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Luciano Luberti

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Luciano Luberti

Luciano Luberti detto il Boia di Albenga (Roma, 25 aprile 1921Padova, 10 dicembre 2002) è stato un militare e criminale italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nacque a Roma, il padre era un meccanico, dove frequentò le elementari all'Istituto Pestalozzi, in via Montebello. Effettuò successivamente studi commerciali, diventando ragioniere, lavorando anche come commesso in un negozio. Soldato di leva della classe 1921, venne ammesso al ritardo alla leva perché impegnato negli studi universitari di Economia e Commercio.

Secondo il suo foglio matricolare il 4 marzo 1941 fu arruolato nel 3º reggimento Artiglieria Celere motorizzata. Fatti alcuni corsi militari, il 16 aprile divenne caporale e il 16 giugno fu promosso sergente[1]. Venne inserito nel corso per Allievi ufficiali, ma il 16 novembre venne ritrasferito al Deposito del 3º Reggimento Artiglieria Celere per completare i suoi obblighi di servizio militare perché dichiarato non idoneo ad allievo ufficiale[2]. Il 3 maggio 1942 venne denunciato al tribunale di Spoleto per furto e pertanto fu sospeso dal grado di sergente, il reato fu poi amnistiato l'8 ottobre 1945[3].

Dopo l'armistizio[modifica | modifica wikitesto]

Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 Luberti lavorò per le SS di Roma[4]. Tuttavia il Luberti molte volte negò quanto detto, dicendo di non essere mai stato nel Regio esercito, ma che quello era solo un omonimo.[5].

Nel novembre del 1943 entrò in contatto con Umberto Spizzichino, che era stato suo compagno alle scuole elementari Pestalozzi. Secondo la ricostruzione dei carabinieri effettuata nel dopoguerra nel gennaio 1944 Spizzichino chiese a Luberti un nascondiglio sicuro per sfuggire ai rastrellamenti tedeschi, Luberti si offrì di farlo fuggire in Svizzera dove sarebbe stato in contatto con un altro ebreo che in Italia lo aveva incaricato di acquistare preziosi. Luberti gli diede appuntamento per il 23 gennaio 1944 in viale Manzoni per consegnargli i documenti per l'espatrio in Svizzera[6]. Il 22 febbraio Umberto Spizzichino riuscì a inviare al fratello Alessandro, una lettera in cui comunicava che si trovava nel carcere di Regina Coeli, formulando il dubbio che Luberti fosse il responsabile dell'arresto. Infatti secondo Spizzichino i due dopo essersi incontrati si recarono presso il comando delle SS che si trovava in via Tasso dove furono entrambi tratti in arresto, ma il fatto che poi Luberti non fosse stato portato anch'esso a Regina Coeli gli fece sospettare il tradimento[7]. Nello stesso mese Umberto Spizzichino fu trasferito nel campo di prigionia di Fossoli vicino a Modena, poi ad Auschwitz dove morì il 28 agosto 1944. Nella lettera scritta al fratello raccontò i fatti:

« Caro Nando, ti vuoi fare un risata, bene adesso ti faccio ridere! Sono partito per Milano e... sono arrivato a ... Regina Coeli, no? È proprio come ti dico, adesso ti spiego. Io e Luciano siamo andati al comando di Via Tasso per avere il permesso per partire, invece quando ci siamo trovati lì mi hanno separato da lui, dopo un po' è ritornato quello che lo aveva chiamato, con i miei documenti in mano (li avevo fatti reggere a Luciano) dicendo che avendolo perquisito perché sospetto gli avevano trovato addosso le carte, così vedendo chi ero, mi hanno mandato quasi in attesa di partenza. Quello che mi preoccupa però è questo. Che Luciano non l'hanno mandato qui dove ci mandano tutti, perciò i casi sono due: o si trova ancora in via Tasso, oppure è stato lui a farmi prendere. Quindi stai attendo e sappiti regolare. Anzi fai così: telefona a casa sua chiedendo notizie e senti quello che ti dicono, se per caso credi che sia stato lui, non fare niente di niente, aspetta il momento opportuno, non farti prendere dalla collera, ci potresti rimettere... »

Dopo un periodo di addestramento nella Wehrmacht Luberti fu assegnato alla Marina costiera tedesca, di Capo di Santa Croce di Alassio come addetto alle batterie costiere[8]. Poi fu inviato alla Feldgendarmerie di Albenga come traduttore.

