L'ultimo imperatore

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L'ultimo imperatore
L'ultimo imperatore.jpg
Il piccolo imperatore sul suo trono
Titolo originale The Last Emperor
Paese di produzione Cina, Italia, UK, Francia
Anno 1987
Durata 163 min
Colore colore
Audio sonoro
Rapporto 2,35:1
Genere drammatico, storico, biografico
Regia Bernardo Bertolucci
Soggetto Pu Yi
Sceneggiatura Mark Peploe, Bernardo Bertolucci, Enzo Ungari
Produttore Jeremy Thomas
Distribuzione (Italia) DNC, Dall'Angelo Pictures
Fotografia Vittorio Storaro
Montaggio Gabriella Cristiani
Musiche Ryūichi Sakamoto, David Byrne, Cong Su
Scenografia Ferdinando Scarfiotti
Costumi James Acheson, Ugo Pericoli
Trucco Franco Giannini
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani
« Credete che un uomo possa tornare ad essere Imperatore? »
(Aisin-Gioro Pu Yi a Mr. Johnston)

L'ultimo imperatore (The Last Emperor) è un film epico e biografico del 1987, diretto da Bernardo Bertolucci. Il soggetto trae spunto da Sono stato imperatore, l'autobiografia di Pu Yi. Colossal di successo mondiale, segnò una svolta decisiva nella carriera del regista e ricevette un vasto numero di riconoscimenti, tra cui nove Oscar e nove David di Donatello.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Manciuria, confine tra Unione Sovietica e Cina, anno 1950. Un treno militare proveniente dalla Russia sovietica, e carico di criminali di guerra, fa il suo arrivo in un avamposto della Repubblica Popolare Cinese. Tra i prigionieri accusati di aver collaborato con l'invasore giapponese durante la guerra vi è anche Aisin-Gioro Pu Yi, l'ultimo e ormai ex imperatore cinese: non si distingue per nulla dagli altri prigionieri, e i soldati lo trattano con la stessa durezza che riservano agli altri ostaggi. Facendo drammaticamente i conti con un avvenire nei panni di un carcerato senza importanza e prospettive, peraltro alla totale mercé di un feroce e onnipotente regime comunista, tenta il suicidio tagliandosi le vene dei polsi e immergendo le mani nell'acqua calda di un gabinetto. Mentre i guardiani, che hanno intuito tutto, tentano di sfondare la porta, la mente di Pu Yi inizia a rievocare la sua vita fin dal primo ricordo d'infanzia.

La vicenda si sposta nella Pechino del 1908. La millenaria Cina di questi anni e il suo impero sono scossi da avvenimenti politici e sociali disastrosi, oltre che da intrighi di palazzo e nobiliari assai tortuosi. Sia l'aristocrazia che la burocrazia si fondano infatti sulle cospirazioni, ogni casa feudale complotta per un sempre maggior potere. La corruzione e l'ambizione sono dovunque, soprattutto adesso che l'imperatore Guangxu è appena morto, avvelenato dalle persone che gli erano più vicine appena dopo aver detto di voler riformare da cima a fondo l'impero, che ora attende di incoronare il nuovo Signore dei Diecimila Anni. Pu Yi, figlio di appena tre anni del principe Chun, viene condotto per ordine dell'Imperatrice Vedova entro le mura della Città Proibita, luogo riservato alla personale dimora imperiale e sede della celebre corte di eunuchi. Ivi, il bambino assiste alla morte della vecchia sovrana, chiamata il "Vecchio Buddha", e da cui è nominato erede al trono.

Immediatamente dopo, durante un'antica cerimonia ricca di colore e solennità, il bambino viene incoronato nuovo Signore dei Diecimila Anni, in presenza dei più alti dignitari cinesi e militari; come animale domestico gli viene donato un piccolo grillo da un suddito che ha viaggiato fino alla capitale per assistere all'evento. Dal giorno dell'incoronazione in avanti Pu Yi viene tenuto isolato da tutto il resto della Cina e dal mondo circostante al Palazzo Imperiale, da cui gli è categoricamente proibito di uscire. Per ovvi impedimenti d'età non viene informato di questioni di governo e di Stato, e non esercita minimamente il suo immenso potere, svolto invece dai suoi ministri e dagli eunuchi di corte, i quali lo crescono in un clima di forte ipocrisia e opportuno servilismo. L'unica persona che lo ama veramente è Ar Mo, la sua balia.

