Mafalda Codan

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Mafalda Codan (Parenzo, 20 settembre 1924Bibione, 9 febbraio 2013) è stata un'insegnante italiana.

Figlia di una famiglia di commercianti e possidenti ebbe ben sette famigliari trucidati nelle foibe, era maestra elementare. Venne arrestata il 7 maggio 1945 a Trieste, a guerra finita, durante il periodo di occupazione jugoslava. È autrice di un diario in cui descrive la deportazione in Jugoslavia, terminata con la liberazione nel 1949.

Dopo l'8 settembre 1943[modifica | modifica wikitesto]

Nei giorni successivi alla disfatta del fascismo dell'8 settembre 1943, in Istria si scatenò tra una parte della popolazione slava e italiana, organizzata nelle formazioni partigiane di Tito, "l'occasione per vendicare i torti subiti nel Ventennio e dare sfogo alle rabbie represse: distruggere le tracce del controllo fascista, bruciare gli archivi dei munic..." I connotati politici della rivolta si saldano a quelli sociali, e i possidenti italiani diventano vittime dell'antagonismo di classe che coloni e mezzadri croati avevano accumulato nei confronti dei proprietari italiani[1].

Le motivazioni degli abusi slavi attraverso le esecuzioni sommarie attraverso gli infoibamenti, in particolare contro la comunità italiana che abitava nei paesi e nelle città del costiere della Venezia Giulia e della Dalmazia, avevano aspetti etnici, politici e di jacquerie sociale. Nella foiba di Vines presso Albona furono trucidati il padre di Mafalda, lo zio Michele Codan, i fratelli della madre Giorgio e Beniamino, un cugino materno Antonio. A seguito di questa tragedia, Mafalda, la madre e il fratello Arnaldo si rifugiarono a Trieste.

L'arresto[modifica | modifica wikitesto]

Dal 1º maggio al 12 giugno 1945 Trieste fu occupata dall'Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia in attesa dell'accordo, firmato a Belgrado il 9 giugno da Tito e dal generale inglese Harold Alexander, che smembrò la regione Venezia Giulia secondo la linea di demarcazione nota come "linea Morgan". In questo periodo non vi era solo la "passione nazionale e l'intolleranza politica (…) per cui si poteva scomparire talvolta per sempre. In molti casi bastava poco per decidere la sorte di un individuo, come del resto avviene di frequente nel vivo di grandi tragedie collettive (…)", come, nel caso di Mafalda Codan, bastava "la parentela con una delle vittime delle foibe istriane del l'autunno del 1943, che suggeriva di far scomparire dalla circolazione testimoni scomodi…"[2]

Così il 7 maggio 1945, Mafalda, a 19 anni, fu arrestata con il fratello Armando di 17 e portati,prima a Buie, poi a Visinada e a Visignano:

«"(…) Con un filo di ferro mi legano le mani dietro la schiena e mi fanno salire su una macchina (…) Prima sosta, Visinada. (…) Mi portano sulla piazza gremita di gente, partigiani, donne scalmanate, urlano, gesticolano, imprecano. Nino Stoinich di Valletta, partigiano, esecutore dell'arresto, mi presenta come italiana, nemica del popolo slavo, figlia di uno sfruttatore dei poveri. Tutti cominciano ad insultarmi, a sputacchiarmi, a picchiarmi con lunghi bastoni e a gridare: a morte, a morte. (…)" »

(Diario[3] – pag.18)

La torturano davanti all'abitazione di Norma Cossetto, infoibata nel settembre del 1943, perché sua madre rivivesse il martirio della figlia. Arrivata a Parenzo, la Codan venne portata presso la sua abitazione dove venne istituito il 9 maggio 1945 un "tribunale del popolo", costituito dagli ex coloni della famiglia, che decretò, davanti ad una sua zia e al nonno, la sua condanna a morte e riportandola in prigione, dopo averla fatta girare per i paese affinché tutti gli abitanti la potessero vedere, insultare, bastonare. Venne successivamente trasferita al carcere di Pola.

Il naufragio[modifica | modifica wikitesto]

Il 21 maggio 1945 venne imbarcata insieme a numerosi altri prigionieri, prima sul dragamine Mont Blanc e successivamente sulla nave cisterna Lina Campanella. Tutti i prigionieri furono trasportati legati tra di loro con il fil di ferro.

Doppiato, a sud di Pola, Capo Promontore nel comune di Medolino, la Mont Blanc, carica dei soli aguzzini, si fermò, mentre la Lina Campanella, carica di prigionieri, venne fatta avanzare volutamente all'interno di un'area minata. Verso le ore 10:30 del 21 maggio 1945, la nave urtò una mina, si inclinò su un fianco, ma non affondò[4], pur rimanendo danneggiata a prora. Nell'incidente un gran numero di persone finì in mare. Mafalda Codan fu tra i fortunati prigionieri che riuscirono a liberarsi e a salvarsi raggiungendo la terraferma a nuoto. Arrivata a terra con altri prigionieri fu accolta da gruppi di jugoslavi con "bastoni e grida ostili" e, a piedi, raggiunse Dignano, dove venne nuovamente sequestrata e imprigionata fino al 1º giugno 1945.

La foiba per il fratello[modifica | modifica wikitesto]

Successivamente venne trasferita nella prigione del Castello di Pisino, dove viene ucciso nella foiba, il fratello Arnaldo.

