Scuola di Atene

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Scuola di Atene
Scuola di Atene
Autore Raffaello Sanzio
Data 1509-1511 circa
Tecnica Affresco
Dimensioni 500 cm × 770 cm 
Ubicazione Musei Vaticani, Città del Vaticano

La Scuola di Atene è un affresco (770×500 cm circa) di Raffaello Sanzio, databile al 1509-1510 e situato nella Stanza della Segnatura, una delle quattro "Stanze Vaticane", poste all'interno dei Palazzi Apostolici. Rappresenta una delle opere pittoriche più rilevanti dello Stato della Città del Vaticano, visitabile all'interno del percorso dei Musei Vaticani.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Dopo essersi insediato, papa Giulio II, manifestò presto il desiderio di non utilizzare gli appartamenti del suo predecessore, Alessandro VI, scegliendo quindi altre stanze al piano superiore realizzate al tempo di Niccolò VI e Pio II a metà del XV secolo, quando furono decorate da artisti del centro Italia tra cui Piero della Francesca. Giulio II volle ridecorarle e chiamò a lavorare un gruppo eterogeneo di artisti, ai quali si aggiunse, negli ultimi mesi del 1508, Raffaello Sanzio. Colpito dalle prove del pittore urbinate, il papa decise di affidargli l'intera decorazione degli appartamenti, distruggendo tutto quello fatto in precedenza. Vasari riferisce che Raffaello fu molto dispiaciuto di dover distruggere le parti dipinte da Piero della Francesca, di cui non conosciamo il soggetto.

La Stanza della Segnatura, tra le future Stanze di Eliodoro e dell'Incendio di Borgo, fu la prima ad essere decorata, con un tema legato all'ordinamento ideale della cultura umanistica, divisa in teologia, filosofia, poesia e giurisprudenza, a ciascuna delle quali è dedicata una parete. Tale disposizione ha fatto pensare che la stanza fosse originariamente destinata a biblioteca e studiolo privato del pontefice, anche se non vi sono documenti in tale senso. Fin dal suo completamento vi si insediò infatti il Tribunale della "Segnatura Gratiae et Iustitiae", che le diede il nome.

La decorazione pittorica si avviò dalla volta, per proseguire poi alla parete est, dove venne raffigurata la Disputa del Sacramento e quella ovest della Scuola di Atene. Raffaello e i suoi aiuti vi attesero nel corso dal 1509 al 1510[1].

Non è chiaro quanto fu frutto della fantasia e della cultura dell'artista e quanto venne invece dettato dal papa e dai suoi teologi. Sicuramente Raffaello venne coadiuvato nella definizione del tema, ma è altresì risaputa la straordinaria fama che circondava l'artista, pienamente inseritosi nell'ambiente colto della curia romana da venire più volte esaltato dai letterati.

Durante il sacco di Roma gli affreschi della Stanza della Segnatura, come anche altre opere d'arte subirono danni dai soldati luterani che accesero fuochi il cui fumo danneggiò gli affreschi e tracciarono scritte incise sulla fascia basamentale che vennero coperte da ridipinture seicentesche.[2]

Studi[modifica | modifica sorgente]

Il cartone di Raffaello all'Ambrosiana

Del dipinto esistono vari studi preparatori superstiti. Il progetto primitivo appare in un foglio conservato a Siena, che mostra un'idea molto diversa: in esso un filosofo, forse Platone, è assiso su un basamento con tre saggi ai suoi piedi e intorno una folla di discepoli. La gerarchia rigida di tale disegno e una certa disorganicità nel gruppo periferico appare completamente rivoluzionato nel cartone che si conserva alla Pinacoteca Ambrosiana.

In esso, che riguarda la metà inferiore senza l'architettura, sono già definiti tutti i personaggi come nella versione definitiva, ad eccezione dell'autoritratto di Raffaello, del presunto ritratto del Sodoma e della figura di Eraclito/Michelangelo: dall'esame dell'intonaco risulta che quest'ultima è stata realizzata dopo le altre forse aggiunta come omaggio al collega dopo la scopertura parziale della volta della Cappella Sistina, nel 1511[3]. Nel cartone gli effetti chiaroscurali sono molto accentuati, divergendo dallo sfumato leonardesco che è più riscontrabile nell'affresco compiuto[1].

