Jean Sylvain Bailly

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Jean Sylvain Bailly
Jean Sylvain Bailly.

Jean Sylvain Bailly.


Presidente dell'Assemblea nazionale costituente
Durata mandato 17 giugno 1789 –
3 luglio 1789
Successore Jean Georges Lefranc de Pompignan

Sindaco di Parigi
Durata mandato 15 luglio 1789 –
18 novembre 1791
Successore Jérôme Pétion de Villeneuve

Dati generali
Partito politico Club dei Foglianti (1791-1792)
Precedenti:
Club dei Giacobini (1791)
Societé de 1789 (1790-1791)
Tendenza politica monarchico costituzionalista
Titolo di studio Laurea in astronomia
Professione Astronomo
Matematico

Jean Sylvain Bailly (Parigi, 15 settembre 1736Parigi, 12 novembre 1793) è stato un matematico, astronomo, politico e letterato francese.

Considerato un massone,[1][2] presiedette il Giuramento della Pallacorda, fu eletto come primo sindaco di Parigi, rimanendo in carica tra il 1789 e il 1791, e fu infine ghigliottinato durante il Regime del Terrore.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Giovinezza[modifica | modifica wikitesto]

Nato a Parigi il 15 settembre 1736, Bailly era il figlio unico di Jacques Bailly, artista e supervisore del Louvre, come responsabile della protezione dei dipinti del re[3], e di Cécile Guichon.[4] Il nonno paterno era Nicholas Bailly, anche lui artista e pittore di corte. Da oltre cento anni la famiglia Bailly si occupava della custodia dei dipinti reali.[4]

Bailly non si allontanò da casa durante l'infanzia per studiare in un istituto privato ma, probabilmente per un eccesso di «tenerezza» della madre, fu spinto a rimanere a casa studiando sotto la supervisione dei genitori.

Per quanto riguarda il rapporto con il padre Jacques, come ricorda Arago nella sua biografia di Bailly, bisogna dire che fu piacevole per il piccolo Sylvain. I due avevano delle personalità ben differenti: il padre aveva un carattere leggero e svogliato; invece il giovane Sylvain aveva mostrato precocemente un vivace intelletto e una forte passione per studio.[4] Così Jacques fu l'unico vero e proprio elemento di allegria «rumorosa» nell'infanzia del giovane Bailly che lo ricordardava perciò affettuosamente.[4] Per il padre, un eventuale isolamento sarebbe stato fatale; la sua vita, irrequieta, era piena di movimento, tra uscite, piacevoli conversazioni e facili feste gratuite. Invece il figlio riusciva a rimanere da solo anche per giorni interi, restando addirittura in assoluto silenzio, né Sylvain ebbe mai bisogno di cercare la compagnia dei coetanei.[4] Già nell'infanzia, scrive Arago, Bailly «era di una grande sobrietà sia nelle abitudini che nei gusti».

Arago riporta proprio alcune parole rivolte dal padre ai suoi domestici o a qualche suo amico, dopo aver commesso una qualche piccola impudenza:

(FR)

« Ne parlez pas à mon fils de cette peccadille. Sylvain vaut mieux que moi; sa morale est d'une grande sévérité. Sous les formes les plus respectueuses, j'apercevrais dans son maintien un blâme qui m'affligerait. Je désire éviter qu'il me gronde même tacitement, même sans mot dire. »

(IT)

« Non parlare con mio figlio di questo peccatuccio. Sylvain è meglio di me; la sua morale è molto severa. Sotto le forme più rispettose, percepisco nel suo portamento una colpa che mi affligge. Vorrei evitare che mi rimproveri, anche silenziosamente, anche senza bisogno di parole. »

(Parole del padre di Bailly riportate nella Biographie de Jean-Sylvain Bailly di François Arago)

Respirando arte in casa, Bailly quasi naturalmente si interessò dei principi artistici e ne fece studio «profondo e fecondo», diventando anche «un artista teoretico di primo lignaggio», anche se in realtà, diversamente dal padre che invece «disegnava splendidamente», Bailly non aveva mai imparato né a disegnare né a dipingere se non mediocremente.[4]

Jacques e Sylvain avevano però entrambi un forte punto di contatto, un interesse comune: la poesia e il teatro. Jacques compose delle canzoni, degli intermezzi, e delle parades ossia delle scenette per i teatri itineranti utilizzati nella commedia dell'arte per attirare il pubblico. Sylvain invece debuttò a sedici anni con un lavoro serio e di lunga durata, una tragedia intitolata Clotaire. L'opera, tratta da una storia abbastanza antica, raccontava le torture che una barbara folla aveva fatto provare ad un sindaco di Parigi.

Il lavoro era stato presentato all'attore e commediografo francese La Noue, amico del padre di Bailly, il quale, pur dando a Bailly un lusinghiero incoraggiamento, aveva francamente esposto le sue perplessità a proposito di un'eventuale esecuzione pubblica dell'opera. Su indicazione di La Noue, Bailly comunque riprese il soggetto di Ifigenia in Tauride per comporre un'altra opera teatrale, sperando in un maggior successo. Tale fu l'ardore di Bailly, che in soli tre mesi aveva già terminato il quinto atto della nuova tragedia e, dopo averla conclusa e revisionata, corse a Passy, dove si trovava La Noue, per sollecitarlo a prendere una nuova decisione, fiducioso questa volta di un responso positivo. Ma La Noue - leggendo l'opera - si rese conto che Bailly non era destinato alla carriera del teatro, e glielo disse in faccia senza mezzi termini. Bailly allora, amareggiato, decise di bruciare entrambe le tragedie gettandole nel fuoco.[4]

Poi, casualmente, avvenne l'incontro di Bailly con la matematica. Infatti, il famoso matematico Moncarville si era offerto di insegnargli questa materia in cambio delle lezioni di disegno che il proprio figlio aveva ricevuto da Jacques Bailly. I genitori si misero d'accordo, e Bailly incominciò a studiare matematica e geometria sotto la supervisione di Moncarville. I progressi di Bailly in questi nuovi studi furono veloci e brillanti.[4]

Allievo di Lacaille[modifica | modifica wikitesto]

