Luigi Vanvitelli

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Giacinto Diano, Luigi Vanvitelli (secolo XVIII); olio su tela, Reggia di Caserta

Luigi Vanvitelli, nato Lodewijk van Wittel (Napoli, 12 maggio 1700Caserta, 1º marzo 1773), è stato un pittore e architetto italiano di origine olandese.

Il Vanvitelli si affermò in seguito a dei progetti per la fontana di Trevi e la facciata della basilica di San Giovanni in Laterano. Assurto a notorietà, fu molto attivo in centro Italia, in particolare ad Ancona e a Roma, per poi essere assunto al servizio di Carlo di Borbone, per il quale realizzò la scenografica reggia di Caserta, costruzione alla quale il suo nome è tuttora indissolubilmente legato.

Considerato uno dei maggiori interpreti del periodo a cavallo tra tardo-Barocco e neoclassicismo, Vanvitelli eseguì un cospicuo numero di opere; oltre all'anzidetta Reggia di Caserta, per la quale realizzò anche l'imponente acquedotto Carolino, si segnalano l'acquedotto di Vermicino, realizzato con l'amico Nicola Salvi, il Lazzaretto e la chiesa del Gesù ad Ancona, e il Foro Carolino, il palazzo Doria d'Angri e la chiesa della Santissima Annunziata a Napoli.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Fu Filippo Juvarra, architetto al servizio dei Savoia a Torino, a indirizzare Vanvitelli verso l'architettura.

Giovinezza[modifica | modifica wikitesto]

Luigi Vanvitelli nacque il 12 maggio 1700 a Napoli, dove il padre, il vedutista olandese Gaspar van Wittel, si era trasferito per lavorare nel cantiere del palazzo Reale, su invito del viceré Luigi Francesco de la Cerda, duca di Medinaceli; fu proprio in onore del viceré che al fanciullo venne imposto il nome di Luigi.[1]

Pochi anni dopo la nascita del figlio, Gaspar decise di trasferirsi a Roma, portando Luigi e la moglie Anna Lorenzani con sé. L'iniziale formazione di Vanvitelli avvenne, nell'ambito artistico capitolino, sotto la guida del padre, che non di rado gli passava i propri album da disegno, invogliandolo a continuare, e del nonno materno Andrea Lorenzani, anch'egli pittore; intanto, Vanvitelli poté costruire anche la propria cultura figurativa, sostanziata da un erudito classicismo derivato dal contatto diretto con gli antichi monumenti della città eterna.[1]

Il precoce e versatile talento del Vanvitelli, tuttavia, venne nel 1715 definitivamente indirizzato verso l'architettura dall'architetto siciliano Filippo Juvarra, impegnato in quei mesi nella progettazione della Sagrestia Vaticana. Come testimoniato dallo scrittore Lione Pascoli, quando lo Juvarra esaminò alcuni disegni eseguiti dal Vanvitelli, rimase meravigliato dalle sue eccezionali doti grafiche: «glieli lodò assaissimo, e mostrò di meravigliarsi, che in giovanile età oprasse da provetto. L'esortò a perseverare ne' cominciati studi dicendoli che miglior fortuna fatta avrebbe in questi, che in quelli della pittura, perché molti erano i pittori che allora con fama esercitavano l’arte, e rari gli architetti». Fu grazie a queste lodi che Vanvitelli manifestò una sincera inclinazione all'architettura, che iniziò a studiare proprio sotto la guida dello Juvarra, del quale si sentiva un discepolo;[1] proseguì i suoi studi autonomamente, studiando da autodidatta i testi di Vitruvio e dei trattatisti del Cinquecento.[2]

Il «sonettaccio ridicolo» di Vanvitelli

Di seguito si riporta l'unico sonetto scritto da Vanvitelli in veste di arcado:[3]