Descrizione e stile[modifica | modifica sorgente]

Autoritratto di Raffaello Sanzio e presunto ritratto del Sodoma

Se la Disputa celebra la verità rivelata, la Scuola di Atene esalta la ricerca razionale. L'affresco, inquadrato da un arco dipinto, rappresenta i più celebri filosofi e matematici dell'antichità intenti nel dialogare tra loro, all'interno di un immaginario edificio classico, rappresentato in perfetta prospettiva.

Le figure sono disposte sostanzialmente su due piani definiti da una larga scalinata che taglia l'intera scena. Un primo e più numeroso gruppo è disposto ai lati di una coppia centrale di figure che conversano, identificate in Platone e Aristotele. Un secondo gruppo autonomo, in cui sono stati individuati i pensatori interessati alla conoscenza della natura e dei fenomeni celesti, è disposto in primo piano sulla sinistra, mentre di un terzo, anch'esso indipendente, ristretto e disposto simmetricamente al secondo, è di difficile l'identificazione dell'ambito intellettuale, nonostante gli sforzi degli studiosi[4]; indizio è la presenza di una figura identificata in Euclide intento a tracciare una dimostrazione geometrica.

Tema generale[modifica | modifica sorgente]

Architettura

Il titolo tradizionale è molto posteriore al periodo di esecuzione e non rispecchia le intenzioni dell'autore e della committenza e neppure la conoscenza storiografica della filosofia classica che si aveva all'inizio del XVI secolo[5]. Risalente al XVIII secolo circa, a partire da studiosi di area protestante, storicizza la rappresentazione, disconoscendo la complessità del tema iconografico che mira ad esaltare la centralità della Chiesa.

Tutta la stanza è inoltre improntata a complessi temi iconografici di carattere teologico e filosofico a cui contribuirono senza dubbio i personaggi del circolo neoplatonico che animava la corte papale e mira ad affermare le categorie del Vero, del Bene, e del Bello da ricomprendere nella teologia cristiana[5]. Tema generale, leggibile solo in relazione agli altri dipinti della stanza, è la facoltà dell'anima di conoscere il Vero, attraverso la scienza e la filosofia. La presenza di così tanti pensatori di varie epoche riconosce il valore del desiderio e dello sforzo di arrivare alla conoscenza, comune a tutta la filosofia antica, visto come anticipazione del cristianesimo.

Tale rappresentazione è complementare al dipinto della Disputa del Sacramento sulla parete opposta, dove invece si esalta la fede e la teologia. I due dipinti rappresentano così la complessità di rapporti tra la cultura classica e la cultura cristiana, così vitale nello sviluppo culturale del classicismo del primo Cinquecento.

Nel tempo l'opera di Raffaello ha sollecitato innumerevoli interpretazioni, chiavi di lettura e modelli interpretativi, che si sovrappongono creando la percezione di un'opera complessa ricca di livelli interpretativi ed impressa nell'immaginario visivo collettivo. Vi è stato letto un quadro completo della storia del pensiero antico dalle sue origini, ricco di rimandi colti, riferimenti, caratterizzazioni dei principali protagonisti, simboli e riferimenti cifrati,[6] o anche una rappresentazione delle sette arti liberali (Springer, Chastel) con in primo piano, da sinistra la grammatica, l'aritmetica e la musica, a destra geometria e astronomia, e in cima alla scalinata retorica e grammatica[1].

L'architettura[modifica | modifica sorgente]

Apollo

La solenne architettura dello sfondo, priva di copertura e che lascia intravedere un cielo limpido, ha proporzioni che richiamano l'architettura tardoantica (come la Basilica di Massenzio), con le volte cassettonate e l'innesto di un tamburo di una cupola. Probabilmente si ispira ai progetti della nuova Basilica di San Pietro di Bramante, con i grandiosi bracci di una croce greca, di cui di fatto ne sono visibili solo due, ispirato probabilmente alla pianta centrale originariamente prevista[1].

Nei pilastroni che fanno da sfondo alla gradinata su cui si trovano i filosofi, sono collocate due statue, entrambe riprese da modelli classici: Apollo con la lira a sinistra e Minerva a destra, con l'elmo, la lancia e lo scudo con la testa di Medusa. L'identificazione delle divinità è chiarita dai bassorilievi sottostanti[1]. Sotto Apollo si trovano una Lotta di ignudi (simboleggiante la violenza della guerra) e un Tritone che rapisce una nereide (le brame sensuali), che raffigurano impulsi negativi dell'animo umano dai quali si può elevarsi con la guida della ragione, rappresentata dal dio[1]. Sotto Minerva si vedono invece figure di più difficile interpretazione, tra cui una donna seduta vicino a uno spicchio della ruota dello zodiaco, e una lotta tra un uomo e un bovino, forse allusioni all'intelligenza e alla vittoria della bestialità governata dalla dea[1]. In scorcio nella navata si intravedono altre nicchie ed altri bassorilievi[1].

