gridi in questo modo, senza interruzione, in un primo momento riconosci il suono della tua stessa voce, ma successivamente quando ti spingi ai tuoi stessi limiti la tua voce diventa un puro oggetto sonoro”.

Freeing The Body, Freeing The Memory e Freeing The Voice sono una serie di esecuzioni in cui Marina Abramović si prefigge il fine di purificare il proprio corpo e la propria mente e di scivolare in uno stato di incoscienza; quindi nella prima muove incessantemente il proprio corpo fino a crollare a terra; nella seconda riprende parole dalla propria memoria fino a non ricordare più nulla e nella terza urla fino a perdere la voce.

Imponderabilia, 1977[modifica | modifica wikitesto]

In collaborazione con l'artista tedesco e suo compagno Ulay, Marina Abramović mostra a Bologna presso la Galleria d'arte moderna la performance. Entrambi sono in piedi, nudi, ai lati di una stretta porta che consente l'ingresso nella galleria. Chi vuole entrare è costretto a passare in mezzo ai loro corpi, decidendo con imbarazzo se rivolgersi verso il lato del nudo maschile o verso quello del nudo femminile.[3]

Dragon Heads,1990[modifica | modifica wikitesto]

Seduta immobile su una sedia circondata da un cerchio formato da blocchi di ghiaccio, l'artista ha cinque pitoni che si muovono sul suo corpo, lunghi 2, 3 e 4 metri e privati di cibo nelle due settimane precedenti l'esecuzione.

The Abramovic Method, 2012[modifica | modifica wikitesto]

La performance ha avuto luogo a Milano presso il PAC di via Palestro. Il Metodo Abramovich nasce da una riflessione che l'artista ha sviluppato partendo dalle sue ultime tre performance: The House With the Ocean View (2002), Seven Easy Pieces (2005) e The Artist is Present (2010), esperienze che hanno segnato profondamente il suo modo di percepire il proprio lavoro in rapporto al pubblico. Il pubblico, guidato e motivato dall'artista, è invitato a vivere e sperimentare le sue “installazioni interattive”. Le opere con cui il pubblico potrà interagire rimanendo in piedi, seduto o sdraiato, sono realizzate con minerali e legno.[4] L'esperienza è fatta di buio e luce, assenza e presenza, percezioni spazio-temporali alterate. La performance consiste nell'entrare nel mondo del silenzio, lontani dai rumori, rimanere soli con se stessi e allontanarsi per poche ore dalla realtà. Lady Gaga ha partecipato a questa iniziativa, postando un video della performance.

La performance della Abramović al MoMa di New York The Artist is Present del 2010 è tema della pubblicazione Portaits in the Presence of Marina Abramovic dove il fotografo italiano Marco Anelli cattura 1545 ritratti di forte impatto emotivo del pubblico con l'artista.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Lavori di Abramović:

  • Artist Body: Performances 1969-1998, (Charta, 1998).
  • Public Body: Installations and Objects 1965-2001, (Charta, 2001)
  • The House with the Ocean View, (Charta, 2004).
  • The Biography of Biographies, (Charta, 2004).
  • Balkan Epic, (Skira, 2006).
  • Seven Easy Pieces, (Charta, 2007)

Studi critici e accademici:

  • A Daneri, et al, (eds.), Marina Abramović, (Charta, 2002)
  • Laurie Anderson, “Marina Abramović,” Bomb Summer 2003: 25-31.
  • Jennifer Fisher, “Interperformance: The Live Tableaux of Suzanne Lacy, Janine Antoni, and Marina Abramović,” Art Journal 56 (1997): 28-33.
  • Charles Green, “Doppelgangers and the Third Force: The Artistic Collaborations of Gilbert & George and Marina Abramović/Ulay,” Art Journal 59.2: 36-45.
  • Shogo Hagiwara, “Art Hurts: Blood and Pain are Abramović's Media,” The Daily Yomiuri 1 April, 2004 p18.
  • Janet Kaplan, “Deeper and Deeper: Interview with Marina Abramović,” Art Journal 58:2 (1999):6-19.
  • Zoe Kosmidou, “A Conversation with Marina Abramović,” Sculpture Nov. 2001: 27-31.
  • Tom Lubbock, “Visual Arts: Caught In the Act; It's Video But Not As We Know It,” The Independent 2 Sept. 2003.
  • Thomas McEvilley, “Performing the Present Tense,” Art in America April 2003: 114-117; 153.
  • Asami Nagai, “Art in Harmony with Nature,” The Daily Yomiuri 24 July 2003, p. 13.
  • Anna Novakov, “Point of Access: Marina Abramović's 1975 Performance Role Exchange,” Woman's Art Journal Fall 2003/Winter 2004: 31-35.
  • Jennifer Phipps, “Marina Abramović/Ulay/Ulay/Marina Abramović,” Art & Text 3 (1981).
  • Theresa Smalec, “Not What It Seems: The Politics of Re-Performing Vito Acconci's Seedbed,” PMC: Postmodern Culture 17 (1) 2006 [1]
  • “Writing Art,” Art Monthly 1999 230:13-17.
  • Peter Lodermeyer, Karlyn De Jongh & Sarah Gold, “Personal Structures: Time Space Existence”, DuMont Verlag, Cologne, Germany, (2009): p. 172-177.
  • James Westcott, Quando Marina Abramovic morirà, Johan & Levi editore, Milano 2011.
  • Marco Anelli, Portraits in the Presence of Marina Abramovic, Damiani Publisher, New York 2012

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Marina Abramović - The Artist Is Present (USA, 2012) di Matthew Akers, documentario, 99'.

Premi e riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

  • Leone d'oro, XLVII Biennale di Venezia, 1997
  • Niedersächsischer Kunstpreis, 2003
  • New York Dance and Performance Award (The Bessies), 2003
  • International Association of Art Critics, Best Show in a Commercial Gallery Award, 2003

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Medaglia per le scienze e per le arti (Austria) - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia per le scienze e per le arti (Austria)
— 2008

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ http://www.artnet.com/artists/marina-abramovic Artnet.com
  2. ^ Paul Schimmel, Un salto nel vuoto: la performance e l'oggetto
  3. ^ Marina Abramovic, su www.arte-artisti.com. URL consultato il 30 aprile 2016.
  4. ^ The Abramovich Method a Milano fino al 10 giugno, su WeVUX, 20 maggio 2012. URL consultato il 30 aprile 2016.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autorità VIAF: (EN37035899 · LCCN: (ENn88060401 · SBN: IT\ICCU\CFIV\136500 · ISNI: (EN0000 0001 2278 3921 · GND: (DE11908273X · BNF: (FRcb12573764n (data) · ULAN: (EN500115967 · NLA: (EN36100331