Il boia di Albenga[modifica | modifica wikitesto]

Luciano Luberti in divisa della Feldgendarmerie, assieme a il Feldwebel Nusslein[5]

In seguito Luberti fu impiegato come traduttore presso la Feldgendarmerie di Albenga e successivamente presso il tribunale militare di guerra della 34 Infanterie-Division, che fu insediato nella palazzina dove aveva sede la locale Brigata Nera[9] che faceva da carceriere. Il tribunale era solitamente composto dal maresciallo capo Friedrich Strupp che comandava la Feldgendarmerie e svolgeva il ruolo di accusatore[10], dai sergenti maggiori Fuchs e Nusslein. Luberti fungeva da traduttore, limitandosi a tradurre le domande agli imputati e riferire le risposte ai membri del tribunale[11]. I processi si concludevano di solito con la condanna a morte e i prigionieri venivano affiato alla foce del fiume Centa dove venivano allineati presso una fossa e uccisi ad uno ad uno con un colpo alla nuca[12]. L'esecuzione della sentenza veniva assolta dal maresciallo Strupp e da Luberti[13].

La prima esecuzione presso la foce del fiume Centa avvenne il 3 dicembre 1944 quando furono fucilati quattro civili contigui alla resistenza[14]. Nei giorni precedenti mentre si trovavano prigionieri nella Feldgendarmerie secondo alcune testimonianze furono torturati da Strupp e da Luberti[15]. Il 16 dicembre avvenne una nuova fucilazione in cui trovarono la morte i due fratelli Gandolfo e un altro civile[16]. Lo stesso marchese Andrea Rolandi Ricci che divenne poi commissario prefettizio della città ne perorò inutilmente la grazia[17].

Luberti si rese responsabile di torture, maltrattamenti, persecuzioni personali, abusi sessuali ed esecuzioni nei confronti di circa una sessantina di partigiani e di civili tanto che fu soprannominato il "boia" di Albenga. Partecipò anche a molti rastrellamenti nei comuni vicino ad Albenga. Il 13 dicembre 1944 a Lusignano, fu interrogata la moglie del partigiano Libero Emidio Viveri. Per costringerla a confessare dove fosse nascosto il consorte Luberti prese per una gamba Angelo il figlio duenne dei due, tenendolo appeso nel vuoto fuori dal balcone del quarto piano, e minacciando la madre di lasciarlo cadere nel vuoto; pur non ottenendo le informazioni non realizzò la minaccia. La signora Viveri venne torturata dallo stesso Luberti, detenuta sette giorni nelle carceri di Via Trieste. Durante il processo, molti testimoni raccontano che di ritorno in gendarmeria dopo le fucilazioni, ogni volta il Luberti era solito lasciarsi andare a manifestazioni rumorose di allegria per le avvenute morti.

Molti testimoni ricordano che Luberti, la mattina, soleva leggere brani della Bibbia, mentre il pomeriggio andava a torturare i prigionieri dentro al bunker presso la foce del fiume Centa. In uno speciale televisivo organizzato dal sociologo Sabino Acquaviva (nel 1997), ricordò con orgoglio: "Beh, certo, alla Feldgendarmerie si lavorava sodo."

Fine della guerra e primo processo[modifica | modifica wikitesto]

Terminata la guerra, ad Albenga, in una fossa comune alla foce del Centa vennero riesumate e identificate 59 salme. Il 10 giugno 1946 tutte le 59 bare furono portate in Piazza San Michele, ad Albenga, ove si svolse una solenne cerimonia funebre; 2 lapidi vennero apposte alle pareti del bunker ove avvennero le torture e le fucilazioni:

  • la prima da parte dell'Unione Donne Italiane (U.D.I);
  • la seconda da parte dell'Amministrazione comunale e di varie altre associazioni antifasciste.

