L'armata Brancaleone

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L'armata Brancaleone
Armata brancaleone (11).jpg
Vittorio Gassman (Brancaleone) e Gianluigi Crescenzi (Taccone)
Paese di produzioneItalia
Anno1966
Durata120 min
Rapporto2,35:1
Generecommedia, avventura, comico, storico
RegiaMario Monicelli
SoggettoAge & Scarpelli, Mario Monicelli
SceneggiaturaAge & Scarpelli, Mario Monicelli
ProduttoreMario Cecchi Gori
Casa di produzioneFair Film
Distribuzione in italianoTitanus
FotografiaCarlo Di Palma
MontaggioRuggero Mastroianni
Effetti specialiArmando Grilli
MusicheCarlo Rustichelli
ScenografiaPiero Gherardi
CostumiPiero Gherardi
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani

L'armata Brancaleone è un film del 1966 diretto da Mario Monicelli.

Vincitore di tre Nastri d'argento, fu presentato in concorso al 19º Festival di Cannes.[1]

Trama[modifica | modifica wikitesto]

XI secolo. Brancaleone da Norcia, unico e spiantato rampollo di una nobile famiglia decaduta, dotato però di una non comune eloquenza ed animato da sane virtù e cavallereschi princìpi, incontra un manipolo di miserabili: l'anziano notaio ebreo Abacuc, il robusto Pecoro, un ragazzino di nome Taccone e lo scudiero Mangoldo. Essi propongono di raggiungere il feudo di Aurocastro in Puglia, secondo quanto dettato in una misteriosa pergamena scritta da Ottone I il Grande, documento invero rubato a un cavaliere creduto morto. Inizialmente riluttante, dopo essere stato sconfitto in un torneo, Brancaleone accetta di capeggiare la spedizione.

Durante il viaggio per la penisola, viene coinvolto in diverse avventure: l'incontro con un principe bizantino diseredato, tale Teofilatto, che si aggrega all'armata; l'ingresso in una città apparentemente deserta dando licenza di saccheggio, salvo scoprirla poi infestata dalla peste. Ci si aggiunge il monaco Zenone (ispirato a Pietro l'eremita), diretto con dei pellegrini a Gerusalemme. L'attraversamento di un «cavalcone» pericolante causa la caduta di Pecoro, sicché Zenone pensa ad una maledizione. Scoprendo la religione ebraica di Abacuc, il religioso gli impone il battesimo sotto una piccola cascata gelata. Tutto questo non impedisce che lo stesso monaco precipiti durante l'attraversamento di un successivo cavalcone.

Durante il cammino si inoltrano in un bosco e proprio qui il cavaliere salva una giovane promessa sposa, Matelda, dalle grinfie di avidi barbari che hanno massacrato le guardie di scorta che erano con la ragazza. Brancaleone uccide il capo dei manigoldi e, in seguito, lei si offre di guidarli fino al suo tutore, ferito mortalmente dai barbari, che in punto di morte fa promettere a Brancaleone di portarla in sposa al nobile Guccione. Lei però non vuole sposare Guccione e vorrebbe invece Brancaleone, ma il cavaliere - spinto dai suoi ideali cavallereschi - rifiuta: la donna allora si concede - di nascosto da Brancaleone - nottetempo a Teofilatto. Dopo altri giorni di viaggio la comitiva giunge alla roccaforte di Guccione. Durante i festeggiamenti per il matrimonio di Matelda con Guccione, il nobile scopre che Matelda non è più vergine e fa di conseguenza rinchiudere Brancaleone, da lei accusato, in una gabbia. Gli amici dell'armata lo liberano, con l'aiuto di un fabbro, Mastro Zito. Brancaleone scopre dai suoi compagni di viaggio che Matelda è stata portata in un monastero da Guccione. Raggiunge quindi il convento e, dopo aver ucciso diverse guardie del nobile, arriva alla sua stanza, ma lei ha scelto di prendere i voti per espiare la giusta penitenza per il fatto di averlo accusato ingiustamente e non intende venir meno alla sua scelta. Brancaleone, sorpreso e amareggiato per la perdita del suo amore, parte quindi con i suoi amici, con l'aggiunta del fabbro Zito.

