Katharine Graham

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Katharine Meyer "Kay" Graham

Katharine Meyer "Kay" Graham (New York, 16 giugno 1917Boise, 17 luglio 2001) è stata una giornalista ed editrice statunitense.

Fu la prima donna a dirigere una grande casa editrice di un importante quotidiano americano. Ha diretto il suo giornale di famiglia, The Washington Post, per oltre due decenni, supervisionandolo nel suo periodo di maggiore fama, quello legato alla copertura del Watergate, che alla fine ha portato alle dimissioni del presidente Richard Nixon. Il suo libro di memorie, Personal History, ha vinto il premio Pulitzer nel 1998.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Primi anni di vita, istruzione e inizio carriera[modifica | modifica wikitesto]

Katharine Graham da bambina

Katharine nacque nel 1917 in una famiglia benestante di New York, da Agnes Elizabeth (nome di battesimo Ernst) e Eugene Meyer. Il padre di Graham era un finanziere e, più tardi, un funzionario pubblico; suo nonno era Marc Eugene Meyer; e il suo bisnonno era il rabbino Joseph Newmark. Suo padre comprò The Washington Post nel 1933 da un'asta per fallimento. La madre di Graham era una bohémien intellettuale, amante dell'arte e attivista politica nel Partito Repubblicano, che condivideva amicizie con persone famose come Auguste Rodin, Marie Curie, Thomas Mann, Albert Einstein ed Eleanor Roosevelt. Lavorava come giornalista in un momento storico in cui il mestiere era una professione non comune tra le donne. Il padre di Graham era ebreo e sua madre era luterana (da una famiglia di discendenza tedesca).[1][2][3][4] Insieme ai suoi quattro fratelli, Graham fu battezzata come luterana ma frequentò una chiesa episcopale.[5] I suoi fratelli erano: Florence Meyer, Eugene Meyer III (Bill), Ruth Meyer e Elizabeth Meyer.

I genitori possedevano diverse case in tutto il paese, ma vivevano principalmente tra un vero e proprio "castello" a Mount Kisco, New York, e una casa più piccola a Washington. Graham non vide molto i suoi genitori durante la sua infanzia poiché entrambi viaggiavano molto, e fu per questo motivo che fu allevata in parte da tate, governanti e tutori. Katharine ha vissuto una relazione tesa con sua madre. Secondo quanto riferito, Agnes Meyer ebbe un impatto molto negativo data la condiscendenza nei confronti di Katharine, il che ebbe un impatto negativo sulla sua sicurezza.

Katharine fu una ex alunna della The Madeira School (a cui suo padre aveva donato molti terreni) e frequentò il Vassar College prima di trasferirsi all'Università di Chicago. A Chicago, si interessò molto dei problemi legati al lavoro e alle amicizie condivise con persone provenienti da percorsi di vita molto diversi dai suoi. Dopo la laurea, ha lavorato per un breve periodo in un giornale di San Francisco dove, tra le altre cose, contribuì a coprire uno sciopero importante da parte dei lavoratori delle banchine.

La sorella di suo padre, Florence Meyer Blumenthal, fondò il Prix Blumenthal, premio dato a pittori, scultori, decoratori, incisori, scrittori e musicisti durante il periodo 1919-1954.[6] Sua sorella maggiore Florence Meyer (1911-1962) fu una fotografa di successo e divenne moglie dell'attore Oscar Homolka. Graham iniziò a lavorare per il Post nel 1938. Mentre si trovava a Washington, incontrò un ex compagno di scuola, Will Lang, Jr. I due uscirono per un periodo insieme, ma interruppero la relazione a causa d'interessi contrastanti.

