I miti greci
| I miti greci | |
|---|---|
| Titolo originale | Greek Myths |
| Autore | Robert Graves |
| 1ª ed. originale | 1955 |
| 1ª ed. italiana | 1963 |
| Genere | saggio |
| Sottogenere | divulgazione |
| Lingua originale | inglese |
I miti greci (Greek Myths) è una mitografia, un compendio della mitologia greca corredato da commenti e analisi, del poeta e scrittore inglese Robert Graves. Pubblicato nel 1955 in due volumi, fu ristampato con emendamenti nel 1957, e apparve riveduto nel 1960.
Ogni mito è presentato attraverso la voce di un narratore vissuto in epoca antonina, come Plutarco o Pausania, corredato da riferimenti alle fonti classiche. La qualità letteraria delle sue rielaborazioni è generalmente apprezzata. Dopo ogni racconto, Graves espone la propria interpretazione sull'origine e sul significato del mito, influenzata dalla sua convinzione dell'esistenza di una religione matriarcale preistorica, tesi già discussa nel suo libro La Dea Bianca e in altre opere. Le teorie e le etimologie di Graves sono respinte dalla maggior parte degli studiosi del mondo classico; in risposta, egli sosteneva che a tali studiosi mancasse "la capacità poetica di esaminare la mitologia con rigore analitico".
Nell'introduzione del libro, l'autore identifica i miti e li distingue dall'allegoria, dalla satira, dal melodramma, dalla saga eroica, ecc. Il libro è strutturato in 171 miti, ed ognuno di essi è, a sua volta, diviso in tre sezioni distinte. La prima sezione è la sua narrazione con i vari paragrafi. Nella seconda sezione è presente la lista delle fonti utilizzate dall'autore. Nella terza ed ultima sezione ci sono i commenti esplicativi sul mito appena narrato.
Contenuti
[modifica | modifica wikitesto]Graves interpretò la Grecia dell'Età del Bronzo come una realtà in transizione da una società matriarcale, sotto i Pelasgi, a una patriarcale, soggetta alla pressione costante di tribù di lingua greca vittoriose. In una prima fase, i re giungevano in ogni insediamento come principi stranieri, regnavano sposando la regina ereditaria — incarnazione della Triplice Dea — e venivano ritualmente uccisi dal loro successore dopo un periodo limitato, originariamente di sei mesi. Col tempo, i sovrani riuscirono a sottrarsi al sacrificio per periodi sempre più lunghi, spesso offrendo vittime sostitutive; infine, trasformarono la regina — un tempo sacerdotessa della Dea — in una moglie casta e sottomessa, arrivando, nella fase conclusiva, a generare figli legittimi destinati a succedere loro sul trono.
I miti greci presenta i miti come narrazioni legate ai rituali delle tre fasi e, spesso, come testimonianze storiche di conflitti – altrimenti non documentati – tra i re greci e le sacerdotesse della Luna. In alcuni casi, Graves ipotizza un processo di "iconotropia" (o trasformazione dell'immagine), per cui un'ipotetica immagine di culto risalente all'epoca matriarcale o matrilineare sarebbe stata reinterpretata dai Greci di epoche successive secondo la propria mentalità. Egli congettura, ad esempio, l'esistenza di un'immagine raffigurante due gemelli divini in lotta nel grembo della Dea-Cavalla, immagine che avrebbe poi dato origine al mito del cavallo di Troia.
Il Mito Pelasgico della Creazione
[modifica | modifica wikitesto]Il mito pelasgico della creazione, ricostruito in modo fantasioso da Graves, vede protagonista una suprema creatrice, Eurinome – "la Dea di tutte le cose" – che emerge nuda dal Caos per separare il mare dal cielo e poter così danzare sulle onde. Catturando il vento del nord alle proprie spalle e sfregandolo tra le mani, riscalda il "pneuma" e genera spontaneamente il serpente Ofione, col quale si unisce. Sotto forma di colomba che plana sulle onde, depone l'Uovo Cosmico e ordina a Ofione di covarlo avvolgendovisi attorno per sette volte, finché esso non si spacca in due, dando vita a "tutte le cose esistenti... sole, luna, pianeti, stelle, la terra con le sue montagne e i suoi fiumi, gli alberi, le erbe e le creature viventi".
Nel suolo dell'Arcadia, i Pelasgi sorgono dai denti di Ofione, sparsi sotto il tallone di Eurinome; ella aveva scacciato il serpente dalla loro dimora sul Monte Olimpo per essersi vantato di aver creato ogni cosa. Eurinome, il cui nome significa "colei che vaga lontano", assegna una coppia di Titani – maschio e femmina – a ciascun pianeta errante: Tea e Iperione per il Sole; Febe e Atlante per la Luna; Meti e Ceo per Mercurio; Teti e Oceano per Venere; Dione e Crio per Marte; Temi ed Eurimedonte per Giove; Rea e Crono per Saturno.
Sono inclusi anche i miti della creazione omerici, orfici e olimpici, nonché due miti della creazione "filosofici".