Teofilatto, vedendo che sono arrivati vicino alla sua dimora, convince l'armata ad estorcere denaro alla famiglia dei Leonzi, fingendosi in ostaggio. Arrivati al castello, il gruppo viene accolto dalla famiglia dei Leonzi al completo, a detta dello stesso Teofilatto avvezza ad intrighi e raggiri. Manca solo il capofamiglia, ma durante l'attesa del suo arrivo Teodora, zia di Teofilatto e amante del nano e deforme Cippa, seduce Brancaleone che, prima di seguirla nelle sue stanze, affida ad Abacuc le trattative per il riscatto. Mentre il cavaliere subisce le passioni violente della zia, una sorta di sadomasochista ante litteram, Abacuc chiede al padre di Teofilatto il riscatto per il figlio, ma questi, rifiutatosi - essendo il figlio nato fuori dal matrimonio, concepito con una serva - intima loro di andarsene entro breve, pena l'essere trafitti da frecce avvelenate. Il gruppo allora fugge di gran carriera e, proprio in quel momento, ritorna Brancaleone (ancora mezzo nudo) che, invece di una ricca ricompensa, si trova a dover scappare insieme agli altri, riuscendo per un soffio a sfuggire a morte certa.

Dopo altri giorni di viaggio Taccone e Teofilatto rincontrano Pecoro nella tana di una femmina d'orso, che lo ha salvato dopo la caduta nel precipizio, curandolo e adottandolo come suo compagno. Dopo essere sfuggiti all'orso, portano l'amico a ricongiungersi con la comitiva. Nella fuga Abacuc cade però in acqua, ammalandosi. Passano alcuni giorni e, quando ormai i sei sono in vista del feudo di Aurocastro, Abacuc muore, venendo seppellito insieme alla cassa che lo ha sempre accompagnato. Giunti nelle campagne intorno al feudo da reclamare, il gruppo sente delle campanelle che associano al sonaglio di Zenone: scoprono poi che si sbagliano poiché il suono proveniva da una mucca.

La comitiva raggiunge quindi la roccaforte di Aurocastro e gli abitanti del luogo si affrettano a consegnare agli eroi le chiavi del castello prima di rifugiarvisi, lasciando l'armata sola a fronteggiare l'attacco da parte dei pirati Saraceni. Una volta avvistate le nere vele dei pirati, i sei si spiegano le parole della pergamena: Ottone aveva consegnato la cittadina a un feudatario che l'avrebbe salvata dalle numerose incursioni dei pirati. Brancaleone e il suo piccolo esercito, dopo aver maldestramente tentato di tendere una trappola agli invasori, sono fatti ben presto prigionieri e condannati alla pena di morte per impalamento.

I sei vengono però liberati da un misterioso personaggio che uccide tutti i saraceni. Il cavaliere che li ha salvati si rivela però essere il cavaliere erroneamente creduto morto all'inizio della storia. Questi, il vero e legittimo destinatario della pergamena, condanna Brancaleone e i suoi armigeri al rogo come ladri e usurpatori. Poco prima della morte, Teofilatto rivela a Brancaleone di essere stato lui ad avere abusato di Matelda, causando la rabbia dell'uomo, ma proprio quando la sentenza sta per essere eseguita ricompare il monaco Zenone - sopravvissuto alla caduta nel fiume e di nuovo a capo di un manipolo di straccioni diretti in Terra Santa - il quale convince il cavaliere a liberare Brancaleone ed i suoi, in quanto ancora legati al voto di seguire il monaco per liberare il Santo Sepolcro.

Produzione[modifica | modifica wikitesto]

Sceneggiatura[modifica | modifica wikitesto]

Brancaleone da Norcia, Teofilatto dei Leonzi e il frate Zenone (Enrico Maria Salerno) nel momento di attraversare il ponte di legno

Alla sceneggiatura collabora lo stesso regista, che con Agenore Incrocci e Furio Scarpelli, binomio meglio conosciuto come Age & Scarpelli inventa un idioma immaginario, tra il latino maccheronico, la lingua volgare medievale e l'espressione dialettale.

