In morte del fratello Giovanni

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In morte del fratello Giovanni
Autore Ugo Foscolo
1ª ed. originale 1803
Genere poesia
Lingua originale italiano

In morte del fratello Giovanni è un sonetto scritto da Ugo Foscolo nel 1803.

Testo e parafrasi[modifica | modifica wikitesto]

Testo Parafrasi

     Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo
     Di gente in gente; mi vedrai seduto
     Su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
     Il fior de’ tuoi gentili anni caduto:

     La madre or sol, suo dì tardo traendo,
     Parla di me col tuo cenere muto:
     Ma io deluse a voi le palme tendo;
     E se da lunge i miei tetti saluto,

     Sento gli avversi Numi, e le secrete
     Cure che al viver tuo furon tempesta;
     E prego anch'io nel tuo porto quiete:

     Questo di tanta speme oggi mi resta!
     Straniere genti, l’ossa mie rendete
     Allora al petto della madre mesta.

Un giorno, se io non andrò sempre vagando
di nazione in nazione, mi vedrai seduto
sulla tua tomba, o fratello mio, a piangere
la tua giovane vita stroncata nel suo fiorire.

Solo la madre ora, trascinando la propria vecchiaia,
parla di me alle tue mute spoglie:
intanto tendo inutilmente verso di voi le braccia;
e soltanto da lontano saluto i tetti della mia patria.

Avverto l'ostilità del fato e le recondite
angosce che diedero tormento alla tua vita,
e invoco anch'io la pace, insieme a te, nella morte.

Fra tante speranze questa sola mi resta!
[O] popoli stranieri, quando morirò, restituite le mie ossa
al petto della madre addolorata.

Composizione[modifica | modifica wikitesto]

Andrea Appiani, Ritratto di Ugo Foscolo (tra il 1801 e il 1802); olio su tela, pinacoteca di Brera, Milano

Alla fine del 1801 Ugo Foscolo, compositore del sonetto, fu colto da un grave lutto famigliare: il fratello Gian Dionisio, detto Giovanni, proprio l'8 dicembre era morto a Venezia, appena ventenne, forse suicidatosi con un colpo di pugnale in seguito a un debito di gioco.

Foscolo, sopraffatto dal dolore, comunicò prontamente il tragico trapasso di Gian Dionisio all'amico Vincenzo Monti, cui inoltrò una lettera:[1]

« La morte dell'infelicissimo mio fratello ha esulcerato tutte le mie piaghe: tanto più ch'ei morì di una malinconia lenta, ostinata, che non lo lasciò né mangiare né parlare per quarantasei giorni. Io mi figuro i martìri di quel giovinetto, e lo stato doloroso della nostra povera madre fra le di cui braccia spirò. Ma io temo che egli stanco della vita siesi avvelenato, e mia sorella mi conferma in quest'opinione. La morte sola finalmente poté decidere la battaglia che le sue grandi virtù, e i suoi grandi vizj mantennero da gran tempo in quel cuore di fuoco »

Il sonetto, in cui Foscolo immagina la sua visita alla tomba del defunto fratello, fu composto tra l'aprile e il luglio del 1803, per poi essere aggiunto - unico - nell'ultima edizione delle Poesie, quella curata dalla stamperia di Agnello Nobile.

Analisi del testo[modifica | modifica wikitesto]

In morte del fratello Giovanni risponde alla forma metrica del sonetto. Il testo si compone di quattordici versi, tutti endecasillabi, organizzati in due quartine e due terzine, per un totale di quattro strofe; lo schema delle rime è ABAB, ABAB; CDC, DCD (B e C sono consonanti).

Per l'analisi sintattica, metrica e retorica del sonetto, si rimanda al commento di Franco Gavazzeni:[2]

« Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo presenta poi una struttura sintattica eccezionalmente corrispondente ai periodi metrici. All'interno della prima quartina lo "sfumato" di Forse perché della fatal quiete è nuovamente ottenuto, grazie all'enjambement dei vv. 1-2: "fuggendo / di gente in gente" [...] inducente, oltre all'enjambement dei vv. 3-4: "gemendo / il fior", la specularità dei gerundi e gerundivi, in ordinato accordo con la successione delle rime (delle quali è anche notevole la conformità di campo semantico: "fuggendo-gemendo", "seduto-caduto"). Ai simmetrici snodi dei vv. 1-4 si contrappone poi la rigida articolazione della seconda quartina, dove non solo il periodo coincide con le strofe, ma il verso sintatticamente non eccede mai la propria misura. Ciò che, del resto, si verifica anche nelle terzine (ad eccezione dell'enjambement dei vv. 9-10: "e le secrete / cure", doppiamente dettato dalla suggestione dell'aggettivo, e dal sostantivo, come è confermato da Forse perché della fatal quiete, vv. 7-8: "e le secrete / vie", vv. 11-12: "le torme / delle cure"), altrettanto rigorosamente squadrate »

Contenuti[modifica | modifica wikitesto]

In morte del fratello Giovanni si conforma esplicitamente a un modello letterario latino, dal quale trae intere espressioni: si tratta del carme 101 di Catullo, pure scritto in memoria di un fratello defunto.[3] L'incipit del testo latino è il seguente:

(LA)

« Multas per gentes et multa per aequora vectus
advenio has miseras, frater, ad inferias »

(IT)

« Condotto per molte genti e molti mari
sono giunto a queste (tue) tristi spoglie, o fratello »

(Catullo, carme 101[3])
Arnold Böcklin, L'isola dei morti (versione del 1880); olio su tela, 110.9 x 156.4 cm, Kunstmuseum Basel

A differenza di Catullo, che trascorse una vita serena spegnendosi nella sua terra a trent'anni, Foscolo non è tuttavia sicuro di poter fare visita alla pietra (v. 2, metonimia per tomba) del fratello, in quanto costretto ad un esilio perpetuo: l'improbabilità di questo ricongiungimento è ribadita dall'ampio utilizzo di pronomi personali (io, v. 1; me, v. 2; tua, v. 3; mio, v. 3; tuoi, v. 4).[3] L'elevatezza di questo sonetto è affidata anche a un altro illustre precedente letterario: Virgilio, che nel descrivere la morte di Eurialo nel nono libro dell'Eneide pure ricorre all'immagine del fiore reciso (in questo caso, da un aratro):

(LA)

« Volvitur Euryalus leto pulchrosque per artus
it cruor inque umeros cervix conlapsa recumbit:
purpureus veluti cum flos succisus aratro
languescit moriens [...] »

(IT)

« Eurialo si rotola agonizzante, il sangue fluisce
per il bel corpo, e reclina il capo sulla spalla:
come un fiore color porpora quando, tranciato dall'aratro
morendo tra i languori »

(Virgilio, Eneide, nono libro[3])

Nella seconda quartina si impone la figura della madre di Foscolo, che trascorrendo gli anni della vecchiaia (or sol suo dì tardo traendo, v. 5, evidente è lo spunto letterario del sonetto petrarchesco Movesi il vecchierel canuto e bianco) si reca al muto sepolcro di Gian Dionisio a parlare del fratello Ugo, che non può fare altro che salutare la propria patria da lontano essendo costretto all'esilio, in atto di desolata implorazione. In questa strofa emergono diversi temi tipicamente foscoliani: l'esilio, il fortissimo amor di patria (i miei tetti, v. 8) e il valore della tomba, che assurge a simbolo del legame affettivo tra i vivi e i morti.[3]

Questi temi ritornano nelle due terzine, dove Foscolo ammette di essere tormentato dagli avversi Numi che agitarono anche la vita del fratello; prega infine di trovare la pace nel suo rifugio, che è quello della morte. Identificandosi con il fratello scomparso, Foscolo ribadisce che la morte è quïete, promessa di pace, anche nella quarta e conclusiva strofa, dove anzi diviene l'unico, tragico modo per riavvicinarsi ai propri affetti, che dalle straniere genti riceverà solo le ossa, con un ulteriore rinvio alla propria condizione di esule.[3]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Il sonetto "In morte del fratello Giovanni". URL consultato il 5 luglio 2016.
  2. ^ Romano Luperini, Pietro Cataldi, Lidia Marchiani, Franco Marchese, Il nuovo La scrittura e l'interpretazione (edizione rossa), vol. 4, p. 203, ISBN 978-88-6017-716-2.
  3. ^ a b c d e f Luca Ghirimoldi, Silvia Milani, Foscolo, "In morte del fratello Giovanni": commento e analisi, OilProject. URL consultato il 5 luglio 2016.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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