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Kawaii

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Wikipe-tan, una mascotte di Wikipedia, è un personaggio considerabile kawaii

Kawaii (可愛い? o かわいい?, AFI: [kaw͍aiꜜi]) è un aggettivo della lingua giapponese che può essere tradotto in italiano come "carino", "amabile", "adorabile". A partire dall'inizio degli anni ottanta il termine indica anche una serie di personaggi fittizi di manga, anime, videogiochi o altro, e gli oggetti loro collegati all'interno del contesto della cultura giapponese. La subcultura che ne deriva, fatta di modi di vestirsi, di adornarsi, di parlare, di scrivere, di comportarsi, riguarda nello specifico (ma non soltanto) le ragazzine o i ragazzini più giovani, prevalentemente in Giappone.

Qualcosa di kawaii non deve essere soltanto "carino", ma anche piccolo, buffo, ornato, dall'aspetto innocente, infantile, generalmente dalle tonalità "femminili", quali bianco, azzurro, violetto e rosa. I personaggi kawaii, quindi, hanno fattezze bambinesche e ingenue, lineamenti graziosi, proporzioni minute ed essenziali, occhi grandi, scintillanti, teneri ed espressivi e una gran quantità di dettagli e particolari.

Definizione ed etimologia[modifica | modifica wikitesto]

I tre modi di scrivere la parola kawaii, in kanji, hiragana e katakana

La parola kawaii può essere tradotta in lingua italiana come "carino", "amabile", "adorabile".[1][2] È un aggettivo riferito al sostantivo kawaisa (可愛さ? "dolcezza", "carineria") e nel linguaggio moderno si riferisce essenzialmente a oggetti, persone, modi di fare che possono essere considerati dolci, innocenti, puri, genuini, gentili, ma anche infantili e bambineschi.[3]

Le origini del termine sono da ricercare nell'espressione kao hayushi (顔映し?) che letteralmente significa "faccia illuminata/raggiante", comunemente usata per riferirsi al viso di una persona che arrossisce.[4][5][6] Nei dizionari del periodo Taishō fino alla seconda guerra mondiale il termine veniva riportato come kawayushi, per poi mutare in kawayui e infine in kawaii, pur mantenendo lo stesso significato.[7] Nella sua accezione originale il termine indicava i concetti di "timido", "imbarazzato", e solo secondariamente quelli di "vulnerabile", "caro", "amabile" e "piccolo", ma nell'uso moderno questi ultimi finirono per assumere il significato principale.[8]

Raramente il termine viene scritto in kanji, ai quali viene preferita la scrittura in hiragana かわいい?.[9] È comunque diffusa anche la scrittura in kanji 可愛い?, ateji formato dai caratteri di "accettabile" ( ka?), "amore" ( ai?) e dal carattere hiragana い ("i"), uno dei due tipi di desinenze con le quali terminano gli aggettivi in giapponese (aggettivi in い e aggettivi in な).[10] Nella lettura congiunta dei due kanji il secondo viene pronunciato wai per evitare l'effetto cacofonico delle due vocali "a" vicine (ka-ai), suono poco comune nella lingua giapponese.[9]

Nel giapponese moderno vi sono numerose parole giapponesi che derivano dalla parola kawaii, per esempio kawairashii (可愛らしい?) traducibile come "adorabile" o "dolce", kawaigaru (可愛がる?) traducibile come "innamorarsi" o "incantarsi", kawaige (可愛げ?), che può essere tradotto come "fascino di un bambino innocente",[10] e kawaisō (かわいそう?, 可哀相? o 可哀想?), il cui significato di "pietoso", "patetico", "compassionevole" si rifà all'accezione originaria di kawaii.[7] L'idea giapponese di "carino" sottolinea infatti il senso di pathos ed empatia che l'oggetto impotente e indifeso ispira o trasmette nella mente dell'osservatore.[11]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Nascita del fenomeno[modifica | modifica wikitesto]

Sebbene in Occidente si tenda a considerare la cultura kawaii un fenomeno perlopiù contemporaneo, la predilezione del popolo giapponese per tutto ciò che è carino risale almeno al periodo Edo (1603-1867), quando i netsuke, preziosi fermagli ornamentali utilizzati per fissare alla cintura dei kimono piccole scatole portaoggetti o contenitori, divennero un ricercato oggetto di moda. Precedentemente il concetto estetico corrispondente all'eccezione moderna di kawaii fu descritto per la prima volta dalla poetessa Sei Shōnagon nelle sue Note del guanciale (databili intorno all'anno 1000), in cui scriveva che «in verità, tutte le cose piccole sono belle».[12] Secondo alcuni esperti, comunque, in passato il termine kawaii era usato esclusivamente per descrivere la tenerezza propria dei neonati o dei cuccioli e solo successivamente si iniziò a utilizzarlo per qualsiasi cosa che potesse essere considerata "carina".[13]

