Julien Offray de La Mettrie

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Julien Offray de La Mettrie ritratto come un moderno "Democrito sorridente[1], dipinto ricavato dall'incisione su rame eseguita da Georg Friedrich Schmidt

Julien Offray (o Offroy) de La Mettrie (Saint-Malo, 25 dicembre 1709Potsdam, 11 novembre 1751) è stato un medico e filosofo francese, il primo scrittore materialista e ateo dell'illuminismo, ed esponente del libertinismo e dell'edonismo. È stato acclamato come fondatore delle scienze cognitive.

Vita e opere[modifica | modifica wikitesto]

Dopo aver studiato teologia nella scuola giansenista per alcuni anni, a un tratto decise di abbracciare la professione di medico. Nel 1733 si trasferì a Leida per studiare con Herman Boerhaave e nel 1742 tornò a Parigi, dove ottenne il titolo di chirurgo delle guardie. Durante un attacco di febbre fece alcune considerazioni sulla sua fisiologia e fra l'altro registrò l'accelerazione della circolazione sanguigna. Questa ed altre osservazioni connesse ai suoi interessi filosofici (Epicuro e gli atomisti antichi, i cirenaici, Pierre Bayle e il libertinismo filosofico, John Locke e l'empirismo inglese) lo portarono alla conclusione che i fenomeni fisiologici dovevano essere considerati cambiamenti organici nel cervello e nel sistema nervoso. A seguito di queste osservazioni compilò il suo primo lavoro Storia naturale dell'anima (1745) in cui sosteneva la materialità dell'anima come elemento corporeo allo stesso titolo di altri organi. Lo scalpore per questa pubblicazione fu così grande che La Mettrie fu costretto a rifugiarsi a Leida nei Paesi Bassi.

In seguito egli sviluppò dottrine ancora più "estreme", caratterizzate da forte riduzionismo biologico e sensismo, e con argomentazioni originali, come L'uomo macchina (1747) e L'uomo pianta, trattati di carattere eminentemente materialistico. Nel primo, di gran lunga il più noto tra i suoi testi, egli si dichiara contrario ad ogni tipo di metafisica e sostiene che enti e principi spirituali siano inutili. Per l'autore l'uomo è un "apparato meccanico", una vera e propria "macchina". Anche l’anima, in quanto sorgente vitale dell'uomo, è definita un semplice "principio di movimento".[2] Tuttavia, quest'opera non rappresenta una pura e semplice ripresa del meccanicismo cartesiano. Infatti, a differenza di quest'ultimo, per La Mettrie tutte le parti del corpo possiedono la capacità di "sentire", ed egli rivaluta ampiamente gli istinti.[3] Un'altra differenza rispetto a Cartesio è il diverso giudizio sugli animali non umani, i quali vengono consideranti assolutamente simili agli esseri umani. Una volta eliminata l'anima spirituale, o res cogitans, tutte le specie viventi vengono poste sullo stesso piano e considerate diverse solo quantitativamente e non qualitativamente. A differenziarle è solo un certo grado di organisation o complessità delle "circonvoluzioni cerebrali" presenti nella scatola cranica umana. A prova di ciò egli adduce l'esempio dell'addestramento degli animali che, come nel caso di alcuni di essi, possono persino imparare a parlare. Il segreto sta nell'istruzione, la quale potrebbe avere dei risultati, con certi animali, superiori a quelli che si ottengono con alcuni esseri umani.[4] Allo stesso tempo, però, La Mettrie è contrario a considerare l'uomo come un mero automate, automa. La nostra specie si distingue soprattutto per la capacità immaginativa e di rappresentazione simbolica, che l'ha resa capace di progresso e di civiltà.[5]

L'ateo La Mettrie fu chiamato l'Aristippo (fondatore dei cirenaici) del moderno materialismo e paragonato all'atomista Democrito. Elaborò anche una cosiddetta teoria del rimorso in cui attaccava il senso di colpa ma critica anche il libertinaggio estremo:

«Ho cercato di diminuire la somma dei mali, come gli stoici, bandendo i rimorsi ed i puerili e falsi timori di un avvenire chimerico, che ci impediscono di godere in pace le dolcezze di questa vita, e di conseguenza sono dei veri mali, che dico! Dei veri tormenti! Ho voluto come Epicuro, o come i suoi seguaci, aumentare la somma dei beni, seminando dappertutto il gusto delizioso dei piaceri, degli amori, e in una parola di tutte le voluttà. Ma, proscrivere i rimorsi, perfino dal cuore dei criminali, non significa invitare al crimine e favorire ogni sorta di licenza? (...) Una cosa è scuotere il giogo dei rimorsi in filosofia, la quale non risparmia nessun pregiudizio, per quanto sacro e rispettato esso sia: altra cosa è scuotere il giogo da libertino o da scellerato: la sfumatura è rilevante; ma i nostri buoni cristiani non la vedono o non la vogliono vedere.»

