Mala del Brenta

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Mafia del Brenta
Area di origine Province di Venezia e Padova
Aree di influenza Veneto
Emilia-Romagna
Friuli-Venezia Giulia

Liguria Croazia Slovenia

Colombia
Periodo Anni 70 - in attività
Boss Felice Maniero
Alleati Cosa nostra
Camorra
Crips
Attività Traffico di droga
Traffico di armi
Rapine
Sequestri di persona
Racket delle estorsioni e del gioco d'azzardo
Usura
Riciclaggio
Omicidi
Corruzione
Furti di opere d'arte e manufatti
Pentiti Felice Maniero (Faccia d'Angelo)

Mala del Brenta è il nome attribuito dal giornalismo italiano ad un'organizzazione criminale mafiosa del XX secolo nata in Veneto intorno agli anni settanta ed in seguito estesasi nel resto dell'Italia nord-orientale.

Sebbene sia stata duramente colpita negli anni novanta, dopo l'arresto ed il pentimento del principale capo Felice Maniero, si ritiene che l'organizzazione sia ancora attiva.

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

Nel ventennio successivo al secondo dopoguerra, il panorama malavitoso veneto era composto, come nel resto delle regioni dell'Italia nord-orientale, da bande paracriminali di piccolo e medio spessore sguazzanti perlopiù in azioni di microcriminalità e ben lungi dal trasformarsi o unirsi sotto un'unica organizzazione a carattere mafioso per il controllo del territorio. In particolare il triangolo tra Mestre, Padova, e Chioggia era una area economicamente particolarmente depressa. A Venezia invece era tradizionale la microcriminalità al pari delle altre grandi città italiane, e come città portuale divenne imperniata sul contrabbando in particolare di sigarette, attività attorno alla quale iniziò già dagli anni '50 a gravitare un abbozzo di organizzazione criminale tesa al controllo, ancor prima dell'affacciarsi della banda del Brenta. Dalla metà degli anni '70 il ben più lucroso traffico di droga cominciò a sostituire pian piano il tradizionale contrabbando di sigarette tra gli interessi della criminalità, attirando con ciò gruppi ben più decisi a conquistarsi uno spazio, e da ciò nacque il sodalizio che imperversò almeno fino agli anni '90.

L'arrivo di alcuni esponenti della mafia siciliana costretti al soggiorno obbligato nelle province di Venezia e Padova, in particolare Totuccio Contorno, Antonio Fidanzati, Antonino Duca e Rosario Lo Nardo sul finire degli anni settanta e l'inizio degli ottanta, fu la base per la nascita di un gruppo paramafioso che potesse fare da ponte tra il Nord e il Sud.

All'ombra di questi personaggi crebbero e trovarono maturazione le locali giovani leve di una criminalità dai contorni ancora rurali, che tentava generalmente di mutuarne le gesta, le caratteristiche e le imprese.

La nascita[modifica | modifica wikitesto]

Verso la fine degli anni settanta si forma, tra le province di Padova e Venezia, una piccola banda dedita principalmente a furti di generi alimentari, di bestiame e di pellame capitanata da Felice Maniero, detto Faccia d'angelo. Attorno a lui ruotano personaggi del calibro di Gilberto Sorgato, detto Caruso, Ottavio Andrioli, Sandro Radetich, detto il Guapo, Gianni Barizza, Zeno Bertin, detto Richitina, Stefano Carraro, detto Sauna, Antonio Pandolfo, detto Marietto, e Fausto Donà. Inoltre Maniero stringe alleanze con altre bande criminali del Veneto, come quella dei fratelli Maritan a San Donà di Piave o dei fratelli Rizzi a Venezia. Le attività delinquenziali sue e della sua banda composta da oltre 300 "strumentisti criminali", spaziavano dai sequestri di persona alle rapine, dal traffico di sostanze stupefacenti al traffico d'armi, dal riciclaggio di danaro agli omicidi.

