Il giorno (Parini)

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Il giorno
AutoreGiuseppe Parini
1ª ed. originale1763 (Mattino), 1765 (Mezzogiorno), postumi Vespro e Notte
Generepoema
Sottogenerepoemetto didascalico-satirico
Lingua originaleitaliano
Protagonistiil Giovin Signore
Coprotagonistila Dama
Altri personaggiil marito della Dama, la nobildonna anziana

Il giorno è un componimento del poeta Giuseppe Parini scritto in endecasillabi sciolti, che mira a rappresentare in modo satirico, attraverso l'ironia antifrastica, l'aristocrazia milanese decaduta di quel tempo. Con esso inizia di fatto il tempo della letteratura civile italiana.

Il poemetto era inizialmente diviso in tre parti: Mattino, Mezzogiorno e Sera. L'ultima sezione venne in seguito divisa in due parti incomplete: il Vespro e la Notte.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Mattino[modifica | modifica wikitesto]

Il "giovin signore" (questo è l'epiteto perifrastico con cui l'autore chiama il suo protagonista) è colto nel momento del risveglio a giorno fatto, in quanto per tutta la notte è stato sommerso dai suoi onerosi impegni mondani, mentre il "volgo", rappresentato da un contadino e da un fabbro, si alza all'alba. Una volta alzato, deve scegliere tra il caffè (se tende ad ingrassare) e la cioccolata (se ha bisogno di digerire la cena della sera prima): Parini critica il colonialismo accennando ai popoli americani sterminati affinché gli europei godessero dei due prodotti. Il nobiluomo verrà poi annoiato da visite importune, ad esempio quella di un artigiano che richiede il compenso per un lavoro, o di un avvocato che reclama la parcella. Seguono le cosiddette visite gradite (per esempio il maestro di francese o quello di violino); dopodiché non resta che fare toilette e darsi ad alcune letture, tese a sfoggiare poi la propria "cultura" nell'ambiente mondano. Prima di uscire, viene vestito con abiti nuovi, si procura vari accessori tipici del gentiluomo settecentesco, quali coltello, tabacchiera, parrucca etc., e sale in carrozza per recarsi dalla dama di cui è cavalier servente (pratica del cicisbeismo, di cui lo stesso Parini è forte critico).

Mezzogiorno, rinominato successivamente Meriggio[modifica | modifica wikitesto]

Il "giovin signore", arrivato a casa della dama dove verrà servito il pranzo a metà pomeriggio (lo si evince da un verso), incontra il marito della suddetta, che appare freddo ed annoiato, e che secondo i dettami della vita nobiliare lascia lei in compagnia del giovin signore. Finalmente è ora di pranzo, e i discorsi attorno al desco si susseguono, fino a che un commensale vegetariano (il vegetarianesimo era una moda discretamente diffusa tra gli aristocratici di allora, ma Parini la trovava ipocrita, perché rimaneva un disprezzo per gli uomini di casta inferiore di fondo), che sta parlando in difesa degli animali, si infervora contro i primi che li hanno macellati. La sua invettiva fa ricordare alla dama il giorno funesto in cui la sua cagnolina, la vergine cuccia (vv. 517-556), morse il piede ad un anziano servo: questo, preso alla sprovvista, la scrollò con un calcio e la cagnolina guaì, come per chiedere aiuto. Tutti nel palazzo accorsero, la padrona svenne e, dopo aver ripreso i sensi, punì il servo con il licenziamento: egli, nonostante i venti anni di diligente servizio (in questo passo, l'ironia sorridente di Parini si trasforma in vero sarcasmo) non riuscì mai più a trovare un impiego, essendosi sparsa la notizia del suo "delitto".[1] Seguono lo sfoggio della cultura da parte dei commensali, il caffè e i giochi.

Il rapimento del ricciolo di Alexander Pope
La trasformazione "eroica" di un soggetto inesistente
Alexander Pope.jpg

Tra i molti poemetti settecenteschi quello che più sembra anticipare il tono de Il Giorno è certamente The rape of the lock (Il rapimento del ricciolo) del poeta inglese Alexander Pope (1688-1744). Proveniente da un'agiata famiglia e frequentatore dei salotti dell'alta società londinese, Pope non risente naturalmente dell'urgenza delle stesse istanze sociali da cui prende materia la satira pariniana; significativo è però il suo lungo apprendistato sui classici, consacrato dalla notevole traduzione in distici dell'Iliade (1715-20) e da quella dell'Odissea (1725-26). Il fortunatissimo Rapimento del ricciolo (pubblicato una prima volta nel 1712 e, ampliato in cinque canti, due anni più tardi) codifica le regole fondamentali della trasformazione eroica di una materia frivola e inconsistente (quale è appunto la giornata del «giovin signore» pariniano).