« Quanto avvien che diletto agli occhi apporte
Tanto di duol fuori ne tragge e scioglie,
L'opra tua Raffael, che in se raccoglie
L'error che fece noi servi di morte.
Poichè veggio Eva, ahi troppo infausta sorte!
Che la mano alza alle vietate foglie,
E un pomo colla destra a' rami toglie,
E coll'altra un ne porge al suo consorte
Ed ambo così ben levan dal piano
Sul maestro color; così presenti
Parmi d'averli in vivo corpo umano;
Che per l'inganno è forza ch'io paventi,
Adamo nel veder col pomo in mano,
Ch' un'altra volta non sel rechi »

Il rapporto tra Luigi e il padre si trasformava intanto da un discepolato a una fattiva collaborazione: Vanvitelli, infatti, accompagnava papà Gaspar nel lavoro e lo assisteva nell'esercizio della pittura, aiutandolo a disegnare e a colorare. Da lui Vanvitelli derivò una salda nitidezza di tecnica ed uno stile fatto di ampi spazi pieni di luce, che avrebbe poi applicato molto spesso nelle sue realizzazioni architettoniche. Ma nelle vedute di van Wittel, d'altronde, gli elementi architettonici e strutturali si impongono sulle figure, quasi come se le architetture stesse facessero parte del paesaggio naturale; questa contrapposizione tra il paesaggio ideale e la veduta reale è l'insegnamento più valido impartito da papà Gaspar al figlio apprendista architetto. Accanto all'architettura, comunque, Vanvitelli si applicò anche alla scenografia (precisamente a Roma, al teatro della Pace a al Capranica) e alla pittura, conseguendo risultati mediocri: sue realizzazioni pittoriche, in ogni caso, sono la decorazione absidale della chiesa del Suffragio, a Viterbo, con Daniele nella fossa dei leoni, gli affreschi e la pala dell'altare delle Reliquie nella chiesa di Santa Cecilia, e infine alcuni dipinti nella chiesa di San Bartolomeo dei Bergamaschi.[4]

Dopo i primi passi come scenografo e pittore, in ogni caso, Vanvitelli nel 1726 fu nominato aiuto architetto di G. Antonio Valerio a San Pietro, affacciandosi nell'affollata scena architettonica romana: con questa carica l'apprendista architetto acquistò sempre maggiore prestigio nel mondo culturale capitolino, e la sua figura pubblica coincise definitivamente con quella di un uomo raffinato e brillante. In questo contesto si inserì l'ingresso nell'Accademia dell'Arcadia nel 1728, con l'evocativo nome pastorale di Cleante Fidiaco, poi mutato intorno al 1764 in Archimede Fidiaco. Vanvitelli, tuttavia, era alieno al mestiere della scrittura, e fu con rammarico che dovette comporre un «sonettaccio ridicolo» (come ebbe a definirlo egli stesso) poi pubblicato nel 1764 in una raccolta di poemi arcadi; ben più congeniale ai suoi interessi fu invece l'ammissione all'Accademia di San Luca nel 1733.[4]

Esordi[modifica | modifica wikitesto]

Il primo concreto approccio del Vanvitelli all'architettura risale al 1728, quando gli venne commissionato in Urbino il restauro del palazzo Albani, ovvero del palazzo di famiglia del Papa Clemente XI; nella chiesa di San Francesco, sempre ad Urbino, inserì analogamente la cappella Albani, ove utilizzò un sarcofago paleocristiano con un bassorilievo del Buon Pastore.[4] Questi interventi riscossero un'accoglienza assai calorosa, che gli valse la nomina della Reverenda camera apostolica e l'incarico di realizzare l'acquedotto del Vermicino, completato nel 1731 con la collaborazione del coetaneo e amico Nicola Salvi.