Eccellente giovane studente di matematica con una «memoria particolarmente lunga e un'inesauribile pazienza»[5], Bailly poco tempo dopo aveva avuto un incontro provvidenziale per la sua carriera futura. Era stato a casa di un'artista, Mademoiselle Lejeuneux conosciuta in seguito come Madame La Chenaye, che Nicolas de Lacaille aveva incontrato per la prima volta Bailly. Il contegno attento, serio, e modesto dello studente incantò il famoso astronomo[6], che dimostrò in maniera inequivocabile la sua ammirazione verso il giovane: offrendosi di diventare suo maestro e guida negli studi astronomici, e promettendogli di metterlo in contatto con Clairaut.[6]

Si dice che sin dal suo primo incontro con Lacaille, Bailly mostrò una decisa vocazione per l'astronomia. In effetti al periodo della prima apparizione di Lacaille, troviamo associate alcune delle indagini di Bailly più laboriose e difficili.[6]

Il biennio 1758-1759 fu caratterizzato da un grande evento: la cometa di Halley, apparsa nell'ultima volta nel 1682, era tornata nel periodo predetto da Clairault, e quasi nella stessa regione che gli aveva indicato l'analisi matematica, dal momento che grazie al calcolo integrale (scoperto da Isaac Newton) si poteva prevedere scientificamente il passaggio della cometa.

Gli studi portati avanti dagli astronomi in quegli anni stabilirono che le comete erano corpi celesti distinti dalle meteore sublunari; non solo, le osservazioni dimostrarono definitivamente che molte di esse avevano, come orbite, delle curve chiuse, invece che parabole o mere e semplici linee rette; in altre parole, questi corpi avevano cessato per sempre di essere responsabili di superstizioni.

La stringenza, l'importanza di questi risultati, sarebbe naturalmente aumentata in proporzione alla somiglianza tra l'orbita preannunciata dai calcoli matematici e l'orbita reale. Proprio questo motivo determinò il fatto che moltissimi astronomi si diedero da fare, in tutta Europa, per calcolare l'orbita della cometa minuziosamente a partire dalle osservazioni fatte nel 1759. Bailly fu uno di quei zelanti calcolatori.[6]

Bailly risiedeva al Louvre. Era determinato a svolgere contemporaneamente studi di teoria e pratica di astronomia avanzata, aveva un osservatorio istituito a partire dall'anno 1760, in una delle finestre del piano superiore della galleria sud che si affacciava che sul Pont des Arts.[6] Grazie al suo modesto osservatorio Bailly poté comunque effettuare numerose osservazioni registrando accuratamente le minuzie dei movimenti celesti.[3] Le prime osservazioni fatte da lui sono datate agli inizi del 1760 quando il giovane alunno di Lacaille non aveva ancora 24 anni di età. Queste prime osservazioni si riferiscono a una opposizione del pianeta Marte. Nello stesso anno, Bailly determinò le opposizioni di Giove e di Saturno.[6]

L'anno successivo lo vediamo ancora con Lacaille, questa volta per osservare il transito di Venere sul disco del sole. Fu uno straordinario colpo di fortuna, per l'inizio della sua vita scientifica, per aver testimoniato in successione due degli eventi astronomici più interessanti dell'epoca: il ritorno predetto e ben definito di una cometa; e una delle eclissi parziali di Sole causate dalla congiunzione con Venere, che non si ripetono se non dopo un periodo di centodieci anni, e grazie alle quali la scienza ha dedotto un metodo indiretto ma preciso, grazie al quale è stato possibile calcolare la distanza media del sole della terra.

Bailly in giovane età.

Nel conteggio dei lavori astronomici di Bailly, che lui eseguì prima di diventare membro dell'accademia delle scienze, bisogna aggiungere vari altri risultati ottenuti: per quanto riguarda le osservazioni della cometa del 1762, il calcolo della sua orbita parabolica; una discussione su quarantadue osservazioni della luna di La Hire, un lavoro dettagliato destinato a fungere da punto di partenza per qualsiasi persona che si occupava di teoria lunare; infine, la descrizione di 515 stelle zodiacali nell'Observations sur 515 étoiles du Zodiaque (pubblicato nel 1763), osservate precedentemente da Lacaille tra il 1760 e il 1761.[6][7]

Le osservazioni e i primi successi scientifici guadagnarono a Bailly l'elezione all'Académie des Sciences nel 1763, alla giovane età di 26 anni.[3][5]

All'Accademia delle scienze e ricerche sui satelliti di Giove[modifica | modifica wikitesto]

Bailly fu nominato membro dell'Accademia delle Scienze il 29 gennaio 1763.[8] Da quel momento il suo zelo astronomico non conobbe più alcun limite, grazie alla moltitudine di lavori letterari e scientifici che lui scrisse in pochissimi anni.[8]

Le prime ricerche di Bailly sui satelliti di Giove iniziarono nel 1763. Come scrive Arago: «avendoli studiati in tutte le loro generalità, [Bailly] si mostrò un calcolatore infaticabile, un geometra chiaroveggente, e un osservatore operoso e capace. Le ricerche di Bailly sui satelliti di Giove, saranno per sempre la sua prima e principale rivendicazione di gloria scientifica».[8]

Prima di lui, Giacomo Filippo Maraldi, James Bradley e Pehr Wargentin avevano scoperto empiricamente alcune delle principali perturbazioni che i satelliti di Giove subivano, nei loro movimenti di rotazione attorno al pianeta; ma fino ad allora non erano ancora stati scoperti i principi di attrazione universale. Bailly fu il primo a muoversi in questo senso comparando i precedenti dati sperimentali con le nuove teorie fisiche newtoniane.[8]

La conoscenza dei moti dei satelliti si basava quasi interamente sulla osservazione del preciso momento in cui ciascuno di essi scompariva, entrando nel ombra conica, che il grande globo opaco di Giove proiettava sul lato opposto al sole. Nel corso di una discussione su una moltitudine di queste eclissi, Bailly non tardò a percepire che la computazione delle tabelle sui satelliti lavorava su dati numerici che non erano affatto paragonabili gli uni con gli altri.[8] Questo sembrava di poca importanza nell'epoca antecedente alla nascita della teoria delle perturbazioni; ma, dopo la scoperta analitica delle perturbazioni, divenne opportuno stimare i possibili errori di osservazione, e di proporre mezzi per la loro, almeno parziale ma quantomeno significativa, eliminazione. Questo è stato l'oggetto del notevole lavoro che Bailly avrebbe presentato all'accademia nel 1771.[8]

