Guido Pasolini

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Guido Pasolini "Ermes"

Guidalberto Pasolini detto Guido, nome di battaglia "Ermes" (Belluno, 4 ottobre 1925Bosco Romagno, 12 febbraio 1945) è stato un partigiano italiano, morì appena diciannovenne nei fatti legati all'eccidio di Porzûs, tragico e controverso episodio della Resistenza Italiana in cui diciassette partigiani delle Brigate Osoppo furono trucidati da partigiani comunisti.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Eccidio di Porzûs.
Il casolare presso il quale fu catturata la brigata Osoppo

Fratello minore di Pier Paolo Pasolini, entrò in clandestinità alla fine del maggio 1944, subito dopo aver conseguito la maturità scientifica a Pordenone presso il liceo "M. Grigoletti", optando per l'impegno attivo nella lotta contro l'occupazione tedesca del Friuli rispetto quella che era l'intenzione iniziale di iscriversi all'università. Assunto il nome di battaglia "Ermes" divenne membro delle Brigate Osoppo dell'Est, raggiungendo le malghe di Porzûs sul monte Topli Uork, sede del loro comando, con un gruppo di partigiani guidati dal capitano Aldo Bricco "Centina" la sera del 6 febbraio 1945. Divenne, quindi, un effettivo della formazione Osoppo Friuli prima nella zona di Pielungo, poi nella zona di Attimis-Faedis-Nimis, nella quale si era costituita la Zona Libera del Friuli Orientale. È in questa zona che si verificheranno il 7 febbraio 1945, quasi verso la fine del conflitto mondiale, i tragici eventi delle malghe di Porzûs.

Il 7 febbraio 1945 fu catturato alla Malghe Topli Uork da un gruppo di partigiani comunisti appartenenti ai GAP friulani delle Brigate Garibaldi capeggiati da Mario Toffanin (nome di battaglia Giacca). Il comandante di Guido Pasolini, Francesco De Gregori viene giustiziato subito con altri tre compagni mentre lui viene trasferito con altri compagni al Bosco Romagno, vicino a Cividale del Friuli.

La foto di Guido Pasolini (in alto a sinistra) sulla tomba dedicata alle vittime casarsesi della lotta partigiana, Cimitero di Casarsa

Sottoposto ad interrogatorio e processato in modo sommario il 12 febbraio 1945, la stessa mattina venne condotto sotto scorta sul luogo destinato all'esecuzione, dove viene fatta loro scavare la fossa, assieme ad altri tre partigiani osovani. Riuscì a fuggire in circostanze poco chiare, ma nella fuga fu ferito dai suoi inseguitori alla spalla e al braccio destro. Raggiunta a fatica la vicina frazione di Sant'Andrat dello Judrio in comune di Corno di Rosazzo e si fece quindi medicare presso la locale farmacia di Quattroventi. Da qui proseguì a piedi verso il vicino paese di Dolegnano, ove ottenne ospitalità da una famiglia locale. Nell'abitazione arrivarono due partigiani del luogo, probabilmente allertati dalla farmacista, che lo condussero in un'altra casa, nella quale fece irruzione il partigiano Mario Tulissi che, dopo aver preso ordini, preleva il ferito con la scusa di condurlo al vicino ospedale di Cormons per garantirgli le cure del caso. "Ermes" fu quindi consegnato ai due gappisti, dai quali era riuscito a sfuggire la mattina, che lo finirono.

I suoi resti furono riesumati a guerra finita tra il 10 e il 20 giugno 1945 assieme a quelli delle altre vittime dell'eccidio. Dopo il solenne funerale celebrato a Cividale il 21 giugno 1945, i resti di Pasolini vengono traslati a Casarsa, ove tuttora riposa in una tomba vicino all'ingresso del cimitero, che l'amministrazione locale ha riservato ai suoi Caduti per la Libertà (nello stesso cimitero a qualche metro di distanza riposa il fratello Pier Paolo).