Nei medaglioni sotto l'imposta della cupola si vedono due bassorilievi con un uomo nell'atto di alzare gli occhi da un libro e una donna con le braccia su un globo terrestre: i loro gesti sono da mettere in relazione con quelli di Platone e Aristotele al centro[1].

La rappresentazione architettonica inquadra tutta la scena e accoglie i personaggi, evocando l'idea del "tempio della filosofia" di cui parla Marsilio Ficino.

Notevole è l'enfasi data alla rappresentazione prospettica, che aveva avuto a Urbino uno dei centri di diffusione più importanti, da dove provenivano tanto Raffaello quanto Bramante[7].

Del resto una restituzione prospettica così complessa lascia pensare che Raffaello si sia avvalso di uno specialista, forse Bastiano da Sangallo, virtuoso autore di prospettive sceniche[8], o, come riporta Vasari con però minore credito negli studiosi moderni, Bramante stesso[1]. È altresì noto però che una delle specialità del Sanzio era proprio la prospettiva (Vasari riporta che l'insegnò lui al fiorentino Fra Bartolomeo) e che le rappresentazioni architettoniche nelle Stanze sono il precedente più importante della sua carriera da architetto: per queste ragioni si è propensi ad attribuire l'ideazione della monumentale architettura a Raffaello stesso, pur ispirato da Bramante[9].

Personaggi[modifica | modifica sorgente]

Le cinquantotto figure presenti nell'affresco hanno sempre sollecitato gli studiosi circa la loro identificazione. I gruppi si articolano dinamicamente concatenando gesti ed espressioni, e rispettando una certa gerarchia simbolica che non irrigidisce però mai la rappresentazione, che appare sempre sciolta e naturale[10].

A vari personaggi Raffaello affidò le effigi di artisti contemporanei, compreso se stesso, come per ribadire la nuova, orgogliosa autoaffermazione di dignità intellettuale dell'artista moderno[11].

Platone e Aristotele[modifica | modifica sorgente]

Platone e Aristotele

I due principali filosofi dell'antichità, Platone e Aristotele si trovano al centro della composizione, vicino al punto di fuga, situato tra i due quasi a volere indicare che il vero abbia caratteristiche sintetiche, di conciliazione tra quelle già intuite dall'uno e l'altro[5], quali figure fondamentali per lo sviluppo del pensiero occidentale. L'occhio dello spettatore è inevitabilmente direzionato su queste figure per le linee del pavimento e la fuga dell'edificio, nonché per l'isolamento offerto dalla cornice di cielo racchiusa dall'arco sullo sfondo[1].

Platone regge il Timeo e solleva il dito verso l'alto a indicare l'iperuranio e sottintendere la sua filosofia basata sul mondo delle idee trascendenti (che risiedono appunto nella sfera celeste) e sull'induzione; Aristotele regge l'Etica Nicomachea[12] e distende il braccio destro tenendolo sospeso a mezz'aria

« mostrando che l'Idea non ha esistenza propria e concreta, ma s'incarna più o meno perfettamente negli individui che la realizzano. »
(Deoclecio Redig de Campos, Raffaello nelle Stanze, Milano, Martello, 1965, pag. 13)

Nel contempo la mano di Aristotele è protesa in avanti a sottolineare l'attenzione all'uomo, alla sua interiorità, in linea con il libro che ha con sé. L'essenza delle loro dottrine è quindi racchiusa in semplici gesti eloquenti, una delle caratteristiche più straordinarie dell'arte di Raffaello[1]: a questo si riferiva probabilmente Vasari quando scriveva che il Sanzio «fu alla composizione delle storie così facile e pronto che gareggiava con l'efficacia della parola scritta[13]».

Nella raffigurazione dei due filosofi è stato visto, fin dal XVI secolo, anche un parallelismo con i due apostoli Pietro e Paolo[5].

