Libertà di stampa nel Regno d'Italia

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Questa voce analizza la libertà di stampa nel Regno d'Italia, esaminando gli aspetti legali della diffusione delle pubblicazioni a stampa (sia libri che periodici). Si osserva come una parte della legislazione che attualmente disciplina la libertà di stampa nella Repubblica Italiana risalga proprio a questo periodo.

L'Editto Albertino sulla stampa (1848)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Giornalismo italiano nel Risorgimento.

Estensione dell'Editto Albertino sulla stampa alle nuove province del Regno
I nomi dei territori sono stati trascritti letteralmente.
R. D. 31 lug 1859, l'Editto sulla stampa è esteso alla Lombardia;
D. Comm. (Farini) 13 gen 1860, estensione all'Emilia e alla Romagna;
L. 30 giu 1860, estensione alla Toscana;
D. Comm. 5 nov 1860, estensione all'Umbria;
D. Comm (Valerio) 12 nov 1860, estensione alle Marche;
D. Lt. 1° dic 1860, estensione al Napoletano e alla Sicilia;
R. D. 22 ago 1866, estensione alle Province Venete e di Mantova;
R. D. 19 ott 1870, estensione alla Provincia di Roma[1];
R. D. 19 giu 1921, estensione alle nuove province[2];
R. D. 2 ott 1924, estensione a Fiume.

Nel marzo 1848 Carlo Alberto di Savoia promulgò lo Statuto Albertino, legge fondante dell'Italia unitaria. La Carta - a parere di giuristi e storici - risente dell'influenza del dispotismo illuminato di derivazione francese. Un articolo dello Statuto Albertino riguarda espressamente la libertà di stampa:

« Art. 28. - La Stampa sarà libera, ma una legge ne reprime gli abusi. Tuttavia le bibbie, i catechismi, i libri liturgici e di preghiere non potranno essere stampati senza il preventivo permesso del Vescovo. »

(dallo Statuto del Regno d'Italia, già in vigore nel Regno di Sardegna dal 4 marzo 1848)

Il 26 marzo dello stesso anno fu emanato per decreto l'“Editto Albertino sulla stampa” (testo). Esso contiene i principi giuridici fondamentali sulla libertà di stampa che rimasero in vigore nel Regno d'Italia fino all'avvento della dittatura fascista.

Contenuto[modifica | modifica wikitesto]

Norme speciali per tutti gli stampati

La legge 26 marzo 1848 (n. 695) istituiva degli obblighi tassativi:

  • Su ogni stampato deve essere indicato il nome dello stampatore (solo lui) e il luogo e l'anno in cui è stato impresso;
  • Lo stampatore deve presentare la prima copia di qualsiasi stampato all'ufficio dell'Avvocato Fiscale;
  • Lo stampatore deve consegnare una copia (per la conservazione) agli Archivi di Corte.

Oltre agli obblighi erano elencati i seguenti divieti:

  • Discussioni e deliberazioni segrete del Senato e della Camera non si potevano pubblicare[3];
  • I dibattimenti a porte chiuse nei Tribunali non si potevano pubblicare.

Per quanto riguarda la repressione dei reati a mezzo stampa, rispondeva per primo l'autore; in secondo luogo, l'editore. Era la legge stessa a prescrivere le pene, non il codice penale. Lo stesso per:

  • Reati contro la religione ed il buon costume;
  • Offese pubbliche contro la persona del Re, i membri del Senato, della Camera, i sovrani ed i capi dei governi esteri ed i membri del corpo diplomatico;
  • Diffamazione e ingiurie pubbliche.

Il sequestro di una pubblicazione poteva essere disposto solo dal giudice e solo in ipotesi di reato a mezzo stampa e, quindi, solo in ipotesi d'integrazione di responsabilità penale.

La competenza per i reati a mezzo stampa spettava al magistrato d'appello[4]. I giornalisti incarcerati sarebbero stati distinti dai delinquenti comuni.