I costumi e tutte le scene girate all'esterno, curati da Piero Gherardi, presentano ambientazioni nuove rispetto a quelle conosciute finora nei film su questo tema, mentre alla fotografia lavora Carlo Di Palma.

La sceneggiatura richiama quella del film I soliti ignoti di Monicelli (la compagnia sgangherata e raccogliticcia che cerca di compiere una grande impresa, fallendola miseramente), anche nella somiglianza dei personaggi interpretati da Vittorio Gassman e Carlo Pisacane nei due film, oltre che in alcune sequenze specifiche, come quella in cui Gassman, contattato per entrare nella compagnia, dapprima rifiuta, per poi accettare dopo la sconfitta nel combattimento (di pugilato nei Soliti ignoti e al torneo nell'Armata Brancaleone). Inoltre, la scena in cui Teofilatto, durante una pausa del duello con Brancaleone, gli consiglia una cura per il fegato, è ricalcata dall'analoga sequenza tra Totò e Fabrizi in Guardie e ladri, film di Monicelli e Steno del 1951.

Cast[modifica | modifica wikitesto]

Teofilatto dei Leonzi (Gian Maria Volonté) in una scena del film

La scelta di Gian Maria Volonté nel ruolo di Teofilatto dei Leonzi venne imposta al regista dal produttore Mario Cecchi Gori. L'attore milanese era famoso in quel periodo grazie alla sua partecipazione, con il ruolo di antagonista, ai film western per la regia di Sergio Leone. Mario Monicelli non nascose il suo dissenso e in un'intervista rilasciata in occasione del quarantesimo anniversario del film rivelò come invece avesse prescelto Raimondo Vianello per lo stesso ruolo.

Il personaggio di Zenone fu invece caratterizzato dallo stesso Enrico Maria Salerno, che dopo aver letto la sceneggiatura chiese a Monicelli di affidargli la parte, per la quale utilizzò la tonalità in falsetto che convinse il regista.

Catherine Spaak aveva circa vent'anni nel momento in cui partecipò alla lavorazione del film, non conosceva bene l'italiano e il linguaggio richiesto dal copione. Racconta l'attrice franco-belga: «Già studiare il copione era per me molto difficile, quando arrivavo sul set venivo poi accolta con prese in giro e parolacce. All'inizio trattenevo a stento le lacrime ma capivo il loro divertimento e non potevo rovinargli la festa. È anche così che ho appreso il rigore e lo spessore del grande cinema italiano[2]

Riprese[modifica | modifica wikitesto]

Molti dei luoghi citati da Brancaleone (Aurocastro, San Cimone, Bagnarolo, Panzanatico), nonché le battaglie (battaglia di Battilonta, battaglia di Sutri) sono fittizi.

Il film è girato in gran parte nell'alto Lazio e nella Maremma laziale: a Viterbo (il portone della vedova appestata è quello di palazzo Chigi), a Canino (convento di S. Francesco dove si rifugia Matelda), Calcata, a Fabrica di Roma presso l'abbazia di Santa Maria di Falerii, a Nepi nei pressi dell'acquedotto (scena iniziale dei predoni) e del castello dei Borgia, Vitorchiano (la città che saccheggiano e dove si è diffusa la peste), nella cava di tufo di Valentano (incontro con il santo monaco Zenone), a Vulci (Ponte del Diavolo e il Castello dell'Abbadia), Tuscania (presso la cripta della chiesa di San Pietro), a Chia presso la Torre di Chia (scena dell’accampamento dei cavalieri e in quella della morte di Abacuc), a Civita Castellana in località Torre Chiavello vicino il Monte Soratte (duello tra Brancaleone e Teofilatto dei Leonzi), nella faggeta di Monte Cimino (incontro con Matelda), a Civita di Bagnoregio nella valle dei calanchi, nelle zone a ridosso dei laghi vulcanici di Vico (approdo della nave, bagno di Matelda) e Bolsena nei pressi di Capodimonte[3], e in Toscana, nella zona della Val d'Orcia e delle Crete senesi. La scena di Aurocastro invece è girata presso il borgo calabrese di Le Castella, situato nei pressi di Capo Rizzuto, mentre la giostra iniziale sotto il borgo umbro di Casteldilago.

