Mahmud II

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Mahmud II
Il Rivoluzionario
‛Adlī ("Il Giusto")
Sultan Mahmud II of the Ottoman Empire.jpg
Sultano dell'Impero Ottomano
Califfo dell’Islam
Amir al-Mu'minin
Custode delle due Sacre Moschee
Qaysar-ı Rum (Cesare dei Romei)
Stemma
In carica 28 luglio 1808 –
1º luglio 1839
Incoronazione 28 luglio 1808
Predecessore Mustafa IV
Successore Abdülmecid I
Trattamento Padiscià
Nascita Istanbul, 20 luglio 1785
Morte Istanbul, 1º luglio 1839
Luogo di sepoltura Çemberlitaş, Fatih
Dinastia Ottomana
Padre Abdul Hamid I
Madre Naksh-i-Dil Haseki
Consorte Bezm-î Âlem Valide Sultan
Pertevniyal Valide Sultan
Aşub-i Can Kadın Efendi
Figli Abdülmecid I
Abdülaziz
Saliha Sultan
Âdile Sultan
Religione Islam
Firma Tughra Mahmud II bw.png

Mahmud II (in turco ottomano: محمود ثاني, Maḥmūd sānī[1], anche noto come Maḥmūd ‛Adlī, "Mahmud il Giusto"; Istanbul, 20 luglio 1789Istanbul, 1º luglio 1839) fu il trentesimo sultano dell'Impero ottomano, in carica dal 1808 al 1839.

La tughra di Mahmud II. Vi si legge: "Mahmud Khan figlio di Abdülhamid il sempre vittorioso".
Il sultano Mahmud II nel 1809.
Il sultano Mahmud II nel 1815 - John Young.
Il sultano Mahmud II nel 1825.
Il sultano Mahmud II in abiti occidentali (post-1826)
Il sultano Mahmud II (1830)
La Mahmudiye (1829), costruita su ordine espresso di Mahmud II, fu per molti anni la più grande nave militare al mondo: 76.15 m × 21.22 m.
Il mausoleo (türbe) del sultano Mahmud II nell'attuale Divan Yolu caddesi (Çemberlitaş) di Istanbul.
Il mausoleo di Mahmud II - interno.
Il mausoleo di Mahmud II - esterno.

Durante il suo regno dovette fronteggiare la crescente ingerenza dell'Impero russo nei Balcani e nel Caucaso, le rivendicazioni indipendentiste del popolo greco e dei serbo-bosniaci, l'attacco francese ai domini turchi nordafricani, il riaccendersi della secolare contesa tra Costantinopoli e la Persia ed il crescente potere della dinastia alawita che svincolò Egitto, Siria e Cilicia dal dominio della Sublime Porta.
Introdusse numerose riforme amministrative, militari e fiscali, culminate con il Decreto delle Tanzimat (Riforme, lett. "Riorganizzazioni") che fu promulgato dai suoi figli Abdülmecid I e Abdul Aziz, ed operò l'eliminazione del corpo dei giannizzeri, divenuti un ostacolo al necessario processo di rinnovamento dell'impero.
Per questa sua opera di grande rinnovatore è stato definito il "Pietro il Grande di Turchia"[2].

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

I primi anni e l'ascesa al trono[modifica | modifica wikitesto]

Mahmud era figlio della Valide Sultan Naksh-i-Dil Haseki che secondo la leggenda sarebbe stata Aimée du Buc de Rivéry, cugina della prima moglie di Napoleone, Joséphine de Beauharnais) [3]. Nato tra le mura del Palazzo Topkapı, vi trascorse tutti i primi anni della sua vita. Nel 1808, il sultano predecessore di Mahmud II, il suo fratellastro Mustafa IV (1807-08), aveva ordinato la sua decapitazione assieme a suo cugino, il deposto sultano Selim III (1789-1807), in modo da stroncare la ribellione ordita contro di lui. Selim venne catturato e giustiziato ma Mahmud si salvò grazie all'intervento della madre e venne posto sul trono dopo che i ribelli ebbero deposto Mustafa IV. Il capo di questa ribellione, Alemdar Mustafa Pascià, divenne poi gran visir del nuovo sultano.

Secondo la versione ottocentesca dello storico turco Ahmed Cevdet, la fuga che permise a Mahmud di scampare ai suoi assassini avvenne in tal modo:
Una delle schiave del principe, una ragazza georgiana di nome Cevri, stava ripulendo il camino della stanza principale dell'harem quando sentì la notizia dell'assassinio di Selim III. Quando gli assassini si avvicinarono all'harem dove Mahmud si trovava, ella fu in grado di raggiungerli e di gettare cenere nei loro occhi, rendendoli temporaneamente ciechi. Questo diversivo permise a Mahmud di scappare da una finestra, lungo i tetti dell'harem, giungendo sino alla terza corte dove lo aspettavano alcuni paggi con abiti civili poveri, rimediati frettolosamente. In quel momento giunse a palazzo anche il capo della ribellione, Alemdar Mustafa Pascià che, visto il corpo morto di Selim III, proclamò Mahmud nuovo Padiscià. La ragazza schiava Cevri Kalfa, per il coraggio e la lealtà dimostrate, venne nominata haznedar usta, ovvero capo tesoriere dell'harem imperiale, che era il secondo incarico in ordine di importanza all'interno della gerarchia di corte. Uno scalone sull’Altınyol (Via d'Oro) dell'Harem è ancora oggi chiamato Scalone di Cevri (Jevri) Kalfa, dal momento che la leggenda vuole che qui si siano compiuti i fatti che la resero poi celebre.[4]