Anton Graff, Federico II (1780). Il sovrano illuminato protesse La Mettrie

La reazione contro di lui fu così violenta che nel 1748 fu costretto ad abbandonare anche i Paesi Bassi e a rifugiarsi a Berlino, dove Federico il Grande non solo gli permise di svolgere la professione di medico ma lo scelse come lettore di corte, in quanto considerato persona divertente e nonostante l'ostilità di Maupertuis - nemico anche di Voltaire che nello stesso periodo di La Mettrie era a Berlino anche lui in quanto ciambellano di Federico II dal 1749 al 1752 - scienziato a capo della Reale Accademia delle Scienze di Prussia, di cui il filosofo francese era membro. Qui La Mettrie scrisse l'Anti Seneca (prefazione al volume delle opere di Seneca con la sua traduzione del De vita beata, pubblicato nel 1748 e successivamente divenuto uno scritto autonomo con il titolo Discorso sul piacere) che gli valse la disapprovazione anche dei pensatori illuministi.

Nell'Antiseneca, ovvero Discorso sulla felicità[6] è compendiata però l'etica neo-epicurea di La Mettrie. Secondo Sergio Moravia, "rappresenta, malgrado la brevità, uno dei testi più notevoli della letteratura illuministica francese"[7] - e in La Voluttà[8] in cui il fine della vita è trovato nel piacere dei sensi e la virtù è ridotta all'amore di sé stessi. In sintesi l'ateismo è il solo in grado di assicurare la felicità del mondo, che è preclusa dalle guerre scatenate dai teologi che propugnano l'idea di un'anima inesistente. Quando la morte arriva, la farsa è finita, perciò dobbiamo prendere il piacere quando e come lo troviamo:

«Come ci sentiamo anti-stoici! Questi filosofi sono severi, tristi, duri; noi saremo dolci, allegri, compiacenti. Tutti anima, essi prescindono dal loro corpo; tutti corpo, noi prescinderemo dalla nostra anima. Essi si mostrano inaccessibili al piacere e al dolore; noi ci glorieremo di sentire l'uno e l'altro.»

(Antiseneca, p. 302)

Nel 1750 scrisse il Sistema di Epicuro in cui descrisse un meccanismo di mutazione delle specie per eliminazione degli individui non adatti (una teoria evoluzionista), ripreso da Lucrezio, e ipotizzò che l'uomo abbia avuto origine dagli animali. La sua raccolta di Oeuvres philosophiques apparve postuma in molte edizioni pubblicate a Londra, Berlino e Amsterdam. Il determinismo (per altro ripreso dagli stoici ma non da Epicuro, in seguito da d'Holbach) per La Mettrie un modo per esercitare la filantropia o comunque sopportare tutti gli esseri umani:

«Sapete perché ho ancora qualche stima per gli uomini? Perché li credo seriamente delle macchine. Se non fosse così, ne conosco pochi la cui compagnia sarebbe da stimarsi. Il materialismo è l’antidoto della misantropia

(Sistema di Epicuro)

Morte[modifica | modifica wikitesto]

L'unico ritratto coevo di La Mettrie, incisione su rame di Georg Friedrich Schmidt, periodo 1748-1751

L'amore di La Mettrie per i piaceri dei sensi, nel caso specifico per la buona cucina, fu considerata la causa della sua morte precoce, un mese prima di compiere 42 anni. Coloro i quali non condividevano la filosofia di La Mettrie usarono la sua morte per mostrare che la "voluttà ateistica" porta ad un decesso prematuro.[1]

L'ambasciatore inglese e mediatore delle relazioni della Francia in Prussia Milord Tyrconnel era molto grato a La Mettrie per come lo aveva guarito da una malattia. Fu così organizzato un banchetto per celebrare il ristabilimento ed onorare il guaritore. Si racconta che La Mettrie per mostrare la sua robusta costituzione e la sua ingordigia divorò una gran quantità di pâté di fagiano ai tartufi. Come risultato ebbe un attacco di febbre causato da gastropatia o intossicazione alimentare, cominciò a delirare e morì.[1]