Vita privata[modifica | modifica wikitesto]

Il 5 giugno 1940 si sposò, in una cerimonia luterana,[5] con Philip Graham, laureato alla Harvard Law School e impiegato presso la Corte suprema di giustizia Felix Frankfurter. Hanno avuto una figlia, Lally Morris Weymouth (nata nel 1943) e tre figli: Donald Edward Graham (nato nel 1945), William Welsh Graham (1948-2017) e Stephen Meyer Graham (nato nel 1952). Era affiliata alla religione luterana.[7]

Leadership del Washington Post[modifica | modifica wikitesto]

Philip Graham divenne l'editore del Post nel 1946, quando Eugene Meyer consegnò il giornale a suo genero. Katharine racconta nella sua autobiografia, Personal History, come non si sentisse offesa dal fatto che suo padre abbia dato il posto a Philip piuttosto che a lei: "Lungi dal preoccuparmi che mio padre pensasse a mio marito e non a me, mi ha fatto piacere. Infatti, non mi è mai passato per la mente che potesse considerarmi come qualcuno che avrebbe accettato un lavoro importante sul giornale".[8] Meyer divenne il capo della Banca Mondiale, ma lasciò quella posizione solo sei mesi dopo. Fu presidente della Washington Post Company fino alla sua morte nel 1959, quando Philip Graham prese quella posizione e la compagnia si espanse con gli acquisti di emittenti televisive e della rivista Newsweek.

Vita sociale e politica[modifica | modifica wikitesto]

I Graham erano membri importanti della scena sociale di Washington e divennero amici di John F. Kennedy, Jacqueline Kennedy Onassis, Robert F. Kennedy, Lyndon B. Johnson, Robert McNamara, Henry Kissinger, Ronald Reagan, Nancy Reagan e molti altri. Nella sua autobiografia del 1997 Graham commenta più volte quanto suo marito fosse vicino ai politici del suo tempo (è stato determinante, ad esempio, nel far eleggere Johnson come candidato presidenziale democratico nel 1960), e come tale vicinanza personale con i politici divenne in seguito inaccettabile nel mondo del giornalismo. Ha cercato di spingere l'avvocato Edward Bennett Williams nel ricoprire il ruolo del "commissioner mayor" di Washington nel 1967. La posizione è andata all'avvocato istruito alla Howard University, Walter Washington.[9] Graham era anche conosciuto per una lunga amicizia con Warren Buffett, il cui fondo Berkshire Hathaway possedeva una quota considerevole nel Post.[10]

Malattia e morte[modifica | modifica wikitesto]

Philip Graham ha affrontato l'alcolismo e la malattia mentale durante il suo matrimonio con Katharine, soffrendo di sbalzi d'umore.[11] La vigilia di Natale del 1962 Katharine scoprì che suo marito aveva una relazione con Robin Webb, una giornalista australiana di Newsweek. Philip ha dichiarato che avrebbe divorziato da Katharine per Robin e ha presentato varie proposte per dividere i beni della coppia.[11] A una conferenza stampa a Phoenix, in Arizona, Philip apparentemente ebbe un esaurimento nervoso.[12] Fu sedato, riportato a Washington, e trasferito nella struttura psichiatrica di Chestnut Lodge vicino a Washington.[12] Il 3 agosto 1963 si suicidò con un fucile a casa della coppia Glen Welby. Katharine Graham non si risposò mai.[13]

Leadership del Post[modifica | modifica wikitesto]

Graham (a sinistra) con l'ambasciatore degli Stati Uniti nei Paesi Bassi e sua moglie (1975)

Katharine Graham ha assunto le redini dell'azienda e del Post dopo il suicidio di Philip Graham. Fu di fatto editore del giornale dal 1963 in poi, ricoprì il titolo di presidente almeno dal 1967,[9] poi formalmente ottenne il titolo di editore dal 1969 al 1979 e quello di presidente del consiglio dal 1973 al 1991. Diventò la prima donna CEO di Fortune 500 nel 1972, in qualità di CEO della società Washington Post.[14][15]

Essendo l'unica donna ad avere una posizione così alta in una casa editrice, non aveva modelli femminili di riferimento ed ebbe molta difficoltà a farsi prendere sul serio da molti dei suoi colleghi e dipendenti. Katharine ha delineato nella sua memoria la sua mancanza di fiducia e la sfiducia nella sua persona. La convergenza del movimento delle donne con il controllo di Katharine sul Post ha comportato dei cambiamenti nel suo atteggiamento e l'ha anche spinta a promuovere l'uguaglianza di genere all'interno della sua compagnia. Katharine Graham assunse Benjamin Bradlee come redattore e si fece aiutare da Warren Buffett come consigliere refinanziario; divenne un grande azionista e una potente decision-maker per la compagnia. Suo figlio Donald è stato editore dal 1979 al 2000.

