Guerra dei sette anni

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Guerra dei sette anni
Benjamin West, La morte del generale Wolfe, 1770, olio su tela, National Gallery of Canada, Ottawa.
Benjamin West, La morte del generale Wolfe, 1770, olio su tela, National Gallery of Canada, Ottawa.
Data 17561763
Luogo Europa, America, India, Africa
Casus belli Invasione prussiana della Sassonia
Esito Trattato di Parigi
Trattato di Hubertusburg
Schieramenti
Comandanti
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La guerra dei sette anni si svolse tra il 1756 e il 1763 e coinvolse le principali potenze europee dell'epoca: la Gran Bretagna, la Prussia, la Francia, l'Austria[N 1] e la Russia, nonché la Spagna nelle fasi finali. Winston Churchill nel suo "Storia dei popoli di lingua inglese" la definì come la prima vera guerra mondiale,[1] poiché fu il primo conflitto della storia su scala davvero mondiale. Fu infatti combattuto non solo sul territorio europeo ma contemporaneamente anche nelle Americhe, in Asia e in Africa occidentale, dove le potenze europee avevano dei possedimenti coloniali.

A differenza delle precedenti guerre di successione settecentesche, quella detta dei sette anni ebbe caratteri davvero moderni. Le parti in conflitto si trovarono ad impegnare completamente le proprie risorse, tanto che la lotta venne proseguita ad oltranza, anche quando le prospettive di guadagni territoriali erano minime. Oltre alla mera occupazione di territori, furono obiettivi primari la distruzione degli eserciti nemici e il dominio commerciale, cui miravano in special modo Gran Bretagna e Francia con la lotta sui mari e nelle colonie. Da un lato vi era la coalizione formata da Francia, Austria, Russia, Svezia, Sassonia, Spagna e Polonia, dall'altro l'alleanza fra Gran Bretagna e Prussia, la nuova potenza europea emergente, che disponeva di una formidabile macchina da guerra e, soprattutto, di un grande e ambizioso condottiero, il re Federico II.

Il conflitto segnò la definitiva affermazione della Prussia come potenza continentale e della Gran Bretagna come principale potenza marittima e coloniale, in special modo in America Settentrionale e in India. Confermò anche il ruolo rilevante che nella politica europea aveva oramai il gigante russo.

Terminologia[modifica | modifica wikitesto]

L'estensione mondiale e la varietà della guerra hanno portato a una diversificazione della terminologia. All'interno del conflitto ad esempio la storiografia anglosassone distingue gli scontri avvenuti nella penisola indiana, legati ad altri avvenuti in precedenza nello stesso secolo, chiamandoli "terza guerra del Carnatico". La stessa storiografia usa denominare "guerra franco-indiana" gli scontri avvenuti in Nordamerica, che iniziarono un paio d'anni prima della dichiarazione formale di guerra da parte della Gran Bretagna.[2]

Nella storiografia di lingua tedesca la lotta tra Prussia, Austria e Russia (con interventi di Francia e alleati tedeschi delle due parti), in ragione del legame di continuità con la conquista della Slesia nella precedente guerra di successione austriaca, viene denominata terza guerra slesiana.[2]

La storiografia svedese denomina infine gli scontri tra Svezia e Prussia specificatamente "guerra di Pomerania".

Antefatti e cause[modifica | modifica wikitesto]

La prima metà del XVIII secolo si era conclusa con il trattato di Aquisgrana (o di Aix-la-Chapelle, dal toponimo francese), sottoscritto il 18 ottobre 1748 tra tutte le maggiori potenze d'Europa. Esso aveva messo fine alla lunga guerra di successione austriaca. Gli accordi avevano sostanzialmente premiato la Prussia e i Savoia, oltre ad aver restituito il Ducato di Parma e Piacenza alla sua erede legittima.

Infatti Federico II si era visto confermare il possesso della Slesia a danno dell'Austria, mentre Carlo Emanuele III di Savoia, re di Sardegna, si era visto assegnare l'alto novarese, Vigevano e Voghera. Elisabetta Farnese, vedova da tre anni di Re Filippo di Spagna, si era vista riconoscere i propri diritti ereditari sul Ducato di Parma e Piacenza, che ebbe a riassegnare, a sua volta, al proprio figlio secondogenito, don Felipe, dando origine, in tal modo, alla quarta dinastia Borbone in Europa, i Borbone di Parma.

Solo il riassetto geo-politico degli Stati italiani aveva soddisfatto i plenipotenziari firmatari del trattato di pace, ponendo le premesse per una stabilità della penisola che si protrasse fino all'intervento napoleonico nel 1796. Su altre questioni le varie potenze manifestavano un generalizzato stato di insoddisfazione. In particolare Maria Teresa d'Asburgo in cambio di notevoli perdite territoriali, (anche per l'insistenza dell'alleato britannico ad ottenere la pace) aveva ottenuto solo il riconoscimento dell'elezione imperiale di Francesco I di Lorena e una riconferma della "Prammatica Sanzione", che era già stata oggetto di trattati e guerre precedenti.

I motivi di attrito tra Francia e Gran Bretagna e tra Austria e Prussia erano evidenti e incolmabili e non tardarono quindi a sfociare in guerra aperta.

Maria Teresa d'Asburgo
Federico II di Prussia

La questione slesiana[modifica | modifica wikitesto]

Legata da secoli al regno di Boemia, la provincia di Slesia era stata un possedimento asburgico sin dal 1526, assieme alla contea di Glatz. Si estendeva per circa 20.000 km² a nordest della Boemia e della Moravia, tra la Sassonia e il fiume Oder. Il suo capoluogo era la città di Breslavia e fungeva storicamente da cuscinetto con il confinante Regno di Polonia. Ricca di miniere di carbone e di sorgenti di acque minerali, possedeva terra fertile e una fiorente economia ed era assai redditizia per gli Asburgo.

