Irena puella

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Irena dorsoazzurro
Lightmatter fairy bluebird.jpg
Stato di conservazione
Status iucn3.1 LC it.svg
Rischio minimo[1]
Classificazione scientifica
Dominio Eukaryota
Regno Animalia
Phylum Chordata
Classe Aves
Sottoclasse Neornithes
Superordine Neognathae
Ordine Passeriformes
Sottordine Oscines
Infraordine Passerida
Superfamiglia Passeroidea
Famiglia Irenidae
Genere Irena
Specie I. puella
Nomenclatura binomiale
Irena puella
(Latham, 1790)
Areale

Irena puella map.PNG

L'irena dorsoazzurro (Irena puella (Latham, 1790)) è un uccello passeriforme della famiglia Irenidae[2].

Etimologia[modifica | modifica wikitesto]

Il nome scientifico della specie, puella, deriva dal latino e significa "bambina".

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Maschio in natura.
Femmina in natura.

Dimensioni[modifica | modifica wikitesto]

Misura 21,2-25,8 cm di lunghezza, per 52-75 g di peso[3]: le femmine, a parità d'età, sono più piccole e slanciate rispetto ai maschi[3]. Sussiste inoltre una diminuzione della taglia in direttrice NO-SE[3].

Aspetto[modifica | modifica wikitesto]

Si tratta di uccelli dall'aspetto robusto e massiccio, muniti di grossa testa allungata con becco robusto e dall'estremità lievemente uncinata, corte e forti zampe, coda squadrata con punta lievemente bilobata ed ali arrotondate.

Il piumaggio presenta dicromatismo sessuale: nei maschi in amore (dopo la muta di marzo), infatti, vertice, nuca, dorso, ali (tranne le copritrici e le remiganti, di colore nero, le prime con una piccola macchia puntiforme azzurra all'estremità distale ed iridescenze metalliche azzurre diffuse), codione e sottocoda (nonché la base della stessa) sono di colore azzurro-bluastro brillante, mentre il resto della livrea è di colore nero lucido.
Nelle femmine, invece, il piumaggio è quasi completamente di colore grigio-bruno con tonalità bluastre diffuse, ma se osservato in luce diretta esso assume colorazione turchese, con remiganti e area delle narici che rimangono però sempre bruno-nerastre.
Alla fine della stagione degli amori, con la seconda muta, i maschi vanno in eclisse ed assumono livrea simile a quella delle femmine.

In ambedue i sessi, il becco è di colore nerastro, le zampe sono di colore grigio-nerastro e gli occhi sono di colore rosso cupo con palpebre rosate.

Biologia[modifica | modifica wikitesto]

Richiamo a Goa.
Femmina si nutre alle Andamane.

Si tratta di uccelli dalle abitudini di vita essenzialmente diurne, che vivono in coppie o in gruppetti familiari, mentre è raro osservarli da soli: essi passano la maggior parte della giornata nella canopia alla ricerca di cibo, tenendosi in contatto fra loro mediante richiami corti e flautati.

Alimentazione[modifica | modifica wikitesto]

Maschio reperisce un fico sacro nel Bengala Occidentale.

L'irena dorsoazzurro è un uccello essenzialmente frugivoro, la cui dieta si compone quasi esclusivamente di fichi, ma comprende anche altra frutta e bacche, nonché (sebbene sporadicamente) insetti ed altri piccoli invertebrati.

Riproduzione[modifica | modifica wikitesto]

La stagione degli amori va da gennaio a luglio, con picchi delle deposizioni da febbraio ad aprile[3]: si tratta di uccelli monogami, nei quali i maschi corteggiano le femmine con canti zufolanti, ai quali esse rispondono (in caso di interesse verso il maschio) cominciando a reperire materiale per la costruzione del nido.

Il nido consiste in una rozza e voluminosa piattaforma di ramoscelli intrecciati posta alla biforcazione di un ramo, al centro della quale è presente una concavità foderata da uno strato di muschio: la costruzione del nido (così come la cova delle 2-4 uova) è a carico esclusivo della femmina, mentre le cure parentali nei confronti dei pulli (ciechi ed implumi alla schiusa) vengono espletate da ambedue i genitori.

Distribuzione e habitat[modifica | modifica wikitesto]

L'irena dorsoazzurro è diffusa in un ampio ma frammentario areale che copre buona parte dell'Asia meridionale e del Sud-est asiatico: questi uccelli sono infatti presenti dalla punta meridionale dell'India lungo la costa occidentale fino all'estremo sud del Maharashtra, nel Bengala Occidentale, alle pendici meridionali dell'Himalaya dal Nepal sud-orientale allo Yunnan meridionale[3] e da qui attraverso Birmania e Thailandia in tutta l'Indocina, nella penisola di Malacca ed in buona parte dell'Insulindia (Sumatra, Giava, Borneo, Palawan ed isole minori circonvicine, comprese le Andamane e probabilmente anche le Nicobare[3]).

L'habitat di questi uccelli è rappresentato dalla foresta pluviale umida sempreverde tropicale e subtropicale, dal livello del mare ai 1600 m di quota: sebbene prediliga la foresta primaria con presenza di grossi alberi da frutto, l'irena dorsoazzurro colonizza anche le aree antropizzate, spingendosi nei frutteti e nelle piantagioni (specialmente di cardamomo).

Tassonomia[modifica | modifica wikitesto]

Se ne riconoscono sei sottospecie[2]:

Alcuni autori scorporerebbero dalla sottospecie nominale le popolazioni più settentrionali col nome di I. p. sikkimensis[3], mentre altri accorperebbero la sottospecie andamanica alla nominale[3]: tuttavia, la prima presenta becco più robusto rispetto alla seconda, oltre che rilevanti divergenze a livello molecolare che potrebbero addirittura portare ad elevare questi uccelli al rango di specie a sé stante[4]. Lo stesso discorso vale per la sottospecie tweeddalii[3][4].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (EN) BirdLife International 2012, Irena puella, su IUCN Red List of Threatened Species, Versione 2018.1, IUCN, 2017. URL consultato il 29 gennaio 2016.
  2. ^ a b (EN) Gill F. and Donsker D. (eds), Family Irenidae, in IOC World Bird Names (ver 8.2), International Ornithologists’ Union, 2018. URL consultato il 29 gennaio 2016.
  3. ^ a b c d e f g h i j (EN) Asian Fairy-bluebird (Irena puella), su Handbook of the Birds of the World. URL consultato il 30 gennaio 2018.
  4. ^ a b Moltesen, M.; Irestedt, M.; Fjeldså, J.; Ericson, P. G. P.; Jønsson, K. A., Molecular phylogeny of Chloropseidae and Irenidae - cryptic species and biogeography, in Mol. Phylogenet. Evol., vol. 65, nº 3, 2012, p. 903–914.

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