Nel passare degli anni il sodalizio spostò i suoi interessi dalle grosse rapine ai danni di laboratori orafi, istituti di credito e uffici postali, ai sequestri di persona, al controllo delle bische clandestine e dei cambisti del Casinò di Venezia, nonché al più remunerativo traffico di sostanze stupefacenti, con diramazioni un po' ovunque, da Portogruaro a Chioggia, grazie ad una struttura sempre più stabile e gerarchicamente inquadrata, con la quale sviluppò la propria influenza anche nelle provincie limitrofe[1].

« Carismatico, imprendibile, Felice Maniero negli anni ottanta regnava con le armi sul Veneto, sul Friuli e sull'Emilia-Romagna. Era il boss della Mala del Brenta, una sorta di piccola ma potente Cosa Nostra della Val Padana che puntava in alto, ad accumulare denaro e potere, attraverso atroci azioni di sangue. E proprio lui, il capo capace di guidare i suoi gregari anche dal carcere, o dai nascondigli nei quali si rifugiava tra una evasione e l'altra, alla fine si è trasformato da carnefice in vittima. »
(su Felice Maniero, tratto da "Il Resto del Carlino"[senza fonte])

Il salto di qualità può essere considerato la notte del 10 ottobre 1980, "la notte dei cambisti", quando esponenti della banda picchiarono a sangue i cambisti (ossia coloro che prestavano denaro "a strozzo" ai giocatori) del casinò di Venezia, riottosi a versare una parte dei guadagni all'organizzazione; due di essi che continuarono a rifiutarsi, Eugenio Pagan e Cosimo Maldarella, furono uccisi in un agguato a Venezia il 12 novembre 1981. Presunto autore dell'omicidio fu Sandro Radetich, che sparirà nel nulla il 6 gennaio 1984[2].

La scissione veneziana[modifica | modifica wikitesto]

La tentata scissione da parte dell'organizzazione veneziana è uno dei fatti più noti e tutt'oggi sotto analisi, appartenenti alla cronaca nera della malavita veneta.[senza fonte]

Nella seconda metà degli anni ottanta a capo della criminalità veneziana vi erano i fratelli Maurizio e Massimo Rizzi, conosciuti anche come i giudecchini. Costoro, dal centro storico, gestivano i traffici del loro gruppo, dai taglieggiamenti al più remunerativo spaccio di stupefacenti. I Rizzi, che rispondevano comunque a Felice Maniero, non volendo più sottostare all'autorità di Faccia d'angelo, decisero di eliminare Giancarlo Millo, detto il Marziano, lo spacciatore dell'isola del Tronchetto, legato al gruppo dei mestrini. Il Marziano, mentre cenava al bar Caffè al Poggio a Cannaregio il 5 gennaio 1990, fu vittima di un agguato mortale[3]. Secondo le testimonianze di alcuni collaboratori di giustizia, furono proprio Maurizio e Massimo Rizzi a freddare Giancarlo Millo. Già il 19 febbraio 1986 avevano eliminato Paolo Bogo, ex braccio destro di Silvano Maistrello, che appena uscito dal carcere intendeva riprendere il suo posto nei vari traffici.[senza fonte]