Ai tempi i regnanti e i loro consiglieri badavano in ogni caso più a rivendicazioni ereditarie e considerazioni strategiche, ideali o di prestigio dinastico, che a valutazioni strettamente economiche.[3] Inoltre il numero degli abitanti veniva valutato come un indice diretto di ricchezza. Per l'Austria, la Slesia costituiva una zona strategica di frontiera, cerniera di raccordo con la Prussia e la Polonia. Parimenti per la Prussia, il cui nucleo brandeburghese era povero di terre fertili,[N 2] costituiva una risorsa vitale, sia per la sua popolazione, ai tempi in larga misura germanizzata[4] e protestante, che per la posizione di cuscinetto. Oggi la regione appartiene in gran parte alla Polonia.

Maria Teresa era in realtà più interessata alle questioni interne che a impegnarsi in politica estera, ma nutriva ormai un'antipatia personale verso Federico, definito a corte "il brigante di Potsdam". Coloro che premevano per riacquistare la Slesia e rendere pan per focaccia all'odiato Federico, se non per annullare per sempre la minaccia prussiana, ottennero quindi facilmente il suo appoggio.

In particolare si mise in luce von Kaunitz, diplomatico e politico di notevoli capacità cui Maria Teresa si affidò completamente, soprattutto nelle questioni di politica estera. Presente ad Aquisgrana come ministro plenipotenziario e nominato Cancelliere di Stato nel 1753, fu al centro della rivoluzione diplomatica che precedette di poco il conflitto.

Wenzel Anton von Kaunitz[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Wenzel Anton von Kaunitz-Rietberg.

Già in colloqui con diplomatici francesi ad Aquisgrana von Kaunitz aveva chiarito la linea politica che seguirà negli anni a venire. Riteneva che la Prussia avesse ormai sostituito la Francia quale nemico principale degli Asburgo e che come extrema ratio anche cedere i Paesi bassi austriaci al controllo francese sarebbe stato accettabile pur di riacquisire la Slesia, questione da lui considerata fondamentale. Negli anni successivi percorse quindi una strada di riavvicinamento diplomatico alla Francia, sebbene ostacolato dalla rivalità centenaria tra Asburgo e Borboni e dalle questioni su cui i due stati si trovavano in posizioni irrimediabilmente opposte, come la situazione tedesca, la Polonia o l'Impero ottomano.

Nel marzo 1749, in qualità di componente della cosiddetta "conferenza segreta" (Geheime Konferenz), ebbe a suggerire apertamente all'Imperatrice che per poter rientrare in possesso della Slesia si rendeva necessario spezzare l'alleanza franco-prussiana. La sovrana accettò il piano e nell'autunno 1750 lo inviò a Parigi come ambasciatore, con il preciso obiettivo di guadagnare alla causa asburgica Re Luigi. Kaunitz restò a Parigi fino al 1752 ma non poté convincere il Borbone. Egli si mostrava ritroso ad abbandonare il suo alleato, cui lo univa un trattato difensivo che sarebbe scaduto nel giugno del 1756, per quanto poco affidabile si fosse già dimostrato.[5]

Il Kaunitz aveva oltretutto in mente dei veri e propri piani di smembramento della Prussia, oggetto di clausole segrete negli accordi austro-russi fin dal 1746, e aveva formulato l'ipotesi di un triplice attacco (austriaco, russo e francese) per aver ragione dei prussiani. Luigi XV si dimostrerà contrario a tali piani anche a ribaltamento di alleanze ormai avvenuto, sia per ragioni di prestigio che perché era comunque storico interesse francese un bilanciamento dei poteri in Germania.

D'altra parte a corte vi era un forte partito filo-austriaco guidato da Madame de Pompadour, di cui il Kaunitz era buon amico. I contatti successivi avvennero così tramite l'ambasciatore francese a Venezia, l'ecclesiastico de Bernis, un protetto della Pompadour, che avrà un ruolo importante negli accordi conclusivi del Trattato di Versailles del 1756.

Nella seconda metà del 1755 le trattative però languivano ancora tra proposte e controproposte, malgrado il piano di Kaunitz di cedere i Paesi Bassi austriaci a Filippo I di Parma fosse stato avanzato tramite la Pompadour.[5] Fu infatti solo la stipula della convenzione di Westminster a far precipitare gli eventi con rapidità, con il ribaltamento delle alleanze conosciuto come "rivoluzione diplomatica del 1756" e l'estensione del conflitto tra Francia e Gran Bretagna al teatro europeo.

La rivalità coloniale tra Francia e Gran Bretagna[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra franco-indiana.