Il primo ventennio di regno[modifica | modifica wikitesto]

La pacificazione dei confini e la "Questione balcanica"[modifica | modifica wikitesto]

Alemdar Mustafa Pascià riprese subito la politica di riforme bloccate dal colpo di Stato del 1807 che aveva portato al potere l'ormai deposto Mustafa IV. Convinse alcuni pascià a sottoscrivere la Carta dell'Alleanza (turco Sened'i İttifak) per regolarizzarne i poteri[5] ed avviò l'organizzazione di un nuovo esercito fedele al sultano. Anch'egli venne tuttavia ucciso durante una ribellione nel 1808, ordita dalle correnti reazionarie controllate dai giannizzeri[6].
Mahmud dovette così, almeno temporaneamente, rinunciare alla riforma delle forze armate ottomane e sistema amministrativo-feudale.

In questo generale clima d'insicurezza per il nuovo sultano si colloca anche la conferma del governatorato di Mehmet Ali Paşa sull'Egitto. Mehmet Ali era infatti un militare di origini albanesi giunto in Egitto insieme al contingente ottomano inviato a pacificare il paese per conto dei mamelucchi dopo che questi erano stati stroncati da Napoleone durante la Campagna d'Egitto. Costruendosi una solida base di potere locale, Mehmet Ali riuscì a porsi a capo dell'Egitto, eliminando i mamelucchi (1805) e presentandosi all'allora sultano Selim III come l'unico vassallo in grado di fornirgli un valido supporto militare per tramite di un esercito modernizzato su modello napoleonico. La conferma a Mehmet Ali del titolo di Wālī d'Egitto garantì a Mahmud il suo prezioso appoggio nella guerra contro i ribelli wahhabiti del Najd che permise al sultano di riconquistare le Città Sante, Medina (1812) e la Mecca (1813)[7].

Ben più complessa si rivelò la gestione dei domini turchi in Europa.
La Serbia era in rivolta sin dal 1804 (v. Prima rivolta serba), appoggiata dallo Zar Alessandro I che aveva avviato nel 1806 una nuova guerra contro la Sublime Porta quando Selim III, allora alleato di Napoleone, aveva attaccato i Principati danubiani e bloccato i Dardanelli alle navi russe. Nel biennio 1809-1810 l'avanzata occidentale russa venne contenuta in Bessarabia (nel Caucaso, buona parte della Georgia era stata conquistata dal 1807) ma, una volta al comando del generale Kutuzov (1811), le truppe zariste martellarono ripetutamente la Dobruja sino a costringere Mahmud a firmare il Trattato di Bucarest (1812) che ratificava l'ingerenza di Mosca sul Danubio[8]. Il contestuale avvio della Campagna di Russia da parte di Napoleone costrinse lo Zar a ritirare precipitosamente le sue truppe dai Balcani, lasciando Mahmud libero di concentrarsi sulla repressione della rivolta serba. Entro il 1813, gli ottomani agli ordini del gran visir Hursid Pascià riconquistarono le terre che si erano liberate. Numerosi principi e capi della rivolta fuggirono in Austria (es. Karađorđe Petrović), mentre altri passarono tra le fila dei nuovi alleati del sultano (es. Miloš Obrenović). Già nel 1814, il ribelle Hadži Prodan Gligorijević organizzò una nuova sommossa che venne però brutalmente repressa dal gran visir. Le continue vessazioni degli ottomani esacerbarono però la situazione, sino a che non fu lo stesso Obrenović a mettersi a capo della Seconda rivolta serba a causa della quale Mahmud venne costretto a riconoscere l'esistenza del Principato di Serbia (1816) retto da Obrenović (1817).
Nel 1819, l'ambasciatore Halet Efendi portò all'attenzione di Mahmud il crescente potere che il Pascià di Rumelia, Alì Pascià di Tepeleni, aveva accumulato negli anni del conflitto russo-turco, facendosi quasi signore indipendente di Grecia ed Albania. Abile politico, Alì Pascià riuscì a mantenere la situazione sotto controllo per alcuni mesi poi, nel 1820, commise l'errore di ordinare l'assassinio di un suo rivale costantinopolitano, Ismaël Pascià. Il colpo fallì e la mossa avventata del despota permise al sultano di pretenderne le dimissioni. Al rifiuto di Tepeleni, Mahmud inviò contro di lui prima lo stesso Ismaël Pascià e poi il più capace Hursid Pascià, al comando di un esercito di 20.000 uomini. Alì Pascià venne costretto a ritirarsi nella sua roccaforte di Giannina che venne cinta d'assedio. Nel gennaio 1821, Tepeleni, in un disperato tentativo di rappacificarsi con il sultano, gli inviò delle lettere nelle quali denunciava i complotti dei rivoluzionari greci con i quali aveva intrattenuto rapporti sin dall'anno precedente. Spiazzato dal voltafaccia di Ali Pascià[9], il Direttorio rivoluzionario greco, forte dell'appoggio dello Alessandro, diede il via alla rivolta che sfociò nella guerra d'indipendenza greca nel 1821. L'insurrezione divampò in tutta la Grecia continentale, fomentata prima dall'arcivescovo di Patrasso, Germanos, poi anche grazie all'appoggio dei gruppi noti come Armatolì e Kleftes guidati da Theodoros Kolokotronis. Nel frattempo, nei Principati danubiani, Tudor Vladimirescu avviava la guerriglia in Valacchia.