Come Bailly stesso ricordava nelle sue Mémoires, sviluppò una serie di esperimenti, con l'aiuto dei quali ciascuna osservazione poteva dare l'istante preciso della scomparsa reale di un satellite, distinto dall'istante della scomparsa apparente, qualunque fossero la potenza del telescopio utilizzato e l'altezza del corpo eclissato sopra l'orizzonte, e di conseguenza, qualunque fossero la trasparenza degli strati atmosferici attraverso cui il fenomeno si osservava, la distanza di tale corpo dal sole, o dal pianeta ed infine qualunque fosse la sensibilità della vista dell'osservatore. Tutto queste condizioni influenzavano notevolmente il tempo di scomparsa apparente. La stessa serie di osservazioni ingegnose e delicate portarono l'insigne astronomo, molto curiosamente, alla determinazione dei veri diametri dei satelliti, vale a dire, il diametro di piccoli puntini luminosi che, con i telescopi allora in uso, non mostravano un diametro effettivamente percepibile. Bisogna osservare, in effetti, che i diaframmi utilizzati da Bailly non erano destinati solo a diminuire la quantità di luce che contribuiva alla formazione delle immagini, ma aumentavano considerevolmente il diametro almeno nel caso di stelle.[8]

Bailly pubblicò i suoi risultati, all'inizio del 1766, in un lavoro separato con il titolo di Essai sur la théorie des satellites de Jupiter in cui l'autore, prima di esporre le conclusioni a cui era giunto, incominciava a parlare della storia degli studi astronomici sui satelliti di Giove. La storia conteneva un'analisi quasi completa delle scoperte di Maraldi, Bradley e Wargentin mentre invece descriveva le fatiche di Galileo e dei suoi contemporanei con meno dettagli e precisione.[8]

Le opere letterarie: gli éloges[modifica | modifica wikitesto]

Quando Bailly entrò nell'Accademia delle Scienze, il Segretario Perpetuo era Grandjean de Fouchy. La pessima salute dello stimabile studioso aveva portato tutti a pensare ad una imminente morte e perciò ad un posto vacante che si sarebbe presto liberato. Il famoso matematico ed enciclopedista D'Alembert vide in Bailly il probabile successore di Fouchy, e gli propose di scrivere alcune biografie di insigni personaggi (necessarie per l'avanzamento nelle accademie[3]), in modo tale da prepararsi a diventarlo.[9] Bailly seguì il consiglio dell'illustre matematico, e scelse come oggetto dei suoi studi, gli éloges proposti in numerose accademie, principalmente dall'Accademia di Francia.[9]

Dall'anno 1671 fino all'anno 1758, il prix d'eloquence proposto dalla Accademia di Francia era relazionato a questioni religiose e morali. L'eloquenza dei candidati avrebbe dunque dovuto esercitarsi sulla conoscenza dei temi religiosi più importanti: la salvezza, il merito, la dignità del martirio, la purezza dell'anima e del corpo, il pericolo esistente in taluni percorsi di vita che invece appaiono sicuri e così via. Addirittura i candidati dovevano parafrasare l'Ave Maria. Secondo le intenzioni letterali del fondatore (Jean-Louis Guez de Balzac), ogni scritto doveva essere concluso da una breve preghiera. Charles Pinot Duclos pensò, nel 1758, che ormai prediche simili tra di loro avevano esaurito completamente la questione religiosa, e su sua proposta l'Accademia stabilì che, in futuro, come premio per l'eloquenza si sarebbero presi in considerazione gli elogi dei grandi uomini del nazione. Nella lista dei questi patrioti nazionali figuravano all'inizio personaggi quali il Maresciallo de Saxe, René Duguay-Trouin, il Duca di Sully, D'Aguesseau e Cartesio. Più tardi, l'Accademia si sentì autorizzata a proporre éloges per i re stessi, richiedendo all'inizio del 1767, l'Éloge di Carlo V.[9]

Bailly era entrato nelle liste dei candidati, scrivendo un éloge a Carlo V, ma il suo saggio ottenne solo una menzione d'onore.[9]

Commentando l'éloge a Carlo V Arago scrive: «niente è più istruttivo che fare ricerche riguardanti le epoche nelle quali si erano originati i principi e le opinioni di quelle persone che poi agirono ruoli importanti sulla scena politica, e su come tali opinioni si fossero poi sviluppate. Con una fatalità molto deplorevole, gli elementi di queste indagini sono poco numerosi e raramente fedeli. Noi non dobbiamo esprimere questi rimpianti relativamente a Bailly: ogni composizione ci mostra la serena, candida, e virtuosa mente dell'insigne scrittore, attraverso un nuovo e vero punto di vista. L'Eloge di Carlo V è stato il suo punto di partenza, seguito poi da una lunga serie di altri lavori».[9]

Gli scritti approvati dall'Accademia di Francia, non raggiungevano però gli occhi del pubblico se non dopo essere stati sottoposti alla severa censura di quattro Dottori in Teologia. Se siamo sicuri di possedere integralmente l'éloge di Bailly a Carlo V lo possiamo intuire dalla penna dello stesso autore; se non abbiamo motivo di temere che nessun suo pensiero subì una qualche mutilazione, lo dobbiamo ad un breve discorso che Bailly pronunciò durante una seduta dell'Accademia delle scienze nel 1767. Questi pensieri, però, avrebbero sfidato, come scrive Arago «le menti più schizzinose, la suscettibilità più oscure».[9] «Il panegirista [Bailly] — continua Arago — srotola con emozione le disgrazie terribili che assalivano la Francia durante il regno di re Giovanni. La temerarietà, l'imprevidenza di quel monarca; le passioni vergognose del re di Navarra; i suoi tradimenti; l'avidità barbara della nobiltà; la sediziosa disposizione del popolo; i saccheggi sanguinosi delle grandi imprese; l'insolenza ricorrente dell'Inghilterra; esprimendo tutto questo senza veli, ma con estrema moderazione. Nessun tratto rivela, nessun fatto narrato prefigura l'autore come futuro presidente dell'Assemblea nazionale costituente, né tanto meno come sindaco di Parigi nel corso di una effervescenza rivoluzionaria».[9]

Nel 1767, l'Accademia di Berlino premiò Bailly per l'Éloge a Leibnitz.[9] Il pubblico ne fu sorpreso: l'elogio a Leibnitz di Bernard le Bovier de Fontenelle era stato così forte, completo e dettagliato che nessuno pensava potesse essere addirittura eguagliato. Ma quando il saggio di Bailly, incoronato in Prussia, fu pubblicato, le vecchie impressioni erano abbastanza cambiate. Molti critici affermarono che l'elogio di Bailly a Leibnitz poteva essere letto con piacere e beneficio anche dopo quello di Fontenelle.[9]