La Gran Bretagna si poneva come garante del mantenimento dello status quo sul continente europeo. Le sue priorità erano infatti in primo luogo la sicurezza del vulnerabile possedimento ereditario dell'Hannover e in subordine quella degli alleati Paesi Bassi, rispetto alle quali ostacolare l'espansionismo borbonico. Tesa allo sviluppo dei commerci e del dominio sui mari, non aveva interesse a impegnarsi in un nuovo conflitto sulla terraferma o ad appoggiare le rivendicazioni austriache sulla Slesia. Per quanto si trattasse di considerazioni politico-strategiche abbastanza banali secondo la mentalità moderna, pochi al tempo sembravano rendersene compiutamente conto. In Gran Bretagna era piuttosto convinzione comune che in previsione di un conflitto continentale con la Francia il tradizionale alleato austriaco avrebbe fatto la sua parte, per quanto fosse indebolita. Per ovviare a ciò vennero stipulati accordi di fornitura di truppe con diversi stati minori tedeschi.[5]

Nella prima metà del Settecento la Francia si era aperta importanti sbocchi commerciali con la Turchia, nel bacino del Mediterraneo e nella stessa America spagnola, a danno dei concorrenti britannici, i quali dopo la guerra di successione spagnola sembravano aver ottenuto l'egemonia del commercio in Sudamerica. I generi di lusso come gli specchi, le porcellane di Sèvres, i mobili, le trine francesi conquistavano i mercati europei. Inoltre i francesi avevano una posizione di primo piano nel traffico delle merci coloniali grazie allo zucchero delle loro colonie nelle Antille. Anche l'India venne invasa di manufatti francesi: la Francia ai tempi di Luigi XIV aveva ottenuto nell'entroterra del Bengala il centro di Chandernagore e sulla costa la base di Pondichéry, da dove si allargò fino a competere con olandesi e inglesi nel commercio della cannella e delle cotonine indiane.

Il primato francese nell'esplorazione dell'interno del continente nordamericano e le conseguenti rivendicazioni territoriali erano inoltre un ostacolo all'espansione delle vivaci colonie britanniche costiere.

Punti di forza della Francia erano l'alleanza con molte tribù indiane nell'America settentrionale, i minori costi degli schiavi in Africa e dello zucchero nelle Antille. Vi erano però anche diversi punti di debolezza: lo stato francese era guidato dall'aristocrazia feudale e il sostegno statale dato alla borghesia francese nella competizione con quella inglese era scarso. Inoltre la popolazione coloniale francese era minore di quella di origini britanniche: ai tempi della guerra in Nordamerica vi erano circa 60.000 coloni francesi contrapposti ai circa 2.000.000 britannici.[6]

Nondimeno presso la corte di Versailles aveva avuto ampio successo un memorandum proposto nel dicembre 1750 da una commissione guidata dal conte di Galissonière, che aveva servito come comandante generale a Quebec. Con notevole acume e una miscela di argomenti pratici e idealistici egli sosteneva che l'espansione delle colonie inglesi e del commercio britannico non solo minacciava direttamente le colonie francesi in Nordamerica, ma indirettamente minava anche il predominio francese in Europa. Questo rendeva a suo parere necessario sostenere colonie in perdita come il Canada francese e la Louisiana.[7][8]

Francia e Gran Bretagna avevano combattuto nelle colonie già durante la guerra di successione austriaca, come nella presa di Madras del 1746. Ad Aquisgrana era stata insediata una commissione specifica per risolvere le dispute territoriali in Nordamerica, ma non si arrivò a nulla. I francesi rivendicavano ad esempio diritti esclusivi sulla valle dell'Ohio, in ragione delle esplorazioni di La Salle nel secolo precedente. Alla penetrazione dei coloni inglesi verso la metà del secolo risposero con la spedizione "delle placche piombo" di Céloron nel 1749 e la creazione di una linea ininterrotta di presidi fortificati. Ciò non valse però a fermare la spinta di coloni e mercanti della Virginia e della Pennsylvania (organizzati nella Ohio Company) e l'ostilità degli irochesi, loro alleati, verso i nativi alleati dei francesi. Le dispute sfociarono presto in scontri aperti nei pressi dei forti eretti per garantire un minimo controllo del territorio. Un piccolo scontro avvenne a Jumonville Glen il 28 maggio 1754. Un attacco all'alba condotto da poche decine di miliziani coloniali, guidati dal giovane George Washington, e loro alleati Mingo colse di sorpresa un contingente di 35 canadesi guidati da Joseph Coulon de Villiers.

Gli scontri armati diventarono più frequenti. Senza una formale dichiarazione di guerra, nel 1755 la marina inglese aveva del resto attuato un blocco navale per impedire l'arrivo di rinforzi francesi nella Nuova Francia, mentre in nordamerica affluivano anche reparti di linea britannici. L'8 giugno nello stretto di Belle Isle una flotta inglese intercettò alcune navi di linea francesi rimaste attardate e ne catturò due. L'episodio sollevò molta eccitazione nelle opinioni pubbliche inglesi e francesi e non rimase isolato.[9] In estate i britannici si mossero secondo un ampio piano strategico, attaccando contemporaneamente alcuni dei principali forti francesi. Il 9 luglio un contingente guidato dal gen.Edward Braddock, che comprendeva parte di due reggimenti di linea inglesi ed era diretto ad assediare Fort Duquesne, fu annientato da uno molto più piccolo di miliziani francesi e nativi alleati poco oltre un guado del fiume Monongahela. L'utilizzo di spiegamenti e tattiche europee si dimostrò infatti assai poco adatto alle foreste americane e lo shock fu grande, ma i britannici si dimostrarono capaci di imparare presto la lezione.

La rivoluzione diplomatica del 1756[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Trattato di Westminster (1756) e Rivoluzione diplomatica.

Parallelamente all'Austria, impegnata in complesse manovre diplomatiche per rientrare in possesso della Slesia, il governo inglese, sollecitato da Giorgio II, era costantemente impegnato a garantire la sicurezza dei possedimenti ereditari hannoveriani, fertili e ricchi di miniere ma scarsamente difendibili.