I russi aumentarono poi la pressione su Istanbul convincendo lo Scià di Persia, Fath Ali Shah, a testare contro le forze di Mahmud il suo esercito da poco occidentalizzato come l'ormai sciolto Nizam-ı Jedid del defunto sultano Selim III. La nuova guerra ottomano persiana cominciò con l'invasione abbaside del Azerbaigian ed il successivo assedio di Baghdad, fortunosamente interrotto dalla morte del comandante persiano[10]. Contemporaneamente, il principe ereditario di Persia, Abbas Mirza, entrò in Anatolia e con le sue truppe, pur numericamente inferiori, distrusse l'armata ottomana nella battaglia di Erzurum.
Costretto ad aprire i negoziati con il principe Mirza, Mahmud optò per una brutale pacificazione del conflitto balcanico. Entro il 1822, i Principati danubiani vennero occupati, l'Epiro venne riconquistato, Alì Pascià venne catturato e decapitato ed il dominio riaffermato con il terrore: nell'isola di Chio la popolazione venne pressoché interamente sterminata. Gravi disordini scoppiarono anche nella capitale dove elementi dei giannizzeri organizzarono violente incursioni nei quartieri cristiani dopo che Mahmud stesso aveva ordinato l'imprigionamento e l'esecuzione del dragomanno (v. Massacro di Costantinopoli (1821)).

Chiusa la contesa con la Persia tramite il Trattato di Erzurum (1823), Mahmud si concentrò sulla Questione greca[11].
Nel Peloponneso, Kolokotronis manteneva alcune sacche di resistenza, mentre Markos Botsaris resisteva a Missolungi. Il sultano dovette ricorrere nuovamente alle truppe del Pascià egiziano. Nel 1824 nominò il figlio di Muhammad Ali, Ibrahim Pascià, governatore della Morea. Ibrahim passò subito all'azione, riconquistando Navarino (1825), Missolungi (1826) ed Atene (1827).

Le gestione delle province europee dell'Impero venne poi ulteriormente complicata nel 1826 dallo scioglimento del corpo dei giannizzeri.
I distaccamenti provinciali dei giannizzeri iniziarono infatti a fomentare focolai di rivolta ed a schierarsi al fianco dei governanti sostenendone le pretese di autonomia ai danni della Porta. Rivolte tra i musulmani neo-convertiti scoppiarono inoltre in Rumelia, Bosnia ed Albania. Il quasi contemporaneo accendersi del nuovo conflitto tra Persia e Russia[12] scampò Mahmud da eccessive intromissioni di Mosca nell'area danubiana. Il 7 ottobre 1826, il sultano ed il nuovo Zar Nicola I congelarono la loro contesa sottoscrivendo le Convenzione di Akkerman nella quale il governo dei Principati veniva rimesso a degli Hospodar eletti congiuntamente da Mosca e da Istanbul.

Nel nord della Grecia continuavano nel frattempo le azioni di guerriglia di Georgios Karaiskakis, mentre nel Mediterraneo i navarchi Andreas Miaoulis e Georgios Sachtouris portavano avanti operazioni corsare.
Il ristagnare del conflitto, aggravato dalle crescenti ingerenze in Grecia dello Zar Nicola, trascinarono nella contesa anche la Francia e la Gran Bretagna che, supportate dai russi, aprirono nel 1827 le trattative con Mahmud per tentare di raggiungere un accomodamento. Fallita la diplomazia, una flotta combinata inglese, francese e russa si schierò davanti a Navarino. Mahmud chiamò a raccolta la flotta ottomana, ottenendo l'invio di navi dai Corsari barbareschi (pur già gravati da un latente conflitto con la Francia) e dall'Egitto, ma ciò non lo scampò da una clamorosa sconfitta nella Battaglia di Navarino, conclusasi con la totale distruzione della sua turca pur guidata dal capace viceré d'Egitto.

Le prime riforme militari[modifica | modifica wikitesto]

Bisognoso di un proprio esercito moderno ed efficiente, il sultano risolse a questo punto di riprendere la politica di riforme portate avanti da Selim III e dal visir Alemdar Mustafa Pascià e prepararsi all'inevitabile scontro con i reazionari giannizzeri.
Nel 1825 l'architetto di corte, Krikon Balyan, ricevette ordine dal sultano di procedere alla ricostruzione della Caserma Selimiye, già sede del Nizam-ı Jedid. Mahmud ordinò, contestualmente, la costituzione di un nuovo esercito su modello occidentale e procedette subito all'arruolamento di artiglieri europei. Ai giannizzeri venne chiesto (1826) di fornire i loro migliori elementi per formare il primo nucleo della nuova ocak ma questi si ribellarono (15 giugno), dando al sultano il pretesto per sciogliere il corpo. Nel corso di quello che divenne poi noto come l'Incidente di buon auspicio (Vaka-i Hayriye), diversi giannizzeri vennero massacrati in una sanguinosa guerriglia per le vie di Costantinopoli, i loro alti ufficiali vennero imprigionati e giustiziati[13][14] e la fratellanza sufi dei Bektashi, strettamente legata da secoli ai giannizzeri, venne dichiarata fuorilegge. Al cronista di corte, Mehmet Esad Efendi, venne ordinato di redigere una cronaca dell'accaduto che venne data alle stampe ad Istanbul nel 1828 con il titolo Üss-i Zafer (lett. "La fondazione della vittoria")[15].

