Il Silmarillion

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Il Silmarillion
Titolo originale The Silmarillion
Silmarrillion, Just under the Cover.jpg
Autore J. R. R. Tolkien
1ª ed. originale 1977
1ª ed. italiana 1978
Genere mitopoiesi
Sottogenere fantasy, epica
Lingua originale inglese
Ambientazione Arda

Il Silmarillion (The Silmarillion) è un'opera mitopoietica scritta da J. R. R. Tolkien – e pubblicata postuma nel 1977 da Christopher Tolkien con la collaborazione di Guy Gavriel Kay – che narra le vicende di Arda, dalla sua creazione fino alla Terza Era. Il Silmarillion, insieme ad altre opere dello stesso autore, dà forma a una estesa, sebbene incompleta, narrazione che descrive l'universo di , nel quale si trovano le terre di Valinor, Beleriand, Númenor e la Terra di mezzo, nell'ambito della quale si svolgono Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli.

Considerata dal figlio dell'autore Christopher Tolkien l'opera primaria, fondamentale e centrale del padre[1], è stata forse anche quella più amata dal suo autore; essa non è e non vuole essere un romanzo, ma piuttosto un corpus mitologico, o legendarium, ideato come cuore dell'universo tolkieniano, una serie di narrazioni e vicende a cui l'autore lavorò per tutta la vita, senza terminarle, utilizzandole nel frattempo quale base per sviluppare alcuni dei suoi capolavori, quali Il Signore degli Anelli o Lo Hobbit. Tolkien non vide mai la pubblicazione del materiale del libro (tranne alcuni brani, che, cambiati e riassunti, appaiono nelle Appendici de Il Signore degli Anelli), che fu pubblicato (come molti altri) postumo dal suo curatore, il figlio Christopher, che ne integrò le parti mancanti.

Struttura dell'opera[modifica | modifica wikitesto]

Il Silmarillion comprende cinque parti. La prima, Ainulindalë (la Musica degli Ainur), riferisce della creazione di Eä, il «Mondo che È»[2]. La seconda parte, Valaquenta, riporta la descrizione dei Valar, le «Potenze del Mondo»[3], e dei Maiar. La terza sezione, Quenta Silmarillion, riguarda gli eventi prima e nel corso della Prima Era, incluse le guerre per i Silmaril. La quarta parte, Akallabêth, concerne gli avvenimenti legati alla Caduta di Númenor e del suo popolo durante la Seconda Era. L'opera si chiude con una parte intitolata Gli Anelli di Potere e la Terza Era in cui vengono riassunti gli eventi della Seconda e Terza Era dei quali sono protagonisti gli Anelli di Potere.

Genesi dell'opera[modifica | modifica wikitesto]

Proprio perché Tolkien lavorò al Silmarillion per tutta la vita, è impossibile definire una data di composizione di quest'opera. I suoi inizi possono essere fatti risalire al 1917, quando Tolkien era un ufficiale britannico combattente in Francia, nelle trincee della Somme, durante la Prima guerra mondiale. Colpito dalla "febbre delle trincee" fu ricoverato in ospedale e ritornò in patria. Anche per contrasto con questa esperienza dolorosa, il suo mondo immaginario, precedentemente solo abbozzato in pochi versi poetici e nomi di fantasia, prese una forma precisa dando luogo al primo nucleo dei Racconti perduti, che sarebbero poi confluiti nell'ideazione di una grande opera sulla storia di Arda e dei suoi abitanti: Il Silmarillion.

Tolkien lavorò al testo dedicandogli tempo e impegno in modo alterno. Nel 1937, dopo il successo di Lo Hobbit, lo propose al proprio editore per la pubblicazione. La risposta fu una netta stroncatura, seppure motivata: Il Silmarillion era considerato dall'editore un semplice "contenitore" di materiale fantastico da cui attingere per scrivere altri libri simili a Lo Hobbit, inoltre impubblicabile per uno stile troppo distante da quest'ultimo. Tolkien fu molto addolorato dal rifiuto, seppur consapevole che Il Silmarillion era lontano dalle aspettative dei suoi lettori. Accanto alle altre opere, periodicamente rivedeva e integrava Il Silmarillion. La stessa The History of Middle-earth è stata in parte spunto iniziale per quest'opera, ma soprattutto un'espansione dei molti temi in essa presenti.