Dotata di un esercito terrestre poco numeroso, la Gran Bretagna era solita trattare la fornitura di contigenti militari alleati in cambio di sussidi. Il governo guidato da Newcastle si era rivolto fin dal 1753 a quello russo, spinta in questo anche dalla diplomazia austriaca. Secondo l'uso del tempo si garantiva inoltre da tempo la presenza alla corte russa di un partito filo-inglese con bustarelle. Allorché il conflitto con la Francia divenne aperto, il timore per un'entrata in campo della Prussia aumentò e il governo inglese decise di spingere su un tale accordo per poterlo utilizzare come spauracchio verso l'ambizioso Federico. Del resto al tempo le relazioni tra Gran Bretagna e Prussia erano pessime: Federico si rifiutava di ripagare il cosiddetto "debito slesiano"[N 3] e si poneva come campione della causa dei giacobiti. In cambio la Gran Bretagna aveva sequestrato navigli commerciali prussiani. Malgrado ciò, nell'estate del 1755 vi erano stati contatti diplomatici diretti, con discussioni in merito a garanzie per la sicurezza dell'Hannover.[5]

La zarina Elisabetta di Russia, dimostrando più acume politico del suo ministro Bestužev, che spingeva per un'alleanza anglo-russa, riteneva gli interessi delle due potenze troppo divergenti. Inoltre aveva un'antipatia personale verso Federico II e un'ammirazione per la cultura francese, malgrado la tradizionale politica borbonica di amicizia verso Svezia, Polonia e Impero Ottomano fosse contraria agli interessi russi. Alla fine si fece però convincere e nel settembre 1755 venne siglata una convenzione, detta di San Pietroburgo, ratificata solo nel febbraio 1756.[10]

Con una mossa in fin dei conti poco accorta e mal calcolata nelle sue conseguenze, i ministri inglesi recapitarono a Federico il trattato anglo-russo, non ancora ratificato, e una bozza di accordo volto a garantire come sempre la sicurezza dell'Hannover. Federico II, forte ancora dell'alleanza con la Francia, che riteneva però indebolita e non desiderosa di impegnarsi in un conflitto continentale, aveva calcolato che la minaccia russa poteva concretizzarsi solo grazie a un apporto finanziario esterno. Considerò quindi l'accordo anglo-russo come una minaccia di accerchiamento a est. Nel suo "Testamento politico" del 1752 Federico II aveva enucleato delle condizioni necessarie per poter soddisfare le proprie ambizioni espansionistiche. Nel 1755 non solo tali condizioni non sembravano in essere, ma la paura aveva sostituito l'avidità.[11]

Animato quindi dal timore del sostegno britannico (e di conseguenza dei vari staterelli tedeschi) all'attacco austro-russo che riteneva in preparazione da tempo, Federico II prese la palla al balzo. Ponendosi come campione della pace, propose la neutralizzazione degli stati tedeschi e la difesa dello status-quo, chiedendo unicamente di escludere i Paesi Bassi austriaci (come suggerito dal ministro von Podewils) in ossequio all'alleato francese.[5]

Il trattato di Westminster, espresso in termini difensivi, venne così siglato il 16 gennaio 1756. Nelle intenzioni delle due parti non costituiva un'alleanza quanto un mezzo per garantire la reciproca sicurezza da un conflitto terrestre e lo status-quo in terra tedesca, desiderato al momento da entrambe. Tuttavia ebbe conseguenze gravi e inaspettate sul precario equilibrio europeo.

In Francia l'accordo, concluso senza nemmeno consultazioni preventive, sollevò un'ondata di sdegno nazionalistico. Quanto all'Austria, non fece che confermare quanto poco fosse utile per gli obiettivi asburgici l'alleato inglese e la giustezza della linea promossa dal Kaunitz. Gli emissari di Newcastle si affrettarono invano ad assicurare che i due trattati, con i russi e i prussiani, avevano lo scopo di limitare l'espansionismo prussiano e che la Gran Bretagna si sarebbe così potuta impegnare a proteggere i Paesi Bassi austriaci da un intervento francese. Anche Federico II calcolò male le conseguenze. Sopravvalutò infatti l'influenza inglese sulla corte russa e le proprie capacità di rassicurare l'alleato attraverso l'ambasciatore francese duca di Nivernais, filo-prussiano e suo ammiratore.

Von Starhemberg, incaricato delle trattative con la Francia, aveva ricevuto istruzioni da Maria Teresa e Kaunitz precedenti alla notizia dell'accordo anglo-prussiano. Trovandosi dinanzi ad una situazione assai diversa e allo sdegno francese, fece del suo meglio per approfittarne. Punto nell'onore, Luigi XV era infatti disposto a veder punita diplomaticamente la Prussia. Aveva perciò deciso già in febbraio di non rinnovare l'alleanza, che scadeva formalmente a giugno 1756, ma intendeva ancora avvalersi dell'alleanza difensiva franco-prusso-svedese, che sarebbe scaduta solo l'anno seguente.

Visto però che, in assenza di accordi con l'Austria, permaneva il rischio di rimanere isolati nel conflitto oramai aperto con la Gran Bretagna, se gli Asburgo avessero mantenuto comunque il vecchio sistema di alleanze, le trattative ebbero una decisa accelerazione. Vennero stipulate due convenzioni, di neutralità e alleanza difensiva (comprensive di cinque articoli segreti), che assieme sono conosciute come primo trattato di Versailles, firmato il primo maggio.[5] Con esso l'Austria si impegnava a restare neutrale nel conflitto con la Gran Bretagna, mentre la Francia rinunciava a qualsiasi aggressione ai territori asburgici, comprese le province olandesi. Il trattato prevedeva inoltre anche una parte difensiva, nella quale ciascuna delle due potenze si impegnava ad accorrere in difesa dell'altra con un contingente di 24.000 uomini in caso di un'aggressione da parte di terzi

L'accordo venne interpretato in modi completamente diversi dalle parti. Mentre la Francia intendeva garantirsi il fianco orientale, liberando risorse per il conflitto marittimo e coloniale in atto, per l'Austria si trattava di un ulteriore passo verso una guerra europea contro Federico.