Platone e Aristotele rappresentano i due principali poli di aggregazione delle altre figure, raffigurando in qualche modo la complementarità tra scuola platonica e scuola aristotelica. Questa impostazione gerarchica riflette le convinzioni del neoplatonismo dell'epoca, spiegando la posizione relativamente marginale di Socrate e l'assenza degli ultimi sviluppi del pensiero classico, come gli stoici.

Gruppi di sinistra[modifica | modifica sorgente]

Mentre il centro della scena è interessato dalla fuga prospettica, i lati, sullo sfondo dell'architettura in primo piano, mostrano un rallentamento del movimento, anche grazie alla scansione orizzontale dei quattro gradini[1]. Ciò permette di individuare più chiaramente i gruppi[1]. Tra i filosofi rappresentati alcuni sono chiaramente riconoscibili per lo specifico ruolo che assumono nella composizione[13] o per specifici attributi iconografici (come Diogene o Socrate), mentre di altri l'identità è più o meno controversa.

A sinistra di Platone, girato verso un gruppo di giovani e con una tunica verde bottiglia, si trova Socrate, la cui identificazione è resa sicura dai tratti fisiognomici ripresi dai busti marmorei del filosofo giunti dall'epoca classica. Tra i giovani davanti a lui si sono riconosciuti Alcibiade o Alessandro Magno, armato, Senofonte ed Eschine (o Alcibiade)[1].

Particolare della Scuola di Atene che, secondo lo storico della filosofia Giovanni Reale, raffigura un rito orfico.

All'estrema sinistra, attorno alla base di una colonna, Zenone di Cizio vicino a un fanciullo, che regge il libro letto secondo alcuni da Epicuro incoronato di pampini di vite. Sull'identificazione di quest'ultima figura, interpretata da Giovanni Reale come un rito orfico, così si esprime lo storico della filosofia:

« Si tratta di un particolare molto spesso frainteso, e non poche volte interpretato come raffigurante addirittura Epicuro per un errore ermeneutico assai grave. Si crede che la corona di pampini richiami il piacere del vino e in generale il piacere che Epicuro poneva alla base della vita. Invece la corona del sacerdote orfico fa richiamo a Dioniso, il dio degli Orfici per eccellenza [...] Il vecchio con accanto un infante (raffigurazione emblematica che chi sostiene altra interpretazione non riesce in alcun modo a spiegare) rappresenta la credenza nella metempsicosi, ossia la reincarnazione delle anime [...] Il giovane sui trent'anni con gli occhi socchiusi concentrato, sembrerebbe in particolare colpito dal messaggio di fondo dell'Orfismo: "da uomo ritornerai dio". La base della colonna su cui il sacerdote appoggia il libro da cui legge, è come una metafora di una verità storica fondamentale, ossia del fatto che gran parte della grande colonna del pensiero greco si basa sull'idea di fondo dell'Orfismo [...] Il rubicondo sacerdote è il ritratto (trasfigurato) di Fedra Inghirami (...), un grande mentore di Raffaello che -con grande competenza- lo ha avviato alla comprensione dei pensatori greci. Si tratta dunque di una raffigurazione poetica stupenda di un rito orfico, che solo Raffaello, che aveva alle spalle informatori di alta classe, poteva raffigurare »
(Giovanni Reale. Orfici. Milano, Bompiani, 2011, pagg. 7-8)

Pitagora è seduto più avanti, in primo piano, mentre legge un grosso libro e forse Telauge gli regge una tavoletta. Nella tavoletta si leggono segni simbolici, riprodotti anche dallo Zarlino[14], che sono stati visti come schemi delle concordanze musicali, cioè la suddivisione tipicamente pitagorica dell'ottava musicale e la forma simbolica della Tetraktys.[15]

Dietro di lui Averroè col turbante, che si china verso di lui, e un vecchio che prende appunti, identificato con Boezio o Anassimandro o Senocrate o Aristosseno o ancora Empedocle[1].

Davanti si trovano un giovane in piedi di controversa identificazione e Parmenide o Aristosseno. Verso il centro Eraclito, isolato, poggia il gomito su un grande blocco[1].