La sera del 10 marzo 1990 accompagnati da Vincenzo Zampieri, i fratelli Rizzi, assieme al loro cugino Gianfranco Padovan, si recano a Campolongo Maggiore per incontrare Maniero, il quale li aveva invitati a partecipare ad una rapina, convincendoli ad arrivare disarmati all'appuntamento in quanto le armi necessarie le avrebbe procurate lui stesso. Ad attenderli all'appuntamento vi erano lo stesso Maniero, Gilberto Boatto, Gino Causin, Giampaolo Manca, Paolo Pattarello e Paolo Tenderini. Una volta arrivati sugli argini del fiume Brenta, i tre scissionisti capiscono di essere caduti in una trappola. Il primo a scendere dalla macchina è Maurizio Rizzi che abbozza ad una fuga ma viene ferito a colpi di pistola da Paolo Pattarello e successivamente preso a badilate sulla testa da Paolo Tenderini. Massimo Rizzi e Franco Padovan vengono fatti scendere dall'auto poco dopo. Era una Fiat Uno tre porte, scelta appositamente per costringere i tre scissionisti a scendere uno alla volta dal lato destro. Tenderini tenta di strozzare Massimo Rizzi con un cappio che si era portato da casa, ma quest'ultimo resiste e quindi viene anche lui colpito dai colpi di pistola di Paolo Pattarello; Franco Padovan tenta anch'egli una fuga, ma viene freddato dallo stesso Felice Maniero con un fucile mitragliatore M16. Infine su invito di Maniero i tre vengono finiti con un colpo alla testa sempre dallo stesso Pattarello e quindi seppelliti nell'argine.

Nonostante le cause dell'assassinio siano ormai più che confermate - l'uccisione di un uomo fedele di Maniero e l'insubordinazione "scissionista" - a causa delle dichiarazioni discordanti dei vari pentiti i mandanti dell'esecuzione sono tutt'oggi sconosciuti. A seguito della sparizione dei Rizzi, Giovanni Giada, uomo fidato di Maniero e navigato malavitoso veneziano, divenne il nuovo capo del gruppo lagunare.

Interessi finanziari e sodalizi criminali[modifica | modifica wikitesto]

La crescita dell'organizzazione sul territorio Veneto e limitrofo e il progressivo espandersi dei suoi interessi, nonché il sempre maggiore prestigio e popolarità del suo capo, determinò l'instaurarsi di sempre più stretti legami con esponenti di sodalizi mafiosi operanti in altre regioni d'Italia e in altri stati, per lo più in relazione ad esigenze di approvvigionamento di sostanze stupefacenti: in particolare nell'ultimo periodo cocaina. Oltre ai legami con il gruppo mafioso facente capo ai Fidanzati di Milano e a Salvatore Enea, venivano accertati frequenti “rapporti d'affari” con esponenti della Camorra, appartenenti alla famiglia Guida e, più recentemente, a quella dei Giuliano.

Felice Maniero era anche amico del figlio del presidente della Croazia Franjo Tuđman, con il quale, durante gli anni 90, pianificò diverse tratte attraverso l'Adriatico per il contrabbando di armi e per il traffico di droga. L'organizzazione ha poi tratto profitto da diversi traffici creati in joint venture con altri sindacati criminali; sono da ricordare in proposito alcuni eventi accaduti tra la metà degli anni '80 e l'inizio degli anni '90, circa le relazioni finanziarie del gruppo con i Pietrobon, una famiglia originaria della Campania che fuggita alla devastazione delle guerre di camorra (Achille, capofamiglia, era allineato con la NCO e fuggì da possibili ritorsioni della Nuova Famiglia) trasferì il proprio fulcro affaristico in Settentrione.

Importante poi sarebbe stato anche il contrabbando d'oro rubato in Europa, frutto di rapine messe a segno nel continente a banche, casinò e portavalori, in particolar modo in Francia (per tale supposizione l'apertura di un ulteriore filone investigativo per verificare possibili contatti con il clan dei marsigliesi). A comporre parte del traffico illegale, come emerso da alcune inchieste, in che ruolo però non è stato accertato, anche diversi appartenenti alla guardia di finanza. In questo contesto, relativo ai contatti tra organi dell'ordine e criminalità organizzata, andrebbe quindi inserito l'agguato mortale a un ufficiale della finanza avvenuto a Torino nel 1995.[4]

L'arresto, l'evasione ed il pentimento di Maniero[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Felice Maniero.