Circa la Russia, ricevuta notizia della convenzione anglo-prussiana due giorni dopo la ratifica di quella di San Pietroburgo, Elisabetta capì che l'accordo anglo-russo era carta straccia. Volendo, costituiva anzi una minaccia diretta, visto che in teoria costringeva la Prussia a volgere le sue mire ad est. Il filo-francese Voroncov ebbe gioco facile a screditare Bestužev e ad assecondare l'odio della zarina per Federico II. Un comitato speciale che doveva proporre delle misure per limitare il potere prussiano confermò che le misure da prendere erano procedere nell'avvicinamento già in corso all'Austria, anche in chiave offensiva, e conquistarsi i favori francesi.[5][10]

Von Kaunitz aveva sempre dato per scontato una possibile collaborazione russa in funzione anti-prussiana. Lo preoccupavano però l'inaffidabilità della politica estera russa, sottoposta a cambi di regime talvolta repentini, e l'aggressività dimostrata dalla zarina, che si era via via volta contro Svezia, Prussia e Impero ottomano. Il suo vecchio piano generale era infatti di muovere contro la Prussia con tre armate (austriaca, russa e francese) ma in un momento scelto dall'Austria, non dalla Russia, che oltretutto sarebbe stata in competizione per i sussidi francesi.[5] Inoltre preferiva che Federico facesse la prima mossa, per presentarsi come aggredito piuttosto che da aggressore[12] e forzare la mano alla Francia in nome dell'accordo difensivo. Starhemberg stesso infatti scrisse: "prima o poi ce la faremo a raggiungere il nostro grande piano e forse lo stesso re di Prussia ci fornirà l'aiuto più importante". Gli accordi ebbero inoltre come effetto la neutralità della Repubblica delle Sette Province Unite, tradizionale alleata inglese, in cambio delle assicurazioni francesi di non aggressione, concesse da Luigi XV nel giugno 1756.

Il 13 marzo 1756 Maria Teresa istruì il suo ambasciatore a San Pietroburgo di informare la zarina delle trattative tra Austria e Francia e della possibilità di accordarsi per un attacco combinato contro la Prussia nel 1757, allo scadere dell'alleanza franco-prusso-svedese. Questo non fece altro che accelerare i preparativi russi per la guerra, che da aprile in avanti procedettero a ritmo spedito, mentre gli austriaci si limitavano a preparativi più contenuti.[3] Malgrado la salute della zarina si deteriorasse a partire dall'estate, la Russia aderì al trattato di Versailles il 31 dicembre 1756, con articoli segreti volti ad assicurare l'aiuto russo in caso di attacco inglese sul continente e sussidi francesi alla Russia in caso di attacco turco. La corte russa non venne comunque messa a parte degli articoli segreti stipulati tra Francia e Austria.[5][10]

Gli eserciti[modifica | modifica wikitesto]

Il moschetto ad acciarino era l'arma standard della fanteria del XVIII secolo. Le tattiche adottate nel suo utilizzo dipendevano dalla gittata utile, limitata a 2-300 passi, e dalla maggior rapidità di fuoco che permetteva rispetto alle armi precedenti. In tempi in cui la rapidità di tiro era qualità assai più apprezzata della precisione, i reparti prussiani e inglesi in formazione di linea erano in grado di sparare anche 4 colpi al minuto, i reparti d'élite prussiani arrivavano a 6. L'efficacia dei colpi era comunque relativamente scarsa e la possibilità di cilecca nell'ordine del 10%. Il riscaldamento della canna e la sporcizia accumulata rendevano piuttosto brevi gli scambi a fuoco. Inoltre la lunghezza e il peso dell'arma portavano facilmente ad inclinazioni errate e a colpi corti e bassi. Per raggiungere un volume di fuoco sufficiente e massimizzarne l'efficacia, sia materiale che psicologica, era quindi necessario tenere i ranghi compatti e coordinare la salva, per scompaginare rapidamente le fila nemiche.

La formazione di tiro consisteva in file, da 2, 3 o 4 ranghi, che potevano estendersi per chilometri: a Leuthen il fronte austriaco era di oltre 7 km. La formazione in linea rendeva inoltre la fanteria meno vulnerabile all'artiglieria. I reparti procedevano incolonnati verso il nemico, ad una certa distanza si spiegavano in linea e cominciavano una lenta avanzata verso il nemico, frammista da salve, allo scopo di scompaginare le fila nemiche per poi eventualmente attaccarle alla baionetta. Ovviamente il terreno influiva grandemente: a Kunersdorf ad esempio impose ai prussiani di mantenere un fronte molto ridotto, cosa che facilitò il lavoro dell'artiglieria russa.[13]

Tali complesse manovre esigevano disciplina ed esercizio: un reparto che veniva attaccato mentre era incolonnato o ancora in fase di spiegamento poteva subire perdite gravissime, come successe a Rossbach. Era inoltre chiaro che la coordinazione richiesta diminuiva rapidamente sotto il fuoco nemico e col proseguire dell'azione.[13]

Prussia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Esercito prussiano.