Norme speciali per i periodici a stampa

L'Editto Albertino si ispirò alla legge francese del 28 luglio 1828. La legge prescriveva che si potesse stampare una pubblicazione solo in una tipografia legalmente autorizzata. Inoltre, per poter pubblicare era necessario presentare una fitta documentazione. Bisognava dichiarare, tra l'altro, il nome e la dimora del «gerente responsabile», il nome della tipografia e, infine, il nome e la dimora del tipografo.

La figura del gerente responsabile era una novità per l'Italia: lo Statuto lo individuava come responsabile legale della pubblicazione. Ad egli spettava l'obbligo di firmare la minuta del primo esemplare stampato; una copia pubblicata andava consegnata all'Avvocatura fiscale. La legge gli attribuiva la responsabilità su tutto quello che veniva stampato sul giornale. La sua era dunque una responsabilità assoluta. Se l'“autore” (leggi: un redattore) è condannato per un reato a mezzo stampa, la condanna si estende automaticamente al gerente responsabile, che è considerato “complice” dell'autore. Quindi, se si condanna il redattore, si condanna anche il gerente per lo stesso reato. L'incarcerazione del gerente responsabile comporta la sospensione del giornale (art. 46).

La legge stabilisce l'obbligo di pubblicare le risposte delle persone citate negli articoli. Infine, prevede che, se la redazione riceve uno scritto ufficiale da parte dello Stato, anche di un ente locale statale, è obbligato alla sua pubblicazione.

Leggi speciali successive[modifica | modifica wikitesto]

La generica formula “una legge ne reprime gli abusi” è praticamente la concessione di una delega in bianco al legislatore. Nelle leggi per la pubblica sicurezza emanate negli anni successivi, la Camera inserisce norme che limitano fortemente l'esercizio della libertà di stampa[5].

Legge 26 febbraio 1852 e legge 28 giugno 1858

L'Editto Albertino viene modificato in senso restrittivo. Dal 2 dicembre 1851 vi è in Francia un nuovo regime fondato da Napoleone III. Due nuove leggi vengono approvate su richiesta dell'alleato francese[6]:

  • (1852) nei procedimenti per offese contro sovrani o capi di governo esteri non è più necessaria l'esibizione della richiesta degli offesi da parte del pubblico ministero (Editto, art. 56). La nuova legge attribuisce ai giudici togati un potere che prima era affidato ai giurati. Inoltre prevede come condanna il sequestro degli stampati;
  • (1858) otto giorni dopo l'attentato di Felice Orsini a Napoleone III (14 gennaio 1858), viene introdotta una nuova legge speciale per punire l'apologia dell'assassinio politico a mezzo stampa.
Decreto 28 aprile 1859

La diffusione a mezzo stampa, durante una guerra, di notizie riguardanti le manovre degli eserciti è punita col carcere. Si può divulgare solo ciò che è ufficialmente comunicato o è già stato pubblicato dal governo. “È vietato il gridare le stampe di qualsivoglia genere per le vie, le piazze, e per qualunque luogo pubblico”, ed è vietata qualunque affissione di ogni genere di scritti, senza uno speciale permesso. “È vietato per mezzo di stampe (…) eccitare le passioni o la diffidenza tra i vari ordini sociali”. L'azione penale contro i contravventori per mezzo della stampa potrà esercitarsi cumulativamente contro l'autore, l'editore, lo stampatore e il gerente. Riguardo alle pubblicazioni periodiche, si potrà aggiungere la sospensione a tempo o la soppressione definitiva. Per l'apertura di una nuova testata sarà necessaria l'autorizzazione del Ministero dell'Interno.

Legge 6 maggio 1877

È vietata la pubblicazione degli atti di un processo fino a quando esso non sia chiuso.