Il Mito della Creazione Olimpica
[modifica | modifica wikitesto]Graves propone la sua interpretazione del "mito olimpico della creazione" in una breve sintesi. In tale lettura, Madre Terra è la creatrice della Terra così come la conosciamo, con le sue acque, la vegetazione e la fauna. Tale creazione fu resa possibile dalla "pioggia feconda" che su di lei fece cadere il figlio Urano, generato dalla dea mentre dormiva, dopo essere emersa dal Caos. Nel corso del racconto, Madre Terra dà poi alla luce sei "figli dalle sembianze semiumane": tre di essi sono gli Ecatonchiri (i Centimani) e gli altri tre i Ciclopi. L'autore specifica il ruolo svolto dai figli di Madre Terra — in particolare dalla prole dei tre Ciclopi originari — illustrando l'interazione che essi avrebbero avuto in seguito con la figura mitologica di Odisseo.
Accoglienza critica
[modifica | modifica wikitesto]Le rielaborazioni di Graves sono state ampiamente lodate per la loro natura fantasiosa e poetica, ma il rigore scientifico alla base delle sue ipotesi e conclusioni è generalmente criticato in quanto idiosincratico e insostenibile.
Ted Hughes e altri poeti trovarono congeniale il sistema de La Dea Bianca: I miti greci ne contiene circa un quarto e non include il metodo di composizione delle poesie.
L'opera fu oggetto di aspre critiche sia durante la vita dell'autore che successivamente. Secondo lo studioso di antichità classiche Robin Hard, le note esplicative del libro rappresentano "o il più importante contributo mai offerto all'interpretazione del mito greco, oppure un coacervo di assurdità stravaganti; temo che sarebbe impossibile trovare uno studioso del mondo classico disposto a concordare con la prima ipotesi". Le etimologie proposte da Graves sono state messe in discussione, e la sua distinzione — in gran parte intuitiva — tra "mito autentico" e altre tipologie di racconto è stata giudicata arbitraria, in quanto estrapola i miti dal contesto in cui ci sono giunti. È stata inoltre contestata la premessa fondamentale secondo cui la spiegazione della mitologia richiederebbe una qualche "ipotesi generale", sia essa quella di Graves o un'altra. The Greek Myths è stata definita un compendio di interpretazioni errate. La studiosa Sibylle Ihm parla di una "rielaborazione creativa e arbitraria dei miti greci" da parte di Graves. Robin Hard definì il libro "completo e scritto in modo accattivante", aggiungendo tuttavia che "le note interpretative hanno valore soltanto come guida alla mitologia personale dell'autore". Michel Pharand, studioso di Disraeli, ribatte osservando che "le teorie e le conclusioni di Graves, per quanto bizzarre potessero apparire ai suoi contemporanei (o possano sembrare a noi), erano frutto di un'attenta osservazione".
H.J. Rose, concordando con diversi dei critici sopraccitati, mette in dubbio il rigore scientifico delle rielaborazioni. Graves presenta I miti greci come un aggiornamento del Dictionary of Greek and Roman Biography and Mythology di William Smith (pubblicato originariamente nel 1844) – opera che Graves definisce «il testo di riferimento in lingua inglese» ma che non era mai stata aggiornata; Rose resta sconcertato nel non trovare alcun indizio che dimostri come Graves fosse a conoscenza dell'Oxford Classical Dictionary o di uno qualsiasi dei «vari compendi di mitologia scritti o tradotti nella nostra lingua dopo il 1844». Rose rileva numerose omissioni e alcuni errori evidenti; tra questi, il più grave è l'attribuzione a Sofocle della trama del suo Aiace (Graves §168.4), un'osservazione che è stata successivamente ripresa da altri critici.
Graves stesso era ben consapevole della diffidenza degli studiosi nei confronti de I miti greci. In una lettera ad Ava Gardner, scrisse: «Non sono uno studioso di cultura greca, né un archeologo, né un antropologo, né uno studioso di mitologia comparata, ma possiedo un buon fiuto e un certo intuito; credo di aver collegato tra loro molti schemi mitici che in precedenza non erano mai stati messi in relazione. Gli ambienti accademici di studi classici mi detesteranno e riceverò molte recensioni sprezzanti».
Edizioni italiane
[modifica | modifica wikitesto]Molte edizioni in lingua inglese del libro lo suddividono in due volumi. Le edizioni ridotte dell'opera riportano soltanto i miti, omettendo i commenti di Graves.
- I miti greci, collana I Marmi n.35, traduzione di Elisa Morpurgo, revisione di Clara Gallini, Milano, Longanesi, 1963, SBN NAP0536102.
- I miti greci, presentazione di Umberto Albini, Milano, Longanesi, 1977, SBN RAV0139270. - Collana Biblioteca, Longanesi, 1979.
- I miti greci, collana Il Cammeo n.197, Milano, Longanesi, 1983, pp. X-726, ISBN 978-88-304-0248-5.
Voci correlate
[modifica | modifica wikitesto]Collegamenti esterni
[modifica | modifica wikitesto]- (EN) Edizioni e traduzioni di I miti greci, su Open Library, Internet Archive.
- (EN) I miti greci, su Goodreads.
| Controllo di autorità | VIAF (EN) 186665585 · GND (DE) 1088015832 |
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