L'esercito di Federico II era estremamente disciplinato[N 4] e combattivo e si era già guadagnato un'eccellente reputazione al suo comando. All'inizio della guerra contava circa 150.000 uomini. Federico aveva apportato modifiche volte a ottenere maggior rapidità di fuoco (le file dei corpi d'élite arrivavano a 5-6 colpi al minuto in condizioni ottimali, contro i 4 colpi tenuti a fatica da altri eserciti) e di marcia dalla sua fanteria, oltre ad aumentare l'utilizzo dell'artiglieria a cavallo. Con l'esercizio strenuo i reparti di fanteria erano condotti all'uniformità di marcia anche su terreni accidentati.[N 5]

La superiore mobilità della sua fanteria gli permetteva di tentare attacchi alle ali nemiche, anziché un classico scontro frontale, e di combattere efficacemente malgrado si trovasse regolarmente in condizioni di inferiorità numerica, come a Leuthen. Ivi la rapidità di marcia e l'utilizzo dell'ordine obliquo[14] gli consentirono di sfondare attaccando il fianco sinistro della linea austriaca e scompaginandola, cogliendo una grande vittoria contro un nemico numericamente più che doppio.

Federico aveva inoltre fortemente rinforzato la cavalleria, poco considerata dai suoi precedessori. Guidata da abili generali come Zieten e Seydlitz, risultò essenziale in vittorie come quella di Rossbach.[13]

Le battaglie sanguinose cui Federico costrinse il suo esercito costarono però un alto prezzo. L'efficienza diminuì col passare delle campagne, anche per l'aumentato utilizzo di mercenari e coscritti scarsamente addestrati. Il sistema cantonale si dimostrò inadeguato a mantenere i reggimenti alla massima forza col proseguire della guerra: al suo culmine l'esercito prussiano arrivò a costituire quasi il 5% dell'intera popolazione. L'utilizzo di stranieri era del resto una caratteristica voluta da Federico stesso per non dissanguare eccessivamente la società prussiana. La guerra ebbe comunque un costo altissimo per i tempi sulla popolazione prussiana, stimato in circa il 10% dei suoi 4.000.000 di abitanti.[13]

Oltre alla carenza di risorse umane, l'esercito prussiano, pur considerato il migliore d'Europa, aveva comunque delle debolezze tattiche. Si trovò ad esempio spesso in difficoltà quando contrapposto all'eccellente fanteria leggera austriaca, Grenzer e Jaeger, che non combatteva a ranghi compatti. Federico non comprese del tutto il problema e la creazione dei Frei-Corps non lo risolse, trattandosi di soldati di scarsa affidabilità e addestramento.[13]

Austria[modifica | modifica wikitesto]

L'esercito asburgico contava poco più di 200.000 uomini allo scoppio del conflitto. La sconfitta della guerra di successione austriaca aveva portato a profonde riforme. Vennero adottati tattiche e regolamenti di quello prussiano. Aumentò l'attenzione data all'addestramento e alla disciplina di tiro, come pure alla formazione degli ufficiali. Anche l'artiglieria venne migliorata sotto il comando del principe di Liechtenstein. Circa la fanteria leggera e gli ussari croati, lo stesso Federico ammise si trattasse di reparti formidabili.

Consci della superiore capacità di fuoco e di manovra della fanteria prussiana in campo aperto, i generali austriaci adottarono nel corso della guerra strategie difensive, sfruttando il terreno (in particolare alture e boschi). D'altra parte si dimostravano di solito scadenti nel prendere l'iniziativa e nella capacità di individuare e sfruttare rapidamente una debolezza del nemico. Fecero parziale eccezione comandanti di valore come Daun, capace di sorprendere lo stesso Federico e di ottenere vittorie come quella di Hochkirch. Un altro fattore di un certo peso nel prosieguo del conflitto fu la scarsa coordinazione con i colleghi russi.

Gran Bretagna[modifica | modifica wikitesto]

Agli inizi della guerra l'esercito terrestre inglese assommava a 90.000 unità ed era numericamente il più piccolo tra le grandi potenze. Durante il conflitto arrivò a raggiungere le 150.000, ma i discutibili metodi di reclutamento (spesso venivano impiegati galeotti o nullafacenti reclutati con la forza) e la prevalenza data alla Royal Navy furono sempre un problema. I suoi punti di forza erano la tenacia e la capacità di adattamento, messe in campo ad esempio dopo le sconfitte iniziali in Nordamerica. La scarsa competenza degli alti comandi veniva compensata dal pragmatismo con cui ci si seppe affidare a risorse locali come William Johnson.

In India le truppe erano per la maggior parte non governative, appartenendo alla Compagnia delle Indie Orientali, e il ritardo nell'addestramento dei sepoys nativi fu evidente negli scontri iniziali, ma fu rapidamente colmato.

Francia[modifica | modifica wikitesto]

Ai tempi della guerra dei sette anni l'efficienza dell'esercito francese era forse al suo punto più basso. Contava 200.000 unità ma risultavano evidenti mancanza di addestramento e disciplina a tutti i livelli. Basso era il numero di ufficiali, così come leadership e preparazione dei comandanti, mentre la diserzione era frequente, anche per difficoltà nel pagamento del soldo. A conflitto in corso vennero attuate riforme delle tattiche e dell'organizzazione, ma era troppo tardi per raccoglierne i frutti.

Facevano in buona misura eccezione le milizie coloniali, che seppero adattarsi ben prima degli inglesi al terreno e negli scontri iniziali furono in grado di sopperire all'inferiorità numerica. La mancanza di rinforzi e approvvigionamenti, causata dal blocco navale, le condannò però più avanti alla sconfitta.

Le truppe degli alleati tedeschi si dimostrarono inoltre meno abili e valide di quelle utilizzate dai britannici negli scontri sul continente europeo.