Legge 22 novembre 1888

Molti delitti vengono disciplinati dal codice penale, non più da una legge speciale:

  • offesa al Re, a un membro della Famiglia Reale, a un membro del Senato, della Camera e delle istituzioni costituzionali dello Stato. Contro il capo di uno Stato estero e contro un rappresentante accreditato (corpo diplomatico);
  • delitti contro l'ordine pubblico;
  • istigazione a delinquere;
  • diffamazione e ingiuria.
Legge 19 luglio 1894

L'apologia di reato col mezzo della stampa è oggetto di una legge speciale.

Dopo i moti di Milano del giugno 1898, il nuovo presidente del Consiglio, il generale Luigi Pelloux dispone il 1º settembre l'avvio della schedatura delle varie testate: i prefetti sono tenuti a redigere prospetti dettagliati, con cadenza trimestrale per la stampa d'opinione e settimanale per i fogli "sovversivi" (repubblicani, socialisti e anarchici).

Legge 28 giugno 1906

Una conquista della libertà di espressione: l'abolizione del sequestro preventivo. La legge n. 278 fissa un principio essenziale di libertà: “Non si può procedere al sequestro dell'edizione degli stampati e di tutte le manifestazioni del pensiero contemplate nell'Editto sulla stampa del 26 marzo 1848, se non per sentenza definitiva del magistrato”.

Legge 9 luglio 1908

Ai giornalisti professionisti sono concessi 4 biglietti di treno A/R a tariffa ridotta del 75%. Poi diventeranno 12. La legge contiene la prima definizione di giornalista professionista: “Quelle persone che, in qualità di direttori, o redattori, o corrispondenti di giornali, fanno del giornalismo la loro professione abituale, unica o principale e retribuita”.

Legge 7 luglio 1910

Non essendoci più il sequestro preventivo, è abolita anche la consegna delle bozze. La nuova norma prevede che tre copie di ogni stampato siano consegnate presso il tribunale del circondario. Però restano ferme le disposizioni che riguardano i periodici.

Norme restrittive durante il periodo bellico

Il 23 maggio 1915, con i decreti nn. 674, 675 e 689, viene istituita la censura sulla stampa e sulla posta. I giornali non possono dare notizie sul numero di feriti, prigionieri e caduti, sulle nomine e sui mutamenti degli alti comandi militari, all'infuori di quelle contenute nei comunicati ufficiali[7]. Inoltre sono introdotte alcune modifiche alla legge di pubblica sicurezza: i prefetti hanno la facoltà di ordinare il sequestro di una testata e la sua sospensione dopo due sequestri successivi[7]. Per tutta la durata della guerra le autorità preposte al controllo degli organi di stampa, desiderose di presentare al pubblico un quadro ottimistico della situazione, suggeriscono ai giornali come selezionare le notizie. La pressione delle autorità, unita alle attese del pubblico, che desidera leggere sui giornali solo le notizie buone e non quelle cattive, fanno sì che la stampa italiana si autocensuri.
I giornali, nonostante ricevano dal fronte notizie ben circostanziate dai propri corrispondenti di guerra, non pubblicano tutto: celano volontariamente al pubblico dei lettori una parte delle notizie, pubblicando articoli che nascondono, e in alcuni casi falsificano, gran parte della verità[8].

Dopo la fine del conflitto

Il 19 novembre 1918 le cause di sequestro delle pubblicazioni periodiche vengono limitate alle informazioni di natura militare e alle notizie non conformi al vero che possano provocare allarme nella pubblica opinione o turbare i rapporti internazionali. Con un decreto del 29 giugno 1919 sono abrogate le norme restrittive entrate in vigore nella primavera del 1915; contestualmente, il direttore generale della pubblica sicurezza, Vincenzo Quaranta, attenua la sorveglianza sugli organi d'informazione.

Nel 1923 viene costituito da Benito Mussolini l'ufficio stampa della Presidenza del consiglio dei ministri. Il primo titolare dell'ufficio è Cesare Rossi; gli “ordini alla stampa” (che diverranno noti con il nome popolare di “veline”) avviano la progressiva fascistizzazione dell'informazione. Il servizio giornaliero degli “ordini” emessi dall'Ufficio stampa del governo è avviato il 6 maggio 1925[9].

