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Macallè

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Macallè
città
Mek'elē, Mek'ele (መቀሌ)
Macallè – Bandiera
Macallè – Veduta
Localizzazione
Stato Etiopia Etiopia
Regione Tigrè
Zona Non presente
Territorio
Coordinate 13°29′N 39°28′E / 13.483333°N 39.466667°E13.483333; 39.466667 (Macallè)Coordinate: 13°29′N 39°28′E / 13.483333°N 39.466667°E13.483333; 39.466667 (Macallè)
Altitudine 2 036[1] m s.l.m.
Superficie 24,44 km²
Abitanti 169 207[1] (2005)
Densità 6 923,36 ab./km²
Altre informazioni
Prefisso 34
Fuso orario UTC+3
Cartografia
Mappa di localizzazione: Etiopia
Macallè
Macallè
Sito istituzionale

Macallè (o Mek'elē, in amarico መቀሌ) è la capitale della Regione di Tigrè in Etiopia. Situata a circa 780 chilometri a nord della capitale Addis Abeba e ad una altitudine di 2 036 m sul livello del mare, Macallè è composta da sette sub-città: Adi Haki (ዓዲ ሓቂ), Ayder (ዓይደር), Hadinet (ሓድነት), Hawelti (ሓወልቲ), Kedamay Weyane (ቀዳማይ ወያነ), Quiha (ኲሓ) e Semien (ሰሜን). Con circa 215 000 abitanti (2007) è la città più popolosa del Nord dell'Etiopia.

Negli ultimi 25 anni, grazie alla forte crescita economica etiope, Macallè rappresenta una delle città più importanti dell'Etiopia settentrionale.

Clima[modifica | modifica wikitesto]

Il clima di Macallè (Classificazione climatica di Köppen: Aw) è quello tipico della savana, con temperature relativamente elevate durante tutto l'anno e precipitazioni particolarmente abbondanti durante la stagione estiva.[2]

Dati climatici di Macallè
Mese Gen. Feb. Mar. Apr. Mag. Giu. Lug. Ago. Set. Ott. Nov. Dic. Anno
Temperatura max media (°C) 23 24 25 26 27 27 23 23 25 24 23 22 24,3
Temperatura min media (°C) 16 17 18 19 20 20 18 17 18 17 16 15 17,6
Media precipitazioni (mm) 36 10 30 46 36 30 201 216 36 10 30 41 722
Fonte: Weatherbase[3]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Secondo gli storici locali, Macallè venne fondata attorno al XIII secolo e fu, insieme a Entalo, uno dei maggiori centri della provincia di Enderta. Macallé raggiunse il suo apogeo verso la fine del XIX secolo, dopo la salita al trono di Etiopia di Giovanni IV, che scelse Macallè quale capitale del suo regno. Fu qui che suo figlio ed erede, Ras Araya Selassie, morì di vaiolo nel giugno del 1888, mentre allestiva un esercito di supporto al padre.Macallè divenne capitale dell'impero etiopico quando l'Imperatore Giovanni IV nel XIX secolo divenne negus. Qui fece costruire due castelli e delle chiese copte a Giacomo Naretti, un artigiano immigrato italiano[4]. Dopo la morte dell'imperatore Giovanni nella Battaglia di Metemma (1889), il suo successore, Menelik II, giunse a Macallè il 23 Febbraio 1890, dove ottenne il giuramento di fedeltà da parte della nobiltà locale; anche il suo rivale, Mangascià Yohannes, figlio illegittimo di Giovanni IV, prestò giuramento dopo poco.[5]

Negus Giovanni IV, imperatore dell'Etiopia
Castello fatto edificare da Giovanni IV la tecnica costruttiva prende come modello i palazzi del regno axumita in particolar modo il palazzo Dungur ad axum e altri nella regione del tigre

La Guerra di Abissinia e la Battaglia di Macallè[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Assedio di Macallè.
Enda Yesus (Chiesa di Gesù), il forte assediato dagli etiopi nel 1896

Macallè fu occupata dagli italiani all'inizio della Guerra di Abissinia, nell'Ottobre 1895. Dopo la sconfitta subita da Pietro Toselli nella Battaglia dell'Amba Alagi (7 Dicembre 1895) fu ordinato il ripiegamento di tutte le forze italiane comandate dal generale Giuseppe Arimondi su Macallè. Arimondi tuttavia decise di lasciare nel fortino di Endà Iesus a Macallé una guarnigione composta da 3 compagnie del III Regio Corpo Truppe Coloniali d'Eritrea, 1 compagnia dell'VIII Battaglione e 1 sezione di 4 pezzi da montagna. In totale c'erano 21 ufficiali, 170 soldati italiani e poco più di 1000 ascari ad affrontare 20-30.000 abissini. Il forte Endà Iesus era costruito su di un'altura che dominava la conca di Macallè. A capo della guarnigione fu posto il Maggiore Giuseppe Galliano, il quale fino all'inizio dell'attacco etiope cercò di organizzare la difesa del forte completando la cinta delle fortificazioni, costruendo le rampe per i cannoni e domandando con insistenza rinforzi a Roma.