«"(…)Tutte le notti un partigiano dalla faccia cupa e torva entra nelle celle ed esce con qualcuno che non tornerà più. Quando al lume delle torce cerca sul foglio i nomi, gli occhi di tutti attaccati alla sua bocca e un brivido improvviso ci attraversa il corpo. Le urla di dolore di Arnaldo e degli altri suoi compagni di pena mi risuonano dolorosamente nella testa giorno e notte. (…) Al mattino gli aguzzini ritornano, felici di aver ucciso tanti nemici del popolo. Li hanno massacrati tutti. Uno entra nella mia nuova "residenza" e mi chiede: "Quanti anni aveva tuo fratello? Non voleva morire sai, anche dopo morto il suo corpo ha continuato a saltare. (…)"»

(Diario[3] – pag.32)

A Pisino Mafalda rimase fino al 3 settembre 1945, dove visse anche un breve periodo in semilibertà. Dal testo si comprendono le motivazioni dell'arresto.

Le accuse[modifica | modifica wikitesto]

« "(…) Entro in un ufficio, dietro una scrivania siedono due uomini dall'apparenza civile, sono due giudici, uno indossa l'uniforme, l'altro è in borghese. "Hai visite" mi dicono, aprono una porta ed entrano quattro donne scalmanate. "Come? È ancora viva?" chiedono arrabbiate. "Perché non è "partita" con gli altri?" Urlano, gridano, vogliono picchiarmi. I due capi glielo impediscono. Mi accusano di cose inaudite ed allora urlo anch'io e, anche questa volta, da accusata divento accusatrice, di cose vere però. Da una frase detta dalle forsennate, capisco che, durante le perquisizioni e i furti perpetrati a casa mia, hanno trovato il mio diario. In un quadernone ho scritto infatti il calvario della mia famiglia iniziato con l'occupazione slavo-comunista del settembre 1943. Ho annotato nei minimi particolari, ore, giorno, mese, avvenimenti, parole, dette, tutto (…) e completato di fotografie, documenti importanti e pezzi di giornale. Sono testimonianze che scottano, verità che non si possano negare, che condannano, che fanno paura, è per questo che vogliono la mia morte. Ora racconto tutto quello che è stato fatto alla mia famiglia, cosa ho vissuto, faccio nomi, non riesco a tacere perché ho la coscienza a posto, so di essere innocente, non ho paura di nessuno. (…) Riesco a farle zittire e le quattro, scornate, lasciano l'ufficio con le pive nel sacco. Da quell'istante la mia vita cambia. I due capi hanno capito, che sono indifesa in balia di pazzi esaltati dalla propaganda comunista e che, come diceva Honorè de Balzac, "Il sonno della ragione genera mostri" (…)" »

(Diario[3] - pag.30)

La "rieducazione"[modifica | modifica wikitesto]

Dal settembre al 10 febbraio 1946 è in carcere a Fiume dove viene processata e condannata; l'11 febbraio è inviata, con altri prigionieri, al carcere di Maribor, dove rimarrà fino al 15 maggio 1946.

Dal 15 maggio 1946 al 29 giugno 1948 fu detenuta presso il "Poboljsevalni Zavod" [5] di Begunje, situato a circa 40 chilometri dal lago Bled, in Slovenia.

La liberazione[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1949 i condannati italiani, assistiti dalla Croce Rossa Italiana, vengono sollecitati a dichiarare la propria nazionalità italiana o scegliere la cittadinanza jugoslava; Mafalda Codan sceglie quella italiana, ed il 10 giugno 1949, dopo aver transitato più volte nelle carceri di Lubiana e Nova Gorica, viene liberata, grazie ad uno scambio di prigionieri.[3][6].

Gli ultimi anni[modifica | modifica wikitesto]

In Italia è insegnante elementare nella provincia di Venezia. Tra le scuole dove ha insegnato si ricordano, nel 1958, Vetrego di Mirano e Bibione, dove ha vissuto con la famiglia fino alla morte. È scomparsa il 12 febbraio 2013 all'età di 86 anni, poco dopo la nona ricorrenza del "Giorno del ricordo"[7].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Gianni Oliva – Foibe – Le stragi negate degli italiani della VERONA Giulia e dell'Istria – 2002 – Mondadori – ISBN 978-88-04-51584-5
  2. ^ Raoul Pupo – Fra Italia e Jugoslavia. Saggi sulla questione di Trieste (1945-1954) – Del Bianco Editore – Udine – 1989
  3. ^ a b c d Diario di Mafalda Codan in: Istituto Regionale per la Cultura Istriana – Unione degli Istriani – Sopravvissuti alle deportazioni in Jugoslavia, Bruno Fachin Editore, 1997, Trieste, ISBN 88-85289-54-1
  4. ^ Nel mese di agosto 1945 sarà avvistata nel porto di Spalato.
  5. ^ Trad.Cro. "Carcere di correzione politica"
  6. ^ Senato della Repubblica Italiana – Atto di Sindacato Ispettivo n. 4-03895 - Pubblicato il 13 febbraio 2003 Seduta n. 333 letto il 23 settembre 2007
  7. ^ "È morta Mafalda Codan, testimone dell'orrore delle foibe e della guerra" 12/02/2013 letto il 12 febbraio 2013