Dagli anni settanta del XX secolo il fenomeno iniziò ad assumere le proporzioni odierne, nascendo come semplice cultura giovanile ma assurgendo in poco tempo ad aspetto estremamente rilevante della cultura giapponese. Con la diffusione della penna a sfera e del portamine, tra le studentesse giapponesi si sviluppò in modo del tutto spontaneo un nuovo stile di scrittura, contraddistinto da grandi caratteri arrotondati e da lettere latine, caratteri katakana e piccoli disegni come cuori, stelle e faccine inseriti arbitrariamente nel testo, che rendevano la lettura difficoltosa a tal punto che il suo utilizzo fu vietato in molte scuole del paese. Ciò nonostante la sua popolarità fu tale che nel 1978 il fenomeno aveva interessato tutto il territorio nazionale, e si stima che nel 1985 circa cinque milioni di giovani giapponesi usassero abitualmente questo nuovo modo di scrivere.[14]

Nello stesso momento in cui i giovani iniziarono a intaccare il giapponese scritto con il loro stile infantile, anche la lingua parlata finì per essere influenzata da nuove forme di slang e modi di esprimersi. Già nel 1970 il quotidiano Mainichi Shinbun aveva pubblicato un articolo che riportava come la parola kakkoii (かっこいい? "bello", "affascinante") venisse storpiata dai ragazzi più giovani in katchoii, imitando la pronuncia di un bambino ancora incapace di articolare perfettamente le parole. Questo modo di parlare pseudo-infantile non si limitava alla storpiatura di parole d'uso comune, ma prevedeva anche il ricorso ad allusioni e perifrasi al posto di espressioni esplicite; per esempio in quegli anni al termine "sesso" veniva preferito il più innocente nyan nyan suru ("fare miao miao").[15]

La mania per il kawaii crebbe di pari passo con quella per le idol, che negli anni ottanta dominavano sia i palinsesti televisivi sia la scena musicale nipponica. Esse in poco tempo si fecero portavoce dello stile kawaii, appropriandosi del suo linguaggio, adottando modi di fare e di vestire deliberatamente infantili, fino a diventarne la personificazione per eccellenza.[16]

L'industria del kawaii[modifica | modifica wikitesto]

Negozio di Hello Kitty nei Paesi Bassi

Le aziende di marketing non impiegarono molto tempo a capire che questo stile così poco tradizionale e controverso, ma allo stesso tempo di grande richiamo per i più giovani, potesse essere applicato in toto alla dinamica dei consumi. Nel corso degli anni ottanta fumetti, riviste, prodotti commerciali e spot pubblicitari adottarono con successo quel modo di scrivere così infantile portato alla ribalta dagli adolescenti il decennio prima, ma la rincorsa al kawaii non si limitò solamente al settore dell'advertising e del packaging dei prodotti giapponesi.[17] Già negli 1967 la linea di fashion doll Licca-chan aveva avuto grande successo tra le ragazzine grazie al suo aspetto grazioso e minuto,[13] sebbene fosse stata la compagnia Sanrio ad aprire di fatto la strada all'industria dei fancy goods (ファンシグッズ fanshi guzzu?), beni di consumo quali giocattoli, peluche, vestiario, cibarie e articoli di cancelleria tutti accomunati dal loro essere kawaii.[18]

Tra i tanti personaggi lanciati negli anni dalla Sanrio per la commercializzazione dei suoi prodotti quello che riscosse più successo fu sicuramente Hello Kitty, emerso negli anni ottanta come una delle icone principali del kawaii. Hello Kitty incarnava alla perfezione le caratteristiche dell'oggetto kawaii, con le sue fattezze cartoonesche, i colori pastello e l'aspetto essenziale, infantile e indifeso, pensato per suscitare un senso di empatia nel potenziale consumatore.[19][20] Il kawaii acquisì così una connotazione commerciale sempre più marcata durante il resto del decennio e le aziende si concentrarono nella creazione di prodotti il cui design fosse capace di trasmettere una certa tenerezza, fossero questi giocattoli, dispositivi elettronici o persino automobili. Nel 1987, ad esempio, fu lanciata la Nissan Be-1, la quale riscosse ottime vendite grazie al suo aspetto curvilineo e alla sua estetica kawaii.[21]