Bailly così scrisse nell'Éloge de Leibnitz:

(FR)

« La nature est juste; elle distribue également tout ce qui est nécessaire à l'individu, jetté sur la terre pour vivre, travailler, et mourir; ellé réserve à un petit nombre d'hommes le droit d'éclairer le monde, et en leur confiant les lumières qu'ils doivent répandre sur leur siècle, elle dit à l'un: tu observeras mes phénomènes; à l'autre: tu seras géomètre; elle appèle celui-ci à la connaissance des lois; elle destine celui-là à peindre les mœurs des peuples et les révolutions des empires. Ces génies passent en perfectionnant la raison humaine, et laissent une grande mémoire après eux. Mais tous se sont partagés des routes différentes: un homme s'est élevé qui osa être universel, un homme dont la tête forte réunit l'esprit d'invention à l'esprit de méthode et qui sembla né pour dire au genre humain: regarde et connois la dignté de ton espèce! A ces traíts l'Europe reconnoit Leibnitz. »

(IT)

« La natura semplicemente è; lei distribuisce equamente tutto ciò che è necessario all'individuo, catapultato sulla terra, per vivere, lavorare e morire; tuttavia riserva solo a un piccolo numero di esseri umani il diritto di illuminare il mondo, e affidando a loro le luci che questi dovranno diffondere durante tutto il loro secolo, dice a uno: osserva i miei fenomeni; e all'altro: tu sarai un geometra; designa quest'uno alla conoscenza delle leggi; quest'altro a dipingere la morale delle persone, le rivoluzioni degli imperi. Questi geni passano via dopo aver perfezionato la ragione umana, e lasciano dietro di loro una grande memoria. Ma tutti loro hanno viaggiato per vie diverse: un solo uomo si elevò, ed ebbe il coraggio di diventare universale, un uomo la cui forza di volontà ha riunito il suo spirito d'invenzione col suo spirito metodico, e che sembrava essere nato per dire al genere umano: guarda e conosci la dignità della tua specie! Con questi tratti l'Europa ha riconosciuto Leibniz. »

(Bailly nel suo Éloge de Leibnitz.[10])

Nel 1768, Bailly ottenne il prix d'eloquence proposto dall'Accademia di Rouen con il suo Éloge a Pierre Corneille. «Leggendo questo lavoro [di Bailly] — scive Arago — possiamo rimanere un po' sorpresi dalla distanza immensa che il modesto, timido e sensibile Bailly pone tra il grande Corneille, il suo prediletto autore teatrale, e Jean Racine».[9]

Quando l'Accademia di Francia, nel 1768, propose una competizione per gli éloges a Molière, Bailly si piazzò al secondo posto, venendo sconfitto solo da Chamfort.[9] «Tuttavia — come scrive Arago — [...] forse mi permetto di affermare che, nonostante una certa inferiorità di stile, il discorso di Bailly ha offerto un più ordinato, più vero e più filosofico apprezzamento dei pezzi principali di quel poeta immortale [rispetto a quello di Chamfort]».[9]

Non solo, Bailly scrisse anche un éloge al suo maestro Lacaille, scomparso nel 1762. Nell'éloge Bailly scrisse: «Non voglio aggiungere nulla agli onori che lui ha ricevuto; ma avrò onorato me stesso nel fare un suo elogio; quest'ultimo tributo mancava tra i doveri che mi sarebbe piaciuto fargli. [...] È stato grazie alla gentilezza di M. Lacaille che io ho potuto avere le mie prime conoscenze dell'astronomia; perciò permettetemi di elogiare il mio maestro. Non voglio essere incolpato ripetendo le lodi di un uomo illustre e virtuoso. Ma non si possono non aumentare troppo i doveri dell'amicizia e della riconoscenza, e gli uomini utili non hanno mai abbastanza lodi».[10]

Le elezioni a Segretario Perpetuo: contro Condorcet[modifica | modifica wikitesto]

D'Alembert, fin dal 1763, aveva incoraggiato Bailly ad esercitarsi in uno stile di composizione letteraria molto apprezzato all'epoca, quello degli éloges, nella prospettiva un giorno di avere valide referenze letterarie per poter diventare Segretario Perpetuo dell'Accademia delle Scienze.[11] Sei anni dopo, però D'Alembert aveva dato lo stesso suggerimento, e forse aveva teso le stesse speranze, ad un giovane e promettente matematico, il marchese Nicolas de Condorcet. Condorcet, seguendo il consiglio del suo protettore, rapidamente scrisse e pubblicò degli éloges sui primi fondatori dell'Accademia: Huyghens, Mariotte e Rømer.[11]

All'inizio del 1773, l'allora Segretario Perpetuo, Grandjean de Fouchy, chiese che Condorcet venisse nominato suo successore alla sua morte a condizione, ovviamente, che gli sopravvivesse. D'Alembert sostenne con forza questa candidatura. L'insigne naturalista Buffon sostenne invece, con uguale energia, Bailly; Arago riferisce che l'Accademia «per alcune settimane presentò l'aspetto di due campi nemici».[11] Ci fu infine una battaglia elettorale fortemente contestata: il risultato fu la nomina di Condorcet a successore di de Fouchy.[11]

La rabbia di Bailly e dei suoi sostenitori trovò sfogo con accuse e termini «di asprezza imperdonabile».[11] Si disse che D'Alembert aveva «bassamente tradito i valori dell'amicizia, dell'onore, e i principali principi di probità» alludendo alla promessa di protezione, sostegno, e cooperazione fatta con Bailly che risaliva a dieci anni prima.[11]

In realtà era più che naturale che D'Alembert nel dover pronunciare il suo sostegno ad uno tra Bailly e Condorcet, diede la sua preferenza al candidato che più dell'altro si occupava di alta matematica, e dunque a Condorcet.[11] Gli éloges di Condorcet erano, inoltre, per il loro stile, molto più in sintonia con quelli che l'Accademia aveva approvato nel corso dei tre quarti di secolo precedenti.

