Lycalopex vetulus

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Jaguapitango
Lycalopex vetulus Carlos Henrique 1.jpg
Jaguapitango, San Paolo, Brasile
Stato di conservazione
Status iucn3.1 LC it.svg
Rischio minimo
Classificazione scientifica
Dominio Eukaryota
Regno Animalia
Phylum Chordata
Classe Mammalia
Ordine Carnivora
Famiglia Canidae
Sottotribù Cerdocyonina
Genere Lycalopex
Specie L. vetulus
Nomenclatura binomiale
Lycalopex vetulus
(Lund, 1842)
Sinonimi

Pseudalopex vetulus

Il jaguapitango[1] (Lycalopex vetulus), detto anche pseudovolpe canuta, è una licalopecia diffusa in Brasile. È fra le specie più piccole, e si ciba principalmente di insetti. Si tratta della licalopecia più basale, essendosi diviso dalla stirpe che condusse alle altre cinque specie durante il Pleistocene inferiore.

Descrizione ed etologia[modifica | modifica wikitesto]

Illustrazione del cranio

Caratteristiche fisiche[modifica | modifica wikitesto]

Si tratta di un animale di piccola taglia, snello, dalle zampe lunghe e le orecchie grandi. La lunghezza del corpo è mediamente identica per maschi e femmine e si attesta sui 58 cm, egualmente al peso che, in media, è di 3,3 kg, ma l'intervallo di taglia e di peso è più ampio negli esemplari maschi. Il dimorfismo sessuale è più evidente nella lunghezza media della coda: 28 cm per le femmine, 34 cm per i maschi[2][3]. Le sue bolle timpaniche sono le più grandi di qualsiasi canino delle Americhe, un tratto probabilmente collegato al suo bisogno di sentire i movimenti degli insetti di cui si ciba[4].

Il colore della pelliccia è variabile: grigio perla sulla parte superiore del corpo; bianco-giallastro sulla parte inferiore, la parte interna delle zampe e le orecchie. La parte anteriore del collo è bianca, ma sotto la mandibola il pelo è bruno scuro o nero[3].

Alimentazione[modifica | modifica wikitesto]

Come tutte le licalopecie è onnivoro, ma — come evidenziato dall'analisi delle feci e, parzialmente, dalla sua anatomia dentale — si ciba prevalentemente di insetti, soprattutto termiti e scarabei stercorari. In misura minore o occasionale, la sua dieta integra anche cavallette, piccoli roditori, uccelli e serpenti[2].

La morfologia cranio-dentale non differisce da quella di altre licalopecie non insettivore, ma, tuttavia, i piccoli canini, i larghi molari e l'ampia bolla uditiva si adattano molto bene a questo tipo di dieta[5].

Etologia[modifica | modifica wikitesto]

Il jaguapitango è prevalentemente un animale notturno e caccia normalmente isolata, di rado in piccoli gruppi, per esempio durante il volo nuziale delle termiti, quando queste prede sono abbondanti e molto facili da catturare[3].

È un animale monogamo che forma una coppia solida e occupa un areale abituale di attività (home range) di 4 o 5 km2[2][3] marcato attraverso le urine. Il tasso di natalità negli individui selvatici è in media di 4-5 cuccioli (3-4 in cattività) partoriti verso la fine dell'estate. Il periodo di gestazione non è noto con certezza, ma si reputa sia simile a quello delle altre licalopecie ovvero di circa 60 giorni[3].

Evoluzione e tassonomia[modifica | modifica wikitesto]

Un'analisi delle sequenze delle regioni HV1 e HV2 del DNA mitocondriale delle licalopecie rivelò che il jaguapitango è la specie più basale del genere Lycalopex, essendosi diviso dalla stirpe che avrebbe dato luce alle altre specie circa un milione di anni fa durante il Pleistocene. La divisione degli antenati del jaguapitango e quelli delle altre specie fu probabilmente innescata da a un'alluvione proveniente dal bacino dell'Amazzonia che divise in due il Brasile. Gli antenati del jaguapitango sarebbero stati limitati al Brasile orientale, mentre le altre licalopecie si sarebbero diversificate in seguito nel Brasile occidentale.[6]