Il 7 gennaio 1896, al comando di Ras Maconnen, 60.000 abissini iniziarono l'assalto, che però venne respinto. Il giorno seguente l'attacco riprese con esito favorevole per gli etiopici, che si impadronirono della fonte a cui si approvvigionavano gli italiani, mettendone in seria difficoltà la sopravvivenza. Nei giorni seguenti si susseguirono gli attacchi abissini finché il 19 gennaio il governo italiano ordinò a Galliano di sgomberare il forte e di arrendersi al Negus, nel frattempo sopraggiunto. Il maggiore obbedì abbandonando la posizione il giorno 21 gennaio con gli onori militari e la promessa di essere avviato a Adigrat dove giunsero pochi giorni dopo.[6]

Il XX secolo[modifica | modifica wikitesto]

Pochi anni dopo la sconfitta di Adua, tra il 1902 e il 1904, Macallè venne inserita nella nuova linea telegrafica che collegava Addis Abeba, capitale dell'impero etiope, ad Asmara, capitale della Eritrea italiana.[7] Durante la Guerra d'Etiopia (1935-1936), Macallè venne conquistata dalle truppe fasciste comandate dal generale Emilio De Bono l'8 Novembre 1935.[8] Macallè rimase dominio italiano fino al 1941, anno del ritorno sul trono di Hailè Selassiè.

Ribellione di Woyane[modifica | modifica wikitesto]

In seguito al tentativo da parte del negus di indebolire i nobili locali e rafforzare la loro dipendenza dal governo centrale,[9] scoppiò nel 1943 nella parte orientale e meridionale della regione del Tigrè la "Ribellione di Woyane". La rivolta, causata dal malgoverno e dalla corruzione dilagante negli apparati amministrativi (da qui lo slogan: "there is no government; let's organize and govern ourselves", ovvero "il governo non esiste: organizziamoci e governiamoci per conto nostro")[10], coinvolse una serie di centri della regione del TIgrè, che organizzarono delle assemblee locali provvisorie, chiamate gerreb, che inviarono dei rappresentanti ad un congresso centrale, chiamato shengo, che provvide ad eleggere una guida politica e un comando militare. Il quartier generale della rivolta venne stabilito a Wokro. Durante l'estate del 1943 i ribelli, sotto la guida di Fitawrari Yeebio Woldai e Dejazmach Neguise Bezabih, provenienti da Enderta,[11] cuore della ribellione, organizzarono le proprie forze; dopo la celebrazione del Nuovo Anno Etiope (12 Settembre), assaltarono e conquistarono il presidio governativo di Quiha, sulla via di transito tra Asmara e Addis Abeba, il 17 Settembre 1943. Macallè cadde subito dopo, quando le truppe governative evacuarono la roccaforte di Enda Yesus, e rimase nelle mani dei ribelli fino al 14 Ottobre, quando le truppe fedeli al negus, aiutate dalla aviazione militare inglese, sconfissero i ribelli ad Amba Alagi.[12] La battaglia fu così intensa che Thomas Pakenham, visitando la città nel 1954, la definì "una brulla città in un brullo paesaggio. Ero disturbato dall'atmosfera. [...] Molti edifici erano in rovina, e non c'erano nuove costruzioni a compensare, come era stato per Gondar. Chiesi ad un anziano in un bar il perché di tanti danni: rispose che dovrei saperlo; ciò era avvenuto perché noi l'avevamo bombardata".[13]

Il tempo del Derg[modifica | modifica wikitesto]

Monumento in Memoria ai Martiri (ሓወልቲ ሰማእታት) che commemora la guerra contro il Derg che domina la città di Mekele