Soppressione della libertà di stampa nel periodo fascista[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Censura fascista.

1924: il bavaglio all'informazione[modifica | modifica wikitesto]

« Quando mancasse il consenso, c’è la forza. Per tutti i provvedimenti, anche i più duri, che il governo prenderà, metteremo i cittadini davanti a questo dilemma: o accettarli per alto spirito di patriottismo, o subirli. »

(Benito Mussolini, 7 marzo 1923)

Secondo Gaetano Salvemini, nel 1924 i quotidiani indipendenti potevano contare su una diffusione complessiva di 4 milioni di copie, mentre i giornali che fiancheggiavano il governo totalizzavano 400.000 copie giornaliere[10]. Benito Mussolini fece capire che avrebbe represso il libero confronto né avrebbe tollerato la diffusione d'idee avverse al suo progetto politico. Nei confronti dei mezzi d'informazione, l'azione del suo governo fu indirizzata ad un duplice obiettivo: da una parte, ridurre al silenzio le voci contrastanti dell'opposizione, dall'altra, propagandare ed imporre gli ideali del fascismo.

Per tutta la sua durata, il regime si caratterizzò per una forte limitazione o totale restrizione della libertà di stampa, di radiodiffusione, di assemblea, di formazione di partiti politici e della semplice libertà di espressione. Molte personalità, anche cattoliche, come Don Minzoni, pagarono con la vita l'aver osato esprimere opinioni avverse a quelle propugnate dal fascismo.

Il primo giornale ad essere sequestrato fu, nel giugno 1923, il triestino Il Lavoratore. Il prefetto di Trieste lo fece sequestrare invocando l'art. 3 della legge provinciale e comunale. Successivamente il governo si mosse affinché qualsiasi prefetto potesse sopprimere la stampa libera. Si puntò all'emanazione di una legge nazionale. Intanto in gennaio Mussolini aveva assegnato nuove funzioni all'Ufficio stampa del Capo del governo. Da organo che emetteva comunicati stampa, i suoi compiti divennero tre: fornire ai giornali italiani le versioni ufficiali degli eventi; passare in rassegna quotidiani italiani ed esteri al fine di raccoglierne informazioni e giudizi; gestire la propaganda del governo[11].

Il 12 luglio il governo approvò uno schema di decreto sulla stampa. Il provvedimento prescriveva che la figura del gerente di un giornale dovesse coincidere con il direttore del giornale stesso (o, in subordine, con il caporedattore) e affidava ai prefetti[12] la facoltà di negare il riconoscimento della qualità di gerente a chi fosse stato condannato due volte per reati commessi a mezzo stampa. Inoltre i prefetti potevano intervenire, “fatta salva l'azione penale”, nei confronti dei gerenti dei giornali in caso di pubblicazione di “notizie false o tendenziose” tese a danneggiare "il credito nazionale all'interno o all'estero”. Dopo due diffide da parte del prefetto, un giornale poteva considerarsi chiuso. Non si trattava peraltro di novità assolute: le norme infatti ricalcavano gli artt. 52, 58 e 99 del vecchio Statuto Albertino e l'art. 3 della legge comunale e provinciale[13]. Per un anno il provvedimento rimase congelato.

Organi di stampa dei partiti nazionali nel 1924
Partito politico Organo ufficiale Partito politico Organo ufficiale
Partito Socialista Avanti!
Il Lavoro[14]
Partito Popolare Il Popolo
Partito Socialista Unitario La Giustizia Partito Comunista l'Unità
Partito Nazionale Fascista Il Popolo d'Italia Partito Repubblicano La Voce Repubblicana

Il principale periodico del movimento anarchico era Umanità Nova.

Prima pagina de La Stampa di mercoledì 9 luglio 1924, che denuncia la soppressione della libertà di stampa.