L'angelo della Disputa e la figura biancovestita della Scuola di Atene a confronto

Il personaggio sulla sinistra, di fianco a Parmenide, dai tratti efebici, biancovestito e con lo sguardo rivolto verso lo spettatore, è di identificazione controversa, anche se una identificazione generalmente accettata è quella di Francesco Maria della Rovere, duca di Urbino e nipote del papa Giulio II, che all'epoca del dipinto si trovava a Roma e ai cui servigi Raffaello doveva forse la venuta a Roma. Secondo l'ipotesi di Giovanni Reale questa figura biancovestita è un "simbolo emblematico dell'efebo greco ovvero della "bellezza/bontà", la Kalokagathia:

« L'interpretazione di questa figura è particolarmente difficile, e da alcuni è stata del tutto fraintesa in vari sensi. Una tradizione ci dice che Raffaello avrebbe riprodotto il viso di Francesco Maria della Rovere; ma alcuni interpreti contestano la veridicità di questa tradizione. Ciò che occorre comprendere non è tanto se Raffaello abbia riprodotto le sembianze di Francesco Maria della Rovere, ma piuttosto che cosa abbia voluto esprimere con quel personaggio. [... C'è] una corrispondenza (non solo nella configurazione ma anche nella posizione) di questo personaggio con quello dell'angelo senza ali in vesti umane nell'affresco della Disputa. [...] Il bel giovane biancovestito, in atteggiamento quasi ieratico, è un simbolo emblematico dell'efebo greco che coltiva la filosofia e incarna la greca kalokagathia, ossia la "bellezza/bontà", ideale supremo di uomo virtuoso per lo spirito ellenico. »
(Giovanni Reale, La scuola di Atene di Raffaello, Bompiani, Milano 2005, pagg. 65-8.)

Ad analoghe conclusioni era giunto il noto storico d'arte austriaco Konrad Oberhuber:

« Il cartone dimostra fuori da qualsiasi discussione che si tratta di una figura ideale e non di un ritratto [...]. Il discepolo in bianco, che ci fissa con i suoi strani occhi e ci si libra dinanzi quasi irreale, è l'espressione viva di quell'ideale del Bello e del Buono, e perciò stesso del Vero, nucleo centrale delle correnti filosofiche. »
(Konrad Oberhuber, Lamberto Vitali, Raffaello. Il Cartone per la Scuola di Atene, Silvana Editoriale d'Arte, Milano 1972, pag. 33.)

L'improbabile identificazione con Ipazia (matematica di Alessandria d'Egitto del IV-V secolo) non risulta suffragata da nessuna fonte o saggio critico attendibile. Tuttavia risulta negli ultimi anni così ampiamente diffusa che non è possibile non darne conto[16].

Gruppi di destra[modifica | modifica sorgente]

Gruppo di destra
Zoroastro dipinto da Raffaello, particolare della Scuola di Atene. Qui il profeta iranico viene rappresentato mentre tiene in mano un globo celeste in quanto ritenuto fondatore dell'Astronomia e autore degli Oracoli caldaici. Tale confusione fu procurata dal fatto che nel Rinascimento Zoroastro era ritenuto erroneamente l'autore degli Oracoli caldaici nonché fondatore delle dottrine e delle pratiche magiche e teurgiche lì presentate. L'errore fu procurato da Giorgio Gemisto, detto "Pletone", che giunto in Italia da Bisanzio nel 1439 per l'unificazione delle due chiese cristiane separate dallo scisma, sostenne che gli Oracoli caldaici erano per l'appunto opera di Zoroastro, notizia infondata ma poi largamente divulgata per tutto il Rinascimento, e anche dopo, con la diffusione dell'opera di Marsilio Ficino Commentari a Zoroastro.

Il gruppo a destra di Aristotele è di difficile interpretazione. L'uomo stante, vestito di rosso, dovrebbe essere Plotino, in silenzioso isolamento. Al centro sta sdraiato sui gradini Diogene, con i chiari elementi iconografici (l'abito lacero e l'atteggiamento di ostentato disprezzo del decoro e la ciotola)[4].

In primo piano si trova un gruppo centrato su Euclide (secondo alcuni studiosi Archimede), che traccia figure geometriche, attorniato da allievi; alcuni decori sulla sua tunica sono stati interpretati come la firma di Raffaello ("RVSM": "Raphaël Urbinas Sua Manu")[17] e forse la data MDVIIII[18].