Titoli di testa[modifica | modifica wikitesto]

I titoli di testa e le animazioni furono realizzati da Emanuele Luzzati.

I precedenti filmici e letterari[modifica | modifica wikitesto]

Nella intervista rilasciata a Stefano Della Casa e pubblicata nel libro dedicato al film, il regista afferma di avere tratto l'idea per il suo Brancaleone da una visione casuale, nei laboratori di Cinecittà, di alcune scene di un film di Luigi Malerba e Antonio Marchi del 1955, intitolato Donne e soldati, che in quel periodo era ancora in fase di montaggio.

L'ispirazione degli sceneggiatori nasce da elementi cinematografici come La sfida del samurai di Akira Kurosawa del 1961 e I cento cavalieri di Vittorio Cottafavi del 1964[4], e da un narratori di letteratura cavalleresca e picaresca[5] come Luigi Pulci, Teofilo Folengo, François Rabelais, Cervantes, Italo Calvino del Cavaliere inesistente.

Monicelli, convinto sostenitore del primato del cinema muto nei confronti del sonoro, difese la sua convinzione che la lingua volgare e inventata avrebbe dovuto ricoprire un ruolo accessorio rispetto alle immagini e alla sequenze cinematografiche davanti alle perplessità mostrate dal produttore Mario Cecchi Gori che esprimeva dubbi sulla comprensibilità dei dialoghi.

Col nome di Brancaleone è noto uno dei cavalieri italiani che presero parte nel 1503 alla disfida di Barletta.

Il contenuto "storico"[modifica | modifica wikitesto]

L'armata di Brancaleone

Monicelli descrive il Medioevo straccione, popolato di disperati, miserabili, cialtroni ed appestati, dualista, perennemente diviso tra fede e peccato, spirito e carne, eros e morte, rivisitando il mito delle gesta cavalleresche. Un medioevo violento e cruento nel quale le scene risultano crude, nonostante la comicità.

Colonna sonora[modifica | modifica wikitesto]

Le musiche dell'Armata Brancaleone sono state composte da Carlo Rustichelli e cantate dal tenore lirico leggero Piero Carapellucci. La colonna sonora venne incisa su dischi Parade.:[6]

  1. Marcia (Titoli di testa) e dopo la battaglia – 2:54
  2. Combattimento – 1:08
  3. Un prezioso bottino – 1:49
  4. Marcia (#2) – 2:13
  5. La città appestata e cuccuruccù – 1:40
  6. La dama misteriosa – 1:54
  7. Pirulè (strani pellegrini) – 2:33
  8. Brancaleone e Matelda (tema d'amore) – 1:28
  9. Marcia (#3) – 1:19
  10. Tema d'amore e Brancaleone prigioniero – 3:09
  11. Cavalcata e tema d'amore – 1:45
  12. Gli ultimi duchi di Bisanzio – 1:12
  13. Brancaleone incontra Teodora – 2:58
  14. Marcia (#4) – 1:20
  15. Brancaleone in gabbia e marcia di Brancaleone (Finale) – 1:26
  16. Marcia di Brancaleone (Titoli) – 2:16
  17. L'armata Brancaleone (il campo dei caduti) – 3:17
  18. Combattimento (#2) – 2:10
  19. Marcia di Brancaleone (#5) – 2:42
  20. L'armata Brancaleone (peste!) – 1:58
  21. Cuccuruccù – 1:27
  22. Pirulè (strani pellegrini #2) – 3:49
  23. Brancaleone e Matelda (tema d'amore #2) – 2:09
  24. Brancaleone e Matelda (tema d'amore #3) – 2:06
  25. L'armata Brancaleone (tema d'amore/A cavallo) – 1:46
  26. L'armata Brancaleone (Bizantini/Incontro con Teodora) – 4:33
  27. Marcia di Brancaleone (#6) – 1:39
  28. Marcia di Brancaleone (#7) – 3:42
  29. L'armata Brancaleone (Brancaleone prigioniero) – 1:39
  30. Pirulè (liberazione di Brancaleone e Marcia- Finale) – 1:52
  31. Marcia di Brancaleone (versione singolo Lato A) – 1:33
  32. Cuccuruccù (versione singolo Lato B) – 1:39
  33. Marcia di Brancaleone (con la voce di Vittorio Gassman) – 0:31