Nel 1732 Vanvitelli partecipò ai due concorsi banditi dalla corte pontificia: l'uno riguardava l'esecuzione della fontana di Trevi, che fu vinto dal Salvi, mentre l'altro concerneva la realizzazione della facciata della Basilica di San Giovanni in Laterano, aggiudicata fra accese polemiche ad Alessandro Galilei.[5]

Il Lazzaretto di Ancona, anche detto «Mole Vanvitelliana»

Pur non riuscendo vincitore in entrambi i concorsi, Vanvitelli ebbe modo di farsi notare, giacché i suoi progetti furono giudicati assai favorevolmente dagli esaminatori. Essendo divenuto il suo nome conosciuto e apprezzato, Vanvitelli si vide commissionare, direttamente da papa Clemente XII, il suo primo incarico di rilievo: si trattava della sistemazione e dell'ampliamento del porto di Ancona, così da renderlo adatto a svolgere la funzione di scalo romano verso Oriente.[6] Nell'ambito dei progetti anconetani, si ricorda soprattutto il Lazzaretto, costruito su una grande isola artificiale a forma di pentagono: i lavori, sebbene iniziati subito nel 1734, si protrassero per lungo tempo, specialmente a causa di problematiche di natura politica. Intanto, Vanvitelli fu anche costretto ad andare avanti e indietro dalle Marche a Roma con una certa continuità e regolarità, a causa della salute declinante del padre Gaspar che, nel tentativo estremo di togliersi una cataratta, aveva perso la vista di un occhio. Il tracollo fisico seguì a breve, e Gaspar van Wittel morì il 13 settembre 1736, all'età di ottantasei anni; tre mesi dopo fu seguito dalla moglie Anna, scomparsa il 16 dicembre.[5]

Intanto, Vanvitelli si era invaghito perdutamente di Olimpia Starich, figlia di un contabile della fabbrica di San Pietro: il matrimonio, che si rivelerà molto felice e sarà coronato dalla nascita di otto figli, fu celebrato nel 1737. Sebbene allietati dall'affettuosità della consorte, tuttavia, questi non furono anni felici per Vanvitelli: la sistemazione del porto anconitano, infatti, fu accompagnata da costanti polemiche, sicché i lavori vennero sospesi nel 1740, dopo la morte del suo mecenate Clemente XII, per essere ripresi solo nel 1754, ma stavolta sotto la direzione di Carlo Marchionni. Vanvitelli fu profondamente amareggiato dall'inattesa notizia di non poter proseguire l'esecuzione dell'opera che, tuttavia, Marchionni portò a compimento secondo i suoi disegni.[5]

Oltre al Lazzaretto, ad Ancona Vanvitelli realizzò anche il Molo Nuovo, l'Arco Clementino, la Chiesa del Gesù (che con la sua facciata concava ed alta sul mare, riassume la curvatura dell'intero arco portuale), la cappella delle reliquie del Duomo di San Ciriaco, il Palazzo Bourbon del Monte (oggi Jona), ed altre fabbriche di cui s'è persa notizia. Grazie alla testimonianza dei biografi, inoltre, sappiamo che Vanvitelli operò in tutte le Marche: l'architetto, infatti, compì brevi viaggi a Macerata, ove fu chiamato da Gualtiero Marefoschi, a Loreto, dove completò il loggiato del bramantesco palazzo Apostolico e sopraelevò il campanile del Duomo, e infine a Pesaro.[7]

A Roma[modifica | modifica wikitesto]

Giovanni Poleni, Memorie istoriche della gran cupola (1748)

Gli esiti della febbrile attività architettonica del Vanvitelli riguardarono anche l'Umbria, dove si recò per progettare la chiesa ed il convento degli Olivetani a Perugia e per restaurare l'antica cattedrale romanica di Foligno, e la città toscana di Siena, ove fu impegnato nella progettazione della chiesa di Sant'Agostino. Non mancò, tuttavia, di recarsi a Roma, dove continuò a tenere la residenza in ragione della carica di architetto della Fabbrica di San Pietro, assunta intorno al 1735. Essendosi occupato in precedenza dell'acquedotto di Vermicino, Vanvitelli fu incaricato, nel 1741, del restauro della villa Tuscolana dei Gesuiti a Frascati, detta «Rufinella» dal nome dell'ex possessore Alessandro Ruffini;[7] a Civitavecchia, nel 1743, eresse invece la fontana del Porto.[8]