Il ricordo del fratello Pier Paolo[modifica | modifica wikitesto]

Pier Paolo Pasolini rievocò varie volte la morte del fratello Guido, cui era legatissimo. Il problema del rapporto fra osovani e garibaldini era stato esplicitato da Guido in una celebre lettera al fratello del 27 novembre 1944 (il testo è riportato per estratto, con la punteggiatura ed eventuali errori originali secondo il metodo della trascrizione diplomatica):

« Pier Paolo Carissimo: (...) ti metto senz'altro al corrente della nostra situazione come si presenta alla data di oggi 27 novembre. (...) Si riorganizza la brigata: in breve tempo raggiungiamo i 600 uomini nella vallata Attimis-Subit. Si entra in contatto con i mandanti delle 2 brigate Garibaldi che fiancheggiano il nostro schieramento: si forma la divisione Garibaldi-Osoppo, si firma un patto di amicizia con gli sloveni che, slealmente hanno cominciato la propaganda slovena nel territorio da noi occupato. (...) In quegli stessi giorni giunge una missione slovena inviata da Tito: si propone l'assorbimento della nostra divisione da parte della Armata slovena: ci fanno capire fra l'altro che qualora facessimo parte dell'esercito sloveno eviteremmo il disarmo. Il comandante di divisione Sasso (un garibaldino) tentenna, il vice comandante Bolla (Osoppo) pone un energico rifiuto. Gli sloveni se ne vanno scontenti. Il comandante Sasso promette solennemente a Bolla (...) che della questione non si sarebbe più parlato. (...) I presidi garibaldini fanno di tutto per demoralizzarci e indurci a togliere le mostrine tricolore (A [Memino] un commissario garibaldino mi punta sulla fronte la pistola perché gli ho gridato in faccia che non ha idea di che cosa significhi essere "Uomini liberi", e che ragionava come un federale fascista [infatti nelle file garibaldine si è "liberi" di dire bene del comunismo], altrimenti sei trattato come "Nemico del proletario" (Nientemeno!) oppure "Idealista che succhia il sangue del popolo" (senti che roba!)) A fronte alta dichiariamo di essere italiani e di combattere per la bandiera italiana, non per lo "straccio" russo. (...) Gli sloveni frattanto approfittano della situazione ed entrano in trattative col comando garibaldino (si riparla dell'antico progetto di assorbimento delle nostre formazioni da parte slovena) Bolla strepita: ma oramai non ha più l'autorità che novecento uomini pronti a tutto gli davano ... Il delegato sloveno fa comprendere a Bolla che la sua presenza non è gradita ai colloqui, Bolla raccoglie i suoi uomini e si allontana dignitosamente. Raggiungiamo la zona Prosenicco-Subit-Porzus e quivi ci riorganizziamo. Passano una ventina di giorni. Frattanto Enea (lasciato a Codromaz come osservatore) ci fa sapere che i garibaldini lo hanno rassicurato (la notizia dell'accordo con gli sloveni viene solennemente smentita) ... Ci raggiunge a Porzus: siamo al 2 novembre. Il giorno dopo giunge al nostro comando il comandante della divisione "Garibaldi" Sasso. Ha un lungo colloquio con Bolla (smentisce di nuovo solennemente la notizia dell'accordo con Tito e promette che mai più ne riparlerà) tenta di riconciliarsi con la brigata Osoppo oramai riorganizzata... Il 7 novembre, anniversario della rivoluzione russa per tutti i reparti garibaldini si festeggia l'avvenuta unione con le truppe slovene. L'accordo era stato firmato prima delle famose solenni smentite!!! Gran parte però dei garibaldini non voleva l'accordo (deciso da pochi uomini) molti piangono di rabbia e non vogliono sostituire la stella rossa alla stella tricolore. Alcuni ottengono di passare nelle file dell'Osoppo e ci raccontano che i commissari garibaldi hanno iniziato una propaganda di intimidazione fra i reparti... Una delle clausole dell'accordo con gli sloveni è la seguente: I reparti garibaldini si impegnano di effettuare una leale propaganda in favore degli sloveni e di mobilitare la popolazione maschile nelle zone sotto il loro controllo. I mobilitati non possono far parte di formazioni italiane ma devono entrare in reparti sloveni! Quattro giorni fa si presenta al nostro comando il famigerato commissario Vanni: dichiara al nostro comandante Bolla: "Per ordine del maresciallo Tito la prima brigata Osoppo deve sgomberare la zona (territorio di influenza slovena) a meno che non acconsenta ad entrare nelle formazioni slovene" Siamo arrivati dunque al vertice della parabola: come andrà a finire? Udine è a 12-16 km di distanza. La nostra parola d'ordine per ora è di rispondere ad una sleale propaganda anti-italiana con una propaganda più convincente.(...) dovresti scrivere qualche articolo che fa al caso nostro (...) con qualche poesia magari, in italiano e friulano (...) Negli articoli cerca appena di sfiorare gli argomenti suaccennati: devi essere un italiano che parla agli italiani. Mi dimenticavo: i commissari garibaldini (la notizia ci giunge da fonte non controllata) hanno intenzione di costruire la repubblica (armata) sovietica del Friuli: pedina di lancio per un la bolscevizzazione dell'Italia!! Ti mando una copia del programma del partito d'azione al quale ho aderito con entusiasmo (...) è bene che tu sappia com'è la situazione anche perché ho bisogno se non altro dei tuoi consigli. Comprendo perfettamente che molto probabilmente tu non hai avrai né tempo né voglia di compilare gli articoli su accennati comunque se hai intenzione di farli: falli al più presto (...) Se non altro almeno scrivi a me qualche riga ... Ti bacio con grandissimo affetto. Guido (...) »