Russia[modifica | modifica wikitesto]

La Russia aveva un esercito di notevoli dimensioni, circa 330.000 uomini. Circa la metà era però costituita da miliziani e guarnigioni e alla guerra parteciparono tra i 60 e i 90.000 effettivi. Il livello di addestramento e organizzazione era basso. Anche la velocità degli spostamenti era bassa e minata da una logistica insufficiente. La disorganizzazione era evidente anche nello stato maggiore. Inoltre le riforme man mano attuate nel corso del conflitto portarono a difficoltà di coordinazione aggiuntive tra reparti con diversa organizzazione. Oltretutto vigeva ampia discordia tra i generali, che si disprezzavano l'un l'altro, rifiutando spesso di collaborare.

Malgrado questo i russi esibirono buone capacità difensive e di ripresa dalle sconfitte. Inoltre il soldato russo era noto per il coraggio individuale: dopo Zorndorf Federico scrisse "i Russi è più facile ucciderli che sconfiggerli".

Lo scoppio del conflitto[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1756 il governo francese inviò in Nordamerica rinforzi e un nuovo comandante, il Montcalm, che arrivò in maggio. Quello britannico inviò in estate come comandante in capo e governatore della Virginia John Campbell, conte di Loudoun. Il primo ministro inglese, duca di Newcastle, era peraltro ancora convinto che la serie di trattati che legavano le varie nazioni avrebbe evitato lo scoppio di un conflitto aperto in Europa.[15]

Fu però l'attacco francese di aprile alla base navale inglese di Mahón, nelle Baleari, a portare a una dichiarazione formale di guerra da parte della Gran Bretagna il 17 maggio,[16] quando oramai da due anni lo scontro nella valle dell'Ohio era aperto. Il 20 avvenne la battaglia di Minorca tra la flotta francese e quella inglese guidata da Byng, in cui la sconfitta costò all'ammiraglio la corte marziale e l'esecuzione. Il 28 Minorca cadde. Non si può quindi far risalire l'inizio della guerra a un singolo evento.

Invasione prussiana della Sassonia[modifica | modifica wikitesto]

Federico II di Prussia, sentendosi completamente accerchiato, decise di prendere l'iniziativa anziché attendere un'aggressione che giudicava oramai inevitabile, frutto del resto della sua politica espansionistica precedente.[3] Aveva notizia degli scontri coloniali e riteneva inevitabile il conflitto anche in Europa. Iniziata quindi la mobilitazione in giugno, in luglio avvisò la corte inglese delle sue intenzioni, spiegando che non aveva altra scelta.

Senza una formale dichiarazione di guerra, similmente a quanto fatto nel 1740, e dichiarando che solo le intenzioni ostili dell'Austria lo obbligavano a rinunciare al suo desiderio di pace, con 58.000 uomini suddivisi in tre colonne di marcia il 29 agosto 1756 invase la vicina Sassonia, tradizionale alleato della Francia e alleato dell'Austria nella guerra precedente.[17]

Federico II intendeva annullare una possibile minaccia, visto che il confine sassone era vicinissimo a Berlino, e accapararsi preziose risorse economiche: durante il resto del conflitto sfruttò ampiamente le risorse sassoni, che contribuirono per circa un terzo alle spese materiali prussiane.[18] Intendeva quindi dirigersi verso la ricca Boemia austriaca, per neutralizzare l'esercito austriaco prima dell'arrivo dei russi e acquartierarvi le truppe per l'inverno a spese di territori asburgici. I suoi piani prevedevano di impadronirsi poi della piazzaforte morava di Olmütz e di marciare rapidamente su Vienna, per forzare una rapida conclusione del conflitto.[19] Aveva lasciato in Slesia 25.000 uomini, al comando del feldmaresciallo conte von Schwerin per premunirsi da incursioni dalla Moravia o dall'Ungheria, mentre la Prussia orientale, distaccata dal nucleo centrale dei domini prussiani, era presidiata dal feldmaresciallo von Lehwaldt, a guardia di una potenziale invasione russa.

Dal punto di vista ideologico, per Federico si trattava di un caso di guerra precauzionale, come da lui teorizzato nel suo "Anti-Machiavel". L'aggressione però ebbe vasta risonanza e sollevò ampia indignazione, portando al secondo trattato di Versailles,[3] di natura questa volta offensiva: le due maggiori dinastie europee, Asburgo e Borbone, dopo essersi combattute per secoli si trovavano ora alleate.

Lo scoppio della guerra e le azioni della Prussia nel 1756 sono state paragonate da diversi storici a quanto successo nella prima guerra mondiale: la Prussia, sentendosi accerchiata dopo aver intrapreso per decenni una politica espansionista, prese l'iniziativa contro l'Austria invadendo la Sassonia, così come la Germania nel 1914 decise l'invasione preventiva del Belgio per anticipare la Francia, che considerava il più temibile fra i suoi nemici.[20]

È certo che sfidare contemporaneamente le tre maggiori potenze terrestri europee fosse un azzardo enorme. Considerato l'acume di Federico è evidente ritenesse la situazione prussiana disperata (come in effetti era, stante gli accordi segreti per la spartizione del paese promossi dal Kaunitz) e che l'unica alternativa fosse la restituzione della Slesia, cosa che non era disposto a fare. Fu perciò una scelta largamente ponderata. L'attacco fu infatti ritardato alla fine di agosto anche per evitare un intervento francese nella buona stagione, come sarebbe potuto accadere in caso di un probabile attacco austro-russo nella primavera seguente.[21]

