Il magico numero sette, più o meno due

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Il magico numero sette, più o meno due: alcuni limiti sulla nostra capacità di processare informazioni (The Magical Number Seven, Plus or Minus Two: Some Limits on Our Capacity for Processing Information)[1] è uno dei più famosi e citati[2][3][4] documenti di psicologia. Fu pubblicato nel 1956 dallo psicologo George A. Miller del dipartimento di Psicologia dell'Università di Princeton negli Psycological Review. L'articolo apparentemente afferma che il numero di oggetti che una mente umana media può tenere in mente mentre è in funzione è 7 ± 2. Questa è conosciuta anche come la Legge di Miller.

Ricerche recenti hanno dimostrato che non solo la "legge" si basa su una interpretazione errata del documento di Miller, ma il numero corretto è probabilmente tra 3 e 4[senza fonte].

L'articolo di Miller[modifica | modifica wikitesto]

In questo articolo Miller discute in merito alla coincidenza tra il limite di una valutazione unidimensionale e i limiti della memoria a breve termine. In un compito di valutazione unidimensionale, ai soggetti sperimentali vengono presentati un numero di stimoli che variano in una dimensione (per esempio 10 toni differenti che variano solo in intensità) ed essi rispondono ad ogni stimolo con una precisa risposta, appresa precedentemente. La risposta è essenzialmente perfetta tra 5 o 6 stimoli, ma declina rapidamente quando il numero cresce.

Il compito può essere descritto come "trasmissione di informazioni": l'input consiste di uno tra n stimoli possibili, e l'output consiste di una tra n risposte. L'informazione contenuta nell'input può essere determinata dal numero di decisioni binarie che occorrono per arrivare allo stimolo, e lo stesso vale per la risposta. Perciò, la massima performance delle persone in una valutazione unidimensionale può essere caratterizzata come un canale di capacità di informazione di circa 2 o 3 bit, che corrisponde all'abilità di distinguere tra 4 e 8 alternative.

Successivamente Miller tratta il concetto "memory span". Con questo termine si intende la più lunga lista di oggetti (per es. numeri, lettere, parole ecc.) che una persona può ricordare nel corretto ordine, subito dopo l'acquisizione, nel 50% delle prove. Miller osservò che il "memory span" di un giovane adulto è di circa 7 oggetti. Egli si accorse che è approssimativamente lo stesso con stimoli con una vasta differenza in merito alla quantità di informazione. Per esempio le cifre binarie hanno un bit ciascuna; le cifre decimali 3.32 bit ognuna. Lo psicologo concluse che il memory span non era limitato in termini di bit, ma piuttosto in termini di "blocchi" (chunks). Un chunk è la più grande unità significativa nel materiale presentato che la persona riconosce, quindi ciò che conta come un chunk dipende dalla conoscenza della persona sottoposta al test. Ad esempio, una parola è un singolo chunk per un oratore della lingua, ma consiste di molti chunks per qualcuno che non ha familiarità con la lingua e vede la parola come una raccolta di segmenti fonetici.

Miller riconosce che la corrispondenza tra i limiti del giudizio assoluto unidimensionale e quello dello span della memoria a breve termine è solo una coincidenza, perché solo il primo limite, non il secondo, può essere caratterizzato in termini teorico-informativi (cioè, approssimativamente, in un numero costante di bit). Pertanto, non c'è nulla di "magico" nel numero sette, e Miller usa l'espressione solo retoricamente. Tuttavia, l'idea di un "magico numero 7" ha ispirato molte teorie, rigorose e meno, sui limiti di capacità della cognizione umana. Il numero sette costituisce comunque un'euristica utile, e serve a ricordare che le liste che sono molto più lunghe diventano molto più difficili da ricordare e elaborare simultaneamente.

Ricerche successive[modifica | modifica wikitesto]

Ricerche successive sulla memoria a breve termine e sulla memoria di lavoro hanno rivelato che lo span di memoria non è costante nemmeno se misurato in un numero di chunks. Il numero di chunks che un essere umano può richiamare immediatamente dopo la presentazione dipende dalla categoria utilizzata (ad esempio, l'intervallo è circa sette per le cifre, circa sei per le lettere e circa cinque per le parole) e persino dalle caratteristiche dei chunks all'interno di una categoria . Il chunking è utilizzato dalla memoria a breve termine del cervello come metodo per mantenere accessibili gruppi di informazioni per un facile richiamo. Funziona soprattutto come etichettatura del nuovo materiale rispetto a quello con cui si è già familiarizzati: l'incorporazione di nuove informazioni in un'etichetta che è già ben provata nella propria memoria a lungo termine. Questi chunks devono però memorizzare le informazioni in modo tale da poter essere poi smontate nei dati necessari[5]. In generale, la capacità di memorizzazione dipende dalle informazioni che vengono memorizzate. Ad esempio, lo span è più basso per parole lunghe che per parole brevi. L'intervallo di memoria per i contenuti verbali (cifre, lettere, parole, ecc.) dipende strettamente dal tempo necessario per pronunciare i contenuti ad alta voce. Alcuni ricercatori hanno quindi proposto che la limitata capacità della memoria a breve termine per il materiale verbale non sia un "numero magico" ma piuttosto un "incantesimo magico"[6]. Alan Baddeley ha usato questo risultato per postulare che un componente del suo modello di memoria di lavoro, il loop fonologico, è capace di contenere circa 2 secondi di suono[7][8]. Tuttavia, il limite della memoria a breve termine non può essere facilmente definito come un "incantesimo" costante, perché la durata della memoria dipende anche da altri fattori oltre alla durata della pronuncia. Ad esempio, lo span dipende dallo stato lessicale dei contenuti (cioè, se i contenuti sono parole conosciute dalla persona o meno)[9]. Molti altri fattori influenzano anche lo span di ogni persona, e quindi è difficile definire la capacità della memoria a breve termine o di lavoro su un numero di chunks. Ciononostante, Cowan ha proposto che la memoria di lavoro abbia una capacità di circa quattro blocchi nei giovani adulti (e meno nei bambini e negli anziani)[10].