Questo albero filogenetico è basato su una filogenia proposta nel 2005 in base al genoma mitocondriale delle specie odierne,[7] ma modificata per incorporare scoperte successive:[8][6]

Cerdocionini
 
 

Speoto Dogs, jackals, wolves, and foxes (Plate XLIII).jpg


 
 

Crisocione Dogs, jackals, wolves, and foxes (Plate VII).jpg


 

Dusicione Dusicyon australis (white background).jpg




 
 
 
Licalopecie
 

Jaguapitango Dogs, jackals, wolves, and foxes (Plate XVIII).jpg


 
 

Pseudovolpe di Sechura


 
 
 

Pseudovolpe di Darwin The zoology of the voyage of H.M.S. Beagle (Pl. 6) white background.jpg


 

Aguarachay Dogs, jackals, wolves, and foxes (Plate XVII).jpg



 
 

Culpeo Dogs, jackals, wolves, and foxes (Plate XIV).jpg


 

Chilla Erläuterungen zur Fauna Brasiliens - enthaltend Abbildungen und ausführliche Beschreibungen neuer oder ungenügend bekannter Thier-Arten.pdf (Lycalopex griseus).jpg






 

Maikong Erläuterungen zur Fauna Brasiliens - enthaltend Abbildungen und ausführliche Beschreibungen neuer oder ungenügend bekannter Thier-Arten.pdf (Cerdocyon thous).jpg



 

Atelocino Dogs, jackals, wolves, and foxes (Plate XVI).jpg





Habitat e stato di conservazione[modifica | modifica wikitesto]

Esemplare in cattività nel Ceará

Il suo habitat naturale[9] è la vasta — quasi 2 milioni di km2savana tropicale del Cerrado brasiliano che con circa 10.000 specie di piante tracheofite[10] e più di 1.600 specie identificate di mammiferi, rettili e uccelli[11] costituisce uno dei biomi a maggiore biodiversità del pianeta. L'areale attuale comprende, oltre al Cerrado, anche la fascia di transizione della savana con la zona umida del Pantanal[9], ma, nel passato, al termine del Pleistocene superiore era decisamente più ampio come testimoniato da un singolo ritrovamento fossile presso Luján, in Argentina.[12]

Lo IUCN ritiene che il jaguapitango sia molto diffusa nel Cerrado anche se in misura inferiore al maikong, la specie geneticamente più affine che condivide il suo stesso habitat. È stato classificato come "vulnerabile", nel 1993, nel corso del convegno Canid Conservation Assessment and Management Plan tenutosi a San Paolo, ma non è incluso negli elenchi delle specie protette del CITES. Al 2008, secondo lo IUCN, il suo stato di conservazione desta solo limitate preoccupazioni grazie all'adattabilità della specie alle influenze antropiche e alla sua ampia diffusione.

A causa della sua dieta prevalentemente insettivora, il jaguapitango non preda animali domestici a differenza del maikong che ne è un cacciatore eccezionale, ma avvicinandosi spesso agli insediamenti umani condividr anch'essa, immeritatamente, la fama negativa di quest'ultima venendo frequentemente uccise dagli allevatori.[13]).