Prima della dichiarazione di Grandjean de Fouchy su Condorcet, D'Alembert aveva scritto a Voltaire il 27 febbraio 1773, rispetto alla raccolta di opere di Condorcet: «Qualcuno mi ha chiesto l'altro giorno quello che pensavo di quel lavoro. Ho risposto scrivendo sul frontespizio: "giustizia, correttezza, conoscenza, chiarezza, precisione, gusto, eleganza, e nobiltà"».[11] E Voltaire gli rispose, il 1º marzo: «Ho letto, il piccolo libro di Condorcet: è buono nei suoi capitoli come gli éloges di Fontenelle. C'è una filosofia più nobile e più modesta in questo libro, anche se audace».[11]

In realtà, tra gli éloges di Bailly, ve ne era uno, già nominato precedentemente, quello dedicato all' abate de Lacaille, che non essendo stato scritto per una accademia letteraria, non mostrava alcuna traccia declamatoria, e poteva, secondo Arago, addirittura «competere con alcuni dei migliori éloges di Condorcet».[11] Tuttavia, curiosamente, la biografia elogiativa di Bailly su Lacaille contribuì, forse tanto quanto l'opposizione di D'Alembert, a frantumare le aspirazioni accademiche di Bailly: infatti il segretario de Fouchy aveva già scritto un éloge a Lacaille prima di lui. Bailly nell'esordio del suo elogio aveva chiesto di non essere colpevolizzato per questa ragione, esprimendo anzi la speranza di non aver scontentato de Fouchy nell'aver voluto in qualche modo proseguire le sue orme decidendo anche lui di elogiare Lacaille.[11]

Bailly, in effetti, non fu incolpato "a voce alta"; ma de Fouchy, quando iniziò a meditare sul suo ritiro, senza tante storie, senza mostrarsi offeso nel suo amor proprio, apparentemente modesto, nello scegliere un assistente che fosse anche il suo successore, selezionò qualcuno che non si era impegnato a ripetere i suoi éloges; qualcuno che non aveva trovato «insufficiente» la sua biografia. E come scrive Arago «Questa preferenza non fu ininfluente nel risultato della competizione».[11]

A Chaillot: le opere famose[modifica | modifica wikitesto]

Bailly, anche se membro della Sezione Astronomica dell'Accademia delle Scienze non era obbligato a risiedere sempre a Parigi. Anzi, se voleva poteva ritirarsi in campagna, per sfuggire dai ladri che abbondavano soprattutto nella metropoli.[11] Bailly sì stabilì a Chaillot nella metà degli anni 70, forse anche perché amareggiato dalla sconfitta all'accademia. E fu proprio a Chaillot che Bailly compose le sue opere più importanti.[11]

Ogni mattina Bailly si alzava presto dalla sua «umile dimora» a Chaillot; si recava al Bois de Boulogne, e lì, a piedi, per molte ore ogni volta, la sua mente potente elaborava, coordinava e vestiva in ogni fasto del linguaggio, quelle elevate concezioni destinate ad i suoi libri. Bailly non iniziava a scrivere i suoi saggi fino a quando non li aveva completati nella sua mente. Come riferisce Arago: «La sua prima copia era sempre una bella copia».

La pentalogia sulla storia dell'astronomia[modifica | modifica wikitesto]

(FR)

« Il est intéressant, de se transporter aux temps où l’astronomie a commencé; de voir comment les découvertes se sont enchaînées, comment les erreurs se sont mêlées aux vérités, en ont retardé la connaissance et les progrès; et après avoir suivi tous les temps, parcouru tous les climats, de contempler, enfin, l’édifice fondé sur les travaux de tous les siècles et de tous les peuples. »

(IT)

« È interessante trasportarsi nel tempo in cui l'astronomia è iniziata, vedere come le scoperte si sono susseguite, come gli errori sono mescolati alle verità, e come hanno ritardato la conoscenza e il progresso; e dopo aver seguito tutte le epoche, percorso tutti i climi, [è interessante] contemplare finalmente l'edificio basato sul lavoro di tutti i secoli e di tutti i popoli. »

(Bailly abbozza il piano del suo lavoro in poche righe.[12])

Nel 1775, Bailly aveva pubblicato un volume in quarto, dal titolo Histoire de l'astronomie ancienne, depuis son origine jusqu'à l'établissement de l'école d'Alexandrie, in cui si descriveva l'evoluzione dell'astronomia antica, dalla sua origine fino alla fondazione della scuola di Alessandria. Un lavoro analogo per il lasso di tempo successivo, compreso tra la fondazione della scuola di Alessandria e il 1730, apparve nel 1779, in due volumi: l'Histoire de l'astronomie moderne, depuis la fondation de l'école d'Alexandrie jusqu'àl'époque de 1730. Un ulteriore volume fu pubblicato tre anni più tardi, nel 1782 con il titolo Histoire de l'astronomie moderne, jusqu'àl'époque de 1782. La quinta parte di questa immensa composizione, il Traité de l'astronomie indienne et orientale, fu infine pubblicato nel 1787.

Quando Bailly aveva incominciato a progettare un libro con tutta la storia generale dell'astronomia, la scienza non possedeva niente del genere. C'erano stati degli scritti su qualche spunto storico particolare, la descrizione di alcuni episodi specifici, ma nessuno mai con un «punto di vista dominante» aveva presieduto a tutta la storia dell'astronomia. Un libro di Weidler, pubblicato nel 1741, era in realtà una semplice nomenclatura dei principali astronomi di ogni paese ed epoca in cui erano specificate in maniera abbastanza schematica le date di nascita e di morte e i titoli delle opere più importanti e non una vera e propria descrizione dettagliata di tutta la storia dell'astronomia.

Bailly aveva in mente proprio il contrario: una descrizione dettagliata del progresso storico dell'astronomia a partire dalle prime osservazioni fino alla fine, per culminare in qualche modo con l'ammirazione di quell'«edificio basato sul lavoro di tutti i secoli e di tutti i popoli». Questo programma completo essenzialmente coinvolgeva nell'opera due punti nodali: una discussione attenta e abbastanza tecnica delle varie scoperte e numerosi confronti di una vasta quantità di antiche e moderne osservazioni. Se l'autore avesse completamente mescolato queste discussioni con l'intero corpo dell'opera, allora il libro sarebbe stato troppo tecnico e quindi comprensibile esclusivamente per gli astronomi. Se invece avesse soppresso tutte le discussioni, il libro avrebbe catturato l'attenzione soltanto di qualche dilettante interessato, e non dei professionisti del mestiere. Per evitare questo doppio pericolo, Bailly aveva deciso di scrivere un racconto sì allacciato in tutte le sue parti, ma narrando soprattutto la quintessenza dei fatti, scegliendo altresì di posizionare le prove e le discussioni delle parti meramente congetturali in capitoli separati sotto la denominazione di éclaircissements.

