La sala delle agitate nell'ospizio di San Bonifacio

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La sala delle agitate al San Bonifazio in Firenze
Telemaco Signorini, La sala delle agitate al San Bonifazio in Firenze, 1865, 66x59cm.jpg
AutoreTelemaco Signorini
Data1865
Tecnicaolio su tela
Dimensioni66×59 cm
UbicazioneGalleria d'arte moderna di Ca' Pesaro, Venezia

La sala delle agitate al San Bonifazio in Firenze è un dipinto del pittore macchiaiolo Telemaco Signorini, eseguito nel 1865 e conservato nella Galleria d'arte moderna di Ca' Pesaro, a Venezia.

Storia e descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Il soggetto raffigura un reparto psichiatrico femminile dell'antico ospedale di San Bonifacio di Firenze, popolato da un gran numero di donne agitate, ovvero di malate di mente in preda a forti manifestazioni di eccitamento: più che esseri viventi le recluse sembrano essere ombre provenienti da un'oscura bolgia infernale. Un'alienata è colta mentre sta impetuosamente minacciando con il pugno alzato un interlocutore invisibile, che solo lei vede; un'altra, sul lato opposto del locale, passeggia confusamente per la stanza, come se rincorresse un pensiero fisso ed estraniante al tempo stesso. Altre donne sonnecchiano o gridano, altre ancora hanno uno sguardo assente e perso nel vuoto, e una arriva persino a raggomitolarsi sotto un tavolo cercandovi rifugio.[1]

Lo spazio prospettico trova il suo punto di fuga all'esterno del quadro, precisamente a destra, e sollecita l'osservatore a guardare il dipinto in quella specifica direzione. Sempre da destra, inoltre, proviene la luce che inonda omogeneamente l'opera, come emerge dalle lunghe ombre che si profilano sul pavimento. Vi è inoltre un ampio ricorso a gamme scure e terrose, che si addensano nella parte inferiore della tela e generano un forte contrasto con le tonalità luminose, quasi abbaglianti, di quella superiore: con questo espediente cromatico Signorini intende sottolineare la drammaticità del disagio psichico delle agitate, costrette a sopravvivere in questo stanzone cubico calcinato con un cancello al posto della porta. Il dipinto, in effetti, quando fu esposto suscitò un certo scalpore a causa della sua crudezza, come ci testimonia Giuseppe Giacosa:

«La Sala delle Agitate al manicomio di Firenze è un dipinto che vi mette addosso i brividi della paura. È un quadro che non mi piace, ma che esercita le spaventose attrazioni dell'abisso e che si rivela nell'autore una giustezza e una robustezza quali a pochi è dato di raggiungere»

(Giuseppe Giacosa[2])

L'opera richiama il metodo scientifico sostenuto dal Naturalismo: il pittore dipinge il nudo e bianco stanzone senza sentimentalismi, senza nessuna partecipazione drammatica ed emotiva. Al tempo stesso, la scelta del soggetto ha un forte significato di denuncia sociale: per dirla con le parole di Giorgio Cricco e Francesco Di Teodoro «l’occhio di Signorini è più oggettivo che pietoso e proprio per questo l’esito appare ancora più inquietante, in quanto follia, disagio e miseria ci sono più vicini di quanto immaginiamo e, sicuramente, di quanto vorremmo».[1]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Giorgio Cricco, Francesco Di Teodoro, Il Cricco Di Teodoro, Itinerario nell’arte, Dal Barocco al Postimpressionismo, Versione gialla, Bologna, Zanichelli, 2012, p. 1542.
  2. ^ La follia nella pittura del Cinquecento e dell'Ottocento., su segnalo.it. URL consultato il 1° gennaio 2016.
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