La nuova armata al diretto comando del sultano venne battezzata Asakir-i Mansure-i Muhammediye (it. "Vittoriosi soldati di Maometto").
Mahmud decretò immediatamente la fondazione di una Nuova Guardia deputata alla protezione della sua persona, la Bostancıyan-ı Hassa. Per colmare il vuoto di potere provocato dall'eliminazione della figura del Agha dei giannizzeri che aveva sempre operato come una sorta di ministro della guerra con funzioni di comandante in capo delle forze armate agli ordini del sultano, il sultano concentrò tali cariche in un nuovo ufficio, il serraschiere, sino a quel momento un semplice titolo onorifico che identificava un gran visir con compiti di comando militare[16].
L'anno dopo (1827), Mahmud II fondò il Reggimento di Cavalleria Silistra, reclutando tartari, turcomanni e cosacchi[17].

Avviata la riforma delle forze armate terrestri, Mahmud si concentrò sull'ammodernamento della marina ottomana, umiliata e distrutta a Navarino. Le prime navi a vapore della marina imperiale vennero acquistate nel 1828. Nel frattempo, nell'arsenale del Corno d'Oro venne costruita la Mahmudiye, la più grande nave al mondo per l'epoca che poteva imbarcare più di mille marinai.

L'ultimo decennio di regno: le rivolte nelle province e le riforme amministrative[modifica | modifica wikitesto]

Il neonato esercito ottomano di Mahmud venne messo alla prova dallo Zar di Russia nel 1828 (v. Guerra russo-turca (1828-1829)).
In aprile, Peter Wittgenstein occupò Valacchia e Moldavia. In giugno, lo Zar in persona attraversò il Danubio ed avanzò nella Dobrugia, assediando Šumen, Varna e Silistra, mentre l'armata russa orientale attaccava Kars.
Nel frattempo, un corpo d'armata francese sbarcava in Morea (v. Campagna di Morea[18]) e sgomberava da Corone le truppe del viceré d'Egitto (settembre). Le fortezze di Navarino, Modone e Rio caddero poco dopo.
I russi conquistarono Varna il 29 settembre ma non riuscirono a concludere l'assedio di Šumen prima dell'inverno, venendo così respinti in Bessarabia dagli ottomani.
In Grecia, nel frattempo, la spedizione franco-britannica aveva sgomberato il Peloponneso dalle forze ottomane, lasciandolo nelle mani dei ribelli entro novembre.
Nel 1829 i russi tornarono all'attacco. Šumen e Silistra vennero nuovamente assediate ed occupate, Erzurum cadde, l'armata del sultano venne sconfitta nella battaglia di Kulevicha ed il feldmaresciallo russo Hans Karl von Diebitsch arrivò a 68 chilometri da Costantinopoli.
Circondato, Mahmud venne costretto al tavolo delle trattative dagli occidentali. Il trattato di Adrianopoli riconobbe le recenti conquiste russe sul Mar Nero e nel Caucaso, formalizzò l'ingerenza di Mosca nella gestione dei Principati danubiani, garantì l'autonomia della Serbia e la nascita del nuovo Stato greco.
Il regno di Mahmud tornò a essere minacciato dagli occidentali già l'anno dopo Adrianopoli. Nel maggio del 1830, l'esercito francese salpò da Tolone e sbarcò in Algeria per dare il via all'invasione di Algeri e concludere un processo d'infiltrazione territoriale nel nord dell'Africa cominciato nel 1818[19].

