Jakov Josifovič Džugašvili

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Jakov Džugašvili

Jakov Josifovič Džugašvili (in georgiano: იაკობ ჯუღაშვილი; in russo: Яков Иосифович Джугашвили; Borji, 18 marzo 1907Sachsenhausen, 14 aprile 1943) è stato un militare sovietico, primo figlio di Josif Stalin e della prima moglie Ekaterina Svanidze.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Nel 1907, rimasto orfano della madre a pochi mesi dalla nascita, fu allevato dalla zia materna a Tbilisi. A quattordici anni lascia la Georgia e si trasferisce a Mosca per imparare il russo e per ricevere un'istruzione superiore.

A Mosca vive in una dacia con Stalin e con Nadezhda Alliluyeva, sua seconda moglie. I rapporti con suo padre non furono mai buoni. Dopo l'ennesima lite, esasperato dal suo atteggiamento dispotico, tentò il suicidio con un colpo di pistola alla testa riportando solo qualche ferita. Tutto quello che Stalin disse riguardo l'estremo gesto del figlio fu: "è incapace persino di sparare diritto"[senza fonte].

Nel 1939 conobbe ad un ricevimento Yulia Meltzer, ballerina ebrea di Odessa, ed in quell'occasione arrivò alle mani con il secondo marito di lei Nikolai Bessarab. Dopo la fucilazione del suo rivale da parte dell'NKVD sposò la Meltzer ed ebbe da lei due figli: Yevgeni e Galina Džugašvili.

Durante la Seconda guerra mondiale combatté nell'Armata Rossa con il grado di tenente d'artiglieria. Fu catturato dalla Wehrmacht nel 1941. I tedeschi pensarono di scambiare l'illustre prigioniero con il feldmaresciallo Friedrich Paulus, caduto in mano sovietica dopo la battaglia di Stalingrado, ma alla proposta Stalin rispose: "non scambio un soldato con un generale"[senza fonte] e "io non ho un figlio"[senza fonte].

Le circostanze della morte di Jakov Džugašvili nel campo di concentramento di Sachsenhausen non sono mai state del tutto chiarite. I tedeschi dichiararono ufficialmente che morì il 14 aprile 1943 gettandosi contro la recinzione elettrificata del campo. Alla notizia del suicidio del figlio, Stalin dichiarò: "finalmente si è comportato da uomo"[senza fonte].

Manifesto di propaganda tedesco del 1941."Non versare il tuo sangue per Stalin! Lui è già scappato a Samara! Il suo stesso figlio si è arreso! Il figlio di Stalin ha scelto di salvarsi, neanche tu sei obbligato a sacrificarti!"

Nel 1980 il Sunday Times ha scritto che il figlio del dittatore sovietico si gettò contro la recinzione in seguito ad un litigio per banali motivi con dei prigionieri inglesi. Nel 2001 un articolo del Telegraph sosteneva che il tenente si suicidò nel 1943 dopo essere stato violentemente insultato da alcuni prigionieri polacchi. Questi lo avrebbero ricoperto di insulti quando nel campo fu data notizia del ritrovamento dei corpi delle vittime del Massacro di Katyń, strage perpetrata nel 1940 dall'NKVD sovietico ai danni di migliaia di civili e soldati polacchi.[1]

Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha dichiarato di essere in possesso di documenti che rivelano che Jakov Džugašvili fu fucilato dai tedeschi mentre tentava la fuga da Sachsenhausen. La figlia Galina ha confermato questa versione nel 2003, ma in seguito ha ritrattato sostenendo che suo padre non fu mai fatto prigioniero dai tedeschi e che morì in battaglia nel 1941. Galina sostenne questa tesi con forza fino alla morte, dichiarò inoltre che tutte le fotografie e le lettere che fanno riferimento alla prigionia del padre furono opera della propaganda nazista. Questa versione dei fatti è sostenuta dalla riabilitazione pubblica di Džugašvili, avvenuta nel 1977 con l'assegnazione postuma dell'Ordine della Grande Guerra Patriottica di Prima Classe da parte del governo sovietico.

Onorificenze[modifica | modifica sorgente]

Ordine della Guerra Patriottica di I Classe - nastrino per uniforme ordinaria Ordine della Guerra Patriottica di I Classe
— 1977

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ (EN) Olga Craig, Revealed: how Stalin's brutal massacre at Katyn shamed his PoW son into suicide in Telegraph, 19 giugno 2001. URL consultato il 17-3-2008.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Giulietto Chiesa, Morte di una nipote di Stalin in La Stampa, 1° settembre 2007. URL consultato il 17-3-2008. Articolo su Galina Džugašvili Controllo di autorità VIAF: 90594358 LCCN: n95095965