Uno dei problemi più impegnativi che interessarono il Vanvitelli a Roma fu, nel 1742, il consolidamento della cupola di San Pietro, che sin dal momento della sua costruzione (iniziata da Michelangelo Buonarroti nel 1546) aveva destato forti preoccupazioni. Per risolvere le gravi deficienze statiche della cupola Vanvitelli nel 20 settembre 1742 pubblicò un'accurata relazione ove suggerì di rinforzarla con dei cerchioni di ferro; inizialmente la proposta non riscosse i consensi di Benedetto XIV, assai scettico in quanto questa soluzione avrebbe alterato notevolmente la plastica del monumento. Il progressivo acuirsi delle polemiche, alimentata specialmente da Ferdinando Fuga, spinse il pontefice ad avvalersi della consulenza del matematico padovano Giovanni Poleni, che tuttavia preferì la proposta del Vanvitelli, lodando apertamente l'interesse tecnico della soluzione da lui suggerita. Pertanto, i cerchioni - sei in tutto - vennero fissati alla Cupola fra il 1743 ed il 1748, in un totale di cinque anni di lavoro.[8]

Negli stessi anni al Vanvitelli furono affidate la realizzazione della Cappella di San Giovanni Battista nella chiesa lisbonese di San Rocco e, a Roma, la costruzione del convento degli Agostiniani.[8] Sempre nell'Urbe, nel 1748, il Vanvitelli fu impegnato nel restauro della basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri; nonostante ogni accorgimento, l'intervento vanvitelliano - che si occupò di decorare il sobrio interno michelangiolesco nello stile dell'epoca - suscitò ulteriori acerbe polemiche, mosse soprattutto dal monsignor Giovanni Gaetano Bottari, assertore del Fuga che era suo conterraneo.[9]

Luigi Vanvitelli, Disegno generale della reggia di Caserta (1751)

L'astro borbonico[modifica | modifica wikitesto]

Il 1751 costituisce un punto di svolta per Vanvitelli, che in quell'anno inaugurò uno dei periodi più fecondi e laboriosi della sua esistenza. Carlo di Borbone, infatti, intendeva costruire una nuova residenza reale che emulasse Versailles nei pressi del borgo medievale di Casertavecchia: la scelta di questo territorio, nel cuore della pianura di Terra di Lavoro, fu dettata dalla volontà di offrire al governo napoletano un luogo salubre, fertile, valorizzabile dal punto di vista socio-economico e strategicamente sicuro, in quanto lontano dal mare e dalle attacchi che da questo potevano venire. Dopo aver bocciato il progetto di Mario Gioffredo, anacronistico e privo di qualità estetiche, Carlo di Borbone pensò di affidare l'esecuzione del palazzo a Nicola Salvi; le precarie condizioni di salute di quest'ultimo, tuttavia, fecero indietreggiare il sovrano dal primitivo proposito e lo spinsero ad affidare l'incarico nel gennaio 1751 proprio al Vanvitelli, anche perché Ferdinando Fuga in quegli anni era impegnato nella realizzazione del Real Albergo dei Poveri.[10]

Vanvitelli fu ben felice di accettare l'invito di Carlo di Borbone; l'architetto raggiunse rapidamente Napoli ed effettuò un sopralluogo a Caserta, per poi avviare in brevissimo tempo la progettazione del palazzo commissionatogli. Dopo un breve ritorno in centro Italia, dove erano in corso diversi lavori, Vanvitelli ultimò finalmente i disegni definitivi e li presentò ai Sovrani, che furono subito infiammati dall'entusiasmo. Maria Amalia di Sassonia, moglie di Carlo, non si stancava mai di osservare, di chiedere, di guardare, e alla fine richiese espressamente a Vanvitelli l'elaborazione di un «disegno per la Città di Caserta e le strade, perché chi vi averà da fabricare vi fabrichi con buona direzione, né più alto né più basso, ma tutto con ordine».[9]

Gennaro Maldarelli, Cerimonia della posa della prima pietra del Palazzo Reale di Caserta (1844); affresco del soffitto della Sala del Trono, reggia di Caserta. Dettaglio.