L'ormai evidente posizione di debolezza del sultano (nel biennio 1829-1830 persino gli Zeybek dell'Egeo si erano sollevati contro il governo centrale al comando di tale Atçalı Kel Mehmet[20]) spinse all'aperta rivolta i governatori delle province imperiali.
Mahmud richiamò a Costantinopoli Dawud Pascià di Baghdad ma il mamelucco fece incarcerare e poi decapitare l'inviato della Porta. Il sultano inviò in Iraq Ali Rida Pascià da Aleppo che conquistò Baghdad dopo un lungo assedio (1831).
Dall'Egitto, Mehmet Ali Pascià chiese alla Porta il controllo della Siria come indennizzo delle perdite subite a Navarino[21]. Al rifiuto ottomano, il viceré inviò un'armata al comando del figlio Ibrahim in Siria, col pretesto di costringere al rimpatrio circa 6.000 contadini tenuti ad assolvere il loro obbligo di leva, avviando la Prima guerra ottomano-egiziana. Acri venne conquistata con un assedio di sei mesi. Damasco cadde poco dopo e gli egiziani marciarono a nord verso l'Anatolia.
Nel Eyalet di Bosnia, nel frattempo, l'aristocrazia locale si era sollevata (v. Rivolta bosniaca (1831-1832)) al comando di Husein Gradaščević. Gli esiti dello scontro rimasero incerti sino a che le forze lealiste ottomane, al comando del gran visir Reshid Mehmed Pascià sconfissero i ribelli presso Sarajevo nel giugno del 1832[22].
Minacciato dalle truppe egiziane in Anatolia, Mahmud acconsentì a questo punto di sedere al tavolo dei negoziati con gli occidentali che ancora lo disturbavano per la questione greca. Il trattato di Costantinopoli (1832) ratificò per parte turca la Convenzione di Londra e pose formalmente fine alla guerra d'indipendenza greca riconoscendo l'esistenza del Regno di Grecia.
Ibrahim Pascià aveva nel frattempo raggiunto Konya e lì aveva clamorosamente sconfitto in dicembre l'armata ottomana (v. Battaglia di Konya), ritrovandosi la strada per Istanbul sgombra. La dinastia alawita sembrava a un passo dal soppiantare gli ottomani al comando dell'Impero. Allarmato, Mahmud accettò l'offerta d'aiuto militare dello Zar di Russia siglando il Trattato di Unkiar-Skelessi (8 luglio 1833), con grande disappunto dei governi britannico e francese. Il Cremlino riuscì allora a farsi mediatore tra il sultano ed il viceré d'Egitto che firmarono la pace di Kütahya[23] a seguito della quale gli alawiti ritirarono le truppe dall'Anatolia previa cessione di Creta e Hijaz e la nomina di Ibrahim Pascià a wālī di Siria[24].

Il quinquennio di pace successivo alla guerra con gli alawiti permise a Mahmud di concentrarsi sul suo piano di riforme (Tanzimat), in realtà già in corso segnarono l'inizio della modernizzazione della Turchia ed ebbero immediati effetti nella vita sociale e legale dell'Impero, modificando profondamente i costumi, l'architettura, la legislazione, l'organizzazione istituzionale e le riforme agricole, per metterle al passo con quelle europee.

Riforme giuridiche[modifica | modifica wikitesto]

Tra le riforme promosse da Mahmud II ricordiamo gli editti (firman) che egli emise per la Corte di Confisca, che tolsero potere ai Pascià.

In precedenza, al primo firman, la proprietà di tutte le persone messe al bando o condannate a morte, passava di diritto alla Corona e questo incoraggiava talvolta l'eliminazione di ricchi proprietari per incrementare i fondi dello Stato ma anche per arricchire personalmente alcuni amministratori.

Il secondo firman rimosse l'antico diritto dei governatori turchi di mettere a morte qualunque uomo secondo il loro arbitrio; ai Pascià, agli Ağa e agli altri ufficiali di governo, fu ingiunto "di non più presumere di poter infliggere personalmente pene capitali ad un qualsiasi uomo, Raya (lett. "gregge")[25] o Turco che sia, senza l'autorizzazione di una sentenza legale pronunciata da un Kadi, e regolarmente siglata da un giudice".

Nel medesimo periodo in cui Mahmud II ordinava questi cambiamenti, egli personalmente diede l'esempio partecipando regolarmente al Divan (Consiglio di Stato) al posto di escludersi dagli affari di Stato. La pratica del sultano di evitare di partecipare al Divan era stata introdotta già dal regno di Solimano I ed oggi viene considerata uno dei motivi principali di decadenza dell'Impero nei secoli in quanto senza il controllo diretto del sultano sugli affari di governo si ebbe un'esplosione della corruzione e degli interessi personali.

Al tempo di Mahmud II la situazione finanziaria dell'impero era in profonda crisi e la popolazione era oppressa da pesanti tasse. Un firman datato 22 febbraio 1834 mise fine alle vessazioni dei pubblici funzionari ai danni della popolazione. "Nessuno ignori" - scrisse il sultano Mahmud II nel rescritto imperiale - "che Noi stiamo sostenendo la popolazione contro ogni tipo di abuso e vessazione. Noi stiamo assicurando loro pace e tranquillità. Pertanto qualsiasi atto di oppressione è contrario alla volontà di Allah e ai miei ordini imperiali".

Il haraç, o raccolta delle tasse, divenne meno esosa e quanti svolgevano il servizio militare per l'impero furono esentati dal suo pagamento, ponendo così fine alla tirannia dei governatori locali che per lungo tempo si erano impegnati alacremente nella riscossione violenta delle tasse. Il firman del 1834 abolì la riscossione diretta e previde che la riscossione delle tasse venisse attuata da una commissione composta dal Kadı, giudice musulmano, e dagli Ayan (gli "ottimati") o capi municipali o Raya di ciascun distretto.

Riforme amministrativo-militari[modifica | modifica wikitesto]

Il vigoroso rinnovamento dell'esercito ottomano operato da Mahmud ebbe notevoli ripercussioni in ambito amministrativo.
Se da una parte l'eliminazione dei giannizzeri e la costituzione del nuovo esercito sultanale (congiuntamente alla riforma della marina) avevano portato all'ammodernamento delle forze armate al diretto comando del sultano, d'altra parte era necessario riformare profondamente anche il sistema delle leve feudali che aveva sempre giocato un ruolo tutt'altro che secondario nell'armata ottomana. Il sistema dei timar e degli ziamet venne definitivamente soppresso: (a) le terre feudali incamerate nel demanio pubblico; e (b) venne eliminato il ruolo dei Dere Bey, i capi ereditari locali (con potere di nominare i loro successori anche in mancanza di eredi maschi diretti), che aveva portato, nel corso dei secoli, ad un abuso sostanziale del potere feudale e militare ottomano[26].

