Kiya

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Kiya, moglie di Akhenaton

Kiya (... – ...) è stata una delle mogli del faraone Akhenaton, meno conosciuta dalle fonti rispetto alla prima delle mogli reali, Nefertiti. Potrebbe esser stata la madre di Tutankhamon.

Nome[modifica | modifica wikitesto]

Il nome Kiya è stato oggetto di dibattito. Diversi ritengono si tratti di un nome vezzeggiativo, e che la regina fosse di origine siriana o comunque straniera identificandola con Tadukhipa dei Mitanni[1] ma una recente ipotesi suppone che dietro in nome Kiya si nasconda una delle due sorelle del re Akhenaton cioè Baketaten. Nelle iscrizioni Kiya ha i titoli di "Favorita" e "La molto amata", ma mai di "Ereditiera" o "Grande Sposa Reale", il che può suggerire un'origine straniera o comunque non di sangue reale egiziano. Questo il suo titolo completo: "La moglie molto amata del Re dell'Alto e Basso Egitto, che vive in Verità, Signore delle Due Terre, Neferkheperrura Waenra, figlio di Aton Vivente, che regnerà per sempre nei secoli, Kiya". L'uso del nome di Aton nel titolo la lega chiaramente ad Akhenaton, e a nessun altro faraone. È stato ora accertato, tramite esami del DNA, che la mummia conosciuta come KV35 Young Lady è la madre del re Tutankhamon e sorella della mummia KV55, che sempre dal DNA risulta essere il padre di Tutankhamon: il giovane re quindi sarebbe figlio di due fratelli entrambi figli di Amenhotep III e la Grande Sposa reale Tiye. Poichè Kiya non sembra essere di sangue reale e mai viene definita figlia o sorella del re, cade quindi la teoria che la vede madre di Tutankhamon.

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V31 M17 Z4 G1 B7
>

Kiya

Esiste la versione:

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kA Z4
G1
B7
>

Kaia

identificabile come vezzeggiativo di Ka, uno dei nomi dell'Anima secondo la tradizione dell'antico Egitto faraonico.

Scoperta[modifica | modifica wikitesto]

Kiya venne scoperta nel 1959, quando il suo nome con i titoli venne notato su un piccolo contenitore di cosmetici al Metropolitan Museum of Art che lo aveva comprato circa trent'anni prima, senza che la provenienza fosse nota, dall'egittologo Howard Carter. Diversi reperti del suo corredo funerario sono stati recuperati, come il sarcofago istoriato della tomba KV55 nella Valle dei Re ed una serie di canopi, dal nome sfortunatamente cancellato ma rimasto leggibile su un contenitore con tracce dello stesso su una serie di canopi che la rappresentano. Vi sono chiare indicazioni che un tempio fu eretto per lei ad Amarna, il Maruaton, il Tempio dell'Ombra Solare, anche se il tempio fu poi usurpato da Merytaton, una delle figlie di Akhenaton, che rimpiazzò il nome di Kiya con il proprio. Gli egittologi inglesi Aidan Dodson e Dyan Hilton riportano: "Kiya è menzionata e raffigurata su vari blocchi da Amarna, su vasi a Londra e New York, su quattro frammenti di tubo di trucco nero a Berlino e Londra e su un'etichetta di vino. Si sono usati il suo sarcofago ed i canopi per seppellire un re (probabilmente Akhenaton) scoperto nella tomba KV55. Praticamente tutti i suoi monumenti furono usurpati dalle figlie di Akhenaton, indicazione quasi certa che cadde in disgrazia dopo l'anno dodicesimo del regno di Akhenaton."

Morte[modifica | modifica wikitesto]

Ci sono prove certe che Kiya cadde in disgrazia, dopo l'undicesimo anno del Regno di Akhenaton. Una etichetta di vino di quell'anno porta la sua ultima menzione. Un blocco di Amarna da Ermopoli dell'anno dodicesimo del regno la vede cancellata e rimpiazzata dal nome di Ankhesenpaton. Kiya è stata ritenuta la madre di Tutankhamon, con il particolare il titolo di "Moglie Molto Amata". In una raffigurazione presso il suo letto di morte si vedono un servo con un ventaglio ed una inserviente che terrebbe un bambino appena nato. La donna si reputa sia Kiya ed in un primo tempo si suppose che possa essere morta durante un parto. Più recentemente secondo il testo del link esterno in inglese si ipotizza che sia invece sopravvissuta al supposto parto e fosse tornata nelle grazie reali di Akhenaton, ma con poca fortuna vista la rivalità con Nefertiti. Esiste la mummia KV35 Young Lady che gli esami del DNA indicano come la madre di Tutrankhamon e che da esami anatomo-patologici risulta deceduta per omicidio: tale mummia però non può assolutamente essere identificata con Kiya, che non era di sangue reale come invece risulta essere la Young Lady. I più recenti esami del DNA portano a ritenere con notevole sicurezza che Kiya non sia la madre di Tutankhamon: la donna non identificata che muore di parto non sarebbe dunque lei.

Mummia[modifica | modifica wikitesto]

Ricerche recenti effettuate nel 2010 comprovate con il test del DNA identificano Kiya nella mummia detta "La donna giovane" della tomba KV35 come madre del faraone Tutankhamon ma anche come una delle due sorelle di Akhenaton probabilmente da identificarsi in Baketaten la quale secondo una supposizione cambiò il nome in Kiya; supposizione arbitraria dato che Kiya non ha titoli da principessa di sangue reale come invece ha Baketaton. La dottoressa Joann Fletcher ricercatrice egittologa dell'università di York, erroneamente riteneva trattarsi della mummia di Nefertiti ed insieme ad un'equipe di anatomo patologi e ricercatori forensi esaminò la mummia per provare la correlazione. Dopo l'esame del corpo ai raggi X furono trovate le prove che la donna probabilmente era stata assassinata con un colpo d'ascia o di macete sul fianco e che, dopo la morte, il corpo fu violato da ulteriori colpi che le deturparono il viso. Una recente confronto del DNA di questa mummia e di quello di Tutankhamon voluto da Zahi Hawass avrebbe provato incofutabilmente che era la madre del giovane faraone.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Margaret Bunson, Enciclopedia dell'antico Egitto, pag. 15

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • J. Van Dijk, "The Noble Lady of Mitanni and Other Royal Favourites of the Eighteeth Dynasty" in Essays on Ancient Egypt in Honour of Herman te Velde, Groningen 1997, pp. 35-37.
  • D. Forbes, "The Lady Wearing Large Earings: Royal Wife Kiya, Nefertiti's Rival", KMT. volume 17, number 3 (Fall 2006), p. 28.
  • A. Dodson, D. Hilton, The Complete Royal Families of Ancient Egypt, Londra 2004, p. 155.
  • Margaret Bunson, Enciclopedia dell'antico Egitto, Fratelli Melita Editori, ISBN 88-403-7360-8

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