Prima di iniziare la costruzione del complesso, Vanvitelli concordò con Carlo di Borbone la stampa di un vasto programma iconografico di comunicazione, così da mostrare a tutte le corti europee la grandiosità del sovrano di Napoli; frattanto, Vanvitelli prese alloggio a Caserta nel Palazzo dell'Intendente, presso il Boschetto. In poco più di un mese venne organizzato il cantiere della Reggia, e la posa della prima pietra venne celebrata in una solenne cerimonia tenutasi il 20 gennaio 1752, giorno genetliaco del Re; sulla pietra Vanvitelli fece incidere un distico latino scritto dall'amico Porzio Lionardi per alludere alla perpetuità che si volle presagire al palazzo e alla stirpe borbonica.[11] Esso recita:

(LA)

« Stet Domus, et Solium, et Soboles Borbonia,
donec Ad superos propria vi lapis hic redeat
 »

(IT)

« Da Reggia, il Soglio, il Regal Germe regga,
Finché da se la pietra il Sol rivegga »

Pochi giorni dopo l'inaugurazione del cantiere Vanvitelli iniziò un lungo e laborioso lavoro di ricerca delle sorgenti, così da garantire il funzionamento dei giochi d'acqua delle Reali Delizie e l'approvvigionamento idrico dell'intero complesso: alla ricerca delle sorgenti anticamente utilizzate dall'acquedotto romano dell'Acqua Giulia, l'architetto si spinse lontano da Caserta, sino a giungere nell'ubertosa valle Caudina, ove trovò le sorgenti del Fizzo, alle falde del monte Taburno.[12]

Il cantiere della Reggia, nel frattempo, era diventato enorme: vi lavoravano infatti circa tremila persone, tra muratori, falegnami, fabbri, scalpellini, manovali, galeotti e schiavi musulmani, che per edificare il complesso si servivano anche della forza animale, impiegando cavalli, buoi, persino qualche cammello. Vanvitelli, dal suo lato, doveva provvedere ai disegni, ai calcoli, alle livellazioni, agli scavi, alla scelta dei materiali edilizi,[13] al parco, alle statue, agli artisti chiamati a decorare gli ambienti (appartamenti, teatro, cappella), e all'acquedotto, battezzato Carolino in onore al sovrano. Intanto, tra Vanvitelli e la corte iniziarono già a sorgere i primi dissapori, specialmente con il marchese Bernardo Tanucci, al quale l'architetto dovette addirittura inoltrare una supplica per ottenere il rifornimento di carbonella, regolarmente distribuito agli altri uffici per il riscaldamento invernale ma non al suo: Tanucci, che era anche segretario di Stato, nutriva una profonda avversione verso Vanvitelli.[12]

Il Foro Carolino (oggi complesso del Convitto Nazionale) con la piazza antistante in una foto di Giacomo Brogi

La reggenza di Tanucci[modifica | modifica wikitesto]