Non sono state adottate misure particolari per la sua conservazione né esiste una legislazione specifica, ma la caccia e la cattura di esemplari selvatici di questa specie è proibita in gran parte degli stati del Brasile, e la sua pelliccia non ha uno specifico interesse commerciale[3]. La distruzione dell'ecosistema del Cerrado per far luogo alle coltivazioni agricole, e che procede al ritmo del 3% annuo[14], è un significativo fattore di rischio nel medio e lungo periodo, ma l'elevata adattabilità della specie potrebbe escludergli un impatto negativo[3].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Il termine deriva da jaguarapitanga, il nome della specie presso gli indios Tupinamba. Un altro nome indigeno è waptsã wa utilizzato dagli Xavante.
  2. ^ a b c (EN) K. M. Juarez e J. Marinho-Filho, Diet, habitat use, and home ranges of sympatric canids in central Brazil, in Journal of Mammalogy n°83, pp. 925–933, 2002.
  3. ^ a b c d e f g (EN) J. Dalponte, O. Courtenay, Hoary fox - Pseudalopex vetulus (Lund 1842) in Canids: Foxes, Wolves, Jackals and Dogs - 2004 Status Survey and Conservation Action Plan, pp. 72–76, 2004.
  4. ^ Dalponte, J. C. 2009. Lycalopex vetulus. MammalianSpecies 847:1–7
  5. ^ (EN) J. Clutton-Brock, G.B. Corbert & M. Hills, A review of the family Canidae, with a classification by numerical methods, in Bulletin of the British Museum (Natural History), n° 29, pp 119–199, 1976.
  6. ^ a b (EN) L. Tchaicka et al. 2016. "Molecular assessment of the phylogeny and biogeography of a recently diversified endemic group of South American canids (Mammalia: Carnivora: Canidae). Genetics and Molecular Biology, 39 (3): 442-451
  7. ^ (EN) Kerstin Lindblad-Toh, Claire M Wade, Tarjei S. Mikkelsen, Elinor K. Karlsson, David B. Jaffe, Michael Kamal, Michele Clamp, Jean L. Chang, Edward J. Kulbokas, Michael C. Zody, Evan Mauceli, Xiaohui Xie, Matthew Breen, Robert K. Wayne, Elaine A. Ostrander, Chris P. Ponting, Francis Galibert, Douglas R. Smith, Pieter J. Dejong, Ewen Kirkness, Pablo Alvarez, Tara Biagi, William Brockman, Jonathan Butler, Chee-Wye Chin, April Cook, James Cuff, Mark J. Daly e David Decaprio, Genome sequence, comparative analysis and haplotype structure of the domestic dog, in Nature, vol. 438, nº 7069, 2005, pp. 803 in 803–19, DOI:10.1038/nature04338, PMID 16341006.
  8. ^ (EN) G. J. Slater, O. Thalmann, J. A. Leonard, R. M. Schweizer, K.-P. Koepfli, J. P. Pollinger, N. J. Rawlence, J. J. Austin, A. Cooper e R. K. Wayne, Evolutionary history of the Falklands wolf (PDF), in Current Biology, vol. 19, nº 20, 3 novembre 2009, pp. R937–R938, DOI:10.1016/j.cub.2009.09.018, ISSN 0960-9822 (WC · ACNP), PMID 19889366
  9. ^ a b (EN) (EN) Dalponte, J. & Courtenay, O. 2008, Lycalopex vetulus, su IUCN Red List of Threatened Species, Versione 2018.2, IUCN, 2018.
  10. ^ J. A. Ratter et alii, Avanços no Estudo da Biodiversidade da Flora Lenhosa do Bioma Cerrado, in XLVI Congresso Nacional de Botânica p. 115, Ribeirão Preto 1995.
  11. ^ C.C.C. Costa, J. P. Lima, L. D. Cardoso e V. Q. Henriques, Fauna do cerrado: lista preliminar de aves, mamiferos e repteis, in IBGE: Serie Recursos Naturais e Meio Ambiente n°6, Rio de Janeiro, Brasile, 1981.
  12. ^ (EN) A. Berta, Origin, diversification and zoogeography of the south American canidae, in Fieldiana: Zoology, n° 39, pp 455-471, 1987.
  13. ^ (EN) O. Courtenay, L. Maffei Crab-eating fox - Cerdocyon thous (Linnaeus 1766) Archiviato l'11 agosto 2006 in Internet Archive. in Canids: Foxes, Wolves, Jackals and Dogs - 2004 Status Survey and Conservation Action Plan, p. 36, 2004.
  14. ^ MMA-BRASIL, Primeiro Relatório para a Convenção sobre Diversidade Biológica - Brasil, Ministério do Meio Ambiente, dos Recursos Hídricos e da Amazônia Legal, Brasília, 1998.

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