Isola di Vivara

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Vivara
Vivara vista solchiaro.jpg
Vivara (Punta di Mezzogiorno) vista da Punta Solchiaro di Procida
Geografia fisica
LocalizzazioneGolfo di Napoli
Coordinate40°44′38.26″N 13°59′36.31″E / 40.74396°N 13.99342°E40.74396; 13.99342Coordinate: 40°44′38.26″N 13°59′36.31″E / 40.74396°N 13.99342°E40.74396; 13.99342
ArcipelagoIsole Flegree
Superficie0,4 km²
Altitudine massima110 m s.l.m.
Classificazione geologicaVulcanica
Geografia politica
StatoItalia Italia
RegioneCampania Campania
Città metropolitanaNapoli Napoli
ComuneProcida-Stemma.png Procida
Cartografia
Mappa di localizzazione: Golfo di Napoli
Vivara
Vivara
Mappa di localizzazione: Italia
Vivara
Vivara
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Riserva naturale Isola di Vivara
Tipo di areaRiserva Statale
Codice EUAPEUAP0551
StatiItalia Italia
RegioniCampania Campania
ProvinceNapoli Napoli
ComuniProcida
Superficie a terra35,63 ha
Superficie a mare0 ha
Provvedimenti istitutiviD.M. 24.06.02
Gestoreente locale
PresidenteMaurizio Marinella
Mappa di localizzazione
Sito istituzionale

L'isola di Vivara è una piccola isola del golfo di Napoli, di proprietà privata, appartenente al gruppo delle isole Flegree e posta tra Procida, a cui è unita, e Ischia.

Etimologia[modifica | modifica wikitesto]

L'origine del nome Vivara, di cui è attestata altresì la forma Bivaro, è stata ed è oggetto di discussione; alcuni linguisti preferiscono riprendere la desueta denominazione Vivaro. La tesi più accreditata vorrebbe che il toponimo derivi dal latino vivarium, cioè «luogo in cui vivono animali». Un'ulteriore ipotesi vede l'origine del nome in una distorsione di quello del primo proprietario dell'isola nel XVII secolo, il duca di Bovino, Giovanni Guevara. Si è perfino osservato, rifendosi a una derivazione celtico-sassone, che il termine significherebbe castoro, e che a Vivara fosse un tempo diffusa l'arvicola acquatica europea (Arvicola amphibius), roditore vagamente simile al castoro.

Geografia[modifica | modifica wikitesto]

L'isola misura circa 0,4 km² e ha un perimetro di circa 3 km con una forma a mezzaluna; il punto più elevato misura 110 metri sul livello del mare ed è situato al centro dell'isolotto.

Vivara è sottoposta alla giurisdizione amministrativa del Comune di Procida, cui è collegata da un ponte non carrozzabile che sostiene la condotta idrica che rifornisce Ischia. È attualmente disabitata ed è una riserva naturale statale. Il suo litorale è inoltre compreso nell'Area marina protetta Regno di Nettuno.

I punti estremi sono la punta di Mezzogiorno a Sud e la punta Capitiello a Nord, rivolta verso l'isola di Procida. La punta d'Alaca, ad Ovest, definisce il punto più stretto del canale d'Ischia, mentre tutta la costa orientale, ripida e scoscesa, viene chiamata La Carcara con riferimento ad un impianto di cui rimangono scarse tracce.

Formazione dell'isola[modifica | modifica wikitesto]

L'isola costituisce il margine occidentale di un cratere vulcanico originatosi circa 55000 anni fa, oggi sommerso, delimitato sul lato orientale dal promontorio di Santa Margherita nell'isola di Procida. Sicuramente ancora in epoca romana Vivara era collegata all'isola di Procida da una stretta falesia, oggi scomparsa, sul lato settentrionale del cratere.

Lo specchio d'acqua circolare corrispondente al cratere, compreso tra Vivara e Procida è denominato golfo di Genito.

Arrivo a Vivara - Punta Capitiello
Vista dalla collina di Santa Margherita (Procida)

Storia e popolamento[modifica | modifica wikitesto]

Età del bronzo[modifica | modifica wikitesto]

L'esistenza di un centro dell'età del bronzo con frammenti di ceramiche importate dall'Egeo fu accertata dall'archeologo di origine tedesca Giorgio Buchner, negli anni trenta del '900. Dal 1975 circa vi si svolgono campagne di scavo, in una prima fase curate dall'Università degli Studi di Roma "Sapienza". Attualmente le ricerche sono a cura dell'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli.

Gli scavi hanno documentato numerosi aspetti dell'insediamento databile tra il XVII e il XIV secolo a.C. (aspetti culturali di Punta Mezzogiorno, protoappenninico di Punta d'Alaca, appenninico). Campagne di esplorazione sottomarina hanno inoltre permesso di scoprire tracce di popolamento fino a 6-9 metri di profondità, indice di un abbassamento del suolo databile intorno alla fine dello stesso periodo e riconducibile, molto probabilmente, a dinamiche di bradisismo simili a quelle di altre aree dei Campi Flegrei (vedi Baia). L'isola doveva dunque essere più estesa di quanto sia oggi.