Il 25 aprile 1945 Luberti si unì alle 34° Infanterie-Division che dopo aver lasciato la Liguria si stava spostando verso il Piemonte per poi dirigersi in Germania. A Torino trovò dei falsi documenti tedeschi, si fece ricoverare per farsi estrarre una scheggia di granata, ma venne preso dagli alleati e portato nel carcere di Ivrea. Un partigiano, Bruno Schivo detto Cimitero, al quale il boia aveva ucciso il padre e la fidanzata, dopo averla violentata, e che gli rese invalida la madre, lo riconobbe nel carcere in mezzo agli altri, ma il comandante del campo non glielo consegnò, ritenendo che fosse un tedesco. Il Luberti fuggì a Portici, dove si nascose da un panettiere, e dopo qualche tempo decise di arruolarsi nella Legione Straniera, a Napoli, occupata dai francesi, gli venne detto di dirigersi verso Marsiglia per arruolarsi nella legione straniera.

Venne catturato nel 1946, riconosciuto da Bruno Mantero, un poliziotto, che si era arruolato proprio per catturare il Luberti, che anni prima gli aveva torturato e ucciso il fratello accusato di essere un partigiano. Stava tentando di espatriare da Ventimiglia per arruolarsi nella Legione Straniera.

Sottoposto a processo nel 1946, fu dapprima condannato alla pena di morte, «mediante fucilazione alla schiena», il 24 luglio 1946. La sentenza venne emessa dalla Corte d'Assise straordinaria di Savona, e fu l'ultima tra l'entrata in vigore dell'amnistia e la fine del 1947, anno in cui la Corte cessò le sue funzioni. Durante il processo, gli alleati accusarono il Luberti di essere responsabile di oltre 200 omicidi, lui stesso disse che non era vero, che il vero numero si aggirava oltre i 300, tuttavia il tribunale poté confermare la sua diretta responsabilità solo dei 59 cadaveri ritrovati alla foce del Centa. I testimoni chiave dell'accusa, furono Bartolomeo Panizza (che era riuscito a fuggire grazie a Tomatis che gli aveva tolto a morsi le corde con cui era legato riuscendo a scappare attraverso un campo minato) e il partigiano Luigi Pesce, che aveva visto le stragi di persona.[5]. La sentenza specificava:

« arruolatosi nel 1944 nella marina tedesca, fu addetto quale interprete alla feldgendarmerie di Albenga e vi rimase fino alla Liberazione. In tale attività, collaborò attivamente con il Maresciallo Strupp, comandante della gendarmeria, nell'opera di repressione del movimento di liberazione nazionale della zona di Albenga, condotta dallo stesso con inaudita ferocia che gli valse di essere perseguito dalle autorità Alleate come criminale di guerra e così il Luberti si meritò il soprannome di Boia col quale era conosciuto in tutta quella zona. »

Per Luberti successivamente, facendo leva sull'infermità mentale, la condanna fu tramutata in ergastolo e quindi con l'amnistia a 7 anni di carcere militare. In uno dei rapporti compilati venne descritto come: ...un attivo collaboratore del tedesco invasore per la cattura degli ebrei è da ritenersi veritiera essendo il medesimo considerato in pubblico un individuo senza scrupoli, amorale e venale, e pertanto capace di qualsiasi bassa azione pur di procacciarsi il denaro per condurre una vita spensierata e di piacere.[4]

Dal 1953 al 1970[modifica | modifica wikitesto]

Scarcerato nel 1953, sebbene si professasse non credente fu assunto dalla Pubbliaci dell'Azione Cattolica presso una diramazione economica, presso cui fece carriera. Trovò impiego presso la Publiaci, agenzia pubblicitaria cattolica, a Roma e ne divenne dirigente. Nel 1956 diventò sua segretaria una giovane profuga, Carla Gruber. Lui aveva 35 anni, lei 18. Tra i due nacque una storia d'amore. Tre anni dopo Carla contrasse matrimonio con un altro profugo giuliano, dal quale ebbe tre figli. Nel 1964, Carla divenne l'amante di Luberti, a sua volta coniugato con tre figli, andando a convivere con lui in un appartamento di Ostia. Carla prese a tradirlo con altri uomini. Ebbe così inizio tra Luciano e Carla un periodo di tensioni, destinato a sfociare nella morte di lei.