Nel frattempo Felice Maniero, che allo scadere di un quinquennio di sorveglianza speciale nel comune di origine si era sottratto all'esecuzione di un provvedimento restrittivo emesso nel giugno 1993 dalla magistratura lagunare, per poi essere successivamente catturato a Capri nell'agosto ‘93, assisteva in stato di detenzione al processo avviato a suo carico e di gran parte dei componenti il sodalizio da lui capeggiato.

Il 14 giugno 1994 però, con un'azione spettacolare, il boss riuscì a fuggire dal carcere di Padova, unitamente ad altri cinque detenuti, alcuni dei quali suoi fedelissimi, avvalendosi, come successivamente accertato, di complicità interne alla struttura carceraria. Quella data segna il diapason ma, al tempo stesso, l'inizio del declino a seguito della collaborazione fornita ai magistrati della distrettuale antimafia di Venezia dallo stesso Maniero, catturato a Torino nel novembre del 1994. Le dichiarazioni del Maniero hanno contribuito a far luce su omicidi ed altri episodi delittuosi, che non avevano trovato soluzione per via della impermeabilità dell'organizzazione e dell'atteggiamento omertoso dei suoi componenti; caratteristiche di un'associazione a delinquere di stampo mafioso, come ha affermato la sentenza della corte d'assise di Venezia del 1º luglio 1994.

Al processo di primo grado svoltosi in 92 udienze nell'aula bunker di Mestre la sentenza emessa il 21 dicembre 2008 commina condanne per 539 anni e 8 mesi di carcere e complessivi 650.000 euro a 41 dei 52 imputati. I gradi di giudizio successivi hanno ridimensionato le pene, in particolare quelle a carico degli esponenti delle forze dell'ordine "a libro paga" di Maniero. Il notevole livello di impunità di cui godette l'attività di Maniero (testimoniato anche dai suoi sodali in termini positivi nonostante il suo pentimento) ha fatto insorgere nell'opinione pubblica l'ipotesi che esso fosse in qualche modo "coperto" dai servizi segreti, ipotesi sempre negata da Maniero anche in sede di giustizia[5].

Il "sodalizio rivierasco"[modifica | modifica wikitesto]

Sulla scorta della collaborazione del suddetto Maniero, nel marzo 1995, il locale gip emetteva numerosi provvedimenti restrittivi a carico dei componenti del “sodalizio rivierasco”, tra cui due appartenenti alle forze dell'ordine, accusati di corruzione ed adesione alla mala del Brenta, mentre altre precedenti indagini avevano permesso di smantellare una vasta organizzazione dedita alle rapine ai danni di istituti di credito, gioiellerie ed uffici postali. Tale ultimo sodalizio, composto prevalentemente da giovani leve del crimine, formatesi intorno ad elementi della “vecchia mala”, che fungevano da collettori con l'organizzazione facente capo al Maniero, operava parallelamente alla stessa, con essa convergendo all'atto della perpetrazione di reati di non minore gravità, quali la fornitura di armi, il traffico di droga e la ricettazione dei proventi delle rapine; reati posti in essere da elementi di spicco del clan rivierasco.

Negli anni precedenti fu individuato e deferito all'a.g. un gruppo di persone facenti parte della mala del Brenta, che operavano nel reinvestimento dei capitali attraverso la gestione di alcuni casinò della costa istriana nonché a mezzo attività usuraria, che permetteva di rilevare oltre una decina tra immobili ed esercizi pubblici: il flusso circolare del denaro, in entrata ed in uscita dai casinò della ex Jugoslavia, era stato al centro dell'attenzione in un'indagine risalente al 1987, quando venne accertata la complicità di un funzionario di un istituto di credito friulano, nell'occasione tratto in arresto perché parte attiva nella ripulitura di assegni provenienti da quelle case da gioco. Significativa in proposito un'operazione di sequestro di numerosi beni, condotta tra il ‘92 ed il ‘93, a carico del pregiudicato Silvano Maritan, all'epoca - come già detto - a capo di una organizzazione malavitosa operante nel territorio del basso Piave e collegata al sodalizio di Maniero.