Quando nel 1974 esplose la rivoluzione etiope, il Ras Seyoum Mengesha governava la città; il Derg non tardò a prendere provvedimenti e, nell'Ottobre dello stesso anno, gli ordinò di trasferirsi nella capitale per rispondere delle accuse di corruzione. Il nobile, sapendo che sarebbe stato sottoposto ad un processo-farsa, invece fuggì sulle colline, dove fondò un gruppo ribelle molto attivo e importante, nucleo della futura Unione democratica Etiope.[14] Nel corso del 1984 - 1985, il paese venne colpito da una terrificante carestia e Macallè ospitò oltre 75 000 profughi affamati provenienti dai territori circostanti. Durante il mese di Marzo del 1985, morirono ogni giorno tra le 50 e le 60 persone. Nel 1986 il Fronte di Liberazione del Tigrè liberò 1 800 prigionieri politici dalle prigioni di Macallè in un blitz militare. L'operazione venne denominata "Agazi" in onore di uno dei fondatori del Fronte.[15] In una serie di offensive lanciate il 25 Febbraio del 1988 i combattenti del Fronte presero il controllo di una serie di postazioni sulla strada tra Dessie e Macallè e, nel Giugno dello stesso anno, controllavano ormai tutta la regione tranne Macallè e il territorio circostante in un raggio di 15 km dalla città. Macallè venne infine conquistata dal EPRDF il 25 Febbraio 1989;[16] oggi un monumento celebra la lotta dei ribelli del Tigrè contro l'esercito del Derg.

Il 5 Giugno del 1998 la forza aerea dell'Eritrea bombardò la scuola Ayder di Macallè nel corso della guerra Etiopia-Eritrea. Un monumento commemora questo evento.[17]

Il 29 Dicembre del 2002 scoppiò una rivolta tra ortodossi copti e avventisti, in seguito ad un tentativo di predicazione di un avventista in uno stadio. Gli ortodossi, scandalizzati, iniziarono a scagliare delle pietre, dopodiché iniziarono a saccheggiare i luoghi di culto avventisti in città. L'intervento della polizia sedò la rivolta, che si concluse con cinque morti e tre feriti gravi. La polizia affermò di aver arrestato 10 persone, ma fonti non governative ritengono il numero fortemente sottostimato.[18]

La Missione delle Nazioni Unite in Etiopia ed Eritrea (UNMEE) stabilì il suo quartier generale a Macallè nel 2000 dopo la fine della guerra contro l'Eritrea. Ancora oggi i rapporti con l'Eritrea continuano ad essere tesi, e la missione delle Nazioni Unite è ancora operativa.

Popolazione[modifica | modifica wikitesto]

Secondo il censimento del 2007, Macallè ha una popolazione totale di 215 914 abitanti, di cui 104 925 di sesso maschile e 110 989 di sesso femminile. La stragrande maggioranza degli abitanti è di etnia tigrè (96,2%), mentre gli amhara rappresentano solo il 2,26%; altri gruppi etnici appartengono al restante 1,54%. La lingua tigrè è parlata dal 95,55% della popolazione, mentre l'amarico è parlato dal 3,18%. Il 92,68% professa la religione ortodossa copta, mentre il 6,03% è di religione islamica.[19]

Il censimento del 1994 riportava per Macallè una popolazione di 96 938 abitanti, di cui 45 729 erano di sesso maschile e 51 209 di sesso femminile. I maggiori gruppi etnici erano i tigrè (96,5%), gli amhara (1,59%) e gli eritrei (0,99%). L'idioma tigrè era prima lingua per il 96,26% della popolazione, mentre l'amarico era parlato dal 2,98%. La religione ortodossa copta era praticata dal 91,31% degli abitanti e il 7,66% era musulmano. Per quanto riguarda l'istruzione, il 51,75% della popolazione era alfabetizzata, di molto superiore alla media regionale (15,71%); il 91,11% dei bambini di età compresa tra i 7 e i 12 anni frequentava le scuole elementari, invece solo il 17,73% dei ragazzi tra i 13 e i 14 anni frequentava le scuole medie; il 52,13% dei ragazzi di età tra i 15 e i 18 anni frequentava gli istituti superiori. Per quanto riguarda le condizioni igienico-sanitarie, circa l'88% delle abitazioni aveva accesso all'acqua potabile, mentre circa il 51% delle abitazioni aveva servizi igienici.[20]

Economia, infrastrutture e trasporti[modifica | modifica wikitesto]

Macallè è uno dei principali centri economici dell'Etiopia. Possiede un servizio di autobus, gestito dalla Selam Bus Line Share Company[21] e un nuovo aeroporto, l'Alula Aba Nega Airport, le cui rotte internazionali sono gestite dall'Ethiopian Airlines, compagnia di bandiera di proprietà del governo etiope.[22]