L'importanza degli scavi di Vivara, iniziati negli anni settanta dopo le prime esplorazioni di Buchner, risiede nell'aver fornito un anello mancante nella ricostruzione delle dinamiche marinare nel Mediterraneo occidentale in epoca premicenea e protomicenea, innescando un processo di revisione globale delle possibili navigazioni egee.

Probabilmente in quell'epoca (periodo definito dagli archeologi di passaggio dal Bronzo Antico al Bronzo Medio), l'isola di Vivara costituiva un nodo di collegamento e di commercio in una rete di comunicazioni marittime che collegava le regioni dell'alto Tirreno, sede di importanti affioramenti di minerali metallici (fra i quali il rame), con il Mediterraneo orientale.

Epoca moderna[modifica | modifica wikitesto]

La strada di ingresso all'Isola di Vivara dal ponte che la collega a Procida

Dal XIV secolo a.C. ogni traccia di vita stabile su Vivara scompare per circa due millenni, per riprendere soltanto in epoca moderna con la costruzione, nel 1681, di una villa colonica sul pianoro sommitale che rimane ancor oggi l'unica costruzione di rilievo dell'isola.

Verso la metà del XVIII secolo, il re Carlo III di Napoli, fece di Vivara una sua riserva di caccia, popolandola, tra l'altro di fagiani, conigli e caprioli.

La proprietà dell'isola passò in seguito al Comune di Procida (1818), e quindi a privati, tra cui Biagio Scotto La Chianca, che introdussero le coltivazioni della vite e dell'ulivo) per passare, nel 1940, all'Ospedale di Procida (denominato "Albano Francescano", oggi fondazione di diritto privato); dal 15 maggio 2015, dopo una causa durata 16 anni, l'isola ritorna infine agli eredi dei Scotto La Chianca.

Nel 1957 fu costruito, per il passaggio dell'acquedotto che raggiunge Ischia, uno stretto ponte di collegamento con Procida e, finalmente, nel 1972 l'isola fu assegnata in fitto alla Regione Campania, che le riconobbe lo status di oasi di protezione naturale.

Dal 1977 al 1993 Giorgio Punzo, docente in pensione e appassionato naturalista, visse sull'isola, impegnandosi personalmente nell'opera di studio, protezione e valorizzazione dell'ambiente naturale di Vivara. Tale impegno non fu tuttavia appoggiato dalle istituzioni, tanto che, quando scadde il fitto che l'Ente Proprietario dell'isola aveva concesso alla Regione Campania, quest'ultima decise di non rinnovare il contratto, sfrattandolo di fatto dall'isola.

Da allora Vivara ha vissuto una situazione di degrado causato sia dall'incuria sia dall'opera di vandali e bracconieri che hanno potuto agire in quasi completa libertà almeno fino al 2009, anno in cui la fondazione proprietaria ha provveduto a chiudere i varchi abusivi presenti e instaurato una collaborazione con il servizio di vigilanza volontaria della LIPU che ha potenziato la sorveglianza già assicurata dal Corpo Forestale dello Stato.

Nel 2002, con decreto ministeriale 24/06/2002 (pubblicato in G.U. n. 225 del 25/09/2002), l'isola è diventata una riserva naturale statale nonché sito di importanza comunitaria e zona di protezione speciale nell'ambito della rete Natura 2000, il cui presidente designato è attualmente l'imprenditore napoletano Maurizio Marinella.

Per lungo tempo il Comitato di Gestione non è riuscito a provvedere alla gestione ordinaria dell'isolotto per problemi di ordine burocratico. Il 22 marzo 2013, tuttavia, viene firmato un protocollo d'intesa tra il Comune di Procida e il Comitato di Gestione, consentendo l'accesso ai turisti durante le festività pasquali, dopo ben 11 anni dalla sua chiusura al pubblico.[1]

Da aprile 2017, grazie a un nuovo protocollo tra Comitato di gestione della Riserva e il Comune di Procida, quest'ultimo si occupa della gestione delle visite con guide abilitate.

La flora[modifica | modifica wikitesto]

Roverella (Quercus pubescens)