Dagli anni '90 ad oggi[modifica | modifica wikitesto]

Dopo il 1994 l'organizzazione è andata disciogliendosi anche grazie ai numerosi arresti e prelievi di beni dei suoi membri. Il primo tentativo di rinascita era costituito da un complotto volto a uccidere l'ex boss e pentito Felice Maniero. Per riuscire nell'impresa, i nuovi malavitosi prevedevano di usare un lanciarazzi e altre armi pesanti per colpire la caserma ospitante l'ex boss. Al momento dell'arresto le autorità identificarono come orditori della cospirazione trentatre persone, tra cui noti rapinatori e delinquenti di piccola taglia. In particolare agivano Andrea Batacchi, Mariano Magro, Lucio Calabresi, Nazzareno Pevarello e Stefano Galletto, ed è stato proprio il pentimento di quest'ultimo a consentire alla task force della Direzione anticrimine centrale di sgominare la banda. L'operazione venne condotta dal Pubblico Ministero di Padova, Renza Cescon, e impiegò circa 400 uomini della polizia di Stato.

Il 4 agosto 1996 la denominata "nuova Mala del Brenta" avrebbe messo a segno una rapina ai danni del parco giochi "Mirabilandia" per un valore di circa 350 milioni di lire in contanti.

Ulteriori informazioni, provenienti dalle rivelazioni dei pentiti Stefano Galletto e Giuseppe Pastore, hanno dato vita all'Operazione Ghost Dog, che, una volta portata a termine, ha condannato più di trenta persone tra membri ed affiliati della Mala tra cui i boss Achille Pozzi e Giorgio Fontana, compresi dei poliziotti al soldo dell'organizzazione. Secondo gli uomini della polizia di Stato il bottino messo assieme dal gruppo criminale sarebbe stato di circa 20 milioni di euro e tra gli attentati progettati, oltre a quello di Maniero, ci sarebbe stato quello di Alessandro Giuliano, figlio dell'ex capo della Squadra Mobile di Palermo, Boris Giuliano.[6][7]

Il 26 aprile 2005 fu ucciso dai carabinieri, Luigi Quatela, durante una rapina ad una filiale della Unicredit di Chiampo, a Vicenza, insieme al fratello Ercole, Orazio Remo Pezzuto e Luigi Bestetti, quest'ultimo scampato alla cattura. Successivamente le indagini dei militari hanno permesso il già citato arresto di Giorgio Fontana e Luca Panozzo.[8]

Il 13 maggio 2005 viene arrestato dopo cinque anni di latitanza Francesco Tonicello, vecchio boss della Mala del Brenta, mentre faceva l'edicolante alla fermata della metropolitana Vauxhall di Londra. Un mese prima erano stati già arrestati per traffico di sostanze stupefacenti, il fratello Pierpaolo e la cognata Arianna Bonaventura.[9]

Il 24 novembre 2008, viene effettuata una vasta operazione contro una organizzazione criminale finalizzata al traffico di cocaina proveniente dal Sud America, attraverso la Spagna e destinata a Venezia. Tra i 16 arrestati c'è anche il capo della banda e storico boss Silvano Maritan, oltre a lui anche Giancarlo Bettio, il veneziano Lorenzo Crosera, il cubano Rolando Guerrero e due donne Manola Lava e Irene Gorghetto fermate a Mestre.[10]

Nel 2008 è stata sgominata una banda di narcotrafficanti e criminali comuni attiva nell'Italia nord-orientale, tra i suoi membri Fiorenzo Trincanato, ex membro dei Nuclei Armati Rivoluzionari[11] ed esponente di spicco dell'organizzazione, ritenuto uno dei capi che presero il posto di Felice Maniero.[12] Tuttavia la banda sembrerebbe essere ancora attiva, come dimostrato dai vari arresti effettuati a seguito di varie operazioni di polizia e da alcune interrogazioni parlamentari, come quella del deputato Daniela Sbrollini del Partito Democratico durante il governo Renzi.[13][14][15]