Il trono nella sala della Preservazione dell'Armonia

A questo punto la scena ritorna al 1950, e Pu Yi viene salvato dal governatore del carcere, che gli tampona le ferite e lo fa trasportare fino alla sua cella, dove viene internato insieme al fratello minore. Questo gli fa ricordare ancora l'infanzia alla Città proibita, dove un giorno riceve la visita sua e della madre, i quali gli portano in dono un pregiato aquilone. Ma ormai l'impero cinese, dopo anni di stremo e sommosse in ogni dove, collassa definitivamente: la Cina viene sconvolta dalla guerra civile e diviene una repubblica. Il piccolo Pu Yi, che assiste indignato alla provocatoria parata del Presidente entro le mura della Città Proibita, cuore dell'abbattuto Impero, viene di fatto lasciato regnare solamente sulla sua corte di dignitari ipocriti e adulatori, all'interno delle mura della Città Proibita. Fregiato ironicamente del titolo di Imperatore della Città Proibita, ormai si rende conto di essere imperatore solo di nome, come il suo stesso Gran Tutore, suo unico amico e consigliere, gli fa capire benevolmente. Nello stesso periodo Ar Mo gli viene portata via per sempre, e a lui non resta che rimanere solo in compagnia di severe Alte Consorti, mogli dei precedenti Signori dei Diecimila Anni.

La scena si sposta prima al 1950 e poi al maggio 1919, quando un gentiluomo europeo, Reginald Johnston, assume l'incarico di precettore privato del sovrano ormai adolescente, dal quale riceve l'onore di risiedere stabilmente alla Città Proibita e il diritto di essere trasportato in una lettiga da quattro portatori. Mr. Johnston, persona colta e distinta, piena di umanità e saggezza, è il primo ad affacciare l'imperiale discepolo alla realtà e alla modernità, con una profonda e sincera nota di benevolenza, attirandosi però le pregiudiziali antipatie e le contrarietà delle dame di compagnia e degli eunuchi. Il massimo degli attriti si raggiunge quando il precettore insiste perché Pu Yi indossi stabilmente gli occhiali, prevenendo una sicura perdita della vista, e impari a usare la bicicletta. Poco dopo essere rimasto orfano di madre, morta dopo aver inghiottito una palla di oppio, il giovane sovrano prende due mogli, lamentandosi con Mr. Johnston di non aver potuto scegliere, e di volere piuttosto una moglie moderna che sappia ballare i moderni balli dell'Occidente e che parli inglese e francese. Più volte palesa al suo precettore l'intenzione di voler andare all'università di Oxford, scappando da tutto ciò che ha sempre conosciuto.

La scena ritorna alla prigione comunista di Fushun nel 1950, e Pu Yi viene chiamato per la prima volta agli interrogatori. Il personale non lo chiama neppure più con il suo nome, ma con il solo numero di matricola, 981, e lo inquisisce sulla sua vita e le colpe di cui viene accusato dal governo centrale cinese, vale a dire di essere un collaborazionista, un traditore e un controrivoluzionario. L'ultimo imperatore, visibilmente umiliato e spogliato di tutta la sua aristocratica alterigia, comincia a narrare flebilmente le circostanze che lo portarono fuori della Città proibita fino a subire l'influenza pesante dei giapponesi, mentre le scene si spostano proprio in quel periodo, quando cioè il governo centrale cinese viene sciolto e costretto alla fuga, facendo sì che la Cina si divida in tante parti soggette a differenti signori della guerra, che si combattono in ogni dove per il controllo definitivo di uno Stato che ormai si è fatto corrotto quanto il vecchio impero. Gran parte della Cina finisce sotto il controllo del generale Chiang Kai-shek e dei nazionalisti del Kuomintang. Tratto in arresto, Pu Yi trova rifugio all'ambasciata giapponese, dove gli viene promesso il regno sulla Manciuria, terra di origine della sua antica dinastia.

