L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica

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L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica
Titolo originale Das Kunstwerk im Zeitalter seiner technischen Reproduzierbarkeit
Autore Walter Benjamin
1ª ed. originale 1936
1ª ed. italiana 1966
Genere saggio
Sottogenere filosofia, estetica
Lingua originale tedesco

L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica è un saggio del filosofo tedesco Walter Benjamin, pubblicato nel 1936.

Tesi[modifica | modifica sorgente]

In questo saggio, Walter Benjamin sostiene che l'introduzione, all'inizio del XX secolo, di nuove tecniche per produrre, riprodurre e diffondere, a livello di massa, opere d'arte ha radicalmente cambiato l'atteggiamento verso l'arte sia degli artisti sia del pubblico.

Secondo Benjamin, tecniche quali il cinema, il fonografo o la fotografia invalidano la concezione tradizionale di "autenticità" dell'opera d'arte. Infatti, tali nuove tecniche permettono un tipo di fruizione nella quale perde di senso il distinguere tra fruizione dell'originale e fruizione di una copia. Ad esempio, mentre per un quadro di epoca rinascimentale non è la stessa cosa guardare l'originale o guardarne una copia realizzata da un altro artista, per un film questa distinzione non esiste, in quanto la fruizione dello stesso avviene mediante migliaia di copie che vengono proiettate contemporaneamente in luoghi diversi; e nessuno degli spettatori del film ne fruisce in modo "privilegiato" rispetto a qualsiasi altro spettatore.

In forza di ciò, si realizza il fenomeno che Benjamin chiama la "perdita dell'aura" dell'opera d'arte. L'aura (concetto che Benjamin elabora partendo da un'intuizione di Baudelaire) era una sorta di sensazione, di carattere mistico o religioso in senso lato, suscitata nello spettatore dalla presenza materiale dell'esemplare originale di un'opera d'arte.

Secondo Benjamin, l'arte nacque storicamente in connessione con la religione (Benjamin richiama in proposito l'esempio delle pitture rupestri di epoca preistorica), e proprio il fenomeno dell'aura costituì per lungo tempo una traccia di questa sua origine. Il concetto di "arte per l'arte", tipico dell'estetismo decadente, rappresenta secondo Benjamin l'ultimo correlativo, in sede di teoria estetica, del fenomeno dell'aura. Ma contemporaneamente al decadentismo nacque la cultura di massa: per Benjamin fu proprio quest'ultima che iniziò per la prima volta a rimuovere l'aura dalle opere artistiche.

Le due forme sotto cui si presenta l'arte del secolo ventesimo - da una parte la cultura di massa, dall'altra l'avanguardia artistica - sono secondo Benjamin accomunate entrambe dalla perdita dell'aura: come il cinema abolisce la contemplazione attraverso il rapido succedersi delle immagini, così il dadaismo dissacra letteralmente l'arte, utilizzando materiali degradati in funzione provocatoria.

Avendo perso con l'aura il suo carattere di sacralità (ovverosia, per usare l'espressione di Benjamin, il suo aspetto "cultuale"), l'arte del '900, per Benjamin, si pone l'obiettivo di cambiare direttamente la vita quotidiana delle persone, influenzando il loro comportamento: l'arte cioè assume un ruolo in senso lato politico. Sempre secondo Benjamin, tale influenza politica può esercitarsi sia in direzione progressista, sia in direzione reazionaria.

Un tipico esempio di uso reazionario dell'arte applicata alla politica è, per Benjamin, costituito dal fascismo. Il fascismo adopera le nuove tecniche di produzione e diffusione del fatto artistico allo scopo di assoggettare le masse, ipnotizzandole mediante la riproposizione mistificante di una sorta di falsa aura, prodotta artificialmente attorno alla figura del Capo: "Il fascismo tende [...] a un'estetizzazione della vita politica. Alla violenza esercitata sulle masse, che vengono schiacciate nel culto di un duce, corrisponde la violenza da parte di un'apparecchiatura, di cui esso si serve per la produzione di valori cultuali"[1].

Se per Benjamin il fascismo ha estetizzato la politica, il comunismo (che per Benjamin è rappresentato essenzialmente dall'avanguardia marxista degli anni venti e dei primi anni trenta del ventesimo secolo) gli risponde politicizzando l'arte. Nel cinema di Eizenstein e nel teatro di Bertolt Brecht si realizzano, secondo Benjamin, positive tendenze alla democratizzazione dell'arte e alla cessazione della distinzione tra artista e pubblico.