Vespro[modifica | modifica wikitesto]

Si apre con una descrizione del tramonto. Per gli animali e il "volgo" la giornata finisce, invece il Giovin Signore e la dama fanno visita agli amici e vanno in giro in carrozza, ma solo dopo che la donna ha congedato pateticamente la sua cagnetta e il Giovin Signore si è rassettato davanti allo specchio. L'autore ci presenta diversi aristocratici frivoli e vanitosi, che fanno sfoggio di carrozze pompose e si illudono di essere glorificati da tutti i presenti. Poi si recano da un amico ammalato, solo per lasciargli il biglietto da visita, e da una nobildonna che ha appena avuto una crisi di nervi, mentre discutono su una marea di pettegolezzi. A questo punto il Giovin Signore annuncia la nascita di un bambino, il figlio primogenito di una famiglia nobiliare.

Notte[modifica | modifica wikitesto]

I due amanti prendono parte ad un ricevimento notturno organizzato nel palazzo di un'anziana matrona, ed il narratore inizia la descrizione dei diversi personaggi della sala, in particolare degli "imbecilli", caratterizzati da sciocche manie e da un vuoto interiore che cercano di colmare con le loro fisime.[2] Poi si passa alla disposizione dei posti ai tavoli da gioco (che possono risvegliare vecchi amori o creare intrighi) e infine ai giochi veri e propri e alla degustazione dei gelati. Così si conclude la dura giornata del nobile italiano del Settecento, che tornerà a casa a notte fonda per poi risvegliarsi il mattino dopo, sempre ad ora tarda.

Stile e significato dell'opera[modifica | modifica wikitesto]

L'impronta ironica del poema mira innanzitutto ad una critica nei confronti della nobiltà settecentesca italiana, ambiente che lo stesso Parini aveva frequentato come precettore di famiglie aristocratiche, e che quindi conosceva molto bene. Libertinismo, licenziosità, corruzione ed oziosità sono solo alcuni dei vizi che l'autore denuncia nella sua opera, incarnati perfettamente da questa classe sociale che, a giudizio del poeta, aveva perso quel vigore necessario a farsi guida del popolo, come invece era stata in passato. Parini infatti non si pone come nemico della casta nobiliare (come al contrario molti pensatori del suo tempo erano), ma si fa portavoce di una teoria secondo la quale l'aristocrazia vada rieducata al suo originario compito di utilità sociale, compito che giustifica appieno tutti i diritti ed i privilegi di cui gode, e la ricchezza vada investita nel bene di tutti cittadini e non nei divertimenti e nello sfarzo. Da qui si può comprendere come la sua polemica antinobiliare fosse in linea con il programma riformatore di Maria Teresa d'Austria, che puntava ad un reinserimento dell'aristocrazia entro i ranghi produttivi della società.

A spiegare la critica pariniana, è emblematica la definizione del "giovin signore" data nel proemio del Vespro, colui "che da tutti servito a nullo serve"; giocando sull'ambivalenza del verbo servire: questo può significare "essere servo di" ma anche "essere utile a". Partendo da questo punto, si può cogliere come il poeta abbia intenzionalmente costruito l'intera opera sul gioco dell'ambiguità: a una lettura superficiale (e quindi del "giovin signore" stesso) il componimento può apparire un'esaltazione ed un'adesione agli atteggiamenti della classe nobiliare, ma un approfondimento fa invece emergere tutta la forza dell'ironia volta ad una vera e propria critica, nonché denuncia sociale. L'antifrasi è evidente anche nel ruolo di "precettor d'amabil rito" che l'autore intende assumere, incaricandosi d'insegnare, attraverso Il Giorno, come riempire con momenti ed esperienze piacevoli la noia della giornata d'un giovin signore. Ad accentuare il senso di monotonia oppressiva è la collocazione della narrazione sempre in ambienti chiusi o ristretti, come chiusa è la mentalità dei personaggi che li popolano. Ciò fa sì che quest'opera rientri nel genere della poesia didascalica, molto diffusa nell'epoca classica e nell'Illuminismo. Le varie favole inserite all'interno dell'opera hanno anch'esse uno scopo didascalico, ma non solo: infatti, oltre a spiegare l'origine di vari costumi sociali (come per esempio la favola di Amore e Imene che spiega l'origine del cicisbeismo), hanno la funzione di rendere meno monotona la narrazione. Altra favola mitologica è la favola della cipria (Mattino, vv. 749-795). Qui si narra che i vecchi un giorno osarono contendere ai giovani il diritto di precedenza al trono di Amore. Questi, non volendo diseguaglianze nel suo regno, impose l'uso del belletto in volto e della cipria sui capelli, che resero tutti simili; solo il tatto poté cogliere le differenze dell'età.

La favola del Piacere (Mezzogiorno, vv. 250-328) narra che il Piacere fu mandato dagli dei tra gli uomini per rendere più varia la vita e serve a spiegare in modo scherzoso le differenze tra nobili e plebei: i primi avendo subito avvertito la presenza della nuova divinità, impararono a riconoscere il "buono", il "meglio", a sentire il fascino della bellezza femminile, a preferire i vini raffinati all'acqua di fonte, mentre i secondi ne rimasero insensibili e continuarono a vivere spinti dal bisogno, legati alla fatica, all'abbrutimento, alla povertà.