(Guido Pasolini al fratello Pierpaolo, 27 novembre 1944[1])
21 giugno 1945: funerale di Guido Pasolini. Segue il feretro - in vestito chiaro - il fratello Pierpaolo

Il 21 giugno 1945, il corpo di Guido Pasolini - riesumato in località Bosco Romagno - viene portato a Casarsa, e lì tumulato: per l'occasione Pier Paolo compone un elogio funebre, nel quale fra l'altro afferma:

« Quanto sia il dolore di mia madre, mio, e di tutti questi fratelli e madri e parenti non mi sento ora di esprimere. Certo è una realtà troppo grande, questa di saperli morti, per essere contenuta nei nostri cuori di uomini. (...) Io per mio fratello posso dire che è stata la sorte del suo corpo entusiasta che l’ha ucciso e che egli non poteva sopravvivere al suo entusiasmo. Ora, gli ideali per cui è morto, il suo dolcissimo tricolore, se lo hanno rapito in un silenzio che non è ormai più nostro. E con lui tutti i suoi eroici compagni. E solo noi, loro parenti, possiamo piangerli pur non negando che ne siamo orgogliosi, pur restando convinti che senza il loro martirio non si sarebbe trovata la forza sufficiente a reagire contro la bassezza, e la crudeltà e l’egoismo, in nome di quegli ideali per cui essi sono morti. (...) Ma noi alla società non chiediamo lacrime, chiediamo giustizia. »

(Pier Paolo Pasolini, 21 giugno 1945[2])

In una lettera del 21 agosto 1945 indirizzata all'amico poeta Luciano Serra, Pier Paolo così ricostruì la vicenda:

« essendo stato richiesto a questi giovani, veramente eroici, di militare nelle file garibaldino-slave, essi si sono rifiutati dicendo di voler combattere per l'Italia e la libertà; non per Tito e il comunismo. Così sono stati ammazzati tutti, barbaramente[3]. »

Lo stesso mese scriverà nel suo diario denominato Stroligut la seguente poesia per il fratello:

(FUR)

« La livertat, l'Itaia
e quissa diu cual distin disperat
a ti volevin
dopu tant vivut e patit
ta quistu silensiu
Cuant qe i traditours ta li Baitis
a bagnavin di sanc zenerous la neif,
"Sçampa - a ti an dita - no sta tornà lassù"
I ti podevis salvati,
ma tu
i no ti às lassat bessòi
i tu cumpains a murì.
"Sçampa, torna indavour"
I te podevis salvati
ma tu
i ti soso tornat lassù,
çaminant.
To mari, to pari, to fradi
lontans
cun dut il to passat e la to vita infinida,
in qel dì a no savevin
qe alc di pì grant di lour
al ti clamava
cu'l to cour innosent. »

(IT)