Federico il Grande ebbe a dire nell'elogio funebre:

«La Mettrie è morto nella casa del nobile Tyrconnel, il plenipotenziario francese che da lui era stato guarito. Sembra che la malattia, conoscendo con chi aveva a che fare, sia stata così intelligente da attaccarlo per prima cosa alla testa, in modo tale da avere la sicurezza di ucciderlo. Una violenta febbre seguita da delirio lo colsero. Il malato fu così costretto a ricorrere alla scienza dei suoi colleghi, ma non trovò il soccorso che tante volte, per sé e per gli altri, le sue capacità avevano dato.»

In una lettera alla sorella Guglielmina, il re di Prussia scrisse: "Era una persona allegra, un buon diavolo, un buon dottore ed un pessimo scrittore. Chi non ha letto i suoi libri può essere felice". In seguito Federico II affermò che La Mettrie era morto per un'indigestione dopo aver mangiato un piatto a base di fagiano.[1] La vera causa del decesso è però, secondo la medicina moderna, da imputarsi al salasso che egli stesso si prescrisse come terapia. A tale proposito risulta che il re di Prussia lo avvertì che i medici tedeschi avevano sconsigliato tale pratica, ma La Mettrie volle dimostrare che si sbagliavano. Morì quindi probabilmente per collasso cardiocircolatorio a causa di questa pratica medica errata.[9]

Alcuni, basandosi sul fatto che La Mettrie si sentiva minacciato per i suoi scritti, hanno ipotizzato anche un possibile avvelenamento.[1] Scrive Bernd A. Laska che «indubbiamente La Mettrie non poteva fidarsi di questa pace finta: solo ateo conseguente a corte, si vedeva sempre più circondato, nel suo ultimo rifugio, di nemici segreti, che lo prendevano del tutto sul serio malgrado il suo ruolo di giullare e di persona divertente, così tanto e così bene che egli temeva che "un giorno la Cicuta sarebbe stata la ricompensa del suo coraggio filosofico"».[1]

Scrisse un'autodifesa ironica, Le petit homme à longue queue ("Il piccolo uomo dalla lunga coda"), in cui confessa «il suo timore di essere la vittima della "rabbia delle anime pie". Fu la sua ultima opera. Alcune settimane più tardi, quest'uomo sino ad allora pieno di salute morì per le conseguenze della sua smisurata intemperanza, secondo le voci, in verità, la causa della sua morte non è mai stata chiarita».[1]

Gli sopravvissero la moglie e la figlia di cinque anni.

Influenza e posterità[modifica | modifica wikitesto]

La Mettrie subì l'intolleranza dei tradizionalisti e l'ostilità degli stessi illuministi maggioritari, sia dei deisti che di quelli tendenti all'ateismo. L'Antiseneca suscitò la condanna di Voltaire, Diderot, D'Holbach (questi ultimi due fautori di un ateismo etico che potesse fornire una morale alle masse in luogo della religione, e contrari quindi alla teoria del rimorso espressa da La Mettrie), Lessing e dello stesso Federico II (che gli consigliò prudenza se voleva continuare a vivere presso la sua corte) e l'approvazione del marchese De Sade (da cui comunque lo dividono decisamente la concezione sulla natura umana come necessariamente malvagia esposta dal marchese libertino). Voltaire (che parlava pubblicamente di La Mettrie come un bevitore e di un folle), notoriamente poco in salute e ipocondriaco, scrisse sarcasticamente a Madame Denis che La Mettrie "grande e grosso come una botte" sia stato, contro la sua espressa volontà, "sotterrato nella Chiesa cattolica". Diderot dal canto suo sostenne la tesi secondo cui "La Mettrie è morto come era giusto dovesse morire, vittima della sua intemperanza e della sua follia. Si è ucciso per ignoranza di ciò che professava. Questo giudizio è severo, ma giusto", definendolo "corrotto nei costumi e nelle idee". Il filosofo materialista ed edonista fu rimosso e ignorato anche dal circolo materialista frequentato da Diderot stesso, la coterie del barone d'Holbach (nonostante i concetti deterministici, meccanicisti e materialisti espressi ne L'uomo macchina ricompaiono, in maniera più sistematica e dogmatica, ma separati dall'aspetto morale, nelle opere del barone, ma anche nei tardi scritti di Diderot, e in Claude-Adrien Helvétius[10]), nonché per tutto il periodo della rivoluzione francese (almeno ufficialmente), e considerato un semplice libertino. Un suo influsso è molto probabile sui romanzi libertini di Restif de la Bretonne (assieme a quello di Rousseau e Sade, e (seppur non dichiarato) sull'ideologue Cabanis.[10] Solo nel XIX secolo si incominciò a riabilitarlo sia filosoficamente (ad esempio da parte di Friedrich-Albert Lange) che come studioso della mente e del corpo umano.[1]