Tolkien considerava quest'opera la più importante tra le sue creazioni, continuò così per tutta la vita a lavorare sui racconti in esso contenuti, affinando e rimaneggiando le proprie idee e il testo stesso; tuttavia non completò mai Il Silmarillion.

La pubblicazione[modifica | modifica wikitesto]

Solo quattro anni dopo la morte dell'autore, nel 1977, Il Silmarillion fu pubblicato grazie al figlio Christopher. Egli aveva lavorato al testo raccogliendo molte bozze del padre, revisionandole ed unendole per farne un'opera ben amalgamata ed unitaria. Si avvalse dell'aiuto dello scrittore fantasy Guy Gavriel Kay su alcune parti più tarde del Quenta Silmarillion che erano in uno stato primitivo di bozza. Christopher Tolkien ha cercato di rispettare al massimo l'opera del padre, ma è indubbio che leggendo Il Silmarillion si debba tenere conto del suo intervento che, in molti casi, è stato notevole, dato lo stato abbozzato di molti testi. Il dibattito è stato vivace tra gli ammiratori del professore di Oxford, sulla correttezza di una rielaborazione e pubblicazione postuma, ma si sa che Tolkien stesso voleva ad ogni costo che l'opera venisse pubblicata. Dopo l'uscita del Silmarillion, Christopher Tolkien scoprì molto altro materiale scritto dal padre su Arda: bozze, versioni grezze e racconti in parte terminati. Dopo alcuni anni dalla pubblicazione del Silmarillion uscirono le Histories of Middle-earth, 12 volumi in cui era raccolta la maggior parte degli scritti dell'autore. Molte delle differenze tra Il Silmarillion rielaborato da Christopher e le Histories non sarebbero esistite se - afferma Christopher Tolkien - fosse venuto prima a conoscenza dell'esistenza di questi scritti.

Influenze e stile[modifica | modifica wikitesto]

Il Silmarillion è un'opera multiforme e può essere letta su numerosi piani:

  • La descrizione di un mondo, uno sfondo per le avventure che sarebbero state narrate successivamente, una scenografia mitica ed epica creata ex novo.
  • La narrazione approfondita dei fatti riguardanti le prime tre ere del mondo, come se fosse un'opera storica relativa ad una realtà storicamente esistente (nel legendarium tolkieniano la nostra epoca non è altro che la continuazione di quella, alcune ere dopo).
  • Una mitologia originale per la cultura inglese, che ne mancava, avendo sempre tratto le proprie leggende dalle altre culture.

Tolkien, grande saggista e studioso medievista, trasse ispirazione dai grandi autori del passato quali Omero e Macpherson, da miti e saghe nordiche e persino dalla Bibbia. Tra le opere più importanti nella formazione del professore di Oxford, che lo portò a creare Il Silmarillion, sono da citare il Kalevala finnico e l'Edda poetica norrena. Riferimenti molto precisi sono poi nell'Ainulindalë, dove si ritrovano i tratti tipici della Genesi biblica e del "racconto degli inizi" presente in molte culture. L'Akallabêth rivisita il mito di Atlantide, già narrato da Platone nel Timeo, richiamando anche la biblica fine di Babele.

Particolarmente appassionato allo studio degli antichi miti e delle lingue, si avvicinò ad un poema anglosassone, il Cristo di Cynewulf, in cui erano presenti i seguenti versi:

(ANG)

« Eala Earendel engla beorhtast
ofer middangeard monnum sended »

(IT)

« Un saluto a Earendel, il più splendente degli angeli,
mandato agli uomini sulla Terra di Mezzo »

(Cynewulf, Cristo (L’Ascensione))

Tolkien fu molto colpito da queste parole, tanto che scrisse in seguito al riguardo: «Provai un curioso tremito, come se qualcosa in me si fosse mosso, risvegliato per metà dal sonno. Avrei trovato qualcosa di molto remoto, strano e bello oltre quelle parole, se fossi stato capace di coglierlo, molto di più del semplice inglese antico»[senza fonte]. In questo nome sta probabilmente l'origine del Silmarillion, passando per un breve componimento del 1914, Il viaggio di Eärendil, la Stella della sera: Eärendil il mezzelfo è infatti uno dei personaggi di maggior statura del Silmarillion.