All'inizio dell' Histoire de l'astronomie ancienne, dopo aver dichiarato che sarebbe partito dalle primissime origini dell'astronomia, Bailly incomincia una pura speculazione storica nel primo capitolo, l'Astronomia Antidiluviana. La conclusione principale alla quale giunge Bailly, dopo un attento esame di tutte le idee positive che l'antichità ci ha lasciato è, che troviamo invece le rovine che gli elementi di una scienza nel più antico Astronomia di Caldea, di India, e di Cina.

Dopo il trattamento di certe idee di Pluche, Bailly dice: "Il paese delle possibilità è immenso, e anche se la verità è in esso contenute, che spesso non è facile distinguere esso."

Parole così ragionevole mi autorizzerebbe chiedersi se i calcoli del nostro compagno di lavoratore, destinato a stabilire l'immensa antichità delle tabelle indiani, sono al di là di ogni critica. Ma la questione è stata sufficientemente discussa in un passaggio di L'Esposizione del sistema del mondo, su cui sarebbe inutile insistere qui. Qualunque sia venuto dalla penna del signor de Laplace è stato sempre segnato dal timbro della ragione e delle prove. Nelle prime righe del suo magnifico lavoro, dopo aver osservato che "la storia dell'astronomia costituisce una parte essenziale della storia della mente umana", Bailly osserva, "che è forse la vera misura di intelligenza dell'uomo, e una prova di cosa può fare con il tempo e il genio. " Io mi permetto di aggiungere, che nessuno studio offre alla riflessione menti relazioni più sorprendenti e più curiosi.

Le opere di Bailly, essendo accessibili anche per un pubblico più variegato, pur senza perdere il carattere di lavori seri e colti, contribuirono a diffondere delle nozioni precise di astronomia sia tra letterati sia nella società in generale.

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La Rivoluzione[modifica | modifica wikitesto]

Agli inizi della Rivoluzione Francese, era nato il Musée des monuments français (oggi Musée national des Monuments Français), aperto dal medievalista francese Alexandre Lenoir. Grazie al sostegno di Bailly, Lenoir poté richiedere con successo che tutte le opere artistiche di proprietà dello Stato venissero riunite nel museo per la loro salvaguardia. Molte opere allora furono confiscate a diverse case religiose e conservate in quel solo luogo per evitare la loro dispersione e la eventuale distruzione.

Fu eletto deputato parigino nelle file del Terzo Stato alle elezioni per Assemblea costituente il 12 maggio 1789, il 3 giugno presidente del Terzo Stato e il 17 giugno presidente dell'Assemblea nazionale.

Il 20 giugno fu il primo a prestare giuramento nella Sala della Pallacorda e tre giorni dopo rifiutò la pretesa di Luigi XVI di sciogliere l'Assemblea.

Il 15 luglio 1789 fu eletto sindaco di Parigi e ricevette critiche di conservatorismo rivoltegli da Camille Desmoulins e Jean-Paul Marat.

Dopo la fallita fuga del re del 21 giugno 1791, si oppose alla richiesta di decadenza del re e, a richiesta dell'Assemblea, represse sanguinosamente le agitazioni popolari del 17 luglio 1791. Crollata la sua popolarità, si dimise il 12 novembre da tutte le cariche e si ritirò a Nantes.

Arrestato a Melun nel luglio 1793 e chiamato a testimoniare nel processo contro Maria Antonietta, difese la regina.

Il processo contro Bailly si concluse l'11 novembre 1793 con la sentenza di morte e la ghigliottina fu innalzata il giorno dopo sul Campo di Marte, dove i soldati avevano sparato, su suo ordine, sulla folla. In quel giorno di pioggia e di freddo, si dice che alla domanda del boia: «Tremi, Bailly?» rispondesse: «Sì, ma di freddo».

La sua Histoire de l'Astronomie, opera letteraria più che scientifica, gli aprì le porte dell'Académie française grazie alla raccomandazione, nel 1783, dell'amico Buffon, e malgrado l'opposizione di d'Alembert. Non fu rimpiazzato subito dopo la sua morte, ma solo nel 1803, da Emmanuel Joseph Sieyès. Arago pronunciò il suo elogio all'Accademia delle scienze nel 1844.

Bailly venne sepolto in una fossa comune del vecchio Cimitero della Madeleine.

Interesse storico e mitologico[modifica | modifica wikitesto]

Durante la sua vita Bailly riuscì ad incarnare in sé sia l'establishment scientifico illuminista sia il processo rivoluzionario francese: insieme a Nicolas de Condorcet, suo grande rivale presso l'Accademia delle Scienze, Bailly era uno dei pochi rivoluzionari avere prima acquisito notorietà come philosophe. Ma la carriera di Bailly da intellettuale percorsa sia in ambito scientifico-astronomico, sia in ambito politico, mostra anche un nutrito interesse verso la storia e soprattutto illustra anche il tentativo da parte sua di trovare punti di convergenza tra la ricerca empirica e la speculazione mitologica. Condorcet infatti faceva riferimento al suo collega come «frère illuminé», alludendo alle presunte simpatie massoniche e metafisiche di Bailly, l'astronomo era ugualmente interessato sia di scienza sia di antiche tradizioni mitiche. Questo lato degli interessi di Bailly, sembrerebbe effettivamente in contraddizione con i suoi studi scientifici e fu per questo criticato dai suoi detrattori.[3][13]

Jacques Augustin Catherine Pajou, Voltaire che legge, olio su tela, 1811

Bailly era affascinato dal mondo antecedente alla storia conosciuta, dal mondo mitico, soprattutto dalla tradizione di Atlantide. Questa sua attività di ricerca parallela fu, molto probabilmente, ispirata dall'opera a nove volumi di Court de Gébelin, Monde primitif, che pretendeva di descrivere in maniera dettagliata ed enciclopedica un mondo antico, preistorico ma abitato da una civiltà sofisticata e tecnologicamente avanzata.[3][13] Il progetto di de Gébelin si era anche legato al mondo semi-segreto della massoneria francese: molte delle caratteristiche e delle usanze che lui attribuiva all'antica civiltà descritta nella sua opera sembravano progettate più che altro per fornire una secolare e venerabile genealogia ai vari rituali massonici. Questa influenza massonica è un po' meno evidente nel caso di Bailly, anche se ci sono prove che testimoniano la sua presenza nella prestigiosa Loge des Neuf Sœurs, a cui erano appartenuti Benjamin Franklin, lo stesso de Gébelin, l'astronomo Jérôme Lalande, e anche (sebbene solo per qualche settimana prima di morire) Voltaire. La loggia in effetti univa vari rappresentanti dell'empirismo settecentesco con degli storici versati nella speculazione mitologica.[3][13]

