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Ipparco di Nicea

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Ipparco di Nicea

Ipparco di Nicea, noto anche come Ipparco di Rodi o semplicemente Ipparco (in greco antico: Ἳππαρχος, Hipparchos; Nicea, 200 a.C.Rodi, 120 a.C.[1]), è stato un astronomo, astrologo e geografo greco antico, noto principalmente per la scoperta della precessione degli equinozi.

Tra i più grandi astronomi dell'antichità, nessuna delle sue opere, almeno quattordici, si è conservata, eccetto un commentario su un poema di argomento astronomico di Arato di Soli.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Poche notizie sulla vita e le opere di Ipparco sono note e la maggior parte di esse provengono dall'Almagesto di Tolomeo (II secolo), da riferimenti minori in Pappo e Teone (IV secolo) nei loro rispettivi commentari all'Almagesto, nella Naturalis historia di Plinio il Vecchio e nella Geografia di Strabone. Ipparco nacque a Nicea (l'odierna Iznik in Bitinia, Turchia), un centro culturale dove probabilmente ricevette l'istruzione di base; probabilmente in giovane età si spostò a Rodi, dove successivamente compì la maggior parte delle osservazioni astronomiche.[2]

Tolomeo gli attribuisce osservazioni dal 147 a.C. al 127 a.C.; anche osservazioni più antiche, a partire dal 162 a.C., possono essere attribuite a lui.[2] La data della sua nascita (190 a.C. circa) è stata calcolata da Delambre proprio in base al lavoro di Ipparco. Allo stesso modo, dall'esistenza di pubblicazioni sulle analisi delle sue ultime osservazioni si suppone che Ipparco deve essere vissuto oltre il 127 a.C. Per il suo lavoro sappiamo anche che ottenne informazioni da Alessandria e dalla Babilonia, ma non è noto se e quando ne abbia visitato i luoghi.

Non se ne conosce l'aspetto in quanto non esistono suoi ritratti. Sebbene venga raffigurato su monete coniate in suo onore, queste appartengono a un'epoca ben successiva, tra il II e III secolo.

Si presume che sia morto nell'isola di Rodi, dove trascorse gran parte della sua vita matura: Tolomeo gli attribuisce infatti osservazioni da Rodi nel periodo che corre tra il 141 e il 127 a.C.

L'osservazione astronomica[modifica | modifica wikitesto]

Sviluppò accurati modelli per spiegare il moto del Sole e della Luna, servendosi delle osservazioni e delle conoscenze accumulate nei secoli dai Caldei babilonesi, e fu il primo a stimare accuratamente la distanza tra la Terra e la Luna.[3] Grazie alle sue teorie sui moti del Sole e della Luna e alle sue nozioni di trigonometria, della quale è ritenuto il fondatore,[3] è stato probabilmente il primo a sviluppare un affidabile metodo per la previsione delle eclissi solari e lunari.[3][4] Il suo operato include la scoperta della precessione degli equinozi,[5] la compilazione di un celebre catalogo stellare e, probabilmente, l'invenzione dell'astrolabio. Fu proprio l'osservazione delle discordanze tra il proprio catalogo e quello compilato da Timocari e Aristillo nel 290 a.C. a fornirgli l'indizio che lo condusse alla scoperta del fenomeno precessivo dell'asse terrestre.[6]

Grazie all'osservazione di una stella che vide nascere, probabilmente una nova nella costellazione dello Scorpione,[7] avanzò l'ipotesi, ardita per l'epoca, che le stelle non fossero fisse, ma in movimento.[8]

Alcune testimonianze antiche riferiscono un suo interesse per l'astrologia, in particolare per l'astrologia geografica, secondo la quale certe zone del globo risentirebbero dell'influsso di determinate costellazioni zodiacali.[9]

È inoltre stato il primo a compilare una tavola trigonometrica, che gli permetteva di risolvere qualsiasi triangolo.

Le opere[modifica | modifica wikitesto]

Ipparco lasciò diverse osservazioni sugli astri e redasse una lista dei suoi lavori principali, in cui menzionava 14 libri, quasi completamente perduti.[10] Forse scrisse anche altre opere sulla meteorologia, sulla matematica e sull'ottica, di cui però non si sono conservati neanche i titoli e che probabilmente ebbero circolazione piuttosto limitata.[11] L'unico suo lavoro pervenuto ai giorni nostri è un commentario in due volumi sul poema didascalico Phaenomena di Arato di Soli, che a sua volta divulgava l'opera di Eudosso di Cnido, nel quale Ipparco criticava le posizioni e le descrizioni delle stelle e delle costellazioni fornite da Arato e da Eudosso.[3][12] Il commentario è stato tradotto in latino da padre Petau che lo ha edito nella sua Uranologie[13].

Ipparco è riconosciuto come il padre della scienza astronomica. È spesso citato come il più grande astronomo osservativo greco, e molti lo reputano il principale astronomo dei tempi antichi, sebbene Cicerone desse la sua preferenza ad Aristarco di Samo. Altri destinano questo posto a Tolomeo di Alessandria.