Opere filosofiche[modifica | modifica wikitesto]

  • Histoire naturelle de l'âme (1745)
  • La Volupté (1745?)
  • L'Homme machine (1747)
  • L'Homme plante (1748)
  • Anti-Sénèque o Discours sur le Bonheur (1748)
  • Le Système d'Epicure (1750)
  • Discours préliminaire (1750)
  • Le petit homme à longue queue (1751)
  • L'Art de jouir (1751)

Traduzioni italiane:

  • J. O. de la Mettrie, Opere filosofiche, a cura di S. Moravia, Laterza, Bari 1974.
  • Julien Offray de La Mettrie, Denis Diderot, L'arte di godere. Testi dei filosofi libertini del XVIII secolo. Scelta, traduzione e commento a cura di Paolo Quintili, Manifestolibri, Roma 2006.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h La Mettrie e l'arte di provare piacere. Ritratto di un pensatore proscritto di Bernd A. Laska
  2. ^ Julien, Offroy La Mettrie, L'uomo macchina, Roma-Bari, Laterza, 1974, pp. 222 e 227.
  3. ^ La Mettrie, op. cit. pp. 201-202.
  4. ^ La Mettrie, op. cit. p. 190.
  5. ^ La Mettrie, op. cit. p. 192.
  6. ^ Julien Offray de La Mettrie, Opere filosofiche, Roma-Bari, Laterza, 1974, p. 299. L'opera venne pubblicata nel 1748 con il titolo Discorso sulla felicità (Discours sur le bonheur) e ripubblicata due anni dopo con il titolo Antisénèque.
  7. ^ Introduzione a Julien Offray de La Mettrie, Opere filosofiche, Roma-Bari, Laterza, 1974, p. XXXVII.
  8. ^ La volupté del 1745, ripubblicata nel 1746 con il titolo L'Ecole de volupté e, infine, nel 1751 col titolo L'art de jouir (L'arte di gioire), vedi Opere filosofiche (op. cit., "Nota bibliografica").
  9. ^ Causante se applicato in maniera eccessiva o in un paziente indebolito un dissanguamento eccessivo (ipovolemia) e un'ipotensione grave, quindi shock ostruttivo cardiocircolatorio e arresto cardiaco
  10. ^ a b La Mettrie, Julien Offroy

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Aa.Vv., Filosofia e religione nella letteratura clandestina, a cura di G. Canziani, Milano, FrancoAngeli 1994.
  • Aa.Vv., L'Illuminismo, Dizionario storico, a cura di Vincenzo Ferrone e Daniel Roche, Roma-Bari, Laterza 1997.
  • Aa.Vv., Storia del pensiero filosofico e scientifico, vol. III, Milano, Garzanti 1973.
  • E. Callot, Six philosophes français du XVIII siècle, Annecy 1963.
  • E. Cassirer, La filosofia dell'Illuminismo, Firenze, La Nuova Italia 1974.
  • J. Ehrard, L'idée de nature dans la première moitié du XVIII siècle, Paris, 1963.
  • N. Hampson, Storia e cultura dell'Illuminismo, Roma-Bari, Laterza 1969.
  • Sergio Moravia, introduzione a J. O. de la Mettrie, Opere filosofiche, Laterza, Bari 1974.
  • Ann Thomson, Materialism and society in the Mid-eigtheenth Century: La Mettrie's "Discours Préliminaire", Droz, Genève 1981.
  • Aram Vartanian, La Mettrie's "L'homme machine", a Study in the origins of an Idea, Princeton University Press, 1960.
  • K. A. Wellman, La Mettrie: Medicine, Philosophy and Enlightenment, Duke University Press, 1992.
  • Michel Onfray, Illuminismo estremo. Controstoria della filosofia IV (Les ultras des Lumières, 2007), Milano, Ponte alle grazie, 2010, ISBN 978-88-6220-157-5.

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