L'attenzione di Mahmud II per le forze armate non scemò nel corso dei suoi ultimi anni di regno.
Come già i suoi precedeccorsi Selim e Mustafa, il sultano istituì nuove onorificienze cavalleresche per premiare i suoi collaboratori militari più fidati. Nel 1831 venne così fondato l'Ordine della Gloria[27] nel quale confluì l'Ordine della Distinzione istituito da suo padre Abdul Hamid I.
Sicuramente più utile da un punto di vista pratico fu invece l'arruolamento, nel 1835, dell'allora capitano dell'esercito prussiano Helmuth Karl Bernhard von Moltke affinché operasse una valutazione ed un ammodernamento dell'esercito ottomano. Moltke sarebbe rimasto nelle terre dell'Impero sino alla morte del sultano.

Riforme culturali[modifica | modifica wikitesto]

Contestualmente all'eliminazione dei giannizzeri, Mahmud eliminò dall'esercito ottomano gli antichi colori e copricapi, adottando per le sue nuove truppe uniformi di tipo occidentale. Come copricapo per le neonate milizie venne scelto il fez, il cui uso divenne poi (1829) obbligatorio per tutti i funzionari imperiali in sostituzione del turbante. L'uniforme dei funzionari era poi completata una finanziera di colore scuro (chiamata in italiano "stambulina")[28]. Nel corso degli anni successivi, l'uso del fez venne esteso a tutta la popolazione turca con intento sociale egualitario in aperta rottura all'antica, complicata legge suntuaria secondo la quale gli abiti servivano per distinguere rango sociale, religione, e mestiere[29]. Per soddisfare la domanda crescente, esperti realizzatori di fez furono incoraggiati ad emigrare dal Nordafrica ad Istanbul. Il Distretto di Eyüp divenne un importante centro di produzione e, con il tempo, gli stili, le forme, le altezze e i materiali si moltiplicarono.

Mahmud II era anche particolarmente appassionato di tiro con l'arco e pertanto richiese a uno studente della materia, Mustafa Kani, di scrivere un libro sulla storia, la costruzione e l'uso dell'arco turco.[30]

La fine[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1839, il viceré d'Egitto, insoddisfatto per il suo parziale controllo della Siria, dichiarò guerra nuovamente al sultano ottomano. Mahmud II ordinò ai suoi militari di avanzare verso la frontiera siriana ma Ibraim Pascià li attaccò e li sconfisse nella battaglia di Nezib[31]. Come già dopo lo scontro di Konya, Istanbul fu di nuovo lasciata esposta ai colpi di Mehmet Ali Pascià. Per di più, Mahmud II morì di tubercolosi nel palazzo di sua sorella, Esma Sultan, a Çamlıca (Üsküdar), pochi giorni dopo la disastrosa sconfitta delle sue truppe. A lui succedette il figlio sedicenne, Abdülmecid, subito costretto ad allacciare contatti diplomatici con la Gran Bretagna per salvare il trono dal viceré d'Egitto.

Matrimonio e discendenza[modifica | modifica wikitesto]

Le fonti ci hanno tramandato un preciso listato delle numerose moglie del sultano e della nutrita figliolanza che le stesse gli diedero[32][33].

Mogli[modifica | modifica wikitesto]

  • (1822) Bezmiâlem Valide Sultan
  • (1829) Pertevniyal Valide Sultan
  • Fatma Kadınefendi (morta febbraio 1809)
  • Alicenab Kadınefendi (morta 1839)
  • (1808) Haciye Pertev Piyale Nevfidan Kadınefendi (4 gennaio 1793 - 25 dicembre 1855)
  • Mislinayab Kadınefendi (morta 1825)
  • Kameri Kadınefendi (morta 1825)
  • Ebrireftar Kadınefendi (morta 1825)
  • Zernigar Kadınefendi (morta 1832)
  • (1808) Aşubican Kadınefendi (1793 - 10 giugno 1870)
  • Vuzlat Kadınefendi (morta 1830)
  • Nurtab Kadınefendi (1810 - 2 gennaio 1886)
  • (1811) Haciye Hoşyar Kadınefendi (morta alla Mecca nel 1859)
  • Pervizifelek Kadınefendi (morta 21 settembre 1863)
  • Perestev Kadınefendi (aprile 1803 - 16 febbraio 1866)
  • Hüsnimelek Hanımefendi (1812 - ottobre 1886)
  • Zeyinifelek Hanımefendi (morta 20 dicembre 1842)
  • Lebrizifelek Hanımefendi (1810 - 9 febbraio 1865)
  • (1826) Tiryal Hanımefendi (1810 - 1883)
  • Gülcemal Hanımefendi

Figli[modifica | modifica wikitesto]