« La libertà, l'Italia
e chissà Dio quale destino disperato
ti voleva
dopo aver vissuto e patito
in questo silenzio.
Quando i traditori nelle Baite
bagnavano di sangue generoso la neve,
"Scappa - ti hanno detto - non tornare lassù"
Ti potevi salvare,
ma tu
non hai lasciato soli
i tuoi compagni a morire
"Scappa torna indietro"
Ti potevi salvare,
ma tu
sei tornato lassù,
camminando.
Tua madre, tuo padre, tuo fratello
lontano
con tutto il tuo passato e la tua vita infinita,
in quel giorno non sapevano
che qualcosa più grande di loro
ti chiamava
col tuo cuore innocente. »

(Pier Paolo Pasolini, Corus in morte di Guido, 1945[4])

La condanna dell'eccidio e dei suoi autori fu netta: in una lettera al direttore del Mattino del Popolo dell'8 febbraio 1948, il poeta invitò perentoriamente:

« I miei compagni comunisti farebbero bene, io credo, ad accettare la responsabilità, a prepararsi a scontare, dato che questo è l’unico modo per cancellare quella macchia rossa di sangue che è ben visibile sul rosso della loro bandiera. »

(Pier Paolo Pasolini, 1948[5])
Pier Paolo Pasolini
"Vittoria"

(...)
Se ne vanno... Aiuto, ci voltano le schiene,
le loro schiene sotto le eroiche giacche
di mendicanti, di disertori... Sono così serene
le montagne verso cui ritornano, batte
così leggero il mitra sul loro fianco, al passo
ch'è quello di quando cala il sole, sulle intatte
forme della vita - tornata uguale nel basso
e nel profondo! Aiuto, se ne vanno! Tornano ai loro
silenti giorni di Marzabotto o di Via Tasso...
Con la testa spaccata, la nostra testa, tesoro
umile della famiglia, grossa testa di secondogenito,
mio fratello riprende il sanguinoso sonno, solo
tra le foglie secche, i caldi fieni
di un bosco delle prealpi - nel dolore
e la pace d'una interminabile Domenica...
Eppure, questo è un giorno di vittoria!

Nella risposta ad un lettore della rivista Vie Nuove del 15 luglio 1961, Pasolini scrisse:

« Sulle montagne, tra il Friuli e la Jugoslavia, Guido combatté a lungo, valorosamente, per alcuni mesi: egli si era arruolato nella divisione Osoppo, che operava nella zona della Venezia Giulia insieme alla divisione Garibaldi. Furono giorni terribili: mia madre sentiva che Guido non sarebbe tornato più. Cento volte egli avrebbe potuto cadere combattendo contro i fascisti e i tedeschi: perché era un ragazzo di una generosità che non ammetteva nessuna debolezza, nessun compromesso. Invece era destinato a morire in un modo più tragico ancora.
Lei sa che la Venezia Giulia è al confine tra l’Italia e la Jugoslavia: così, in quel periodo, la Jugoslavia tendeva ad annettersi l’intero territorio e non soltanto quello che, in realtà, le spettava. È sorta una lotta di nazionalismi, insomma. Mio fratello, pur iscritto al Partito d’Azione, pur intimamente socialista (è certo che oggi sarebbe stato al mio fianco), non poteva accettare che un territorio italiano, com’è il Friuli, potesse esser mira del nazionalismo jugoslavo. Si oppose, e lottò.
Negli ultimi mesi, nei monti della Venezia Giulia la situazione era disperata, perché ognuno era tra due fuochi. Come lei sa, la Resistenza jugoslava, ancor più che quella italiana, era comunista: sicché Guido, venne a trovarsi come nemici gli uomini di Tito, tra i quali c’erano anche degli italiani, naturalmente le cui idee politiche egli in quel momento sostanzialmente condivideva, ma di cui non poteva condividere la politica immediata, nazionalistica.
Egli morì in un modo che non mi regge il cuore di raccontare: avrebbe potuto anche salvarsi, quel giorno: è morto per correre in aiuto del suo comandante e dei suoi compagni. Credo che non ci sia nessun comunista che possa disapprovare l’operato del partigiano Guido Pasolini. Io sono orgoglioso di lui, ed è il ricordo di lui, della sua generosità, della sua passione, che mi obbliga a seguire la strada che seguo. Che la sua morte sia avvenuta così, in una situazione complessa e apparentemente difficile da giudicare, non mi dà nessuna esitazione. Mi conferma soltanto nella convinzione che nulla è semplice, nulla avviene senza complicazioni e sofferenze: e che quello che conta soprattutto è la lucidità critica che distrugge le parole e le convenzioni, e va a fondo nelle cose, dentro la loro segreta e inalienabile verità[6] »