Anche la mitologia greca ispira i personaggi dei Valar, i quali prendono in prestito molti degli attributi degli dèi olimpici[4]. I Valar, come gli dèi dell'Olimpo, vivono nel mondo ma su un'alta montagna, separati dai mortali[5]; tuttavia le corrispondenze sono solo parziali, visto che i Valar riprendono anche elementi della mitologia norrena. Diverse Potenze, infatti, possiedono caratteristiche simili a quelle di vari Æsir, gli dèi di Ásgarðr[6]. Thor, per esempio, il più forte degli dèi dal punto di vista fisico, può essere visto sia in Oromë, che affronta le creature di Melkor, sia in Tulkas, fisicamente il più forte dei Valar[7]. Manwë, il capo dei Valar, presenta alcune somiglianze con Odino, il «Padre degli Dèi»[7].

Influenze bibliche e legate alla narrativa tradizionale cristiana sono rilevabili nel conflitto tra Melkor ed Eru Ilúvatar, parallelo alla polarità di Lucifero e Dio[8]. Inoltre, come Il Silmarillion narra della creazione e della caduta degli Elfi, così la Genesi riferisce della creazione e della caduta dell'uomo[9]. La cosmologia cristiana medievale mostra la propria influenza specialmente nel racconto della creazione dell'universo come manifestazione di una sorta di canzone cantata da Dio, alla quale gli «angeli» si allineano fino al momento in cui l'«angelo decaduto» introduce la discordia. Gli scritti di sant'Agostino sulla musica, così come l'estesa tradizione medievale dell'armonia divina — oggi per noi più familiare nella nozione di musica delle sfere —, sono serviti da base per il racconto tolkieniano della creazione.

Le influenze della mitologia celtica emergono, per esempio, con l'esilio dei Noldor che trae elementi dalle storie delle leggende irlandesi dei Túatha Dé Danann[10]. Influenze gallesi sono riscontrabili nella lingua elfica Sindarin, a cui Tolkien diede «a linguistic character very like (though not identical with) British-Welsh [...] because it seems to fit the rather 'Celtic' type of legends and stories told of its speakers»[11].

Il piano linguistico[modifica | modifica wikitesto]

L'opera si mantiene per tutto lo sviluppo della narrazione su un tenore tecnico, linguistico e strutturale che risulta assolutamente superiore rispetto ai due romanzi successivi e che in certi passaggi risulta quasi aulico e di difficile lettura e comprensione. Il motivo si può attribuire a due aspetti: il primo legato al processo di scrittura dell'opera che non era ancora arrivata alla versione definitiva, ma soprattutto l'aspetto legato all'argomento trattato. Il Silmarillion è elfo-centrico, soprattutto nelle prime due parti, e gli elfi, amanti della musica e della poesia, hanno uno stile alto: Tolkien stesso, a volte consapevolmente, altre meno, usava lo stile degli elfi nello scrivere, come se essi stessi fossero gli autori.

Quest'opera ha argomento e stile epici, le analogie con la Bibbia si ritrovano in molti punti, ma specialmente nella prima parte (una nuova visione della Genesi), alle parti in prosa si alternano a volte componimenti poetici, il linguaggio è "alto". Il tono epico si rispecchia anche nei valori, nelle gesta, nei sentimenti e nelle descrizioni: un contesto di luci intensissime che si contrappongono a tenebre inenarrabili, facendo da sfondo alle gesta epiche, ma senza speranza, di eroi che vivono intensamente il proprio destino, allo stesso tempo distanti e tormentati interiormente. Un senso di fatalità (nel bene e nel male) e di malinconia permea l'opera. Notevole è il numero dei nomi di luoghi e persone; numerose anche le storie che si intrecciano fra loro e si ramificano dal racconto.

Analisi dell'opera[modifica | modifica wikitesto]

Ainulindalë[modifica | modifica wikitesto]