Il sultano Abdülmecid I (regno 1839-1861), figlio di Mahmud II
Il sultano Abdul Aziz (regno 1861-1876), figlio di Mahmud II
  • Sultano Abdülmecid I
  • Sultano Abdul Aziz
  • Şehzade Abdülhamid (6 aprile 1811 - 1815)
  • Şehzade Murad (25 dicembre 1811 - 14 luglio 1812)
  • Şehzade Bayezid (27 marzo 1812 - 25 giugno 1812)
  • Şehzade Kemalüddin (1813 - 1814)
  • Şehzade Abdülhamid (6 marzo 1813 - 20 aprile 1825)
  • Şehzade Osman (12 giugno 1813 - 10 aprile 1814)
  • Şehzade Ahmed (25 luglio 1814 - 16 luglio 1815)
  • Şehzade Mehmed (26 agosto 1814 - 28 ottobre 1814)
  • Şehzade Mehmed (nato e morto il 4 agosto 1816)
  • Şehzade Suleiman (29 agosto 1817 - 14 dicembre 1819)
  • Şehzade Ahmed (13 ottobre 1819 - 24 dicembre 1819)
  • Şehzade Ahmed (25 dicembre 1819 - 28 dicembre 1819)
  • Şehzade Abdullah (nato e morto il 4 aprile 1820)
  • Şehzade Mahmud (18 febbraio 1822 - 23 ottobre 1822)
  • Şehzade Mehmed (18 febbraio 1822 - 23 settembre 1822)
  • Şehzade Ahmed (6 luglio 1822 - 9 aprile 1823)
  • Şehzade Ahmed (5 dicembre 1823 - 1824)
  • Şehzade Abdülhamid (18 febbraio 1827 - 15 novembre 1828)
  • Şehzade Nizameddin (6 dicembre 1835 - 24 febbraio 1838)
  • Şehzade Hafiz (1836 - 24 gennaio 1839)

Figlie[modifica | modifica wikitesto]

  • Fatma Sultan (4 febbraio 1809 - 5 August 1809)
  • Ayshe Sultan (5 July 1809 - febbraio 1810)
  • Fatma Sultana (30 aprile 1810 - 7 maggio 1825)
  • Saliha Sultan (16 giugno 1811 - 19 febbraio 1843)
  • Şah Sultana (22 maggio 1812 - settembre 1814)
  • Mihrimah Sultan (10 giugno 1812 - 3 luglio 1838)
  • Emine Sultan (12 giugno 1813 - 20 giugno 1814)
  • Emine Sultan (30 luglio 1814)
  • Şah Sultan (14 ottobre 1814 - 13 aprile 1817)
  • Emine Sultan (7 gennaio 1815 - 29 settembre 1816)
  • Zeynep Sultan (18 aprile 1815 - 8 gennaio 1816)
  • Hamide Sultan (14 luglio 1817 - ? 1818)
  • Cemile Sultan (nata e morta nel 1818)
  • Hamide Sultan (4 luglio 1818 - 15 febbraio 1819)
  • Atiye Sultan (2 gennaio 1824 - 11 agosto 1850)
  • Munire Sultan (16 ottobre 1824 - 23 maggio 1825)
  • Hadice Sultan (6 settembre 1825 - 19 dicembre 1842)
  • Adile Sultan (23 maggio 1826 - 12 febbraio 1899)
  • Hayria Sultan (22 marzo 1831 - 1832)
  • Hayria Sultan (12 gennaio 1832 - 15 febbraio 1833)
  • Refia Sultan (gennaio 1836 - 24 gennaio 1839)

Cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Gran Maestro dell'Ordine del Crescente - nastrino per uniforme ordinaria Gran Maestro dell'Ordine del Crescente
Gran Maestro dell'Ordine di Nişan-i Imtiyaz - nastrino per uniforme ordinaria Gran Maestro dell'Ordine di Nişan-i Imtiyaz
Gran Maestro dell'Ordine della Gloria - nastrino per uniforme ordinaria Gran Maestro dell'Ordine della Gloria
Gran Maestro dell'Ordine di Nichan Iftikar - nastrino per uniforme ordinaria Gran Maestro dell'Ordine di Nichan Iftikar

