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Mahavira

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Mahāvīra, il 24° Tīrthaṃkara. Pietra gialla (diaspro ?), 1470, Gujarat, India. Royal Museums of Art and History (MRAH), Jubilee Park, Brussels, Belgio.

Vardhamāna Mahāvīra (वर्धमान महावीर); Vaishali, 12 aprile 599 a.C.Pawapur, 527 a.C. (secondo alcuni studiosi 549 a.C.-477 a.C.) è stato un filosofo e asceta indiano 24º e ultimo Tīrthaṃkara, fondatore del giainismo.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

È uno dei più grandi maestri spirituali indiani, figlio di Siddhārtha, re di Kuṇḍapura (Baskund) nei pressi di Vaiśālī (Besāṛh) nello Stato del Bihar, e della sua consorte Triśalā: l'embrione del futuro maestro fu però per opera divina trasferito dal grembo di Devānandā, donna di casta brahmanica, affinché si realizzasse quanto riportato da Kalpasūtra, Jinacaritra 17-18 secondo cui il futuro Tīrthaṃkara doveva nascere in famiglia regale e nobile. Il suo concepimento e la sua nascita sono accompagnati da segni premonitori e messaggi augurali dal significato simbolico.[1]

Non è chiaro quando intraprese la via dell’ascesi ma i suoi genitori erano seguaci del saggio Pārśva che i giainisti intendono come il ventitreesimo Tīrthaṃkara. Secondo una tradizione prima di diventare asceta visse in pieno una vita da capofamiglia ed ebbe anche una figlia: solo dopo la morte dei genitori intrapresa la via ascetica. Questa leggenda sembra però tratteggiare la vita di Jina un po’ sul modello della biografia del Buddha e un po’ in linea con la tradizione brahmanica dei quattro stadi della vita.

All’incirca a trent’anni dunque scelse di intraprendere un duro cammino spirituale fatto di rinuncia e di ascesi. Si espose nudo alle intemperie e alle fiere, vagò per le foreste e le lande desolate mortificando il proprio corpo e i propri desideri poi, verso i quarant’anni ottenne la conoscenza assoluta, l’onniscienza diventando un kevalin (onnisciente) e guadagnandosi il titolo di jina, il “vincitore delle passioni”. Viaggiò quindi di villaggio in villaggio predicando la propria dottrina e all’età di settantadue anni passò nello stato di nirvaṇa, secondo alcune tradizioni lasciandosi morire di inedia secondo la pratica del saṃlekhana, ancora in tempi recenti praticata dai giainisti.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Carlo Della Casa, Il Giainismo, Torino, Bollati Boringhieri, 1993, p. 22.

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