Nell'estate del 2009, la corte d'Appello di Venezia ha condannato all'ergastolo Fabiano Meneghetti e Fabrizio Panizzolo detto Bicio, per l'uccisione del gioielliere Gianfranco Piras durante una rapina ad Abano del 19 luglio 2005. Tra i partecipanti al fatto criminoso erano presenti Maich Gabrieli, che proprio grazie alle sue rivelazioni agli inquirenti hanno consentito la loro cattura ed il cugino Emanuele Crovi, morto durante l'agguato.[16]

Nel mese di giugno del 2010, vengono arrestati un gruppo di giostrai con l'accusa di furto e rapine a mano armata, tramite le ordinanze di custodia cautelare su ordinanza del gip Elena Rossi. In manette sono finiti alcuni figli dei vecchi componenti della Mala del Brenta tra cui Paolo Brasi, Michele Cavazza, 21 anni, di Conegliano, Naika Gabrieli, 30 anni, di Istrana; Massimo Criscuolo, 35 anni, napoletano d’origine residente a Vedelago, Destin Mbedi Mayeya Cuman, 28 anni, di origine congolese, Luca Marciano, 34 anni, di Treviso, che dopo essere stato rimesso in libertà è fuggito ed è rimasto latitante fino al dicembre dello stesso anno dopo che si è costituito spontaneamente al carcere di Rovigo.[17][18]

All'alba del 18 marzo 2016 viene arrestato dagli agenti della Squadra Mobile di Padova coadiuvati da quelli di Venezia, il vecchio boss Ercole Salvan, che era evaso dagli arresti domiciliari nella sua casa di Sant'Angelo di Piove per una rapina avvenuta il 19 ottobre dell'anno precedente. Oltre a questo nell'ordinanza di custodia cautelare è accusato di una serie di rapine a furgoni portavalori. In manette per favoreggiamento anche Ivano Galbusera 65enne e proprietario dell'immobile dove viveva il latitante.[19]

Il 13 novembre 2016, da poco uscito di prigione, il vecchio boss Silvano Maritan viene arrestato nuovamente per aver ucciso Alessandro Lovisetto. Secondo la dinamica Maritan dopo una passeggiata in centro per San Donà di Piave avrebbe incrociato casualmente Lovisetto. Il rapporto tra i due era deteriorato a causa di una disputa sentimentale che avrebbe coinvolto la ex compagna del boss, frequentatrice della vittima durante il periodo di detenzione di Maritan. Tra i due è nato un feroce alterco, che si è risolto con un fendente alla gola al Lovisetto che dopo alcuni passi è caduto esanime davanti al Caffè Letterario.[20]

Caratteristiche generali[modifica | modifica wikitesto]

Sviluppatasi negli stessi anni e negli stessi contesti criminali da cui nacquero a Roma la banda della Magliana e a Milano la banda della Comasina, si distinse dalle altre mafie italiane per il carattere rurale mantenuto nel corso degli anni. La mafia piovese si rese protagonista di rapine, sequestri di persona, omicidi e traffici di droga e armi a livello europeo nel giro di pochi anni dalla nascita.

