Incursione austriaca ad Ancona

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La fallita incursione austriaca di Ancona anche nota come il fatto di Ancona avvenne il 5 e 6 aprile 1918, durante la prima guerra mondiale.

Premessa[modifica | modifica wikitesto]

Il porto di Ancona era una delle basi dei MAS, fra le più pericolose per la marina austriaca sull'Adriatico. Nel marzo 1918 fu nominato comandante della flotta austro-ungarica l'ammiraglio Miklós Horthy de Nagybánya, e volle subito mettere in atto un'operazione per vendicare la beffa di Buccari.

L'operazione[modifica | modifica wikitesto]

Una parte degli incursori austro-ungarici

Nel pomeriggio del 4 aprile, 59 marinai e quattro cadetti, comandati dal tenente di vascello Joseph Weith, partirono da Pola sulla torpediniera "TB 96" e scortata dal cacciatorpediniere Uscok, con una motolancia a rimorchio. Obiettivi del gruppo erano di distruggere le opere portuali ed i sottomarini a difesa, impadronirsi dei MAS eliminando gli equipaggi, riprendere la torpediniera austriaca B 11.

Giunti a quindici miglia a nord-est di Ancona, alle 21 circa, il gruppo passò sulla motolancia e proseguì in direzione della costa. A due miglia dalla riva, fermato il motore, la navigazione proseguì a remi. I marinai, in regolamentare uniforme austriaca[1], erano armati di pistole e di pugnali, portavano 15 chilogrammi di dinamite, e sapevano parlare l'italiano anche se provenienti da diverse nazionalità. Molti si erano bendati la testa e fasciati per simulare, in caso fossero stati intercettati, la condizione di naufraghi.

Il piano prevedeva lo sbarco vicino a Torrette, a circa 2 km dalla città, e da qui raggiungere il porto con l'aiuto dell'oscurità (al buio le uniformi italiane e austriache apparivano molto simili), e dal fatto che alcuni incursori parlavano correttamente l'italiano. Invece, poco dopo le 2 la barca raggiunse la costa all'altezza di Marzocca, a 17 km da Ancona; l'errore fu causato dalle correnti e dalle luci della stazione di Falconara Marittima, scambiata da Weith per quella di Ancona.

Raggiunta la strada costiera, gli austriaci s'inquadrarono per quattro, ufficiali in testa e, a passo cadenzato, si avviarono verso Ancona pensando di raggiungerla in un paio d'ore. Dopo tre ore di marcia, invece, Weith dovette constatare di essere arrivato solamente nei pressi di Falconara.

A causa dell'errore sulla località di sbarco, gli incursori non riuscirono a raggiungere il porto di Ancona per l'alba del 5 aprile, come previsto dal piano, e furono costretti ad occupare un'abitazione colonica isolata in località Barcaglione, sita in posizione elevata con vista sulla costa e sul porto. Venne anche inviato l'allievo ufficiale austro-ungarico Corrado Schinko in perlustrazione, travestito da contadino. A questo punto, il tenente di vascello Weith, valutando che fossero venute meno alcune delle condizioni previste dal piano d'attacco originario, decise di rinunciare ad attaccare i sommergibili e gli impianti portuali, sotterrando la dinamite sul luogo, e limitando l'azione alla sola cattura dei MAS ed al rientro a Pola a bordo degli stessi.

Nel frattempo venne scoperta la motolancia austriaca, ed iniziarono le perlustrazioni della zona da parte di Carabinieri ed Esercito.

Nella tarda serata del 5 aprile gli austriaci raggiunsero la barriera daziaria di Ancona, grazie anche al fatto che alcuni militari parlavano correttamente l'italiano. Due irredentisti, il trentino Mario Casari e il triestino Giuseppe Pavani, si staccarono volontariamente dal gruppo e si consegnarono ai Carabinieri, facendo scattare l'allarme.[2]

Gli altri militari del gruppo si diressero verso il lazzaretto di Ancona, ove dovevano essere ormeggiati i MAS. Questi erano però stati fatti uscire per la protezione del porto dopo l'allarme ricevuto.

I finanzieri Grassi e Maganuco

Il gruppo fu fermato dai finanzieri Carlo Grassi e Giuseppe Maganuco di ronda presso il zuccherificio (all'interno della mole Vanvitelliana), ma riuscì a passare grazie ai militari che parlavano italiano. Destarono però i sospetti dei due finanzieri che li seguirono; a questo punto credendosi scoperti gli austriaci aggredirono i militari italiani: il Grassi venne colpito da una pugnalata, anche se non gravemente, mentre il Maganuco ebbe la presenza di spirito di retrocedere e di far fuoco con il suo moschetto contro l'aggressore, precludendo inoltre agli altri militari austro-ungarici ogni via di fuga. Poco dopo sopraggiungeva un gruppo di Reali Carabinieri (allertati da uno dei due incursori austriaci che avevano disertato), comandati dal brigadiere Anarseo Guadagnini, il quale ottenne la resa dei militari austro-ungarici, ormai resisi conto del fallimento della propria missione; solo tre marinai austriaci riuscirono a dileguarsi, ma vennero catturati nei giorni seguenti.

Sul luogo accorse anche il capitano di corvetta Luigi Rizzo, che svolse un primo interrogatorio degli ufficiali e si congratulò cavallerescamente con il tenente di vascello Weith per il coraggio dimostrato da lui e dai suoi uomini.

Il re Vittorio Emanuele III, proprio in quei giorni ad Ancona, appresa la notizia dello scontro con il commando austro-ungarico, concesse motu proprio la Medaglia d'argento al valor militare ai due finanzieri Maganuco e Grassi ed al brigadiere dei Carabinieri Guadagnini.

Targa[modifica | modifica wikitesto]

Targa posta a ricordo sulla mole Vanvitelliana.

A ricordo di questo fatto venne posta nel 1927 un bassorilievo in bronzo dello scultore M. Maltoni raffigurante i due finanzieri e una lapide commemorativa con incise la seguente frase.

«Le Guardie di Finanza Grassi Carlo e Maganuco Giuseppe, vigili scolte devote al dovere e alla Patria osarono opporsi con le armi a 59 militari della marina austriaca qui giunti di sorpresa nella notte del 6 aprile 1918 per impadronirsi dei MAS ormeggiati nel porto e sostennero da soli un conflitto cruento finché accorse alla testa di una pattuglia il brigadiere dei Carabinieri Reali Guadagnini Anarseo che audacemente intimò ed ottenne la resa dei nemici. I cittadini di Ancona memori questo ricordo posero.-XV Nov. MCMXXVII-Anno VI-E.F.»

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ La misura si rendeva necessaria per ottemperare alle leggi di guerra che prevedevano che le operazioni militari dovessero essere condotte soltanto da personale in uniforme regolamentare. In caso di cattura il distaccamento austriaco avrebbe goduto del trattamento riservato ai prigionieri di guerra (come in effetti accadde) evitando la fucilazione prevista per chi perpetrava atti di guerra in abiti civili o con uniformi di forze armate di Paesi diversi
  2. ^ Intervista a Mario Casari da Il giornale d'Italia 2 febbraio 1919

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]