L’intera superficie di Vivara è ricoperta da un tipo di vegetazione spontanea conosciuta come macchia mediterranea, costituita da innumerevoli piante dalle mille tonalità di verde, di un metro e più di altezza, con foglie piccole e coriacee. Questo tipo di formazione vegetale si è affermata su Vivara in seguito all’intenso e prolungato sfruttamento agricolo che aveva quasi completamente distrutto l’originaria vegetazione. Non è difficile ipotizzare quale composizione floristica ci fosse prima che l’isolotto fosse quasi completamente raso al suolo per mettere a coltura la terra con oliveti e vigneti: roverella e leccio dovevano essere le piante che maggiormente si incontravano in questo paesaggio mediterraneo privo, fin dall’epoca micenea, di disturbo antropico, e poi preservato per tutto il settecento, dal punto di vista vegetazionale, grazie alla bramosia di caccia dei Borbone. Ma verso la prima metà dell’ottocento le cose cambiano radicalmente. L’isolotto viene ceduto dalla corona borbonica al Comune di Procida, che a sua volta lo cede in enfiteusi ad un privato il quale mette a coltura la terra con olivi e vigneti. Furono piantate migliaia di ulivi e diverse aree a nord e sud est furono adibite alla coltura della vite. Diverse zone furono ampiamente terrazzate per consentirne la coltivazione e ovviamente furono tagliati ampi tratti di foresta di querce. Il terreno non più protetto dalla copiosa copertura vegetale inevitabilmente perse parte del suo cospicuo spessore e molte zone subirono il dilavamento. Questa situazione si protrasse per tutto l’ottocento e parte del primo novecento. Ma nella seconda metà del novecento, a seguito dell’abbandono dei coltivi, la vegetazione ha la possibilità di ricolonizzare il territorio ampiamente sfruttato e lo fa con i primi elementi colonizzatori tipici della macchia mediterranea: ginestre, cisti e molte leguminose. Adesso, dopo quasi 50 anni dall’abbandono dei coltivi, abbiamo la possibilità di osservare e studiare come evolve una vegetazione verso formazioni sempre più chiuse, in intricate boscaglie e infine, laddove le condizioni del suolo lo consentiranno, a ripristinare il bosco formato dal leccio (Quercus ilex), dalla roverella (Quercus pubescens) e oggi anche dal frassino (Fraxinus ornus). In queste condizioni di dinamismo della vegetazione sono da segnalare i bei frammenti di alta macchia con grossi esemplari di Arbutus unedo (corbezzolo), di Erica arborea e di Olea europaea (olivo) che ancora rivestono parte dei versanti più freschi e umidi dell’isolotto. Nelle zone più calde e aride troviamo bei frammenti di macchia bassa a Pistacia lentiscus (lentisco), Myrtus communis (mirto), Phillyrea latifolia (fillirea), Rhamnus alaternus (alaterno) e Euphorbia dendroides (euforbia arborea), che dominano gli aggruppamenti basso arbustivi. Nelle radure della macchia, laddove è ancora presente un certo disturbo per le limitate condizioni del suolo troviamo, invece, dei pratelli caratterizzati da esili piantine, di piccole dimensioni, identificate da varie leguminose e da piccole orchidacee, fra cui d Serapias parviflora, l’Anacamptis coriophora (orchidea cimicina) con i suoi numerosi piccoli fiori ermafroditi, di colore dal rosso più o meno scuro fino al biancastro e verdastro dall’odore variabile gradevole di vaniglia o sgradevole di cimice e Spiranthes spiralis dalla particolare infiorescenza a spirale. Nella parte più bassa dell’isoletta, sulle pendici assolate di Punta del Mezzogiorno, la macchia originaria si presenta più o meno degradata, assumendo su vari tratti l’aspetto di gariga. Ai limiti di tutti questi arbusteti, compaiono con sempre maggior frequenza i cisti: Cistus creticus (cisto rosa), Cistus salviifolius (cisto femmina) e in particolare il Cistus monspeliensis, il più xerofilo fra i cisti. Nelle zone ampie a notevole pendio, che scivolano rapidamente e direttamente verso il mare, dove prevalgono il dilavamento, l’azione delle onde e del vento, la vegetazione ha inizio con gli elementi più resistenti e semialofili della bassa macchia (Phillyrea latifolia, Pistacia lentiscus). Fra le specie più importanti, che si ritrovano in questi popolamenti di rupe marittima, vi è il Lotus cytisoides (ginestrino delle scogliere), Helichrysum litoreum la Matthiola incana, la Jacobea maritima, Crithmum maritimum (finocchio marino) e altre entità rupestri, che contribuiscono a costituire quella esile fascia di vegetazione semialofila. Infine è da segnalare che l’elevato stadio di naturalità e il particolare regime di protezione alla quale Vivara è sottoposta consente la limitazione di specie aliene altamente invasive come l’Ailanthus altissima, l’Agave americana, il Carpobrotus edulis, che sono considerate uno dei motivi più importanti per la perdita di biodiversità a livello mondiale.

Bibliografia:

M. Scotto Di Cesare, Vivara, flora e vegetazione, D'Auria Edizioni, Napoli, 1999, p.99

M. Scotto Di Cesare, Flora fotografica di Vivara, D’Auria Edizioni, Napoli, 2009, p.269

D. Zeccolella - M. Scotto di Cesare, Vivara, storia natura e cultura, Edizioni Fioranna, Napoli, 2019, p. 153

Curiosità[modifica | modifica wikitesto]

  • Nel 2001 Vivara è entrata nel Guinness dei primati grazie al ponte tibetano più lungo del mondo, costruito tra il promontorio di Santa Margherita a Procida e l'isolotto di Vivara. Il ponte, lungo 362 metri, fu realizzato tra il 2 e il 10 luglio 2001 utilizzando 40 tubi Innocenti, 40 morsetti, 34 picchetti di un metro e mezzo, 2500 metri di corda, 500 m di cavi d'acciaio, 1 trivella e 1 verricello.

Note[modifica | modifica wikitesto]

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