Considerata da taluni una vera e propria mafia, e per questo anche soprannominata la quinta Mafia, viene così descritta dalla Prima sezione della Corte d'Assise d'Appello di Venezia da una sentenza emessa il 14 dicembre 1996:

« Conclusivamente, può dunque riconoscersi l'esistenza di un'associazione a delinquere finalizzata alla commissione di una serie indeterminata di delitti contro il patrimonio, contro l'incolumità e la libertà individuale, contro le leggi sugli stupefacenti ed all'acquisizione diretta ed indiretta del controllo di attività economiche, sia lecite che illecite. La stessa risulta aver agito avvalendosi della forza intimidatrice promanante dal vicolo associativo e dello stato di assoggettamento e di omertà che ne è derivato per la popolazione del territorio ove essa ha esercitato il proprio controllo. Appartenenti a tale organizzazione, operante dunque con modalità e protocolli operativi di tipo mafioso, sono risultati soggetti del gruppo cosiddetto della Mafia del Piovese o Mala del Brenta, molti dei quali deceduti per morte violenta conseguente a vicende, interne o esterne, comunque riconducibili alle attività svolte dai medesimi in tale contesto delinquenziale. »

Altre organizzazioni[modifica | modifica wikitesto]

All'organizzazione della riviera del Brenta si aggiungevano:

I mestrini[modifica | modifica wikitesto]

il gruppo criminoso di Mestre - strettamente collegato a quello della riviera - dedito a rapine, estorsioni e traffico di sostanze stupefacenti, che si avvaleva anche del ricavato dell'attività degli “intromettitori”, in zona Tronchetto-piazzale Roma di Venezia. Questi ultimi, che rappresentano una figura tipica di operatori della città di Venezia, agiscono quali intermediari tra i turisti ed il mondo del commercio veneziano. Si tratta, per lo più, di motoscafisti abusivi, gondolieri, intermediari di agenzie di viaggio, portieri di albergo, che per la loro attività sono in grado di indirizzare il turista verso determinati negozi, vetrerie, ristoranti ed alberghi. Il giro di affari è stimato in vari miliardi di lire italiane e si presta all'influenza, sotto varie forme, di esponenti della malavita organizzata. Membri conosciuti come "lo zoccolo duro" della banda di Mestre sono: Gino Causin, Gilberto Boatto, Roberto Paggiarin, Paolo Tenderini e Paolo Pattarello.

I veneziani[modifica | modifica wikitesto]

il gruppo della laguna, composto da elementi tutti nativi del capoluogo regionale, anch'essi dediti al traffico di sostanze stupefacenti e taglieggiamenti, con l'impiego di capitali provenienti, tra l'altro, dalla gestione di vetrerie di Murano e di locali notturni siti in Venezia, acquisiti ed intestati a prestanomi incensurati, nonché dal controllo degli intromettitori abusivi in zona di piazza San Marco. A capo del gruppo, dopo la morte nel 1978 di Silvano Maistrello e fino al 1990, vi furono i fratelli Maurizio e Massimo Rizzi.

La banda Maritan[modifica | modifica wikitesto]

Gruppo di San Donà di Piave-Jesolo, nel Veneto Orientale, il cui capo - Silvano Maritan - strettamente legato al citato Maniero della Riviera del Brenta, in passato aveva coltivato vincoli di amicizia con il boss di cosa nostra Salvatore Contorno, durante il periodo del soggiorno obbligato di quest'ultimo in Veneto. Anche l'attività illecita di questo gruppo consisteva, prevalentemente, nel traffico di sostanze stupefacenti.