Contemporaneamente a questi fatti, Luberti, in proprio, avviò senza troppo successo alcune iniziative editoriali, pubblicando alcuni libri di cui era l'autore attraverso l'Organizzazione Editoriale Luberti, con sede a cento metri dal villaggio giuliano-dalmata.

Con lo pseudonimo Max Trevisant, scrisse:

« Il Lukas, protagonista del racconto fu uno strumento particolarmente efficiente in mano dei magnati dell'industria americana di fine '800 per rintuzzare i tentativi di rivolta dei loro operai.

La storia di Lukas è dedicata secondo l'intenzione dell'autore, agli emigrati italiani che in ogni momento e in qualunque latitudine donarono generosamente il meglio della loro intelligenza e delle loro capacità lavorative e che in ogni momento e in ogni latitudine furono disprezzati e considerati poco più o ancor meno carne da macello. »

Segue al testo una ventina di pagine che, prendendo spunto dalla diffusione della prima edizione, argomentano polemicamente sul passaggio del regno all'ultimo pontefice e sulle vicende politiche ad esso collegate. La figura di Luciano Luberti è sempre apparsa contorta, tanto da trasformarlo da eccentrico e spietato "soldatino" al servizio della "Wehrmacht" e delle "SS", a boia spietato. Nel dopoguerra venne anche considerato "faccendiere".

Alla fine degli anni sessanta, Luberti aderì al Fronte Nazionale, fondato dal comandante Junio Valerio Borghese, fondatore della Decima MAS, uomo di punta della Marina della RSI. Luberti fece anche il cassiere per il Fronte Nazionale. Nello stesso periodo gli venne rivolta l'accusa di aver ospitato gli esecutori della strage di piazza Fontana (il 12 dicembre 1969 a Milano) e degli attentati dinamitardi che nello stesso giorno erano stati compiuti a Roma. Su queste vicende, il nome di Luciano Luberti, assieme a Serafino Di Luia e ai fratelli Bruno, venne fatto dalla moglie di Armando Calzolari come responsabili del suo omicidio.[18]

Luberti e Carla Gruber, 1970[modifica | modifica wikitesto]

Luberti nel 1972

Luberti nel 1970 venne accusato di avere ucciso l'amante Carla Gruber e di averla tenuta nascosta in casa per mesi. Secondo fonti, la Gruber era in procinto di fare rivelazioni sulla strage di Piazza Fontana[19].[5] La Gruber era una profuga istriana mamma di quattro figli, separata dal marito da tempo dal quale aveva avuto tre figli. È stata prima segretaria e poi amante del Luberti, di ben 18 anni più giovane. Luberti e la Gruber riuscirono a far passare il marito di lei per pazzo, e farlo rinchiudere in manicomio. Carla soffriva di tubercolosi e venne ricoverata in un ospedale di Montefiascone vicino a Viterbo, qui iniziò una relazione con un medico, dal quale nacque la quarta figlia. Pur essendo stato tradito Luberti perdonò la Gruber e minacciò più volte il medico, che non volle mai riconoscere la figlia.[20]

Arrivò alla Procura di Roma una lettera scritta da Luciano Luberti, con la quale dichiara che la sua diletta si trova morta nella sua casa di via Pallavicini 52, e all'interno della casa ci sarebbe stata un'arma con la quale la Gruber si sarebbe suicidata; si raccomandava anche di fare attenzione perché il corpo si trovava in avanzata putrefazione, e che quando questa lettera fosse arrivata lui sarebbe già espatriato.[20]

Il 3 aprile, i vigili del fuoco di Roma, scoprirono in un appartamento il suo cadavere in un letto circondato da fiori e lisoformio da circa 3/4 mesi in stato di decomposizione. Carla Gruber aveva 32 anni. Sulla porta della camera da letto, era presente un foglietto scritto dal Luberti:

« Chiudo la porta il 20 gennaio alle ore 16. Che potevo fare di meglio se non amarti sino alla fine dei tuoi giorni, mia diletta Regina? Dammi il tempo di compiere tutto il resto come mi hai ordinato »

Il decesso avvenne il 18 gennaio 1970 a causa di un colpo di pistola al cuore sparatole dal Luberti, ma era già imbottita di barbiturici. Cadde nelle mani della polizia nel luglio del 1972, scovato in un appartamento di Portici, nascosto dalla stessa persona, il panettiere che lo nascose nel 1945 e per catturarlo ci volle un lungo conflitto a fuoco. Arrestato e accusato del delitto, Luberti riuscì a fuggire proclamandosi innocente.