Per anni, mentre la Cina si logora con le lotte dei signori della guerra, l'ex regnante si trasforma in un playboy di provincia a Tientsin, dove assume il nome di Herry Pu Yi. I suoi dignitari non si stancano mai di indurlo a spendere ingenti quantità di denaro nel tentativo di comperare la preziosa amicizia di qualche personaggio influente, sia esso cinese, giapponese o qualche generale della Russia Bianca, ma a Pu Yi interessa solo l'Occidente e tutto ciò che lo rappresenta, dalla gomma da masticare ai balli più moderni. Nel frattempo il suo legame con la sua seconda moglie si deteriora, fino al giorno in cui lei confessa di sentirsi trascurata, invocando il divorzio e abbandonando il tetto coniugale. Alla notizia che i Kuomintang hanno profanato le tombe imperiali, arricchendosi con il bottino e divertendosi a squartare i cadaveri ivi sepolti, Pu Yi si decide a collaborare definitivamente e totalmente con i giapponesi, per il cui imperatore, suo quasi coetaneo, prova stima e considerazione. La notizia però desta paura nella moglie che gli è rimasta accanto e nel Gran Tutore, i quali più volte tentano di fargli capire che i giapponesi si stanno approfittando di lui per i propri meschini interessi personali di conquista.

Nel 1934, a seguito di una fastosa incoronazione, viene messo a capo del Manchukuo, il quale, dietro la facciata di stato mancese indipendente, diviene presto una colonia dove i giapponesi sperimentano armi chimiche, incoraggiano l'immigrazione nipponica e commerciano oppio, la cui produzione e commercializzazione diventa l'attività più prospera e adatta per finanziare la guerra. Erroneamente convinto della cortesia e dell'amicizia con i giapponesi, Pu Yi è solo un burattino sfruttato come copertura degli invasori nipponici. A seguito di una visita in Giappone, dove viene ricevuto dall'Imperatore Hirohito, tenta di frenare l'influenza nipponica in Manchukuo, sostenendo che la Manciuria sia un alleato del Giappone, e non una sua colonia. La reazione che i suoi timidi tentativi riscuotono sono l'ira del signor Amakasu, il suo consulente giapponese, e l'allontanamento dei suoi stessi collaboratori.

Nel mondo infuria la devastante seconda guerra mondiale, destinata a stravolgere gli equilibri mondiali e a cambiare le nazioni, ma per Pu Yi i cambiamenti non sono migliori: i nipponici disarmano la sua guardia personale e allontanano l'imperatrice dal Palazzo imperiale, la quale ha appena partorito un bambino nato, a detta dei giapponesi, "da un'unione adulterina con l'autista dello stesso imperatore", e che viene ucciso per iniezione letale, facendolo credere nato morto. Nel 1945, al termine della guerra, i giapponesi stanno per essere sconfitti e abbandonano Pu Yi al suo destino: i fedeli dell'imperatore cercano di salvarlo portandolo in Giappone, ma l'aereo viene intercettato prima del decollo e Pu Yi viene catturato dai sovietici. Trascorrerà cinque anni di detenzione in Russia, prima di venire consegnato ai maoisti, che lo imprigionieranno a loro volta.

Il vero imperatore Pu Yi

Nel 1959, dopo nove anni trascorsi sottoposto a una totale rieducazione tesa a fare di lui un cittadino modello della Cina comunista, durante i quali ha studiato il Maoismo e lavorato con passione come giardiniere, l'ultimo imperatore viene rimesso in libertà per ordine del Supremo Tribunale del Popolo: alla sua uscita dal carcere è ormai un uomo vecchio e stanco, completamente solo, mentre la Cina come lui la conosceva è cambiata radicalmente in tutti i settori della società e della politica, lasciando lo spazio a una nazione assai differente, e in giro non è rimasto nessuno di quelli che conosceva e che conoscevano lui, nessuno che abbia mai sentito pronunciare il suo nome. Non gli resta quindi che vivere una malinconica e invisibile vita da giardiniere, come i milioni di cittadini senza ricchezze, fama, cariche o titoli onorifici.