In virtù del prestigio acquisito con la direzione della fabbrica borbonica, Vanvitelli ormai non sapeva più come rispondere alle commissioni che gli piovevano da tutte le parti. A Caserta restaurò il palazzo Acquaviva, costruì il palazzo per il marchese di Squillace e la Vaccheria di Aldifreda, ampliò il palazzo dell'intendente per fare spazio agli appartamenti dei principini, rifece la chiesa di Sant'Agostino e restaurò il contiguo convento delle monache, nonché la chiesa del Carmine; a Capua, invece, mise mano al restauro il convento delle monache del Ritiro e la Fortezza. A Napoli diresse la ristrutturazione della basilica della Santissima Annunziata Maggiore, la costruzione del Foro Carolino al largo del Mercatello (l'odierna piazza Dante), della caserma di Cavalleria Borbonica, della facciata e della sagrestia della chiesa di San Luigi di Palazzo (distrutta nella seconda guerra mondiale), della chiesa di San Marcellino, di quella della Rotonda (pure scomparsa), del palazzo Fondi, del palazzo Doria d'Angri a via Toledo, e infine il restauro del palazzo Reale, di villa Campolieto a Ercolano e del teatro San Carlo. Lavorò alacremente anche a Benevento (progetto del ponte sul Calore), Foggia (palazzo della Dogana) e Barletta (saline), non mancando di disegnare anche apparati per feste, scenografie, addirittura illustrazioni per libri.[14]

La morte senza eredi di Ferdinando VI, fratellastro di Carlo di Borbone, e il trasferimento di quest'ultimo presso la corte spagnola colsero Vanvitelli nel pieno del fervore del cantiere casertano. Il passaggio di Carlo al trono di Spagna si frantumò il sogno di Maria Amalia, che ambiva a costruire «con buona direzione» una nuova capitale intorno alla reggia, già abbozzata tra l'altro dal Vanvitelli nel progetto generale: la città sarebbe sorta negli anni a venire in maniera disordinata, senza seguire le disposizioni vanvitelliane.[15] Il nuovo monarca borbonico, Ferdinando IV (soprannominato sarcasticamente dall'architetto O rre piccirillo), non era certamente all'altezza del predecessore e, a causa della vegliarda età e della salute cagionevole, non poteva prendere decisioni; di questo inadeguato sostegno della committenza regale se ne approfittò Bernardo Tanucci, che persisté nel suo atteggiamento ostile nei riguardi del Vanvitelli.[16]

Fotografia della facciata esterna della reggia di Caserta scattata da Giorgio Sommer

Con la reggenza di Tanucci, infatti, Vanvitelli si ritrovò ad affrontare anni bui. Fatta eccezione per l'abate Galiani, l'intera scena architettonica napoletana preferiva parteggiare per Ferdinando Fuga, il favorito di Tanucci, toscano come lui. Numerose, inoltre, furono le commesse che gli vennero sottratte, come nel caso della chiesa parrocchiale di Caserta, progetto caduto in mano al capo mastro Bernasconi che lo firmò a proprio nome; addirittura, quando il Vanvitelli si recò al ponte sul Calore a Benevento per un'ispezione, gli venne negato il compenso e gli venne perfino chiesto il fitto del carrozzino per il sopralluogo.[16]

Vanvitelli, sfiduciato dalla lentezza della costruzione della «sua fabrica», dall'apparire dei primi problemi di salute e soprattutto dagli intrighi di corte, in questo periodo raramente si allontanò da Caserta, preferendo rimanere nella sua abitazione del quartiere della Santella, adiacente alla chiesetta di Sant'Elena. La sua, tuttavia, fu tutt'altro che una vecchiaia di ozi, tanto che anche nella tarda età fu preso da incombenze e impegni: nel 1769 fu infatti chiamato a Milano per il restauro del palazzo vicereale, commissione per la quale propose un'armonizzazione della facciata della fabbrica con il Duomo dirimpettaio ed un riassetto urbanistico della zona circostante: il progetto, tuttavia, non piacque, e Vanvitelli tornò in Sud Italia lasciando l'incarico allo scolaro Giuseppe Piermarini, che lo aveva seguito nel viaggio.[17]