Il catalogo astrale[modifica | modifica wikitesto]

Nel suo primo catalogo stellare, perduto, Ipparco inserì circa 850 stelle, registrando per ognuna la posizione attraverso un sistema di coordinate sulla sfera celeste (climata[14]), anziché facendo riferimento alla posizione di altre stelle, con la precisione permessa dall'assenza di orologi, di telescopio o di altri strumenti moderni.[6] Ipparco non trascurò di indicare la luminosità degli astri,[8] che utilizzò quale parametro per una classificazione che assegnava ciascuna stella in sei gruppi: la cosiddetta magnitudine stellare. Al primo gruppo appartenevano le stelle di prima grandezza, al secondo gruppo quelle un po' più deboli, e via via fino al sesto gruppo, al quale appartenevano le stelle più deboli visibili in una notte serena senza Luna da un uomo dalla vista perfetta.

Questo più che bi-millenario sistema di misurazione della luminosità (magnitudine) degli astri, leggermente modificato nel corso dell'Ottocento, è utilizzato ancora oggi.

Gli studi geografici[modifica | modifica wikitesto]

Oltre che astronomo, Ipparco è stato anche un grande geografo. Strabone, nella sua Geografia, ci testimonia la sua proposta di calcolare le differenze di longitudine con metodi astronomici, misurando le differenze tra i tempi locali di osservazione di una stessa eclissi lunare.[15] Plinio il Vecchio ricorda che Ipparco corresse la misura della circonferenza terrestre proposta da Eratostene, portandola da 252.000 a 278.000 stadi, pari a circa 51.430 km.[16]

Secondo quanto riporta Strabone[17], egli aveva inoltre dedotto l'esistenza di un continente che separava l'oceano Indiano e l'oceano Atlantico, basandosi sulle differenze fra le maree del Mare arabico, studiate da Seleuco di Seleucia, e quelle delle coste atlantiche di Spagna e Francia. Senza bisogno di caravelle, grazie ad una semplice deduzione, Ipparco aveva intuito l'esistenza dell'America.

Ipparco aveva anche scritto un trattato sulla gravità, Sui corpi spinti in basso dal proprio peso, sul quale abbiamo qualche informazione da Simplicio. Qualche studioso ha ipotizzato che all'interesse di Ipparco per la gravità non fossero estranei i suoi interessi astronomici.

Atlante Farnese e catalogo di Ipparco[modifica | modifica wikitesto]

L'Atlante Farnese, copia romana di originale ellenistico, conservato al Museo archeologico di Napoli.

Non tutto il catalogo stellare di Ipparco sembrerebbe perduto. Lo ha proposto, il 10 gennaio 2005, Bradley E. Schaefer, astrofisico della Louisiana State University a Baton Rouge in un convegno dell'American Astronomical Society tenutosi a San Diego in California[18]. Seguendo un'ipotesi già proposta nel 1898 da Georg Thiele, ha rilevato le configurazioni delle costellazioni presenti in rilievo sul globo dell'Atlante Farnese (copia romana del II secolo, da un originale greco) conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Ha poi ricostruito la posizione occupata dalle costellazioni nel cielo osservato da Ipparco, all'incirca nel 129 a.C. Il risultato ha evidenziato un'ottima coincidenza tra le previsioni astronomiche moderne e le posizioni rilevate dall'Atlante Farnese, che lo hanno indotto a individuare nel famoso e perduto catalogo di Ipparco la fonte a cui aveva attinto lo scultore dell'epoca.[19] Le teorie di Schaefer sono state aspramente criticate da altri esperti[20].

Si tratterebbe di un'altra prova indiretta dell'esistenza del catalogo. La prima era stata fornita dallo stesso Schaefer, che aveva dimostrato l'incorporazione, nell'Almagesto, di una parte del catalogo di Ipparco. In questo modo le discrepanze in esso riscontrabili, circa la posizione di alcune stelle, diventavano facilmente spiegabili spostando il punto di osservazione a Rodi.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Date di nascita e di morte congetturate (Geus, p. 152).
  2. ^ a b Geus, p. 152.
  3. ^ a b c d ODCW.
  4. ^ Sulle eclissi si veda anche Plinio il Vecchio, Naturalis historia, II, 57.
  5. ^ Nell'opera Περὶ τῆς μεταπτώσεως τῶν τροπικῶν καὶ ἰσημερινῶν σημείων (Sullo spostamento dei punti di solstizio ed equinozio); cfr. Geus, p. 154.
  6. ^ a b Geus, p. 154.
  7. ^ Geus, pp. 154-155.
  8. ^ a b Plinio il Vecchio, Naturalis historia, II, 95.
  9. ^ Geus, p. 155.
  10. ^ Geus, pp. 152-153.
  11. ^ Geus, p. 153.
  12. ^ L'edizione critica con traduzione in tedesco è Karl Manitius (a cura di), Hipparchi in Arati et Eudoxi Phaenomena Commentariorum Libri Tres, Lipsia, B.G. Teubner, 1894.
  13. ^ Parigi, 1650 in-folio
  14. ^ Strabone, Geografia, I, 1, 12; II, 5, 34.
  15. ^ Strabone, Geografia, I, 1, 12.
  16. ^ Plinio il Vecchio, Naturalis historia, II, 247. Nel conteggio si considera 1 stadio = 185 m.
  17. ^ Strabone, Geografia, I, 1, 9.
  18. ^ AAS, talk 44.02 del 10 gennaio 2005, Abstract
  19. ^ Bradley E. Schaefer. The epoch of the constellations on the Farnese Atlas and their origin in Hipparchus's lost catalogue (PDF) in Journal for the history of astronomy, XXXVI (2005), pp. 167–196 (Versione HTML) (EN) .
  20. ^ Cfr. (EN) Dennis W. Duke, Analysis of the Farnese globe, in Journal for the history of astronomy, vol. 37, 2006, pp. 87-100.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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