Watergate[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Scandalo Watergate.

Katharine ha presieduto il Post in un momento cruciale della sua storia, ossia quando ebbe un ruolo fondamentale nel rivelare la cospirazione del Watergate, che portò alle dimissioni del presidente Richard Nixon. La Graham e il redattore Bradlee, che avevano già sperimentato per la prima volta delle difficoltà quando avevano pubblicato il contenuto dei Pentagon Papers, quando i reporter della posta Bob Woodward e Carl Bernstein portarono loro la storia di Watergate ne appoggiarono i loro rapporti investigativi, pubblicandoli quando poche altre agenzie di stampa esponevano tale questione.

In concomitanza con lo scandalo Watergate, la Graham è stata oggetto di una delle minacce più note nella storia giornalistica americana. Si è verificata nel 1972, quando il procuratore generale di Nixon, John Newton Mitchell, aveva avvertito il giornalista Carl Bernstein di un suo prossimo articolo: "Katie Graham's gonna get her tit caught in a big fat wringer if that's published".[16] Il Post ha pubblicato la citazione, anche se Bradlee ha censurato la parola "tit".[17][16] Graham in seguito ha osservato che era "particolarmente strano da parte di [Mitchell] chiamarmi Katie, come nessuno mi ha mai chiamato".[16]

Affare Iran-Contra[modifica | modifica wikitesto]

Nel novembre del 1988, nel bel mezzo della vicenda Iran-Contras, Graham disse in un discorso ai dipendenti della CIA: "Viviamo in un mondo sporco e pericoloso. Ci sono alcune cose che il pubblico non ha bisogno di sapere e che non dovrebbero. Credo che la democrazia fiorisca quando il governo può prendere provvedimenti legittimi per mantenere i suoi segreti e quando la stampa può decidere se stampare ciò che sa".[18][19][20][21]

Altre realizzazioni e riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

La lapide di Graham (a sinistra), situata accanto alla cappella del cimitero di Oak Hill a Washington, D.C.

Graham aveva forti legami con la famiglia Rockefeller, servendo sia come membro del consiglio della Rockefeller University sia come "close friend" per il Museum of Modern Art, dove fu premiata come destinataria del David Rockefeller Award per l'illuminata generosità e la difesa dei diritti culturali e sforzi civici.

Morte[modifica | modifica wikitesto]

Il 14 luglio 2001 Katharine cadde e colpì la testa mentre visitava Sun Valley, nell'Idaho; morì tre giorni dopo.[28] I suoi funerali si sono svolti nella cattedrale nazionale di Washington. Katharine Graham è sepolta nel cimitero storico di Oak Hill, dall'altra parte della strada rispetto alla sua ex casa a Georgetown.[29][30]

Nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • Le carte segrete del Post. Dai Pentagon Papers al Watergate, traduzione di G. Moro, Compagnia Editoriale Aliberti, 2018, pp. 176, ISBN 978-88-9323-248-7.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Godfrey Hodgson, Obituary: Katharine Graham, in The Guardian (London), 18 luglio 2001.
  2. ^ Smith, J. Y. & Epstein, Noel (July 18, 2001). "Katharine Graham Dies at 84." Washpostco.com, Washington Post Company website. Retrieved April 18, 2012.
  3. ^ 'Washington Post' icon Katharine Graham, 84, dies, in USA Today, 18 luglio 2001.
  4. ^ USA Today: "Personal History" By Katharine Graham July 17, 2001
  5. ^ a b Zweigenhaft, Richard L. and G. William Domhoff The New CEOs : Women, African American, Latino, and Asian American Leaders of Fortune 500 Companies Published: 2014-03-18 |Publisher: Rowman & Littlefield Publishers
  6. ^ Florence Meyer Blumenthal, Jewish Women's Archive, Michele Siegel.
  7. ^ Steve Silbiger, The Jewish Phenomenon: Seven Keys to the Enduring Wealth of a People, Taylor Trade Publishing, 25 maggio 2000, pp. 190.
  8. ^ Graham, Katharine. Personal History. New York: A.A. Knopf, 1997. Print.
  9. ^ a b Frank Rich, Frank Rich - Latest Columns and Features on NYMag.com - New York Magazine, Nymag.com. URL consultato il 31 luglio 2015.
  10. ^ Berkshire Hathaway to swap stock for TV station in deal with Graham Holdings, su Washington Post. URL consultato il 23 gennaio 2017.
  11. ^ a b Felsenthal, Carol. Power, Privilege, and the Post: the Katharine Graham Story. New York: Putnam's, 1993. Print.
  12. ^ a b Graham, K., Personal History, Vintage Books 1998
  13. ^ New York Times: "Philip Graham, 48, Publisher, a Suicide" August 4, 1963
  14. ^ The Impulse Factor, su books.google.com. URL consultato il 30 ottobre 2014.
  15. ^ Firsts for U.S. Women, catalyst.org, 12 marzo 2013. URL consultato il 12 marzo 2013 (archiviato dall'url originale il 12 marzo 2013).
  16. ^ a b c Katharine Graham, The Watergate Watershed: A Turning Point for a Nation and a Newspaper, in Washington Post, 28 gennaio 1997, p. D01. URL consultato il 17 ottobre 2017.
  17. ^ WashingtonPost.com: Mitchell Controlled Secret GOP Fund, su washingtonpost.com. URL consultato il 30 ottobre 2014.
  18. ^ "Kill The Messenger: How The Media Destroyed Gary Webb". The Huffington Post. October 10, 2014.
  19. ^ "Yasmin Alibhai-Brown: Sometimes government plots are actually worth believing in". The Independent. May 8, 2011.
  20. ^ "Teachers' Guide - A Hidden Life". Public Broadcasting Service (PBS).
  21. ^ "How the Mainstream Media Kept the Lid on CIA-Contra Drug Story". The Baltimore Chronicle. October 28, 1996.
  22. ^ Jefferson Awards, su jeffersonawards.org. URL consultato il 30 ottobre 2014.
  23. ^ Steve Wulf, Supersisters: Original Roster, Espn.go.com, 23 marzo 2015. URL consultato il 4 giugno 2015.
  24. ^ Arizona State University, Walter Cronkite School of Journalism and Mass Communication, su cronkite.asu.edu. URL consultato il 23 novembre 2016.
  25. ^ Book of Members, 1780–2010: Chapter G (PDF), American Academy of Arts and Sciences. URL consultato il 25 luglio 2014.
  26. ^ World Press Freedom Heroes: Symbols of courage in global journalism, International Press Institute, 2012. URL consultato il 26 gennaio 2012 (archiviato dall'url originale il 16 gennaio 2012).
  27. ^ Graham, Katharine - National Women’s Hall of Fame, su womenofthehall.org.
  28. ^ Marilyn Berger, Katharine Graham, Former Publisher of Washington Post, Dies at 84, NY Times, 18 luglio 2001.
  29. ^ Final Farewell To Katharine Graham, su cbsnews.com, Associated Press, 23 luglio 2001. URL consultato il 19 luglio 2009.
  30. ^ Larry Van Dyne, Into the Sunset: Arrangements and Options for the Afterlife, in The Washingtonian, washingtonian.com, 1º agosto 2007. URL consultato il 19 luglio 2009.

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