Nel 1924, il regime fascista creò l'Istituto Luce, unica fonte informativa audiovisiva ufficiale, dichiaratamente impegnata nella manipolazione dell'opinione pubblica. Tramite i suoi cinegiornali divenne ben presto un potente strumento di propaganda dello stesso regime, attivo nel creare ed incrementare il consenso popolare, dando agli italiani un'immagine unilaterale della situazione nazionale e mondiale[15].

Il 10 giugno 1924 un gruppo di squadristi fascisti, probabilmente agendo di propria iniziativa, rapì e uccise il deputato socialista Giacomo Matteotti. Il delitto scatenò un'ondata di indignazione morale in tutto il paese. La dura campagna giornalistica avviata dai quotidiani d'opposizione indusse Mussolini a rendere operativo il decreto sulla stampa che aveva tenuto fermo per un anno. L'8 luglio fu pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del Regno. Il giorno successivo fu emanato il regolamento attuativo, sotto forma di decreto legge. Il regolamento conteneva due nuovi articoli, non presenti nel testo dell'anno precedente: uno di essi reintroduceva, dopo 18 anni, il sequestro preventivo dei giornali.[16]
La risposta dei giornali indipendenti fu immediata: il 17 luglio la Federazione della Stampa si oppose con decisione al decreto; il 23 successivo undici testate si riunirono in un "Comitato per la difesa della libertà di stampa"[17].

1925: la legge fascista sulla stampa[modifica | modifica wikitesto]

Alcuni redattori del Non mollare.

Ben presto, a causa dei gravi ostacoli frapposti dal regime alla divulgazione notizie ed opinioni che non fossero completamente allineate all'ideologia ufficiale, ebbe un notevole sviluppo la stampa clandestina. Già nel gennaio del 1925 alcuni giornalisti, fra i quali Ernesto Rossi, Gaetano Salvemini, i Fratelli Rosselli, Piero Calamandrei, Nello Traquandi e Dino Vannucci fondarono il primo quotidiano clandestino, «Non Mollare». La stampa clandestina era collegata principalmente alle attività di gruppi politici. Durante tale anno il regime attuò un ulteriore giro di vite alla repressione della libertà di stampa. Iniziò una lunga sequela di sequestri o chiusure forzate di giornali d'opposizione. In primavera la rivista «L'Asino» fu costretta a sospendere le pubblicazioni dopo una serie di minacce, persecuzioni e di irruzioni delle squadre fasciste in redazione[18].

Tre dei maggiori quotidiani italiani, il «Corriere della Sera», «Il Giornale d'Italia» e «La Stampa», inviarono una petizione al re Vittorio Emanuele III affermando che la libertà di stampa era in pericolo. La petizione rimase senza risposta[19]. Nei mesi successivi la politica repressiva del regime continuò senza sosta. L'8 novembre la distribuzione de «l'Unità», organo del Partito Comunista d'Italia, fu sospesa dal Prefetto di Milano assieme all'«Avanti!», organo del Partito Socialista Italiano[20].

Intanto la Camera, il 10 luglio[21] aveva approvato in seduta notturna (tenutasi su espressa richiesta del capo del governo), i decreti sulla stampa del 1923 e 1924. Il 31 dicembre seguì la conversione da parte del Senato, insieme all'approvazione della nuova legge sulla stampa (Legge 2307/1925). Il provvedimento riconosceva come illegali tutti i giornali privi di un responsabile autorizzato dal prefetto (che, a sua volta, era nominato direttamente dal capo del governo)[22]. I direttori responsabili erano sottoposti al controllo della Corte d'Appello nella cui giurisdizione si pubblicava il giornale. Spettava alla magistratura la conferma della nomina ed, eventualmente, la sua revoca. Il controllo sulle pubblicazioni lecite era condotto in pratica fin sulle rotative, da parte di ossequiosi funzionari civili. Contestualmente si ebbe l'esautoramento del direttivo della Federazione nazionale della stampa italiana: il sindacato autonomo dei giornalisti venne sciolto e sostituito dal Sindacato fascista dei giornalisti, fondato l'anno precedente. Tali atti segnarono il definitivo affossamento della politica liberale e il passaggio ad un sistema giuridico corporativo, nel quale l'autoregolamentazione dell'esercizio della professione venne conferito al sindacato fascista di categoria.

