Horst Buchholz

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Tomba di Horst Buchholz

Horst Werner Buchholz (Berlino, 4 dicembre 1933Berlino, 3 marzo 2003) è stato un attore tedesco.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nato a Berlino, Buchholz non conobbe mai il vero padre e prese il cognome dall'uomo che la madre sposò nel 1938, di professione calzolaio. Da questa unione nacque la sorella Heidi. Evacuato con la famiglia durante la seconda guerra mondiale prima in Slesia e poi in Cecoslovacchia, al termine del conflitto ritornò a Berlino, dove cominciò molto giovane la sua carriera come attore teatrale, oltre che come doppiatore radiofonico e cinematografico[1][2].

Ottenne il primo ruolo cinematografico di rilievo nel 1954 in Marianne de ma jeunesse di Julien Duvivier, che gli valse un riconoscimento al Festival di Cannes[1], ma la sua affermazione arrivò nel 1956 con la conquista del Deutscher Filmpreis, il più importante premio cinematografico tedesco, quale miglior attore emergente per la sua interpretazione in Cielo senza stelle (1955) di Helmut Käutner[3][1]. Buchholz diventò presto un attore di richiamo commerciale in Germania[1], raggiungendo il grande successo con l'interpretazione de Le confessioni del filibustiere Felix Krull (1957), tratto dal libro di Thomas Mann. Si avviò così a una brillante carriera che lo portò a lavorare con importanti registi sia in Europa che negli Stati Uniti, imponendosi per la sua recitazione energica, la prestanza fisica e il bel volto dai tratti vagamente orientali, lontano dai canoni della bellezza maschile nordica.

Nel 1959 debuttò anche sul palcoscenico a Broadway con lo spettacolo Chéri, dall'omonimo romanzo di Colette, e nel 1960 fu chiamato a Hollywood dove ottenne un clamoroso successo internazionale nel ruolo di Chico, uno dei pistoleri protagonisti del western I magnifici sette (1960) di John Sturges[2], e nella parte di Otto Ludwig Piffl nella commedia Uno, due, tre! (1961) di Billy Wilder[2], quindi recitò nel ruolo di Marius in Fanny (1961) di Joshua Logan[2], ambizioso remake dell'omonimo film francese sceneggiato da Marcel Pagnol e ambientato tra i portuali di Marsiglia[1]. Era stato contattato per partecipare anche a film come West Side Story e Lawrence d'Arabia ma dovette rifiutare per altri impegni.

In Italia recitò nel ruolo di Dino al fianco di Catherine Spaak ne La noia (1963), diretto da Damiano Damiani, e in quello di Alberto in Come, quando, perché (1968) di Antonio Pietrangeli e Valerio Zurlini[2]. Interpretò inoltre il ruolo di Marco Polo in Le meravigliose avventure di Marco Polo (Lo scacchiere di Dio) (1965), una coproduzione internazionale diretta da Denys de La Patellière[2].

Negli anni settanta e ottanta lavorò principalmente per la televisione in vari paesi. Nel 1976 prese parte a uno dei primi episodi, intitolato Colpo grosso, del celebre telefilm L'ispettore Derrick (I nove casi dell'ispettore Derrick), trasmesso per la prima volta in Italia nel 1979. Interpretò il ruolo di Sergei in alcuni episodi della serie Alla conquista del West, andato in onda in Italia nel 1979, e partecipò alla miniserie italiana Fantaghirò 4 (1994) di Lamberto Bava. Per il cinema, apparve ancora nei film Così lontano così vicino (1993) di Wim Wenders, nel ruolo di un gangster sulla via del pentimento[2], e ne La vita è bella (1997) di Roberto Benigni, nella parte del dottor Lessing, l'ufficiale medico nazista fissato con gli indovinelli, ruolo che gli valse una candidatura agli Screen Actors Guild Awards[2].

Nel 1958 sposò l'attrice francese Myriam Bru, da cui ebbe due figli, Beatrice e Christopher Buchholz; quest'ultimo divenne attore e produsse un documentario sulla vita del padre. La coppia ufficialmente sposata, visse spesso separata: lei a Parigi e lui a Berlino. Si narra anche di una breve relazione precedente con l'attrice Romy Schneider.

Buchholz morì all'Ospedale universitario della Charité di Berlino, a causa di una complicazione polmonare, all'età di 69 anni ed è sepolto nel Friedhof Heerstraße a Berlino.

Filmografia parziale[modifica | modifica wikitesto]

Filmati di repertorio[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Fernaldo Di Giammatteo, Dizionario universale del cinema, Editori Riuniti
  • Paolo Mereghetti, Dizionario dei film 2008, Baldini Castoldi Dalai

Doppiatori italiani[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e Il chi è del cinema, De Agostini, 1984, p. 72
  2. ^ a b c d e f g h Le Garzantine - Cinema, Garzanti, 2000, pp. 148-149
  3. ^ https://www.deutscher-filmpreis.de/historie/

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