Storia editoriale e fortuna critica[modifica | modifica sorgente]

Esistono quattro stesure del saggio L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica: la prima fu scritta da Walter Benjamin tra il settembre e l'ottobre del 1935, la seconda tra la fine del 1935 e il febbraio 1936, la terza fra il gennaio e l'aprile 1936 e la quarta fra la primavera del 1936 e il 1939[2]. Mentre le prime due stesure rimasero inedite in vita dell'autore, la terza stesura fu pubblicata per la prima volta a Parigi nel 1936 nella "Zeitschrift für Sozialforschung" (la rivista teorica della Scuola di Francoforte), in una traduzione francese curata da Pierre Klossowski[3]. Questa edizione apparve solo dopo aver subito una serie di tagli redazionali non approvati da Benjamin, il quale venne a sapere di tali interventi solo quando il testo era ormai in stampa; Benjamin, in alcune lettere indirizzate al direttore della Scuola di Francoforte Max Horkheimer, protestò vivacemente contro questa arbitraria manipolazione del suo saggio, e continuò a elaborarlo fino a giungere alla quarta stesura del 1939[4], il cui testo apparve (postumo) solo nel 1955.

La prima traduzione italiana de L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica fu condotta sulla quarta stesura[5] e apparve nel 1966 per i tipi dell'editore Einaudi, in un volume con lo stesso titolo (da allora più volte ristampato) che comprendeva, sempre di Walter Benjamin, oltre a questo saggio, anche la traduzione degli scritti Piccola storia della fotografia (edizione tedesca 1931), Eduard Fuchs, il collezionista e lo storico (ed. ted. 1937), e due saggi su Bertolt Brecht: Che cos'è il teatro epico? (ed. ted. 1939) e Commenti ad alcune liriche di Brecht (ed. ted. postuma, 1955)[6]. Questa edizione italiana "di lì a poco, nelle facoltà universitarie occupate, divenne uno dei testi canonici della contestazione giovanile"[7]. Nel sesto volume delle Opere complete di Benjamin pubblicate in Italia dall'Einaudi sono ora disponibili anche la seconda stesura (ivi però erroneamente indicata come la prima) e la terza stesura in francese[8].

Il saggio di Walter Benjamin L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica è oggi considerato uno dei testi classici dell'estetica del '900, e continua ad esercitare una forte influenza specialmente per quanto riguarda l'analisi e la valutazione della cultura di massa. Su questo argomento la posizione di Benjamin si distingue da quella degli altri filosofi della Scuola di Francoforte, in quanto Benjamin perviene ad un giudizio sull'arte di massa che non è di netta condanna, ma cerca di evidenziarne sia i rischi sia le potenzialità emancipatorie[9].

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Walter Benjamin, L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica, traduzione di Enrico Filippini, introduzione di Cesare Cases, nota di Paolo Pullega, Einaudi, Torino 2000 (1.a ed. 1966), pp. 184.
  • Walter Benjamin, L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica e altri scritti sui media, traduzione e cura di Giulio Schiavoni, Bur-Rizzoli, Milano 2013, pp. 244.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Walter Benjamin, op. cit., pag. 46.
  2. ^ Fabrizio Denunzio, Quando il cinema si fa politica. Saggi su L'opera d'arte di Walter Benjamin, Ombre Corte, Verona 2010, p. 10.
  3. ^ Cfr. la Nota di Paolo Pullega in appendice a Walter Benjamin, op. cit., p. 165, nonché Fabrizio Denunzio, op. cit., pp. 67-9.
  4. ^ Fabrizio Denunzio, op. cit., pp. 67-9.
  5. ^ Fabrizio Denunzio, op. cit., p. 11.
  6. ^ Cfr. la Prefazione di Cesare Cases in Walter Benjamin, op. cit., p. 7.
  7. ^ Paolo Pullega, op. cit., p. 167.
  8. ^ Fabrizio Denunzio, op. cit., pp. 10-11.
  9. ^ Andrea Lanza, Il secondo Novecento (Storia della musica, 12), EDT, Torino, 1992, pp.6-17