Esempio di personaggio kawaii disegnato in stile manga

La cultura kawaii finì inoltre per legarsi indissolubilmente alle produzioni manga e anime del periodo, sicché numerosi autori attinsero a piene mani dal suo stile fin dagli albori del fenomeno, trovando la massima espressione in due generi narrativi in particolare, il fumetto umoristico e lo shōjo, cioè il fumetto per ragazze. Il primo a introdurre elementi riconducibili dell'estetica kawaii fu comunque Osamu Tezuka negli anni quaranta, ispirato dalle produzioni della Disney. Negli sessanta e settanta il duo Fujiko Fujio portò per la prima volta il kawaii nel fumetto per bambini in opere come Obake no Q-tarō e soprattutto Doraemon, il cui protagonista, un gattone-robot dall'aspetto rotondo e buffo, fu determinante per la popolarizzazione delle caratteristiche fisiche tipiche dei personaggi kawaii. In altre opere di quel periodo come Dr. Slump, Hello! Spank, Heidi e la serie Time Bokan, fino ad arrivare a icone videoludiche come il Tamagotchi e i mostri della serie Pokémon, i personaggi kawaii mantennero graficamente le stesse peculiarità, quali rotondità esasperate, tratti elementari, forme morbide e aggraziate in aggiunta a elementi tipici dello stile super deformed, come occhi grandi, corpi tozzi e teste dalle dimensioni sproporzionate.[22]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Sugiyama Lebra, 2004, p. 86.
  2. ^ (EN) Kawaii, in Dizionario di Oxford Online. URL consultato il 27 settembre 2013.
  3. ^ Kinsella, 1995, p. 220 e Pellitteri, 2008, p. 192.
  4. ^ (JA) 可愛い(かわいい), in Gogen yurai jiten. URL consultato il 16 dicembre 2017.
  5. ^ (JA) 可愛い(かわいい), su Digital Daijisen. URL consultato il 16 dicembre 2017.
  6. ^ (JA) 可愛い, su kotobank.jp, The Asahi Shimbun Company. URL consultato il 16 dicembre 2017.
  7. ^ a b Kinsella, 1995, pp. 221-222.
  8. ^ Pellitteri, 2008, p. 206.
  9. ^ a b (ES) James W. Heisig, Kanji para recordar II, Barcellona, Herder, 2003, p. 127, ISBN 84-254-2373-2.
  10. ^ a b (ENJA) 可愛, su jisho.org. URL consultato il 20 dicembre 2017.
  11. ^ Satō, 2009, p. 38.
  12. ^ Cavallaro, 2011, p. 45.
  13. ^ a b (EN) Kawaii - How Deep Is the Meaning?, in The Cute World of Kawaii, Nipponia, nº 40, 15 marzo 2007. URL consultato il 15 dicembre 2017.
  14. ^ Kinsella, 1995, pp. 222-224 e Pellitteri, 2008, p. 206.
  15. ^ Kinsella, 1995, p. 225 e Pellitteri, 2008, p. 207.
  16. ^ Kinsella, 1995, pp. 225, 235-237, Pellitteri, 2008, p. 207 e Satō, 2009, p. 39.
  17. ^ Kinsella, 1995, pp. 223, 225.
  18. ^ Kinsella, 1995, pp. 225-226 e Pellitteri, 2008, pp. 26, 207.
  19. ^ Kinsella, 1995, p. 226 e Pellitteri, 2008, p. 200.
  20. ^ (EN) Kawaii Creativity, in The Cute World of Kawaii, Nipponia, nº 40, 15 marzo 2007. URL consultato il 16 dicembre 2017.
  21. ^ (EN) The beginning of the kawaii phenomenon, in The Cute World of Kawaii, Nipponia, nº 40, 15 marzo 2007. URL consultato il 16 dicembre 2017.
  22. ^ Pellitteri, 2008, pp. 198-204.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giancarlo Carpi (a cura di), Gabriels and the Italian Cute Nymphet, Milano, Mazzotta, 2012, ISBN 978-88-202-1993-2.
  • Giancarlo Carpi, Cuteness, in Bombacarta, 29 maggio 2006.
  • Giancarlo Carpi, Dalla bellezza alla Cuteness, dal valore al feticcio estetico, in AREL la rivista, nº 2, 2013, pp. 146-150.
  • (EN) Dani Cavallaro, Art in Anime: The Creative Quest as Theme and Metaphor, McFarland, 2011, ISBN 9780786465613.
  • Elena Gilberti, Pixel_zone@solmutante.body. La cartoonizzazione degli adolescenti giapponesi, in Emanuela Ciuffoli (a cura di), Texture. Manipolazioni corporee tra chirurgia e digitale, Roma, Meltemi Editore, 2005, ISBN 88-8353-562-6.
  • Alessandro Gomarasca (a cura di), La bambola e il robottone. Culture pop nel Giappone contemporaneo, Torino, Einaudi, 2001, ISBN 88-06-15959-3.
  • (EN) Sharon Kinsella, Cuties in Japan (PDF), in Lise Skov e Brian Moeran (a cura di), Women, Media, and Consumption in Japan, University of Hawaii Press, 1995, pp. 220-254, ISBN 9780824817763.
  • Marco Pellitteri, Il Drago e la Saetta. Modelli, strategie e identità dell'immaginario giapponese, Latina, Tunué, 2008, ISBN 978-88-89613-35-1.
  • (EN) Kumiko Satō, From Hello Kitty to Cod Roe Kewpie - A Postwar Cultural History of Cuteness in Japan (PDF), in Asian Intercultural Contacts, vol. 14, nº 2, autunno 2009, pp. 38-42.
  • Roberta Ponticiello, Susanna Scrivo, Con gli occhi a mandorla. Sguardo sul Giappone dei cartoon e dei fumetti, Latina, Tunué, 2005, ISBN 88-89613-08-4.
  • (EN) Takie Sugiyama Lebra, The Japanese Self in Cultural Logic, University of Hawaii Press, 2004, pp. 86-88, ISBN 0-8248-2840-2.
  • Valentina Testa, Kawaii art. Fiori colori palloncini (e manga) nel Neo Pop giapponese, Latina, Tunué, 2011, ISBN 88-89613-97-1.

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