Distribuzione[modifica | modifica wikitesto]

Il film uscì nelle sale cinematografiche italiane il 7 aprile del 1966. Presentato a Cannes nel maggio dello stesso anno, venne poi esportato in Germania il 28 giugno del 1968. Poi in Spagna il 27 settembre del 1983.[7]

Accoglienza[modifica | modifica wikitesto]

L'armata Brancaleone alla sua uscita nelle sale diviene subito campione di incassi, raccogliendo i consensi della critica e collezionando numerosi premi internazionali.[8]

Incassi[modifica | modifica wikitesto]

L'incasso accertato sino al 31 dicembre 1970 è di 1 878 628 000 lire.[9]

Critica[modifica | modifica wikitesto]

Brancaleone e Matelda (Catherine Spaak)

Gianni Rondolino nel Catalogo Bolaffi del cinema italiano 1966-1975 scrisse: «Il primo esempio di film maccheronico tutto costruito sui temi della farsa e del dramma, dell'avventura e della satira, stravolti da una continua invenzione formale, a livello di linguaggio e di stile cinematografico, che fa scaturire dalle immagini e dai dialoghi un'interpretazione grottesca sia nella realtà rappresentata sia nei modi della sua rappresentazione. Pur nell'ambito d'una esercitazione contenutistica e formale di stampo goliardico L'Armata Brancaleone per la novità ed il successo di pubblico, che ha avuto, costituisce un originale esempio di cinema di consumo le cui imitazioni sono state inferiori all'originale».

Influenza culturale[modifica | modifica wikitesto]

L'antonomasia «armata Brancaleone» è entrata nel linguaggio comune ed è riportato ormai da diversi dizionari della lingua italiana.[10] La locuzione indica un gruppo variopinto, un'accozzaglia di persone dalle idee confuse e poco organizzate.[11]

Alcune espressioni utilizzate nel film sono diventate di uso popolare, come ad esempio «che te ne cale», utilizzata nell'uso colloquiale l'espressione «cosa te ne importa»; «et come non?» per l'espressione italiana «e come no?»; o ancora «mai coverto», a significare «mai sentito, mai conosciuto».[12]

Riferendosi al personaggio di Brancaleone, Vittorio Gassman ebbe a dire: «c'era la bellissima invenzione di quel linguaggio e di quel personaggio, una specie di samurai che ormai tutti conoscono e che è stato credo il personaggio che mi ha dato più popolarità».[13]

Anacronismi[modifica | modifica wikitesto]

Il film inizia con un'invasione di barbari Alemanni. Tuttavia l'ultima incursione alemanna in Italia risale al VI secolo e in particolare ebbe termine con la battaglia del Volturno del 554. Pertanto è assolutamente anacronistico porre l'evento a stretto contatto con la prima crociata, in quanto si tratta di un fatto anteriore di quasi cinque secoli. In generale, nel Basso Medioevo le invasioni barbariche erano un fenomeno ormai del tutto esaurito. Inoltre, nella scena iniziale del film, i barbari parlano uno pseudo-lombardo, ma nelle scene non doppiate gli attori recitano in ungherese: si sentono distintamente esclamare "figyelem" (attenzione) e "bocsi" (scusi).[senza fonte] Appare anche un pollaio con un tacchino, in anticipo di diversi secoli data l'origine americana del pennuto.