In questo primo capitolo Tolkien descrive la genesi di Arda e di tutto l'universo che la ospita ad opera di Dio, Eru Ilúvatar, e di potenti spiriti, gli Ainur, nati dal suo pensiero. Tutti intonano la melodia che darà origine ad e ad Arda, ma Melkor, il più potente tra gli Ainur (assieme a suo fratello Manwë, secondo in potenza), il quale da sempre bramava il potere di Eru Ilùvatar, slega la sua melodia da quella degli altri Ainur e da Ilúvatar stesso dando origine al male del mondo. L'eco biblica qui è piuttosto sensibile (anche se Tolkien ha più volte sottolineato che non esiste nessun riferimento diretto fra la sua opera di fantasia e le Sacre Scritture della cristianità), in quanto Melkor può essere ben rappresentato come Lucifero, l'angelo malvagio che ebbe la presunzione di voler equipararsi a Dio ma che fu scagliato da esso al centro della Terra come ci narra anche Dante nel suo Inferno. Vedremo, infatti, che col procedere della narrazione, Melkor tenderà sempre di più a stare rifugiato nelle profondità della Terra, condannato in eterno alla materialità e alla nequizia dei suoi disegni di distruzione, caos e rovina. Dopo aver completato la creazione di Eä, Ilúvatar informa gli Ainur della venuta prossima dei suoi figli sulla Terra di Mezzo, gli Elfi — i Primogeniti, beneficiati dell'immortalità e della perfezione — e gli Uomini — i Secondogeniti o i Successivi, inferiori agli Elfi in molte caratteristiche quali bellezza e prestanza, ma beneficiati del dono della morte, un dono «strano»[12], come viene spiegato nel Quenta Silmarillion, dove si afferma che «con il consumarsi del Tempo, persino le Potenze [lo] invidieranno»[13]. Appreso ciò, gli Ainur che più amarono l'iniziale melodia creatrice si trasferiscono su Arda per prepararla all'arrivo dei figli di Ilúvatar, trovando non poche difficoltà visto che le loro opere vengono spesso corrotte o rovinate dalla malvagia mano di Melkor.

Arda a quei tempi era buia e con solo le stelle a dare un po' di luce. Gli Ainur decisero allora di realizzare due pilastri in cima ai quali posero dei giganteschi Lumi (o Lampade), Illuin (settentrionale) e Ormal (meridionale), che furono consacrati da Manwë, il re degli Ainur. Inoltre tutti gli Ainur percorsero il mondo e lo abbellirono con fiori, alberi, frutti. Tuttavia Melkor, mentre gli Ainur festeggiavano la fine delle loro fatiche, abbatté i pilastri facendo riversare su Arda le terribili fiamme dei Lumi. Gli Ainur utilizzarono tutte le loro energie per salvare il mondo, rendendosi deboli agli attacchi di Melkor. Furono costretti a fuggire nella Terra di Aman, dove crearono il regno di Valinor e fondarono la città di Valimar. Gli Ainur presero dunque il nome di Valar, cioè le Potenze del Mondo e furono per sempre coadiuvati da Ainur di potenza inferiore, detti Maiar, il Popolo dei Valar.

Valaquenta[modifica | modifica wikitesto]

Nel secondo capitolo vengono annoverati i Valar, i Maiar e i nemici che durante il libro verranno strenuamente combattuti dalle forze del bene. Tra i Maiar è sicuramente importante annoverare il potente Sauron, non tanto per il ruolo in questo libro che, anzi, risulta essere minore, quanto più per quello che ricoprirà nell'opera Il Signore degli Anelli quale assoluto capo delle forze del male. Si narra che egli fosse originariamente di bella prestanza e assoluta bellezza ma che poi, lasciatosi irretire dalla malvagità di Melkor e messosi al suo servizio, divenne orribile a vedersi e di una potenza e malvagità senza eguali tra i servi di Morgoth (nome assegnato a Melkor in quest'Era), tra i quali annoveriamo i Balrog (Maiar corrotti da Melkor e trasformati in demoni del fuoco, il cui signore è Gothmog) e gli Orchi. Dopo la seconda grande battaglia tra i Valar e Morgoth (la prima venne fatta per stabilire il dominio di Arda da parte degli uni o dell'altro, mentre questa venne condotta per preservare gli Elfi appena risvegliati dalla malvagità di Melkor), quest'ultimo venne imprigionato mentre Sauron si rifugiò nelle profondità della terra per poi ricomparire al fianco di Morgoth, una volta che questo fuggì da Valinor e distrusse gli alberi di Valinor grazie all'aiuto di Ungoliant, capostipite di tutti gli aracnidi della valle di Gorgoroth, tra cui Shelob. Di rilievo tra i Maiar sono gli Istari, di cui vengono raccontate le vicende soprattutto nel Signore degli Anelli e nei Racconti Incompiuti. Essi si presentano nella Terra di Mezzo come stregoni immortali, tra di essi ricordiamo Olorin (Gandalf) e Cúrunir (Saruman).