Pier Paolo Pasolini - ricordandone la tragica fine - dedicherà a Guido la poesia Vittoria, in occasione della ricorrenza del 25 aprile 1964[7].

Presso l'archivio del seminario vescovile di Udine venne infine ritrovata una poesia inedita dedicata a Guido dal fratello, probabilmente composta nell'immediatezza della notizia della sua morte:

« (...) No, Guido, non salire!
Non ricordi più il tuo nome? Ermes, ritorna indietro,
davanti c'è Porzus contro il cielo
ma voltati, e alle tue spalle
vedrai la pianura tiepida di luci
tua madre lieta, i tuoi libri.
Ah Ermes non salire,
spezza i passi che ti portano in alto,
a Musi è la via del ritorno,
a Porzus non c'è che azzurro. (...) »

(Pier Paolo Pasolini, 1945 (?)[8])

Pier Paolo Pasolini scrisse durante la guerra un dramma teatrale in lingua friulana, "I turcs tal Friul"[9], recuperato postumo nel 1976 da Luigi Ciceri, amico di Pier Paolo Pasolini. In tale dramma viene rievocata l'invasione dei Turchi in Friuli del 1499; essi sfiorarono il paese di Casarsa della Delizia. Nel dramma uno dei due fratelli, Meni, combatte duramente i Turchi e perde la vita salvando il paese, mentre l'altro, Pauli, rimane a casa a lavorare e pregare salvandosi[10].

Riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

  • Casarsa della Delizia gli ha dedicato una via del centro e un cenotafio nel cimitero, assieme agli altri caduti per la liberazione.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Pier Paolo Pasolini, Nico Naldini (cur.), Lettere, Vol. I, Einaudi, Torino 1986, pp. LXVIII ss. La lettera è scaricabile in trascrizione diplomatica on-line dal sito dell'Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia
  2. ^ Il testo completo in Enzo Siciliano, Vita di Pasolini, Mondadori, Milano 2005, pp. 105-106.
  3. ^ Pier Paolo Pasolini, Guido voleva combattere per la libertà, non per il comunismo, in Lettere agli amici, Guanda 1976
  4. ^ Il testo in Massimiliano Valente, Anna Molteni, Pier Paolo Pasolini. La vita. La seconda guerra mondiale. La morte del fratello Guido. Pasolini dal 1945 al 1949, dal sito www.pasolini.net.
  5. ^ La lettera in Pier Paolo Pasolini, Nico Naldini (cur.), Un paese di temporali e di primule, Guanda, Parma 1993, p. 183.
  6. ^ Vie Nuove, n. 28, anno XVI, 15 luglio 1961.
  7. ^ Pier Paolo Pasolini, "Vittoria", in Poesia in forma di rosa, Garzanti, Milano 1964
  8. ^ Il testo è riportato in estratto da Dario Fertilio, E i rossi uccisero il partigiano, in Corriere della Sera, 16 marzo 1997, p. 35. La poesia completa in Giovanni Falaschi, La letteratura partigiana in Italia 1943-1945, Editori Riuniti, Roma 1984, p. 264.
  9. ^ Centro Studi Pier Paolo Pasolini - Casarsa
  10. ^ La Patrie dal Friûl | SPECIÂL - I Turcs tal teatri

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Saggi sulla politica e sulla società, a cura di Walter Siti e Silvia De Laude, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1999, pp. 61–64).
  • Tarcisio Petracco, La lotta partigiana al confine orientale (la bicicletta della libertà), Ribis, Udine, 1994
  • Paolo Strazzolini, Da Porzus a Bosco Romagno, Associazione Culturale Forum Democratico, 2006

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]