L'insieme di provvedimenti denominati leggi fascistissime, adottati tra il 1925 e il 1926, rappresentò un ulteriore "giro di vite": furono sciolti i partiti politici e chiusi d'autorità tutti i giornali e le pubblicazioni non in linea con il regime. Nel giro di un anno furono soppressi 58 quotidiani e 149 periodici. Furono costretti a lasciare la direzione dei propri giornali, rispettivamente, Alfredo Frassati della «Stampa», e i fratelli Albertini del «Corriere della Sera». In particolare, Luigi Albertini, dopo una serie di intimidazioni, fu indotto a dimettersi dalla società editrice del più diffuso quotidiano italiano.

Con l'approvazione del R.D. 26 febbraio 1928 il regime fascista creò i presupposti per il controllo dei giornalisti attraverso la norma per cui poteva essere iscritto all'Albo solo chi non avesse svolto "attività in contraddizione con gli interessi della nazione"[23].

Il controllo del regime sulla stampa[modifica | modifica wikitesto]

Se negli anni venti il fascismo attaccò frontalmente la libertà di stampa con gli strumenti della censura, del sequestro e con altre misure coercitive, gli anni trenta furono caratterizzati dall'integrazione degli organi d'informazione nel regime. Occupati tutti i gangli vitati dello Stato, il fascismo si presentava ora come unico interlocutore per intellettuali e giornalisti. Divenne necessario per gli operatori dell'informazione relazionarsi con gli organi dello Stato fascista per poter svolgere il proprio ruolo[24]. Questo fu il modus vivendi per tutto il decennio ed oltre, fino al 1943.

Nel 1931 il fascismo promulgò il codice penale elaborato dal ministro Alfredo Rocco, conosciuto come "Codice Rocco". Questo codice fu modificato parzialmente in diverse occasioni, come nel 1945 e nel 1951[25], fino all'approvazione nel 1988 del codice del "giusto processo" che abolì la sua filosofia persecutoria di base e molti articoli (ma non tutti).

Nel 1934 l'Ufficio stampa del Capo del governo, fondato nel 1923, venne trasformato in Sottosegretariato per la Stampa e la Propaganda, sul modello del Ministero per la Propaganda della Germania nazista. La nuova istituzione manteneva le competenze già esistenti (Stampa italiana, Stampa estera, Propaganda) ed ampliò il suo raggio intervento nei seguenti settori: cinematografia, teatro, musica e turismo[26]. Il direttore dell'Ufficio stampa, Galeazzo Ciano, fu il primo Sottosegretario.

Nell'anno seguente il Sottosegretariato fu elevato a Ministero della stampa e della propaganda ed aggiunse alle proprie mansioni il controllo sulla radiodiffusione e sulla televisione[27]. Infine nel 1937 nacque il Ministero della Cultura Popolare (noto come "Minculpop").

Tra il 1935 e il 1940 l'ingerenza del regime in campo editoriale si accentuò con la fondazione di due nuovi Enti:

  • Ente nazionale cellulosa (1935), preposto al sostegno finanziario, sovvenzionò le case editrici attraverso un contributo integrativo del costo di acquisto della carta [28];
  • Ente Stampa (istituito con la legge 4 aprile 1940, n. 300), che ebbe il compito di allineare l'informazione con gli orientamenti del regime. Dopo l'entrata in guerra dell'Italia (10 giugno 1940), l'Ente Stampa giunse ad occuparsi direttamente della redazione di articoli che poi vennero sottoposti ai diversi organi di stampa[29].