Tarnow ha scoperto che in un esperimento classico, in genere sostenuto come supporto di un buffer di 4 elementi, di Murdock, non c'è in effetti alcuna prova per tale conclusione e quindi il "numero magico", almeno nell'esperimento Murdock, è 1[11][12]. Altre importanti teorie sulla capacità di memoria a breve termine argomentano contro la misurazione della capacità in termini di un numero fisso di elementi[13][14].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ G. A. Miller, The magical number seven, plus or minus two: Some limits on our capacity for processing information, in Psychological Review, vol. 63, nº 2, 1956, pp. 81–97, DOI:10.1037/h0043158, PMID 13310704.
  2. ^ Daniel Gorenflo e James McConnell, The Most Frequently Cited Journal Articles and Authors in Introductory Psychology Textbooks, in Teaching of Psychology, vol. 18, 1991, pp. 8–12, DOI:10.1207/s15328023top1801_2.
  3. ^ Walter Kintsch e John T. Cacioppo, Introduction to the 100th anniversary issue of the Psychological Review (PDF), in Psychological Review, vol. 101, nº 2, 1994, pp. 195–9, DOI:10.1037/0033-295X.101.2.195 (archiviato dall'url originale il 3 marzo 2016).
  4. ^ Eugene Garfield, The Articles most cited in the SCI from 1961 to 1982. 7. Another 100 Citation Classics: The Watson-Crick Double Helix has its turn, in Essays of an Information Scientist: 1985, Ghost writing and other essays, Philadelphia, ISI Press, 1985, pp. 187–96, ISBN 978-0-89495-000-1.
  5. ^ Richard Shiffrin e Robert Nosofsky, Seven plus or minus two: A commentary on capacity limitations., in Psychological Review, 2, vol. 101, Centennial, April 1994, pp. 357–361, DOI:10.1037/0033-295X.101.2.357. URL consultato il 23 aprile 2012.
  6. ^ Richard Schweickert e Brian Boruff, Short-term memory capacity: Magic number or magic spell?, in Journal of Experimental Psychology: Learning, Memory, and Cognition, vol. 12, nº 3, 1986, pp. 419–25, DOI:10.1037/0278-7393.12.3.419.
  7. ^ A Baddeley, Working memory, in Science, vol. 255, nº 5044, 1992, pp. 556–9, DOI:10.1126/science.1736359, PMID 1736359.
  8. ^ Alan Baddeley, The episodic buffer: a new component of working memory?, in Trends in Cognitive Sciences, vol. 4, nº 11, 2000, pp. 417–23, DOI:10.1016/S1364-6613(00)01538-2, PMID 11058819.
  9. ^ Charles Hulme, Steven Roodenrys, Gordon Brown e Robin Mercer, The role of long-term memory mechanisms in memory span, in British Journal of Psychology, vol. 86, nº 4, 1995, pp. 527–36, DOI:10.1111/j.2044-8295.1995.tb02570.x.
  10. ^ Nelson Cowan, The magical number 4 in short-term memory: A reconsideration of mental storage capacity, in Behavioral and Brain Sciences, vol. 24, nº 1, 2001, pp. 87–114; discussion 114–85, DOI:10.1017/S0140525X01003922, PMID 11515286.
  11. ^ Eugen Tarnow, There is no capacity limited buffer in the Murdock (1962) free recall data, in Cognitive Neurodynamics, vol. 4, nº 4, 2010, pp. 395–7, DOI:10.1007/s11571-010-9108-y, PMC 2974097, PMID 22132047.
  12. ^ Bennett B. Murdock, The serial position effect of free recall, in View Table of Contents and Online First Publication Journal of Experimental Psychology, vol. 64, nº 5, 1962, pp. 482–8, DOI:10.1037/h0045106.
  13. ^ P. M. Bays e M. Husain, Dynamic shifts of limited working memory resources in human vision, in Science, vol. 321, 2008, pp. 851–854, DOI:10.1126/science.1158023, PMC 2532743.
  14. ^ W. J. Ma, M. Husain e P. M. Bays, Changing concepts of working memory, in Nature Neuroscience, vol. 17, nº 3, 2014, pp. 347–356, DOI:10.1038/nn.3655, PMC 4159388, PMID 24569831.