Lo stile è senza dubbio di alto livello, tipico del poema epico antico e della lirica classica: i frequenti richiami classici ed il tono solenne non sono da intendere solo nella loro funzione di supporto all'ironia ed alla finalità critica del componimento, ma anche come un gusto poetico estremamente colto, ricco e raffinato. La scelta stilistica del poeta di un linguaggio proprio dell'epica, di una grande attenzione ai particolari e di una minuziosità descrittiva, accompagna quindi quell'intento di ambiguità nei confronti della materia trattata: assumendo i personaggi dell'opera come veri e propri eroi del poema, mettendo su di un piedistallo i loro vizi ed i loro modi di vivere, Parini riesce acutamente a sminuirli, provocando nel lettore sì un sorriso, ma un sorriso che sa di amaro. Si può tuttavia riscontrare nel poeta, oltre alla critica verso la nobiltà e la sua inutilità pratica, anche un senso di inconfessabile lussuria descrittiva nei confronti dello stile di vita e degli oggetti che fanno parte della sfera quotidiana del giovin signore.

La lentezza e la monotonia della vita ripetitiva di quest'ultimo è data infatti anche dal lungo soffermarsi della narrazione su tolette, specchi, monili e quant'altro di invidiabile Parini notava nella vita signorile. Grazie all'influenza della corrente sensista[3], quella pariniana non è semplice descrizione, ma pura evocazione e percezione della materia che stimola i sensi del poeta. Tale celata ammirazione si traduce in una polemica più pacata nella seconda parte dell'opera rispetto alle prime due sezioni. Se nel Mattino e nel Mezzogiorno gli attacchi sarcastici erano violenti e senza accenno di condono di qualsivoglia pecca, il Vespro e la Notte risentono dell'equilibrio stilistico e compositivo, nonché di tono, che si andava affermando alla fine del XVIII secolo grazie alla nascente sensibilità neoclassica.

Se consideriamo la prima parte de Il Mattino (vv. 33- 157) notiamo evidenziati il valore morale della laboriosità, la condanna del parassitismo e del lusso ozioso dei nobili, ma anche troviamo testimonianza dell'Illuminismo conservatore di Parini, influenzato dall'egualitarismo di Rousseau e dalla teoria economica dei fisiocratici, fondata sul lavoro agricolo più che sui commerci. Il poeta condanna con sarcasmo l'economia imprenditoriale che, per offrire nuovi generi di lusso (bevande esotiche e cibi deliziosi per i nobili), diviene occasione di ingiustizie sociali (le mille navi del colonialismo, v. 142) e di violenze al prezzo della libertà e della vita dei popoli (le atrocità commesse dai conquistadores Pizarro e Cortés, vv. 150-155).

In particolare poi il critico Attilio Momigliano evidenzia che il capolavoro delle canzonature pariniane, per la grandiosità e complessità di linee e sfumature, è il concilio dei numi nella sala della vecchia nobildonna. Si tratta di una scena che, per centinaia di versi, presenta una grande ricchezza di motivi caricaturali, descrittivi e sentimentali e si chiude con la scena del giuoco dei tarocchi e delle carte.[4]

L'opera è dunque un poema didascalico-satirico, una satira di costume contro la nobiltà, ed esprime gli ideali della borghesia lombarda seguace dei princìpi dell'Illuminismo.[5]

Edizioni[modifica | modifica wikitesto]

  • Giuseppe Parini, Edizione Nazionale delle Opere. Il Mattino (1763) - Il Mezzogiorno (1765), a cura di Giovanni Biancardi, introduzione di Edoardo Esposito, commento di Stefano Ballerio, Pisa - Roma, Serra, 2013
  • Giuseppe Parini, Il Giorno, a cura di Dante Isella, Parma, Fondazione Pietro Bembo/Ugo Guanda Editore, 1996.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Dante Isella, L'officina della "Notte" e altri studi pariniani, Milano-Napoli: Ricciardi, 1968

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ "E tu, vergine cuccia, idol placato / da le vittime umane, isti superba" (vv. 555-556).
  2. ^ Nella "sfilata degli imbecilli" incontriamo i seguenti personaggi: l'esperto nell'uso della frusta; il nobile che imita il suono del corno dei messaggeri e che guida le carrozze; il perditempo che tutto il giorno spettegola nei caffè; il giocatore d'azzardo; il maniaco delle carrozze; il maniaco dei cavalli che per loro trascura la sua dama; lo sfilacciatore di arazzi e tappeti che si riempie le tasche di fili i quali, quando erano composti nel tessuto, rappresentavano le tristi vicende di Troia.
  3. ^ Raffaele Spongano, La poetica del sensismo e la poesia del Parini, Pàtron, Bologna, 1964.
  4. ^ A. Momigliano, Studi di poesia, Laterza, Bari, 1938, pag. 106-111; ora Firenze, 1963.
  5. ^ G.Petronio, Parini e l'Illuminismo lombardo, Feltrinelli, Milano, 1961.

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