Tale assetto generò nel corso degli anni sanguinosi regolamenti di conti, sostanziatisi in una serie notevole di omicidi (circa 20 attribuibili all'organizzazione) e nel conseguente, progressivo emergere del citato Maniero come capo temuto e indiscusso.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Nel verbale dell'udienza del 7 febbraio 1996 depositato dalla Prima sezione della Corte d'Assise d'Appello di Venezia si legge il seguente dialogo: "Mi occupavo di organizzare le cose più importanti, il traffico di stupefacenti e soprattutto il territorio, che non venisse invaso da altra gente, non io, con altri anche, che non sono qui imputati... La nostra preoccupazione principale era che nessun'altra organizzazione interferisse nella nostra zona." "Se ciò fosse avvenuto, come si sarebbe comportato lei?" "Sarebbe successa una guerra." "Con morti?" "Si, credo di si."
  2. ^ Leopoldo Pietragnoli, "Delitti & Misteri", Supernova, 2002, www.supernovaedizioni.it, ISBN 88-88548-01-7
  3. ^ Venezia, ucciso dal racket del turismo
  4. ^ La Stampa, pp.22 "Cronaca di Torino" (1998).
  5. ^ http://www.venetouno.it/notizia/26982/zornetta-racconta-maniero
  6. ^ Sgominata la nuova "Mala del Brenta", in corriere.it, 18 gennaio 2006. URL consultato il 18 gennaio 2006.
  7. ^ Polizia sgomina nuova mala Brenta, in tgcom24.mediaset.it, 18 gennaio 2006.
  8. ^ Rapinatore e assassino ma il giudice lo lascia libero, in ilgiornale.it, 27 dicembre 2009.
  9. ^ Latitante arrestato dopo cinque anni Era edicolante nel metrò di Londra, in nuovavenezia.it, 13 maggio 2005.
  10. ^ Venezia: operazione antidroga, coinvolta la "Mala del Brenta", in poliziadistato.it, 24 novembre 2008.
  11. ^ Paolo Baron, Dal terrorismo nero alla cocaina, in mattinopadova.gelocal.it, 29 ottobre 2008. URL consultato il 29 ottobre 2008.
  12. ^ Sgominata una maxi-banda della droga, coinvolti ex terroristi di destra e sinistra, in corriere.it, 28 ottobre 2008. URL consultato il 28 ottobre 2008.
  13. ^ Arresti ex "mala del Brenta", Sbrollini: "Allerta crimine organizzato" da vicenzatoday.it, 31 maggio 2012.
  14. ^ Mala del Brenta: ancora arresti per ex affiliati da veneziatoday.it, 31 dicembre 2014.
  15. ^ Gli assalti ai bancomat in Friuli targati Mala del Brenta da Messaggero Veneto, 12 marzo 2014
  16. ^ Uccisero il gioielliere Inflitti due ergastoli, in ilgiornaledivenezia.it, 9 luglio 2009.
  17. ^ RAPINE, FERMATI I "FIGLI" DELLA MALA DEL BRENTA, in oggitreviso.it, 1 luglio 2010.
  18. ^ RAPINATORE BRACCATO VA A COSTITUIRSI IN CARCERE, in oggitreviso.it, 9 dicembre 2010.
  19. ^ Era latitante, arrestato Salvan dell'ex Mala del Brenta, in nuovavenezia.it, 18 marzo 2016.
  20. ^ San Donà, l'ex boss della mala del Brenta sgozza rivale in amore, in nuovavenezia.it, 14 novembre 2016.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Prefettura di Venezia, Relazione sulla presenza e le attività di diverse organizzazioni criminali sul territorio della Provincia di Venezia, 15 giugno 1995, pagine 2-3, 10.
  • La Mafia, 150 anni di storia e storie, La Repubblica - Città di Palermo - Regione Toscana, 1998.
  • Massimo Carlotto, Nessuna cortesia all'uscita, Edizioni e/o, 1999, ISBN 88-7641-378-2.
  • Monica Zornetta e Danilo Guerretta, "A casa nostra. Cinquant'anni di mafia e criminalità in Veneto", Milano, Baldini Castoldi Dalai editore, 2006. ISBN 88-8490-586-9
  • Monica Zornetta, "La resa. Ascesa, declino e "pentimento" di Felice Maniero", Milano, Baldini Castoldi Dalai editore, 2010.
  • Emanuele Compagno, "Destino Comune. Da Felice Maniero a Matteo Vanzan", Padova, Edizioni del Noce, 2011.
  • Luana de Francisco, Ugo Dinello, Giampiero Rossi, "Mafia a Nord Est", Milano, Bur Biblioteca Universale Rizzoli, 2015, ISBN-10: 8817080772, ISBN-13: 978-8817080774