Il cannocchiale aristotelico

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Il cannocchiale aristotelico
Autore Emanuele Tesauro
1ª ed. originale 1654
Genere saggio
Sottogenere semiotica

Il cannocchiale aristotelico il cui nome completo è Il cannocchiale aristotelico, o sia Idea dell'Arguta et Ingeniosa Elocutione che serve à tutta l'Arte Oratoria, Lapidaria, et Simbolica esaminata co’ Principij del divino Aristotile, è uno dei più importanti saggi di semiotica del Seicento. Scritto da Emanuele Tesauro e pubblicato nel 1654, in quest'opera viene esaltato l'ingegno dell'intellettuale nel suo formare nuove metafore, non più caratterizzate dall'essere mimetiche ma oramai di carattere associazionistico.

Frontespizio del Cannocchiale aristotelico

Caratteri generali[modifica | modifica wikitesto]

Pubblicato solo nel 1654 sembra essere alquanto anacronistico coi tempi. Il periodo massimo della metafora barocca si era sviluppato nei primi anni del Seicento, in particolare dopo la pubblicazione del Sidereus Nuncius di Galileo Galilei nel 1610, fino agli anni '30 del secolo. Ma solo in apparenza: il saggio, infatti, è stato scritto negli anni '20, nel clima acceso de L'Adone di Giambattista Marino e pubblicato qualche anno più tardi.

Tesauro, col suo Cannocchiale, autorizza gli intellettuali a utilizzare in modo più eversivo possibile le figura retorica della metafora. Metafora, che in Tesauro, acquista valore sia verbale che non verbale, poiché non solo l'uomo la utilizza. Anche segni extralinguistici, infatti, come Dio stesso, diventano metafore da riuscire a capire. Ecco allora che sia prodotti umani, gli animali, le piante (quindi alla natura) e addirittura la Bibbia stessa, attraverso le sue parabole, diventano metafore. In questo modo, l'autore assurge a una semiotica antropologica che decifra tutta la realtà a noi circostante, formata da segni impliciti e distinti, che noi dobbiamo intendere, anche solo per il piacere del nostro genio.

Lo scopo di Tesauro è quindi, in scia con i dettami della nuova scienza galileiana, di dare una soluzione a tutti questi segnali, cercando di uniformarli dentro al suo saggio. Rimanendo sempre sul rapporto che il saggio ha con la nuova scienza, da evidenziare è il suo frontespizio: in un'allegoria la Poesia, aiutata da Aristotele, osserva con il cannocchiale le macchie solari, simbolo a loro volta dei falsi entimemi. Da qui anche il gusto tipicamente barocco della meraviglia e del contrasto che si ottiene dal titolo ossimorico, il quale unisce la vecchia scienza con la nuova.

La metafora[modifica | modifica wikitesto]

La metafora, in Tesauro, diventa il principio di ogni arte, da quella letteraria a quella teatrale, con la quale ha in comune il trasformismo e l'illusionismo.

Il saggio passa in rassegna tutti i tipi di figure retoriche, da quelle armoniche fino a quelle patetiche, per giungere a quelle ingegnose, dominate appunto dalla metafora. Questa viene considerata la migliore per diversi motivi:

  • le altre non mutano, lei sì
  • le altre si fermano in superficie, mentre questa va in profondità, essendo un atto di riflessione
  • grazie al suo carattere associazionistico, unisce elementi anche molto lontani fra loro
  • è una figura di pensiero e quindi aumenta la conoscenza, anche del lettore che, per riuscire a decifrarla, deve sforzarsi mentalmente, acquisendo pure un senso di soddisfazione.

Figura anche di sintesi, opposta in maniera evidente alla similitudine di gusto rinascimentale, deve avere dei requisiti:

  • brevità, poiché in una parola sono racchiusi più concetti
  • novità, nel senso che non esisteva prima
  • chiarezza, data dallo sforzo per decifrarla.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]