Fu sotto questo duplice egida di scienza e speculazione mitologica che Bailly decise di abbandonare l'osservazione astronomica al fine di concentrarsi sugli studi di storia e di mitologia e di scavare a fondo alle radici mitiche gli inizi della scienza, del progresso tecnologico ed anche delle conoscenze astronomiche.[3][13] Il suo primo lavoro di questo tipo, vagamente ispirato all' Essai sur les mœurs et l'esprit des nations di Voltaire, fu l' Histoire de l'astronomie ancienne, depuis son origine jusqu'à l'établissement de l'école d'Alexandrie del 1775. Un altro libro, simile, l' Histoire de l'astronomie moderne, depuis la fondation de l'école d'Alexandrie jusqu'àl'époque de 1730, apparso invece - come già ricordato - in due volumi nel 1779. In questi scritti Bailly formulò la tesi per la quale sarebbe diventato famoso: pre-datando alcuni casi e studi astronomici documentati dalle civiltà del passato, sostenne l'ipotesi che dovesse esistere una civiltà preesistente, "antidiluviana", che prima delle altre aveva eccelso in campo astronomico. Solo l'esistenza di questa civiltà precedente avrebbe infatti potuto spiegare come mai gli indiani, i caldei, i persiani e addirittura i cinesi avevano potuto sviluppare conoscenze e pratiche astronomiche intorno allo stesso periodo (3000 a.C.).[3] La tesi di una grande inondazione globale era ancora largamente accettata dalla comunità scientifica nel XVIII secolo: ad esempio Nicolas Boulanger, nella sua Antiquité dévoilée (1756), aveva "naturalizzato" questo mito biblico adducendo prove geologiche per il diluvio universale; aveva anche ipotizzato l'esistenza di una sofisticata civiltà antidiluviana. Bailly unì questa tradizione biblica con un altro classico mito legato all'oceano, il mito di Atlantide. Basandosi in gran parte sugli scritti di Platone, Bailly sostenne che la storia raccontata da Crizia nell'omonimo dialogo platonico, doveva essere presa alla lettera.[3]

Ma Bailly aveva introdotto una svolta importante in questa storia: invece di situare Atlantide nel suo omonimo mare, l'oceano Atlantico, oppure in Estremo Oriente, dove Voltaire l'avrebbe posizionata, Bailly reputò più consistente l'ipotesi che Atlantide si trovasse oltre il lontano nord, al di sopra del circolo polare artico. In passato infatti, secondo la tesi baillyiana, questa zona avrebbe conosciuto un clima molto più permissivo e perciò più facilmente abitabile; e in più solo questo sito settentrionale avrebbe potuto spiegare i costanti ritornelli mitologici e le usanze comuni a tutte le tradizioni religiose delle civiltà antiche: spiegabili perché in realtà tutte le civiltà deriverebbero dall'unico ceppo comune atlantideo. Da questo luogo infatti, gli Atlantidei migrati a Sud, si stabilirono in India, per poi trasferirsi ad Ovest, oltrepassando e colonizzando dopo l'India, anche l'Egitto, la Grecia, per arrivare, infine, in Europa. Prefigurando Hegel, Bailly affermò che: «lo scettro della scienza deve essere stato tramandato da un popolo all'altro» (Histoire, 3). Il movimento di queste conoscenze scientifiche però, diversamente da come Hegel riteneva, non era avvenuto da est a ovest, ma, per Bailly, da nord a sud.[3][13]

Uno dei primi destinatari del lavoro di Bailly fu Voltaire stesso, che riconobbe la plausibilità delle sue tesi con una lettera incoraggiante (anche se leggermente sarcastica), che Bailly pubblicò assieme alla loro conseguente corrispondenza epistolare nella prefazione del libro del 1777, Lettres sur l'origine des sciences, et sur celle des Peuples de l'Asie, destinato proprio a Voltaire.[3][13] In questo testo, Bailly cercò di confutare la convinzione di Voltaire sul fatto che i brahmani fossero il più antico popolo del mondo e che, come Voltaire sosteneva, c'era ancora un grande paese, vicino a Benares, dove l'età dell'oro di Atlantide continuava ad esistere (Voltaire aveva sviluppato questa idea nella sua breve storia La princesse de Babylone). Bailly invece insistette per individuare Atlantide molto più a nord, localizzandola nella mitica terra di Iperborea, la cui capitale era Thule.[3][13] Questa terra doveva essere quella che aveva ospitato l'età dell'oro di cui poeti e storici antichi, come Erodoto o Esiodo, avevano narrato.[3][13]

Anche se intanto Voltaire era morto prima che potesse rispondergli dopo la pubblicazione, Bailly comunque pubblicò un ulteriore libro per difendere la sua tesi, le Lettres sur l'Atlantide de Platon et sur l'histoire de l'ancienne Asie (1779).[3][13]

Successive speculazioni sulle tesi di Bailly[modifica | modifica wikitesto]

L'eredità lasciata da Bailly continuò a vivere anche dopo la sua morte. La sua tesi su un "Atlantide Iperborea" era stata sonoramente respinta in un primo momento. Ad esempio Jules Verne voleva anche prendere in giro Bailly in 20.000 leghe sotto i mari (1869), quando i suoi personaggi scoprirono la "vera" Atlantide nell'Oceano Atlantico. Ma una donna, Helena Blavatsky, prese molto sul serio le idee di Bailly. Blavatsky fu una delle teorizzatrici della teosofia, una dottrina mistico-filosofica, il cui credo fu precisato nel suo libro La dottrina segreta (1888). In questo lavoro ermetico, Blavatsky rispolverò la teoria di Bailly (citandolo addirittura ventidue volte[3]), e incorporò l'ipotesi di un "Atlantide Iperborea" all'interno di una storia fantastica che coinvolgeva i vari continenti e varie razze umane e semiumane. Atlantide era rappresentata come un continente polare che si estendeva dall'attuale Groenlandia fino alla Kamčatka e il suo destino si legò a quello di una razza particolarmente controversa: gli ariani, una razza superiore, seconda in ordine di tempo, costituita da giganti androgini dalle fattezze mostruose. Quando gli ariani migrarono a sud verso l'India, scaturì da loro una "sub-razza", quella dei semiti. Il mito di un "Atlantide Iperborea" fece così ingresso all'interno delle ideologie ariane ed antisemite della fine del XIX secolo.[3][13]