Dietro di lui, l'uomo coronato che dà le spalle allo spettatore e regge un globo terracque in mano è Claudio Tolomeo, che a quell'epoca era ancora confuso con un faraone della dinastia dei Tolomei[4]. Davanti a lui si trova un uomo barbuto, forse Zoroastro, e dietro due personaggi di profilo, in vesti contemporanee, in cui si è voluto vedere la raffigurazione ad autoritratto di Raffaello stesso e quella, più improbabile, dell'amico e collega Sodoma, che ha lavorato al dipinto sulla volta ed a cui alcuni hanno attribuito un ruolo anche nell'esecuzione dell'affresco stesso. L'identificazione di Sodoma è però da alcuni ritenuto improbabile, giudicando l'età dell'effigiato molto maggiore ai trentatré anni che l'artista aveva all'epoca; si sono fatti allora i nomi del Perugino, antico maestro di Raffaello, che all'epoca aveva l'età di circa 60 anni (ma che contrasta con le fattezze del pittore tramandate nel suo autoritratto) o di Timoteo Viti.

La presenza di Raffaello tra i filosofi è stata così spiegata da Giovanni Reale (1997): «L'arte di Raffaello è un attenuarsi di quella metafisica "giusta misura", che per Platone coincide con il Bene e con il Vero e [...] dunque è godimento supremo del Bene e del Vero mediante il Bello. e credo che con la firma di "piccolo tra i grandi", Raffaello intendesse presentarsi anche come filosofo appunto in questa dimensione: l'arte è alta filosofia, come esplicazione delle armonie numeriche del bello visibile, armonie che costituiscono, in ultima analisi, la struttura dell'essere».

Il Politecnico di Milano ha acquisito come simbolo proprio questo gruppo di personaggi.

Figure di contemporanei[modifica | modifica sorgente]

Raffaello Scuola di Atene numbered.svg

L'evocazione degli uomini illustri del passato venne collegata indissolubilmente al presente, dando talvolta agli uomini antichi le fattezze di personaggi contemporanei. Probabilmente nelle figure dell'affresco erano riconoscibili i personaggi della corte pontificia, tra cui umanisti, letterati e principi. Per la critica moderna però, nella generale scarsità di fonti attendibili, scritte o iconografiche, si identifica soprattutto un nutrito gruppo di artisti.

Già Vasari menzionò i ritratti di Federico II Gonzaga, Bramante, e Raffaello stesso[13]. Particolarmente conosciute, ma non sempre documentate, sono le ipotetiche raffigurazioni di Michelangelo nella figura di Eraclito, Leonardo da Vinci come Platone e Bramante come Euclide.

La figura di Michelangelo, come si è già accennato, venne aggiunta in un secondo momento e nello stile riecheggia le magniloquenti torsioni del collega, con un forte risalto plastico[1]. Controversa è poi l'identificazione di Francesco Maria Della Rovere nel giovane stante vestito di bianco.

La presenza degli artisti nell'affresco ribadiva l'elevazione del loro mestiere tra le arti liberali, secondo lo spirito pienamente rinascimentale[1].

Schema riassuntivo[modifica | modifica sorgente]

