Homo faber fortunae suae

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search
Nota disambigua.svg Disambiguazione – "Homo faber" rimanda qui. Se stai cercando l'omonimo romanzo di Max Frisch, vedi Homo Faber.

La locuzione latina homo faber fortunae suae, espressa anche nella forma alternativa homo faber ipsius fortunae, significa letteralmente «l'uomo è l'artefice della propria sorte»; il verbo est è stato omesso per rendere la frase più scorrevole.

Uso originario[modifica | modifica wikitesto]

La frase è attribuita all'autore romano Appio Claudio Cieco (350–271 a.C.), che la usò nelle sue Sententiae,[1] massime a carattere moraleggiante e filosofeggiante, riferendosi alla capacità dell'essere umano di poter guidare il proprio destino e gli eventi che lo circondano.

Uso moderno[modifica | modifica wikitesto]

Prometeo plasma l'uomo, olio su tela di Piero di Cosimo (1515)

L'espressione homo faber venne riscoperta e rivalutata dagli umanisti del XIV secolo, assurgendo a ideale della nuova umanità nell'Italia rinascimentale e nelle corti europee.

Conciliandosi con l'aspirazione all'homo sapiens, l'homo faber rappresentava un sapere non più fine a se stesso, ma che racchiudeva anche un potere: un sapere cioè non solo contemplativo ma funzionale all'azione, attore e costruttore del mondo, in virtù della centralità che l'anima umana assumeva nell'universo. Tenendone collegati gli estremi opposti, il cielo e la terra, il macrocosmo e il microcosmo, l'uomo è definito infatti da Ficino vera copula mundi,[2] poiché scopre la loro segreta e occulta analogia e li riunifica grazie alla forza dell'amore.[3]

Disciplina emblematica di questa nuova concezione dell'essere umano è l'alchimia, per il valore prometeico attribuito all'attiva trasformazione della natura vista come riflesso della trasmutazione interiore dell'alchimista.[4] Anche Pico della Mirandola esaltò la peculiarità dell'uomo, unico nella «scala degli esseri», di potersi forgiare da solo, avendo libertà di scelta di evolversi verso l'alto o abbrutirsi verso il basso.[2]

Nell'ambito dell'antropologia culturale, la definizione di homo faber viene genericamente contrapposta a quella complementare di homo religiosus e contemplativo, per quanto lo studioso Mircea Eliade abbia messo in risalto che il modo di operare dell'homo faber è da ricondurre pur sempre ad un contesto sacro,[5] senza rottura col trascendente, essendo il sacro «un elemento della struttura della coscienza e non un momento della sua storia».[6]

Varianti[modifica | modifica wikitesto]

Una variante della suddetta frase è la locuzione forse più famosa e grammaticalmente più complessa Faber est suae quisque fortunae: «ciascuno è artefice della propria fortuna».

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ «Fabrum esse suae quemque fortunae», frammento 3 della raccolta W. Morel, Fragmenta poetarum Latinorum Epicorum et Lyricorum: praeter Ennium et Lucilium, Lipsia, Teubner, 1995.
  2. ^ a b Ubaldo Nicola, Atlante illustrato di filosofia, pp. 228-230, Giunti Editore, 1999.
  3. ^ Ioan P. Couliano, Eros and the Magic in the Reinassance, University of Chicago Press, 1987.
  4. ^ Michela Pereira, Alchimia. I testi della tradizione occidentale, Mondadori, 2006, recensione di Elena Laurenzi, La Luce del sapere alchemico sulla razionalità occidentale, su libreriadelledonne.it.
  5. ^ Julien Ries, Il sacro nella storia religiosa dell'umanità, pp. 231-2, trad. it. di Franco Marano, Jaca Book, 1995 3.
  6. ^ Mircea Eliade, Religions australiennes, pp. 26-36, Parigi, Payrot, 1972.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]