La teoria di Bailly-Blavatsky trovò sostegno tra alcuni degli ideologi ariani viennesi più fantasiosi.[14] Furono proprio questi circoli, come la società "Thule" (che prendeva il nome della mitica capitale di Iperborea), che fecero derivare molte teorie antisemite e ariane dal lavoro mitologico di Blavatsky, e indirettamente da Bailly. I membri della società Thule, in particolare, sono stati fondamentali nell'aiutare Adolf Hitler (che probabilmente aveva letto alcuni libri dei teosofi ariani viennesi quando viveva in Austria) nel fondare NSDAP, il partito nazista. Uno di loro, Alfred Rosenberg, compagno vicino a Hitler durante gli anni in qui questi stette a Monaco di Baviera, aveva posto il mito di un Atlantide Iperborea al cuore di un suo voluminoso tomo dottrinale, Der Mythus des 20. Jahrhunderts (Il mito del XX secolo) del 1930.[14] Rosenberg iniziò questo lavoro assumendo come vera la passata esistenza di Atlantide nel lontano nord, riproponendo la tesi baillyiana:

(EN)

« All in all, the old legends of Atlantis may appear in new light. It seems far from impossible that in areas over which the Atlantic waves roll and giant icebergs float, a flourishing continent once rose above the waters and upon it a creative race produced a far-reaching culture and sent its children out into the world as seafarers and warriors. But even if this Atlantis hypothesis should prove untenable, a prehistoric Nordic cultural center must still be assumed. »

(IT)

« Tutto sommato, le antiche leggende su Atlantide possono apparire in una nuova luce. Sembra tutt'altro che impossibile che nelle zone in cui scorrono le onde dell'Atlantico e in cui fluttuano iceberg giganti, un continente fiorente sia salito una volta al di sopra delle acque e su di esso, una razza creativa abbia prodotto una cultura lungimirante e abbia inviato i suoi figli nel mondo, come marinai e guerrieri. Ma se anche questa ipotesi di Atlantide dovesse rivelarsi insostenibile, un preistorico centro culturale nordico comunque dovrebbe essere ancora supposto. »

(Alfred Rosenberg nel Der Mythus des 20. Jahrhunderts[3])

Il mito di un "centro culturale nordico" ha permesso poi a Rosenberg, a partire da questa ipotesi, di accreditare la razza ariana come artefice tutte le grandi conquiste culturali nella storia umana: in momenti diversi nel tempo (in coincidenza con le più grandi fioriture della civiltà), gli ariani discesero dalla loro madrepatria nordica per realizzare le loro prospettive di vita nei climi meridionali.[14] La "prova" della superiorità ariana così poggiava su questa situazione geografica chiave: solo se posizionati nel Circolo Polare Artico gli Ariani avrebbero potuto reclamare plausibilmente ogni responsabilità sia per le realizzazioni orientali sia per quelle occidentali.[3][13][14]

Vi sono notevoli differenze tra Bailly e le interpretazioni di Rosenberg del mito di Atlantide Iperborea, e chiaramente Bailly non deve essere considerato come un precursore del nazismo. Va però detto che Bailly non fu nemmeno totalmente innocente, pur muovendosi in un'ottica tipicamente illuministica.[3][13] Senza razionalizzare con esattezza la sua teoria, egli ha comunque cercato di dare il merito del progresso culturale orientale, all'Europa. Costruendo l'ipotesi di un popolo nordico responsabile per i successi culturali e tecnici dell'India e dell'Oriente, ha con ultimo fine onorato il progresso e la superiorità occidentale, pur lodando i brahamani. L'Europa e soprattutto quella illuminata, insomma, è stata - per Bailly - il vero successore di Atlantide.[13][14] Con queste teorie, pur con tutte le successive differenze e i travisamenti, Bailly ha comunque fornito ai movimenti nazionalisti più tardi, una potente narrazione e un valido materiale teorico che autorizzò in qualche modo un certo numero di ideologie razziste.[3][13][14]

Cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Jean Sylvain Bailly è stato interpretato dall'attore Michel Duchaussoy nella miniserie televisiva La rivoluzione francese (1989).

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • 1766: Essai sur la théorie des satellites de Jupiter
  • 1771: Sur les inégalités de la lumière des satellites de Jupiter
  • 1775: Histoire de l'astronomie ancienne
  • 1777: Lettres sur l'origine des sciences
  • 1779: Lettres sur l'Atlantide de Platon
  • 1778-1783: Histoire de l'astronomie moderne
  • 1787: Histoire de l'astronomie indienne et orientale.
  • 1798: Essai sur les fables (publié après sa mort)
  • 1804: Mémoires d'un témoin de la Révolution
  • 1810: Recueil de pièces intéressantes sur les sciences
  • 2004: Mémoires

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (FR) Monique Cara, Jean-Marc Cara e Marc Jode, Dictionnaire universel de la Franc-Maçonnerie, Larousse, 2011, ISBN 978-2-03-586136-8.
  2. ^ (FR) Emmanuel Pierrat e Laurent Kupferman, Le Paris des Francs-Maçons, Le Cherche Midi, 2013, ISBN 978-2-7491-3142-9.
  3. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u Jean-Sylvain Bailly (1736-1793) by Dan Edelstein
  4. ^ a b c d e f g h Biographie de Jean-Sylvain Bailly di François Arago
  5. ^ a b Henry Morse Stephens, A History of the French Revolution (1886) p. 51.
  6. ^ a b c d e f g Biography of Jean-Sylvain Bailly by François Arago (english translation) - Chapter III
  7. ^ Jean-Sylvain Bailly, Encyclopædia Britannica
  8. ^ a b c d e f g h Biography of Jean-Sylvain Bailly by François Arago (english translation) - Chapter IV
  9. ^ a b c d e f g h i j k l Biography of Jean-Sylvain Bailly by François Arago (english translation) - Chapter V
  10. ^ a b Éloges de Bailly
  11. ^ a b c d e f g h i j k l m n Biography of Jean-Sylvain Bailly by François Arago (english translation) - Chapter VI
  12. ^ Arago: Biographie de Bailly
  13. ^ a b c d e f g h i j k l m n (EN) Dan Edelstein, Studies in Eighteenth-Century Culture, 2006.
  14. ^ a b c d e f (EN) Nicolas Goodrick-Clarke, The Occult Roots of Nazism: Secret Aryan Cults and Their Influence on Nazi Ideology, 1985.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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