La presenza dei Bizantini in Italia è altrettanto incompatibile con il tema della Crociata, dato che i Bizantini si ritirarono definitivamente dall'Italia nel 1071 e la prima crociata ebbe luogo nel 1096, quando il loro dominio nel sud della penisola era stato sostituito dai Normanni. La famiglia di Teofilatto però è presentata come decadente, il castello è quasi in rovina e potrebbe quindi trattarsi di una corte di duchi bizantini ormai privi di feudi e dominio effettivo sul territorio, isolati nei loro ultimi possedimenti.

Restauro[modifica | modifica wikitesto]

Il film, in occasione del suo quarantesimo anniversario, è stato restaurato all'interno di un progetto culturale finanziato da una fondazione privata che ha lo scopo di recuperare e salvaguardare i più importanti titoli cinematografici italiani. Il restauro fu curato da Giuseppe Rotunno.[14]

Sequel[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Brancaleone alle crociate.

Quattro anni dopo, nel 1970, uscì un seguito intitolato Brancaleone alle crociate, sempre diretto da Mario Monicelli. Il film riscosse un buon successo, anche se non arrivò all'altezza del primo capitolo.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (EN) Official Selection 1966, festival-cannes.fr. URL consultato il 13 giugno 2011 (archiviato dall'url originale il 26 dicembre 2013).
  2. ^ Catherine Spaak, ringrazio le parolacce dell'armata Brancaleone, su www1.adnkronos.com.
  3. ^ La Tuscia ai tempi dell'Armata Brancaleone e Gandino G., Uomini e paesaggi medievali nel cinema: l'armata Brancaleone di Mario Monicelli, in Bonini G., Cervi R. e Garimberti E. (a cura di), Il paesaggio agrario italiano medievale. Storia e didattica, Quaderni Istituto Alcide Cervi, vol. 7, Reggio Emilia, Gattatico, 2011, pp. 241-246, ISBN 9788890421129, OCLC 898562966. URL consultato il 3 marzo 2020. Ospitato su academia.edu.
  4. ^ Dizionario dei Film 1996, a cura di Paolo Mereghetti, Baldini & Castoldi, Milano, 1996.
  5. ^ Dizionario dei Film 1996, cit.
  6. ^ Armata Brancaleone, L'- Soundtrack details, soundtrackcollector.com.
  7. ^ Date di uscita per L'armata Brancaleone (1966), IMDb.
  8. ^ Catalogo Bolaffi del cinema italiano 1966/1975
  9. ^ Catalogo Bolaffi del cinema italiano 1966/1975.
  10. ^ Il Devoto-Oli. Vocabolario della lingua italiana, Le Monnier, registra anche l'aggettivo "brancaleonesco" con riferimento a qualcosa che è un «misto di eroico e di ridicolo».
  11. ^ Sarei interessato a conoscere quale sia l'origine del detto “Armata Brancaleone”., su www.treccani.it. URL consultato il 3 gennaio 2016.
  12. ^ Brancaleone nel racconto di Monicelli, su festivaldelmedioevo.it.
  13. ^ avvenire.it, https://www.avvenire.it/agora/pagine/monicelli-tragica-fine-di-un-maestro-del-cinema_201011300741298430000.
  14. ^ Restauro L'armata Brancaleone, su movieplayer.it.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Bruno Torri - Il cinema italiano dalla realtà alle metafore - Palumbo (1973)
  • Age e Scarpelli - Mario Monicelli - Il romanzo di Brancaleone - Longanesi (1984)
  • Masolino D'Amico - La commedia all'italiana - Mondadori (1985)
  • Aldo Viganò - La commedia italiana in cento film - Le Mani (1999)
  • Stefano Della Casa - Storia e storie del cinema popolare italiano - La Stampa (2001)
  • Mariano Sabatini e Oriana Maerini - Mario Monicelli, la sostenibile leggerezza del cinema. Libro intervista - Edizioni Scientifiche Italiane (2001)
  • Gian Piero Brunetta - Guida alla storia del cinema italiano (1905-2003) - Einaudi (2003)
  • Stefano Della Casa - L'Armata Brancaleone. Quando la commedia riscrive la storia - Lindau (2006)
  • Fabrizio Franceschini (a cura di) - Age-Scarpelli-Monicelli: L'armata Brancaleone. La sceneggiatura - Erasmo (2016)

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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