L'industria locale verte sulla Mesfin Industrial Engineering, legata alla produzione dell'acciaio, e alla Messebo Cement Factory, la maggiore fabbrica di cemento del Nord dell'Etiopia. Entrambe le società appartengono all'Endowment Fund for the Rehabilitation of Tigray (EFFORT).[23] Nel maggio del 2000 è stata creata la Mekelle University dalla fusione tra Mekelle Business College e Mekelle University College.[24]

Monumenti[modifica | modifica wikitesto]

La città possiede due importanti monumenti architettonici: il monumento del Fronte di Liberazione del Tigrè (TPLF), che commemora la lotta condotta contro il Derg, e visibile da gran parte della città; il palazzo imperiale di Giovanni IV, nel centro della città. Costruito per volere dell'imperatore da Giacomo Naretti, fu completato nel 1884.[25] Il complesso, attualmente adibito a museo, conserva il trono dell'imperatore, il letto reale, gli abiti da cerimonia, fucili e altre collezioni storiche di valore. Vanno ricordate inoltre le numerose chiese: la Enda Gabir, la Enda Yesus Mekelle Bete Mengist, la Mekelle Iyesus, la Mekelle Maryam, la Mekelle Selassie, e la Mekelle Tekle Haymanot.

La Trans Ethiopia e la Guna Trading sono le due squadre di calcio della città, militanti nella Ethiopian Premier League. Un caratteristico Mercato locale si tiene ogni Lunedì fin dal 1890.[26]

Curiosità[modifica | modifica wikitesto]

Andrea Camilleri ha ambientato il suo romanzo La presa di Macallè nella Macallè del 1935, durante la Guerra d'Etiopia.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Fallingrain - Mekele
  2. ^ http://www.weatherbase.com/weather/weather-summary.php3?s=592516&cityname=Mekelle%2C+Tigray+Region%2C+Ethiopia&units=.
  3. ^ http://www.weatherbase.com/weather/weather.php3?s=592516&cityname=Mekele-Tigray-Region.
  4. ^ Narétti, Giacomo su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 15 marzo 2011.
  5. ^ Chris Proutky, Empress Taytu and Menilek II: Ethiopia 1883-1910, Trenton, The Red Sea Press, 1986, p.70.
  6. ^ Richard Pankhurst, The Ethiopians. A History, Cambridge, 2001, p. 185 ss..
  7. ^ http://130.238.24.99/library/resources/dossiers/local_history_of_ethiopia/m/ORTMEK.pdf.
  8. ^ Barker, A. J., The Rape of Ethiopia 1936, p. 36.
  9. ^ Sarah Vaughan, Ethnicity and Power in Ethiopia, PhD dissertation, 2003, p. 123..
  10. ^ African studies center, Household and Society in Ethiopia, Michigan State University, 1977.
  11. ^ Mamoka Maki, The wayyane in Tigray and the reconstruction of the Ethiopia government in the 1940s, In: Proceedings of the 16th International Conference of Ethiopian Studies, Trondheim, 2009, p. 5.
  12. ^ Gebru Tareke, Ethiopia: Power and protest, Lawrenceville, Red Sea Press, 1996, pp. 108-113.
  13. ^ Thomas Pakenham, The Mountains of Rasselas, New York, Reynal & Co., 1959, p. 80.
  14. ^ Marina and David Ottaway, Ethiopia: Empire in Revolution, New York, Africana, 1978, p. 86.
  15. ^ http://130.238.24.99/library/resources/dossiers/local_history_of_ethiopia/m/ORTMEK.pdf.
  16. ^ http://130.238.24.99/library/resources/dossiers/local_history_of_ethiopia/m/ORTMEK.pdf.
  17. ^ http://130.238.24.99/library/resources/dossiers/local_history_of_ethiopia/m/ORTMEK.pdf.
  18. ^ http://www.state.gov/g/drl/rls/hrrpt/2002/18203.htm.
  19. ^ http://www.csa.gov.et/index.php?option=com_rubberdoc&view=doc&id=275&format=raw&Itemid=521.
  20. ^ http://www.csa.gov.et/surveys/Population%20and%20Housing%20Census%201994/survey0/data/docs%5Creport%5CStatistical_Report%5Ck07%5Ck07_partI.pdf.
  21. ^ http://www.selambus.com/selambus/selam.asp.
  22. ^ http://www.worldaerodata.com/wad.cgi?id=ET95931&sch=HAMK.
  23. ^ http://www.effort.org.et/index.htm.
  24. ^ http://www.mu.edu.et/.
  25. ^ http://130.238.24.99/library/resources/dossiers/local_history_of_ethiopia/m/ORTMEK.pdf.
  26. ^ Augustus B. Wylde, Modern Abyssinia, London, Methuen, 1901, p. 494.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]