Nel 1967, nel pieno della famigerata Rivoluzione culturale e all'apice della dittatura di Mao e del suo culto personale, Pu Yi assiste in mezzo alla folla in delirio a una manifestazione delle Guardie Rosse, che trascinano in piazza alcuni cittadini accusati di varie colpe contro la Cina comunista: tra di essi vi è anche il governatore della sua stessa prigione, accusato di revisionismo, servilismo di casta e controrivoluzione. Per l'ex sovrano cinese questo è un duro colpo, poiché l'uomo che ha fatto di lui un cittadino modello agli occhi del regime comunista è stato di fatto estromesso dallo stesso governo centrale di Pechino. Dopo essere stato trascinato via e gettato a terra da un gruppo di giovani esaltati, l'anziano e malfermo Pu Yi paga come un qualsiasi altro turista il biglietto all'entrata della sua ex reggia, la Città proibita, che visita con grande commozione, rievocando i lontani giorni perduti in cui l'abitava. Quando incontra il figlio del custode del museo, gli confida di esser stato l'ultimo Imperatore della Cina, e per dimostrarlo estrae da sotto il trono una scatola con dentro, ancora vivo, il grillo che gli era stato donato sessant'anni prima, all'atto della sua incoronazione.

Il film si conclude nei tempi moderni, con una folla di turisti che accede all'imponente sala dove Pu Yi fu incoronato da piccolo, mentre la guida cita la sua morte, avvenuta nel 1967.

Produzione[modifica | modifica wikitesto]

Sceneggiatura[modifica | modifica wikitesto]

Il regista Bernardo Bertolucci ha proposto il film al governo cinese come uno dei due possibili progetti; l'altro era un adattamento di La condizione umana di André Malraux.

Gli sceneggiatori ignorarono nella stesura l'omosessualità del personaggio di Pu Yi, scatenando la protesta dopo la prima proiezione della comunità gay.[1]

Cast[modifica | modifica wikitesto]

Per il ruolo dell'imperatore adulto fu scelto l'attore John Lone, nato a Hong Kong e formatosi all'Opera di Pechino, considerato adatto per incarnare la raffinatezza e la decadenza sensuale del personaggio. Per l'attrice Joan Chen, che interpretava la moglie Wang Jung, le riprese del cinema significarono il ritorno alla terra natale, dove a quattordici anni aveva interpretato Youth, il film che aveva lanciato la sua carriera.[1]

Riprese[modifica | modifica wikitesto]

Il film ha ricevuto il rarissimo permesso, soprattutto per un regista non cinese, di fare le riprese entro le mura della Città Proibita, dove gran parte della vita di Pu Yi ha avuto luogo, divenendo di fatto il primo film occidentale in cui si mostra l'autentica ambientazione della corte imperiale cinese.

In previsione del film Bertolucci arruolò circa ventimila comparse[1] e trecento tecnici tra italiani, inglesi e cinesi, che lavorarono sul set per circa sei mesi. Il blocco di riprese totali ebbe luogo tra il 28 luglio 1986 e il 30 gennaio 1987. Oltre che in Cina, a Pechino, le riprese si sono svolte anche negli studi di Cinecittà a Roma.

Accoglienza[modifica | modifica wikitesto]

Il film grazie ai notevoli incassi e al trionfo alla notte degli Oscar segnò una sorta di riscatto dei film storici, o del cinema-spettacolo nella tradizione di Cecil B. DeMille. Il film uscì in Italia il 23 ottobre 1987 e negli Usa il 18 novembre. Gli incassi furono notevoli: la pellicola raggiunse quasi 44 milioni di dollari negli Stati Uniti,[2] e in totale incassò oltre 78 milioni di dollari.

Riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

Inesattezze storiche[modifica | modifica wikitesto]

Nella realtà Pu Yi, Nome di Famiglia, (Hsüan T'ung Nome Imperatore) fu incoronato all'età di due anni, mentre nella pellicola a tre.

Curiosità[modifica | modifica wikitesto]

  • Il film andò in onda in versione estesa, in prima visione televisiva italiana, il 17[3] e il 18 dicembre 1989 alle ore 20:30 su Rai 1[4]; la seconda parte[3] fu inserita all'interno dell'ultima puntata[4] del programma Terre lontane, ideato e condotto da Enzo Biagi[3], che in tale occasione intervistò anche l'ultima moglie di Pu Yi[4].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Giuliana Zuccoli Bellantoni, Cine Collection - Il grande cinema di oggi, nº 1, Milano, Fabbri Editori, 1994, p. 1.
  2. ^ (EN) The Last Emperor, boxofficemojo.com. URL consultato il 27 dicembre 2016.
  3. ^ a b c pag.18 de l'Unità, edizione del 17/12/1989, vd. Archivio Storico Unità.
  4. ^ a b c pag.10 de l'Unità, edizione del 18/12/1989, vd. Archivio Storico Unità.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]