Il processo e la sentenza stabilirono che Luberti uccise l'amante per gelosia. Al processo Luberti negò costantemente e sostenne ossessivamente la tesi del suicidio; uscirono particolari molto piccanti della relazione, con rapporti di sesso estremo da parte di entrambi.[20] In primo grado fu condannato a 22 anni di reclusione nel 1976. Per l'omicidio dell'amante Luberti trascorse in carcere otto anni (dopo la condanna a ventudue in primo grado e la dichiarazione di infermità mentale in appello). Le perizie psichiatriche di Aldo Semerari gli consentirono l'assoluzione in appello e poi in Cassazione: "incapace di intendere e di volere al momento del fatto".

Il periodo scontato fu in pratica di quattro anni in attesa di giudizio, un anno in attesa dell'appello e diciotto mesi nel manicomio criminale di Aversa; a Luberti diciotto mesi parvero troppi perché lui, con il sostegno di Aldo Semerari, era guarito molto prima, quindi lo Stato italiano lo aveva ingiustamente privato della libertà di cui avrebbe dovuto fruire. Presentò pertanto una denuncia all'Alta Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, che il 9 aprile 1984 gli diede ragione, stabilendo un indennizzo a suo favore da parte dello Stato italiano, quantificato in un milione di lire il 23 febbraio 1984[21].

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Luciano Luberti si trasferì a Padova, ove visse i suoi ultimi giorni in condizioni disagiate. Nel 1987 Luberti si laureò discutendo una tesi sui manicomi criminali. Nel 1989 venne arrestato per detenzione di stupefacenti (sorpreso in un appartamento, con una ragazzina a cui dava ripetizioni di diritto commerciale, a far uso di eroina) ma tutto si risolse senza conseguenze penali in quanto fu giudicato troppo vecchio per la detenzione (aveva 68 anni).

Noto per l'efferatezza dei suoi delitti aveva trascorso gli ultimi anni nel pensionato veneto cercando di nascondersi, ma senza mai rinnegare il suo passato. Era stato interrogato da un giornalista e da un maresciallo dei carabinieri di Albenga che, su denuncia dell'Anpi, volevano portarlo in tribunale con altre accuse mosse nei suoi confronti in relazione ai diversi eccidi avvenuti nella zona di Albenga tra il dicembre 1944 e l'aprile 1945.

Il ricordo tornò vivo nel 1998: la Rai, nel programma la "Parola ai vinti" gli ridiede voce e immagine rievocando lo sterminio degli ebrei nei campi di concentramento e dicendo:

« Laggiù si lavorava e si stava benone. Burro, marmellata, birra a volontà e assistenza sanitaria di prim'ordine »

Il canale satellitare History Channel della famiglia di Sky gli ha dedicato una puntata della trasmissione "Delitti"[22].

Si ammalò di un tumore maligno alla prostata, che gli fece perdere un occhio e che non poté essere operato per l'ipertensione[5]. È morto a Padova il 10 dicembre del 2002 a 81 anni d'età. Era ospite di una casa di riposo, la "Santa Chiara dell'Immacolata Concezione".