Quenta Silmarillion[modifica | modifica wikitesto]

Nel terzo capitolo dell'opera vengono narrate le storie maggiormente importanti di tutta la Prima Era della Terra di Mezzo. La maggior parte dei racconti tratta e verte sui Silmaril, i tre gioielli forgiati da Fëanor a Valinor che racchiudono dentro di loro la luce dei Due Alberi di Valinor. Tali gemme spettano agli elfi ma sono bramati e rubati da Morgoth e sul loro recupero si snoderà quasi tutta la trama dei racconti. Gli altri temi preponderanti delle vicende raccontano di tradimento, guerra, invidia e morte, ma anche di valore, virtù, coraggio e naturalmente di amore. Per portare chiari esempi non si può non citare il meraviglioso racconto di "Beren e Lúthien", di cui peraltro troviamo echi in Il Signore degli Anelli, il quale è un esempio dell'amore che va oltre la morte, e del valore e della forza di un sentimento che riesce a vincere, anche se per un solo momento, il signore del male. Soprattutto è interessante notare come abbia un ruolo dominante e importantissimo la grazia e la bellezza di Lúthien quasi a dimostrare la veridicità della frase di Dostoevskij «la bellezza salverà il mondo». E infatti è così, poiché la bellezza e la grazia di Lúthien riescono ad addormentare tutte le maligne creature di Morgoth e permettono a Beren di recuperare un Silmaril dalla corona di quest'ultimo. Un esempio, invece, di grande valore militare ci viene dal racconto del duello tra Fingolfin, Re Supremo dei Noldor, e Morgoth, in cui la narrazione è caricata di un pathos che quasi ci introduce ai cancelli del regno del male ad assistere allo scontro epico tra i due contendenti. La carica emotiva raggiunge l'apice nel momento in cui Fingolfin, stremato dalle ferite e dalla fatica, si accascia a terra e, prima di morire, vibra l'ultimo colpo che stacca il piede dalla gamba di Morgoth. Altrettanto belli e significativi sono i racconti della caduta di Gondolin e della vita e della morte di Turin, eroe invincibile e disperato, perseguitato da un destino di morte: pur vincendo tutte le battaglie contro gli eserciti di Morgoth finirà per portare la rovina per chiunque lo accoglie. Gli altri racconti, tra i quali spicca quello del viaggio di Eärendil, come detto precedentemente, si snodano su questi temi fino alla guerra d'Ira e alla definitiva sconfitta di Morgoth, alla fine catturato dai Valar e confinato nel vuoto esterno ad Arda, fuori dallo spazio e dal tempo.

Akallabêth[modifica | modifica wikitesto]

Nel penultimo capitolo dell'opera si parla dell'ascesa e della caduta di Númenor: Akallabêth in Adunaico (la lingua di Númenor) significa "La caduta" (in Quenya si tradurrebbe con Atalantë). All'inizio del capitolo vengono enumerati gli uomini che facevano parte della razza dei Númenóreani e il motivo per cui essi, sotto consiglio di Sauron, sfidarono la collera dei Valar dai quali furono puniti con la distruzione della loro isola. L'autore prosegue con la narrazione della fondazione dei regni dei Nùmenòreani in esilio, Gondor e Arnor fondati da Elendil e dai suoi figli.

Gli Anelli di Potere e la Terza Era[modifica | modifica wikitesto]

In quest'ultimo capitolo, «in cui questi racconti giungono alla loro conclusione», viene chiarita l'origine nonché la fine degli Anelli di Potere che Sauron consegnò ad elfi, nani e uomini per poterli governare grazie al potere del suo Unico Anello, forgiato tra le fiamme del Monte Fato. Buona parte delle vicende qui riassunte trovano un riscontro assai più ampio nell'opera Il Signore degli Anelli, compresa la fine definitiva di Sauron grazie alla distruzione dell'Unico Anello ad opera dello Hobbit Frodo Baggins e del suo amico Samvise Gamgee.