Dopo il fascismo[modifica | modifica wikitesto]

I primi decreti dopo la caduta del regime[modifica | modifica wikitesto]

Il 25 luglio 1943 cadde il regime fascista. L'effetto sui giornali italiani fu immediato: tutti i direttori iscritti al Partito Nazionale Fascista, o militanti furono destituiti e sostituiti. L'elenco comprende:

Testata Direttore al 25 luglio Nuovo direttore
Giornale d'Italia Virginio Gayda Alberto Bergamini[30]
Il Messaggero Alessandro Pavolini Tomaso Smith[31]
La Tribuna Umberto Guglielmotti Armenise[32]
Il Popolo di Roma Guido Baroni Corrado Alvaro
Corriere della Sera Aldo Borelli Ettore Janni
La Stampa Alfredo Signoretti Filippo Burzio
La Gazzetta del Popolo Eugenio Bertuetti Tullio Giordana
Il Secolo XIX David Chiossone Carlo Massaro e Arturo Codignola
Il Telegrafo Giovanni Ansaldo Giovanni Engely
Il Lavoro Gianni Granzotto Umberto Cavassa
Il Mattino Arturo Assante Paolo Scarfoglio
La Gazzetta del Mezzogiorno Pietro Carbonelli De Secly
il Resto del Carlino Giovanni Telesio Alberto Giovannini
La Nazione Maffio Maffii Carlo Scarfoglio
Il Gazzettino Giuseppe Ravegnani Diego Valeri
Il Piccolo Rino Alessi Silvio Benco

Tra le condizioni imposte dall'armistizio vi era la sospensione di tutte le leggi fasciste sulla stampa, tuttavia non venne contemplato il ritorno alla piena libertà d'espressione[33]. Il nuovo presidente del Consiglio, generale Pietro Badoglio, invece di sopprimere il Ministero della Cultura Popolare, ne sospese le attività e se ne servì per trasmettere nuovi ordini che miravano a controllare la stampa.[34] Il decreto 9 agosto 1943, n. 727, dettò norme molto restrittive sulla libertà di stampa:

  • Ogni trasferimento della proprietà di un giornale o periodico doveva avere il nulla osta del Ministero della Cultura Popolare;
  • La nomina del direttore responsabile di quotidiani o periodici doveva essere autorizzata da detto ministero;
  • Le agenzie di stampa che ricevevano contributi o sovvenzioni statali erano tenute a presentare le scritture contabili su richiesta dello stesso ministero.

I decreti nn. 13 e 14 del 14 gennaio 1944 assegnavano ai prefetti il potere di concedere licenze di stampa e stabilivano l'obbligo per gli editori di denunciare le scorte di carta e di materiali da stampa. Con il decreto legge 31 maggio 1946, n. 561, si cancellarono le norme del passato regime sul sequestro delle pubblicazioni e si ritornò alla situazione preesistente[35].