Intanto, Vanvitelli ritornò ad occuparsi di scenografia, allestendo nel 1676 gli apparati effimeri per il matrimonio di Ferdinando IV con Maria Giuseppa, e, dopo la morte di questa, con Maria Carolina, celebrato nel 1768. Fu così che si concluse la laboriosa carriera di Vanvitelli: quest'ultimo, ormai stanco e afflitto, si ritirò definitivamente a Caserta, dove morì duramente provato nel fisico il 1º marzo 1773. Quasi dimenticato, fu sepolto nella chiesa di San Francesco di Paola, nelle immediate vicinanze della reggia di Caserta da lui progettata.[18]

Stile[modifica | modifica wikitesto]

Luigi Vanvitelli in un ritratto eseguito da autore ignoto

L'eclettismo delle sue realizzazioni e la versatilità del suo estro creativo rendono Vanvitelli un architetto difficilmente inseribile entro i ristretti orizzonti di una definita corrente artistica: la produzione del Vanvitelli appare pertanto non priva di contraddizioni, tipiche del periodo di transizione fra barocco e neoclassicismo. Generalmente, si può affermare che il linguaggio vanvitelliano da una parte raccoglie l'eredità delle esperienze tardo-barocche, e dall'altra promuove le nuove soluzioni architettoniche offerte dal neoclassicismo; in ogni caso, continuano i dibattiti per inserire il Vanvitelli nella schematicità scandita dalla suddivisone in stili artistici.[19] Lo storico dell'arte Corrado Maltese, ad esempio, è categorico nel definire l'opera vanvitelliana marcatamente barocca:

« Il carattere neoclassico che si è voluto rivendicarle è nettamente smentito dagli effetti pittorici e scenografici degli archi, delle volte, delle scalinate, delle colonne, paraste, mensole, cornici e nicchie innumerevoli, e infine dagli schizzi preparatori, tutti volti a creare effetti pittorici di luci e ombre, movimento e profondità di masse e piani. (...) Quella composta simmetria sembrerebbe, certo, giustificare la patente neoclassica assegnata al Vanvitelli. Eppure, proprio per un simile ritorno a uno schema classicista (...) la pianta chiusa di Caserta non tocca, e tanto meno preannuncia, in nessun modo il mondo neoclassico: si asserraglia entro le sue pesanti muraglie defilandosi dalla scenografia dei giochi d'acqua che rimbalzano giù dai colli, ne nega il nesso più profondo con la vita interna della reggia, trasformandola in fastosa appendice »
(Corrado Maltese[20])

Alla tesi di Maltese si oppone Renato Bonelli, che al contrario riconduce Vanvitelli verso esiti neoclassici:

« Negli anni intorno alla metà del Settecento, quando Vanvitelli progetta la Reggia, la parentesi storica del Barocco era ormai superata,e l'architettura francese degli hôtels (anch'essa chiamata impropriamente Rococò) era giunta a mostrare la necessità di una radicale diversificazione degli interni, ornati da una frivola e sofisticata decorazione, dall'architettura degli esterni, contenuta in forme semplici e sobrie, con partiture sintetiche e superfici piane, ma pur sempre composte da elementi classici. Dopo I'"incidente" barocco, e dopo il trapasso del grand-gôut, la strada scelta era ancora quella di un nuovo e diverso ampliamento del linguaggio classico »
(Renato Bonelli[20])

L'uomo Vanvitelli[modifica | modifica wikitesto]

Statua di Luigi Vanvitelli a Caserta, nella piazza a lui dedicata

Lo scrittore Giuseppe Lattuada, autore di una biografia dell'architetto (denominata, per l'appunto, Vita dell'architetto Luigi Vanvitelli), ci offre un ritratto caratteriale del Vanvitelli assai vivido:[21]