Nr di rif. Immagine Filosofo Personaggio contemporaneo Note Nr di rif. Immagine Filosofo Personaggio contemporaneo Note
1 Raffael 070.jpg Zenone di Cizio [1] 12 Scuola di atene 20.jpg Socrate [1]
2 Raffael 063.jpg Epicuro o
Rito orfico
Fedra Inghirami [5] 13 Raphael School of Athens Michelangelo.jpg Eraclito o
Democrito
Michelangelo Buonarroti [5][17]
3 Scuola di atene 15.jpg Federico II Gonzaga [13] 14 Raffael 067.jpg Platone Leonardo da Vinci o
fra' Giovanni Giocondo
[13]
4 Anaximander.jpg Boezio o
Anassimandro o
Aristosseno o
Empedocle o
Senocrate
[1] 15 Raffael 061.jpg Aristotele Bastiano da Sangallo [13] [8]
5 Averroes closeup.jpg Averroè [1] 16 Diogenes - La scuola di Atene.jpg Diogene di Sinope [13]
6 Scuola di atene 16 pitagora.jpg Pitagora [1] 17 Scuola di atene 10.jpg Plotino [1]
6 bis Scuola di atene 22.jpg Telauge [1] 18 Scuola di atene 23.jpg Euclide o
Archimede
Bramante [13][19]
7 Scuola di atene 17.jpg Alcibiade o
Alessandro il Grande
[1] 19 Scuola di atene 24.jpg Zoroastro Baldassarre Castiglione [13]
8 Scuola di atene 18.jpg Antistene o
Senofonte
[1] 20 Scuola di atene 25.jpg Claudio Tolomeo [1]
9 Sanzio 01 Hypatia.jpg Kalokagathia greca
(cosiddetta Ipazia)
Francesco Maria Della Rovere [20] R Scuola di atene 27.jpg Apelle Raffaello [13]
10 Scuola di atene 19.jpg Eschine o
Senofonte o
Alcibiade
[1] 21 Scuola di atene 26.jpg Protogene Il Sodoma o
Perugino o
Timoteo Viti
[17]
11 Scuola di atene 21.jpg Parmenide o
Senocrate o
Aristosseno
[1]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z aa ab ac ad ae De Vecchi, cit., pag. 102.
  2. ^ André Chastel, Il Sacco di Roma, Einaudi, Torino 1983, pag. 6
  3. ^ Il primo a formulare tale ipotesi è stato Deoclecio Redig De Campos, Michelangelo Buonarroti nel IV centenario del Giudizio universale (1541-1941), Firenze, Sansoni, pagg. 205-219. L'osservazione relativa all'intonaco è stata confermata dal restauro terminato nel 1996. Cf. Marcia Hall (ed.) cit., pag. 47 nota 64
  4. ^ a b c Glenn W. Most, Leggere Raffaello. La Scuola di Atene e il suo pre-testo, Einaudi, 2001.
  5. ^ a b c d e f Reinhard Brandt, Filosofia nella pittura, 2003, ISBN 88-424-9560-3
  6. ^ Giovanni Reale, La scuola di Atene di Raffaello, 2005, ISBN 978-88-452-5559-5.
  7. ^ Luciano Bellosi, La rappresentazione dello spazio in Storia dell’arte italiana, Einaudi, Torino 1979
  8. ^ a b Claudio Strinati, Raffaello, Giunti Editore, 1995, ISBN 88-09-76193-6
  9. ^ Franzese, cit., pag. 80.
  10. ^ De Vecchi-Cerchiari, cit., pag. 203.
  11. ^ De Vecchi-Cerchiari, cit., pag. 204.
  12. ^ In merito alle due opere usate quali emblemi dei due capiscuola ed alla loro diffusione in ambiente umanistico, è indicativo notare che nella biblioteca residua del maestro delle cerimonie pontificie, Agostino Patrizi, si ritrovano per l'appunto, un'edizione greca dell'Etica Nicomachea (BAV, Ms. Chig. R VI 40) e una traduzione latina del Timeo (BAV, Ms. Chig. E V 156).Cfr. Rino Avesani, La biblioteca di Agostino Patrizi Piccolomini, in: AA.VV., Mélanges Eugène Tisserant, Vol. VI: Biliothèque vaticane, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1964, pagg. 39 e 43)
  13. ^ a b c d e f g h i j Giorgio Vasari, Le Vite, Giunti, Firenze 1568.
  14. ^ Istituzioni armoniche, 1558.
  15. ^ B. Münxelhaus, Pythagoras musicus, Bonn 1976, pag. 190.
  16. ^ Quanto meno si tratta di un interessante fenomeno di diffusione mediatica di un'ipotesi senza spessore critico, diffusa attraverso Internet e presentata come verità evidente: si veda per esempio: The School of Athens, "Chi è chi?", forse origine di tale identificazione
  17. ^ a b c Redig De Campos, op. cit., Roma, 1946.
  18. ^ De Vecchi, cit., pag. 103.
  19. ^ Heinrich W. Pfeiffer, La Sistina svelata. Iconografia di un capolavoro, 2010, ISBN 88-16-40933-9
  20. ^ Giovanni Reale, La scuola di Atene di Raffaello, Bompiani, Milano 2005, pagg. 65-68, ISBN 88-452-5559-X.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Pierluigi De Vecchi, Raffaello, Rizzoli, Milano 1975.
  • Pierluigi De Vecchi ed Elda Cerchiari, I tempi dell'arte, volume 2, Bompiani, Milano 1999. ISBN 88-451-7212-0
  • Paolo Franzese, Raffaello, Mondadori Arte, Milano 2008. ISBN 978-88-370-6437-2
  • Marcia Hall (ed.), Raphael's 'School of Athens', Cambridge, Cambridge University Press, 1997, ISBN 0-521-44899-9

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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