Per completezza occorre ricordare che, dopo il fascismo, la repubblica democratica non cambiò la sostanza della legge fascista sulla stampa, che è stata conservata nella legislazione repubblicana. Ad esempio la legge sull'accesso alla professione di giornalista è rimasta inalterata.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Si intende l'attuale regione Lazio.
  2. ^ Cioè ai territori acquisiti dopo la prima guerra mondiale.
  3. ^ Per converso, la pubblicazione dei resoconti parlamentari non dava luogo a responsabilità: per l'analogia di questa previsione con il qualified privilege inglese, v. Giampiero Buonomo, Italia, quando le vie di ricorso sono finite. Deputati “immuni”, Strasburgo in campo, in Diritto e giustizia, 17 giugno 2006.
  4. ^ È una legge speciale anche questa.
  5. ^ Testate on-line: analisi sulla obbligatorietà della registrazione al tribunale ed al ROC, su altalex.com. URL consultato il 15 gennaio 2017.
  6. ^ Franco Della Peruta, Il giornalismo italiano del Risorgimento, FrancoAngeli, pag. 179.
  7. ^ a b Giornalismo e storia. 1898-1926, su giornalismoestoria.it. URL consultato il 24 gennaio 2017.
  8. ^ Melograni, p. 293.
  9. ^ Mauro Forno, Informazione e potere. Storia del giornalismo italiano, Laterza.
  10. ^ Mauro Forno, La stampa del ventennio. Strutture e trasformazioni nello stato totalitario, Rubbettino 2005, p. 47.
  11. ^ Philip V. Cannistraro, La fabbrica del consenso: fascismo e mass media, Roma, Bari, Laterza, 1975, p.17.
  12. ^ Il prefetto della Provincia in cui si pubblicava il giornale.
  13. ^ Mauro Forno, La stampa del ventennio, cit. p. 46.
  14. ^ Organo della federazione ligure del P.S.I.
  15. ^ Al giorno d'oggi i Cinegiornali Luce sono divenuti una delle principali fonti audiovisive per ricostruire la filosofia e la "forma mentis" dell'ideologia fascista nonché delle sue modalità di esecuzione.
  16. ^ Verso il regime fascista, su francoabruzzo.it. URL consultato il 26/12/2013.
  17. ^ Mauro Forno, La stampa del ventennio, cit., p. 47.
  18. ^ Il direttore Gabriele Galantara iniziò a collaborare con la rivista satirica Becco giallo, ma l'anno successivo fu arrestato.
  19. ^ Maria Assunta De Nicola, Mario Borsa. Biografia di un giornalista, Viterbo, Università della Tuscia, 2012, p. 148 (nota 643).
  20. ^ Entrambi i giornali furono soppressi dopo l'attentato a Mussolini del 31 ottobre 1926. In seguito l'Avanti!» fu pubblicato come settimanale a Parigi e a Zurigo.
  21. ^ Giorgio Lazzaro, La libertà di stampa in Italia, Mursia, Milano 1969, p. 106.
  22. ^ Il prefetto, in quanto rappresentante del governo, è sempre (anche oggi) nominato dall'esecutivo.
  23. ^ Giorgio Lazzaro, op. cit., p. 116.
  24. ^ Giovanni Sedita, Gli intellettuali di Mussolini, Firenze, Le Lettere, 2010, pag. 182
  25. ^ La vicenda del Codice Rocco nell'Italia repubblicana
  26. ^ Giovanni Sedita, op. cit, pag. 15
  27. ^ Allo stato nascente in Italia. Nel 1939 fu organizzato un servizio di trasmissione di programmi televisivi nella sola capitale. Nel giugno 1940, con l'entrata in guerra dell'Italia, le frequenze di trasmissione furono requisite dall'Aeronautica militare.
  28. ^ Maria Romana Allegri, Informazione e comunicazione nell'ordinamento giuridico italiano, Giappichelli Editore, 2012, p. 52 (versione digitalizzata).
  29. ^ Giorgio Lazzaro, La libertà di stampa in Italia, Mursia, Milano 1969, p. 117.
  30. ^ Fu un ritorno: Bergamini era stato direttore del quotidiano fino all'avvento del regime.
  31. ^ Fu un ritorno: Smith era stato capo cronista del giornale prima del 28 ottobre 1922.
  32. ^ Il conte Armenise era il proprietario del giornale.
  33. ^ Giovanna Annunziata, Il ritorno alla libertà: memoria e storia de "Il giornale di Napoli" (1944-1957), Guida Editore, Napoli 1998, pag. 44.
  34. ^ Philip V. Cannistraro, La fabbrica del consenso: fascismo e mass media, Roma, Bari, Laterza, 1975, p. 325.
  35. ^ Norme sul sequestro dei giornali e delle altre pubblicazioni, su mcreporter.info. URL consultato il 14 gennaio 2017.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

in italiano
in inglese
  • Christopher Duggan, Force of Destiny, (A History Of Italy Since 1796), Allen Lane editions (Agosto 2007). ISBN 0-7139-9709-5

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]