« Estremamente laborioso, e disegnatore indefesso, egli riuniva qualità sovente discordi, prontezza d'ingegno e sofferenza di studio, vivacità di spirito e ostinazione di fatica. In mezzo a tante occupazioni e gloria sì rara, era sempre umano, moderato, piacevole, discreto cogli operai, pietoso con i miseri, cortese con tutti. [...] Raro ed imitabile esempio di lodevolissima onestà, [Vanvitelli era] di dolci costumi, nettissimo d'invidia, affabile e sincero per natura era da tutti desiderato, ed amici aveva moltissimi »

Dalle testimonianze, inoltre, sappiamo che Vanvitelli non era un assiduo frequentatore della vita mondana napoletana; ciò malgrado, quando il lavoro glielo permetteva, amava recarsi a teatro, specialmente al San Carlo. Per allontanarsi dalle normali occupazioni e ricrearsi, inoltre, spesso il Vanvitelli giocava a lotto, inoltrando al fratello Urbano soldi e istruzioni ben precise sui numeri da scegliere, spesso in riferimento a episodi bizzarri avvenuti a Napoli, seguendo così i dettami dell'interpretazione cabalistica.[22]

Ascendenza e discendenza[modifica | modifica wikitesto]

Di seguito viene riportato l'albero genealogico di Luigi Vanvitelli:[5]

Gaspar van Wittel
Anna Lorenzani
Domenico Starich
Barbara Bay
Luigi Vanvitelli
Olimpia Starich
Carlo
Pietro
Gaspare
Tommaso
Francesco
Anna Maria
Maria Cecilia
Maria Palmira


Come già riportato dall'albero genealogico, Vanvitelli da Olimpia Starich ebbe i seguenti figli:[5]

  • Carlo (1739 – Napoli, 1821), anch'egli architetto, proseguì la reggia di Caserta dopo la morte del padre e realizzò diverse architetture di pregio;
  • Pietro, nato nel 1741, divenne architetto militare e seguì Carlo di Borbone quando si trasferì in Spagna;
  • Gaspare, nato nel 1743, divenne magistrato e visse a Napoli;
  • Tommaso, nato nel 1744, morì dopo un mese di vita;
  • Francesco, nato nel 1745, seguì le orme del fratello Pietro;
  • Anna Maria, nata nel 1747, morì all'età di cinque anni, l'11 febbraio 1752;
  • Maria Cecilia, nata nel 1748, andò in sposa all'architetto Francesco Sabatini, allievo del padre;
  • Maria Palmira, nata nel 1750, convolò a nozze nel 1767 con Giacomo Vetromile, avvocato e Cavaliere dell'Ordine Costantiniano.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Gianfrotta, p. XI.
  2. ^ Chierici.
  3. ^ Lattuada, p. 70.
  4. ^ a b c Gianfrotta, p. XII.
  5. ^ a b c d e Gianfrotta, p. XIII.
  6. ^ Secondo Luciano Lunazzi, nel libro "Mr. Van: opere e giornate di Luigi Vanvitelli anche architetto", Carletti & C., Ancona, 1978,
  7. ^ a b Gianfrotta, p. XIV.
  8. ^ a b c Gianfrotta, p. XV.
  9. ^ a b Gianfrotta, p. XVI.
  10. ^ Forgione, p. 62.
  11. ^ Gianfrotta, p. XVII.
  12. ^ a b Gianfrotta, p. XVIII.
  13. ^ Per edificare il complesso Vanvitelli ricorse all'utilizzo di innumerevoli materiali, quali travertino, tufo, calce, pozzolana, marmo, ferro, e laterizio.
  14. ^ Gianfrotta, p. XIX.
  15. ^ Forgione, p. 64.
  16. ^ a b Gianfrotta, p. XX.
  17. ^ Gianfrotta, p. XXI.
  18. ^ Gianfrotta, p. XXII.
  19. ^ Bagordo, p. 9.
  20. ^ a b Bagordo, p. 16, nota 8.
  21. ^ Lattuada, pp. 52-53.
  22. ^ Gianfrotta, pp. XX-XXI.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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