Accoglienza[modifica | modifica wikitesto]

Al momento della pubblicazione, le recensioni del Silmarillion furono generalmente negative. L'opera fu criticata, infatti, per la sua eccessiva serietà, mancando in essa i momenti spensierati rilevati nel Signore degli Anelli e, soprattutto, ne Lo Hobbit[14][15][16]. Altre critiche compresero la lingua arcaica difficile a leggersi[17][18][19] e i nomi molto difficili, anche da ricordare[17][20].
Nonostante questi "difetti", alcuni recensori elogiarono l'opera tolkieniana. The New York Times Book Review riconobbe che «what is finally most moving is [...] the eccentric heroism of Tolkien's attempt»[15]. TIME descrisse Il Silmarillion come «majestic, a work held so long and so powerfully in the writer's imagination that it overwhelms the reader»[14]. The Horn Book Magazine lodò inoltre la «remarkable set of legends conceived with imaginative might and told in beautiful language»[21]. Ancora, John Calvin Batchelor, recensendo l'opera per The Village Voice, affermò trattarsi di un «difficult but incontestable masterwork of fantasy» e apprezzò il personaggio di Melkor la cui arma principale era «his ability to corrupt men by offering them trappings for their vanity»[22]

Robert M. Adams del The New York Review of Books definì Il Silmarillion «an empty and pompous bore», «not a literary event of any magnitude», sostenendo inoltre che il motivo principale del successo del libro fosse da attribuirsi alla fama del suo autore conseguita attraverso la popolarità del Signore degli Anelli e de Lo Hobbit; sostenne che Il Silmarillion sarebbe stato più comprato che letto.[17] School Library Journal definì l'opera in termini negativi in rapporto agli altri lavori di Tolkien[16]. Peter Conrad della rivista di sinistra New Statesman si spinse a dire che «Tolkien can't actually write»[23].

Musica ispirata al Silmarillion[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Intervista a Christopher Tolkien (1996).
  2. ^ Tolkien, p. 56
  3. ^ Tolkien, p. 56
  4. ^ Richard Purtill, J. R. R. Tolkien: Myth, Morality, and Religion, San Francisco, Harper & Row, 2003, pp. 52 e 131, ISBN 0-89870-948-2.
  5. ^ Michael Stanton, Hobbits, Elves, and Wizards: Exploring the Wonders and Worlds of J. R. R. Tolkien's The Lord of the Rings, New York, Palgrave Macmillan, 2001, p. 18, ISBN 1-4039-6025-9.
  6. ^ John Garth, Tolkien and the Great War: The Threshold of Middle-earth, New York, Houghton Mifflin Company, p. 86.
  7. ^ a b Chance, 169
  8. ^ Chance, 192
  9. ^ Perry Bramlett, I Am in Fact a Hobbit: An Introduction to the Life and Works of J. R. R. Tolkien, Macon, Georgia, Mercer University Press, 2003, p. 86, ISBN 0-86554-851-X.
  10. ^ (EN) Dimitra Fimi, "Mad" Elves and "Elusive Beauty": Some Celtic Strands of Tolkien's Mythology in Folklore, agosto 2006, pp. 6–8.
  11. ^ Carpenter, #144
  12. ^ Tolkien, 88
  13. ^ Tolkien, 90
  14. ^ a b (EN) Timothy Foote, Books: Middle-Earth Genesis in TIME, vol. 110, ottobre 1997, p. 121.
  15. ^ a b (EN) John Gardner, The World of Tolkien in The New York Times Book Review, 23 ottobre 1977.
  16. ^ a b (EN) Sue K. Hurwitz, School Library Journal, vol. 24, nº 4, dicembre 1977, p. 66.
  17. ^ a b c (EN) Robert M. Adams, The Hobbit Habit in The New York Review of Books, vol. 24, nº 19, 24 novembre 1977, p. 22.
  18. ^ (EN) Richard Brookhiser, Kicking the Hobbit in National Review, vol. 29, nº 48, 9 dicembre 1977, pp. 1439–1440.
  19. ^ (EN) Margo Jefferson, Newsweek, vol. 90, 24 ottobre 1977, p. 114.
  20. ^ (EN) Judith T. Yamamoto, Library Journal, vol. 102, nº 14, 1° agosto 1977, p. 1680, ISSN 0363-0277.
  21. ^ (EN) M. S. Cosgrave, The Horn Book Magazine, vol. 54, aprile 1978, p. 196.
  22. ^ (EN) John Calvin Batchelor, Tolkien Again: Lord Foul and Friends Infest a Morbid but Moneyed Land in The Village Voice, 10 ottobre 1977.
  23. ^ (EN) Peter Conrad, New Statesman, vol. 94, 23 settembre 1977, p. 408.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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