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Cioè "secondo".
  2. ^ Rogan, Eugene (2002), Outside In: Marginality in the Modern Middle East, I.B.Tauris, ISBN 978-1-86064-698-0, p. 15.
  3. ^ Isom-Verhaaren, Christine (2006), Royal French Women in the Ottoman Sultans' Harem: The Political Uses of Fabricated Accounts from the Sixteenth to the Twenty-first Century, in Journal of World History, v. 17 (2)
  4. ^ Claire Davis, The Palace of Topkapi in Istanbul, New York, Charles Scribner's Sons, 1970, pp. 214–217, ASIN B000NP64Z2.
  5. ^ Akşin, Sina (2009), Türkiye Tarihi, v. 3, Istanbul, Cem yayınevi, ISBN 975-406-565-9, p 95.
  6. ^ Danişmend, IH (1971), Osmanlı Devlet Erkânı, Istanbul, Türkiye Yayınevi, p. 70.
  7. ^ Dodwell, Henry (1967), The Founder of Modern Egypt : A Study of Muhammal ‘Ali, Cambridge University Press, pp. 43-44 3 48.
  8. ^ Petrov, AH (1885-1887), The War between Russia and Turkey, 1806-1812, San Pietroburgo, 3 v.
  9. ^ Presle, Brunet: de [e] Blanchet, Alexandre (1860), Grèce depuis la conquête romaine jusqu'à nos jours, Firmin Didot, p. 425.
  10. ^ Ward, Steven R. (2009), Immortal : A Military History of Iran and Its Armed Forces, Georgetown University Press, p. 76.
  11. ^ Masters, Bruce (1991), The Treaties of Erzurum (1823 and 1848) and the Changing Status of Iranians in the Ottoman Empire, in Iranian Studies, 24 (1): 3–15
  12. ^ Kazemzadeh, F (1991), Iranian relations with Russia and the Soviet Union, to 1921, in Avery P, Hambly GRG, Melville, P [a cura di] (1991), The Cambridge History of Iran, Cambridge University Press.
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  14. ^ Shaw, Stanford J. & Ezel Kural (1977), History of the Ottoman Empire and Modern Turkey, v. II, Cambridge University Press, ISBN 978-0-521-29166-8, pp. 19–20
  15. ^ Levy, Avigdor (1971), The Ottoman Ulama and the Military Reforms of Sultan Mahmud II, in Asian and African Studies, v. 7, a. 1971, pp. 13-39 - Il testo di Efendi è la principale fonte relativa alla riforma militare e sociale operata in quegli anni dal sultano Mahmud II.
  16. ^ Lewis, Bernard (1986), Bāb-i Serʿaskeri, in The Encyclopedia of Islam : Volume I: A–B, nuova ed., Leida e New York, BRILL, ISBN 90-04-08114-3, p. 838.
  17. ^ Uyar, Mesut [e] Erickson Edward J (2009), A Military History of the Ottomans: From Osman to Atatürk: From Osman to Ataturk, Greenwood Publishing Group, pp. 132-133.
  18. ^ Blouet, A (1831-1838), Expédition scientifique de Morée, ordonnée par le gouvernement français. Architecture, sculptures, inscriptions et vues du Péloponnèse, des Cyclades et de l'Attique, mesurées, dessinées, recueillies et publiées par Abel Blouet, Amable Ravoisié, Achille Poirot, Félix Trézel et Frédéric de Gournay, ses collaborateurs , Parigi, 3 v. on-line
  19. ^ Fleury, Georges (2008), Comment l'Algérie devint française (1830-1848), Parigi, Perrin.
  20. ^ Avcı, Ali Haydar (2004), Atçalı Kel Mehmet isyanı, Yayınları, ISBN 978-975-390-193-2.
  21. ^ al-Sayyid Marsot, Afaf Lutfi (1983), Egypt in the reign of Muhammad Ali, Cambridge University Press.
  22. ^ Aličić, Ahmed S (1996), Pokret za autonomiju Bosne od 1831. do 1832. godine, Sarajevo, Orijentalni institu.
  23. ^ Convention of Kütahya, su Encyclopædia Britannica Online, 2011. URL consultato il 18 marzo 2011.
  24. ^ Cleveland, William L (2009), A History of the Modern Middle East, Boulder, Westview Press, p. 72.
  25. ^ Il Sultano ottomano era infatti considerato una sorta di "Buon pastore" del suo popolo, identificato, appunto, negli armenti.
  26. ^ Inalcik, Halil (1994), An Economic and Social history of the Ottoman Empire 1300–1914, Cambridge University Press.
  27. ^ Megan C. Robertson, ODM of Turkey: Order of Glory, Medals.org.uk, 2 giugno 2004. URL consultato il 25 febbraio 2012.
  28. ^ Jirousek, Charlotte (2005), «Islamic Clothing» in The Encyclopaedia of Islam, Macmillan, 2005
  29. ^ Quataert, Donald (1997), Clothing Laws, State, and Society in the Ottoman Empire, 1720–1829, in International Journal of Middle East Studies, 29 (3), agosto 1997, pp. 403–425
  30. ^ Paul E Klopsteg, Turkish Archery and the Composite Bow. Chapter I, Background of Turkish Archery. Second edition, revised, 1947, published by the author, 2424 Lincolnwood Drive, Evanston, Ill.
  31. ^ Paton, Andrew (1863), A History of the Egyptian Revolution, from the Period of the Mamelukes to the Death of Mohammed Ali, Trübner & Co., p. 133.
  32. ^ Zilfi, Madeline (), Women and Slavery in the Late Ottoman Empire: The Design of Difference, p. 227.
  33. ^ Brookes DS [a cura di] (2008), The Concubine, the Princess, and the Teacher: Voices from the Ottoman Harem, University of Texas Press, p. 288.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Costanza, Maurizio (2010), La Mezzaluna sul filo : La riforma ottomana di Mahmûd II, Marcianum Press, Venezia.
  • Palmer, Alan (1992), The Decline and Fall of the Ottoman Empire.
  • Sakaoğlu, Necdet (1999), Bu Mülkün Sultanları, İstanbul, Oğlak Yayınları, ISBN 875-329-299-6, pp. 415–435.
  • Sicker, Martin (2001), The Islamic World in Decline : From the Treaty of Karlowitz to the Disintegration of the Ottoman Empire, Praeger.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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Mustafa IV 1808-1839 Abd-ul-Mejid I
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Mustafa IV 1808-1839 Abd-ul-Mejid I
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