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • Luciano Luberti, Le vacanze / grottesco di Max Trevisant, Roma: OEL, 1967 BN 677971.
  • Luciano Luberti, I camerati / Luciano Luberti, Roma: Organizzazione editoriale Luberti, 1969, BN 709294
  • Luciano Luberti, Israele: Appunti sulla crisi del Medio Oriente, Roma: Luberti, 1967, BN 6710260.
  • Luciano Luberti, L'ebreo e il nazista, Roma: Organizzazione editoriale Luberti, 1968, BN 6814035.
  • Luciano Luberti, La preghiera d'Ignazio, 2. ed., Roma: Organizzazione editoriale Luberti, 1975, BN 769984.
  • Luciano Luberti, Altri dialoghi: gli assassini, Roma: Organizzazione editoriale Luberti, 1969, BN 7010974.
  • Luciano Luberti, Furia, Roma: Organizzazione Luberti, 1964. BN 647002.
  • Luciano Luberti, La preghiera d'Ignazio e altre poesie, Organizzazione Editoriale Luberti, 1969
  • Luciano Luberti, Affaire Luberti, 1982-1984, Organizzazione Editoriale Luberti, 1987
  • Application No. 9019/80: Luciano Luberti Against Italy: Report di Luciano Luberti - 1982
  • Luciano Luberti, In difesa del popolo dei pazzi, programma in 7 puntate dalla rubrica televisiva La gente scomoda (Telecittà, Bologna) febbraio-aprile 1982 / Luciano Luberti (M.T.), Luberti (Collana di documentazione sul nostro tempo; 9.), Padova, 1982. BN 83-12359

Pubblicazioni[modifica | modifica wikitesto]

  • Vincenzo Cerami, Fattacci. Il racconto di quattro delitti italiani, Einaudi (Einaudi Tascabili. Stile libero n.483), Torino, 1997, ISBN 88-06-14598-3
  • Gianfranco Simone, Il boia di Albenga. Un criminale di guerra nell'Italia dei miracoli, Mursia, Vicenza, 1998, ISBN 884252378X
  • Pier Mario Fasanotti e Valeria Gandus, Bang Bang, Marco Tropea Editore, 2004, ISBN 88-438-0422-7
  • Giuliana Giani e Massimo Michelini, Luciano Luberti: il fiore putrefatto dell'amore, dal nº 3 di "M Rivista del mistero", Alacran Edizioni, 2007
  • Nanni De Marco, 1940-1945: La guerra dei Savonesi, ANPI Legino e Archivio del Partigiano Ernesto, Savona, 2002
  • Renzo Vanni, Trent'anni di regime bianco, Giardini, 1976
  • Petra Rosenbaum, II nuovo fascismo: da Salò ad Almirante: storia del MSI, Feltrinelli, 1975
  • Armati Cristiano e Selvetella Yari, Roma Criminale, Newton & Compton, 2005
  • Pierpaolo Rivello, Le stragi nell'albenganese del 1944 e 1945, Sottosopra, Torino, 2011
  • Adolfo Ferraro . Materiali Dispersi , Pironti Editore , Napoli, 2011

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Rivello, p. 30 in nota
  2. ^ Rivello, p. 30 in nota
  3. ^ Rivello, p. 30 in nota
  4. ^ a b art. 5 D.L. 27-7-1944 n. 159 inviato il 18 gennaio 1946 dalla squadra investigativa dei carabinieri
  5. ^ a b c d e Io, boia di Albenga Colpevole senza rimorsi, su archiviostorico.corriere.it. URL consultato il 22 aprile 2013 (archiviato dall'url originale l'8 aprile 2013).
  6. ^ Rivello, p. 32 in nota
  7. ^ Rivello, p. 32 in nota
  8. ^ Rivello, p. 30
  9. ^ Rivello, p. 68
  10. ^ Rivello, p. 68
  11. ^ Rivello, p. 69
  12. ^ Rivello, p. 73
  13. ^ Rivello, p. 73
  14. ^ Rivello, p. 55
  15. ^ Rivello, p. 55
  16. ^ Rivello, p. 58
  17. ^ Rivello, p. 58
  18. ^ 1969: PIAZZA FONTANA ED OLTRE, su archivioguerrapolitica.org. URL consultato il 22 aprile 2013 (archiviato dall'url originale l'8 aprile 2016).
  19. ^ Il generale De Lorenzo e il Piano Solo Archiviato il 14 giugno 2007 in Internet Archive. su fisicamente.net
  20. ^ a b c Luciano Luberti, Il fiore putrefatto dell’amore, su larottadiulisse.it. URL consultato il 22 aprile 2013.
  21. ^ Case of Luberti v. Italy su ius-software.si
  22. ^ DELITTI - il boia di Albenga, su youtube.com.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Pierpaolo Rivello, Le stragi nell'albenganese del 1944 e 1945, Torino, Sottosopra edizioni, 2011.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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