Teatro europeo[modifica | modifica wikitesto]

1756[modifica | modifica wikitesto]

La penetrazione in Sassonia delle forze prussiane suddivise in tre colonne, con la principale al centro condotta da Federico in persona, fu praticamente incontrastata. L'ala destra, circa 15.000 uomini al comando di Ferdinando di Brunswick-Wolfenbüttel, puntò verso Chemnitz. L'ala sinistra, forte di circa 18.000 uomini al comando di Augusto Guglielmo di Braunschweig-Bevern, doveva attraversare la Lusazia puntando a Bautzen, mentre Federico e il maresciallo James Keith si diressero con 30.000 soldati a Dresda, che presero facilmente. A Lobositz il 1º ottobre Federico sconfisse una forza austriaca che si stava muovendo in soccorso dei sassoni, guidata da von Browne. Le perdite furono tuttavia pesanti e ad un certo punto Federico aveva dato la battaglia per persa, ritirandosi dalla linea dei combattimenti, come aveva fatto agli esordi della sua carriera di comandante sul campo a Mollwitz. Ciò gli fece comprendere chiaramente che le riforme successive alla guerra di successione avevano apportato miglioramenti all'esercito austriaco. Le forze sassoni, ritiratesi a Pirna, si arresero alla metà ottobre dopo un breve assedio e vennero incorporate forzatamente nell'esercito prussiano.

Gli austriaci ottennero tuttavia un parziale successo occupando parte della Slesia.

L'attacco alla Sassonia sollevò lo sdegno delle corti europee. La stessa Gran Bretagna era rimasta sorpresa dalle mosse prussiane ma, conscia che la situazione sarebbe precipitata anche sul continente, iniziò a inviare rifornimenti e denaro all'alleato.[22] Venne inoltre organizzata un'"armata di osservazione" di alleati tedeschi al comando del duca di Cumberland (figlio di Giorgio II), allo scopo di proteggere l'Hannover da iniziative francesi. I britannici tentarono anche di coinvolgere nell'alleanza la Repubblica delle Sette Province Unite, che però preferì restare completamente neutrale.

L'anno si chiuse con il successo dell'iniziativa prussiana, mentre in nordamerica gli inglesi non avevano avuto successo nelle campagne di conquista dei forti francesi, subendo diverse sconfitte.

1757[modifica | modifica wikitesto]

1758[modifica | modifica wikitesto]

1759-60[modifica | modifica wikitesto]

1761-62[modifica | modifica wikitesto]

1763[modifica | modifica wikitesto]

Teatri extra-europei[modifica | modifica wikitesto]

Nordamerica[modifica | modifica wikitesto]

Caraibi e Sudamerica[modifica | modifica wikitesto]

Penisola indiana[modifica | modifica wikitesto]

Africa occidentale[modifica | modifica wikitesto]


Le prime operazioni belliche[modifica | modifica wikitesto]

In Europa[modifica | modifica wikitesto]

In Nord America[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra franco-indiana.

Il conflitto si era esteso immediatamente in Nord America, ove francesi e inglesi avevano cominciato a darsi battaglia immediatamente e dove i francesi, al comando del maresciallo Louis-Joseph de Montcalm, avevano sconfitto le truppe di Re Giorgio, liberando completamente la regione dei Grandi Laghi dalla presenza britannica.

Sull'onda emotiva delle sconfitte inglesi in terra americana, entrava nel governo Newcastle il whig William Pitt il Vecchio, assumendone nel 1757 la guida. Con l'avvento del Pitt le operazioni militari in terra americana subirono un netto rovesciamento. Dalle iniziali sconfitte si passò a una lenta ma costante ripresa a favore della Gran Bretagna. Pitt, convinto che l'Inghilterra dovesse dirigere i propri sforzi primariamente nella costruzione di un impero d'oltremare, evitò infatti di impegnarsi eccessivamente nel teatro europeo, concentrandosi sulle campagne coloniali e il dominio dei mari.

Ripetuti invii di contingenti militari verso il Nord America portarono alla conquista dell'intero Québec nel mese di settembre del 1759 e alla presa della città di Montreal nel 1760, decretando, in tal modo, la definitiva uscita di scena della Francia da tutto il Nord America continentale (la Francia riuscì a rimanere in possesso solo di alcune isole nelle Americhe, ma di nessuna base diretta sul continente).

Nell'America centrale[modifica | modifica wikitesto]

Anche nell'area caraibica la Francia accusò altre sconfitte per mano britannica, cedendo, di conseguenza, la Martinica e altre isole, compresa la Guadalupa, mentre l'Avana fu conquistata alla Spagna, entrata nel conflitto nel 1762.

In Africa e nel Sud-Est asiatico[modifica | modifica wikitesto]

La Gran Bretagna riuscì a conquistare il Senegal in Africa, strappandolo ai francesi e Manila, nelle Filippine, strappandola alla Spagna. Ancor maggiore fu il successo britannico in India: con la grande vittoria nella Battaglia di Plassey (1757) i britannici conquistarono l'intero Bengala ed estromisero quasi completamente la Francia dal territorio indiano; posero così le basi per il loro futuro dominio sull'India intera.

Ripresa delle operazioni belliche in Europa[modifica | modifica wikitesto]

Contemporaneamente allo svolgimento del conflitto in terra americana, William Pitt ritenne opportuno e necessario aprire un nuovo fronte con la Francia sul continente europeo, al fine di impedire ulteriori invii di truppe francesi oltre Atlantico e consentire il consolidamento delle conquiste britanniche.

In verità, il conflitto in Europa non aveva avuto un inizio favorevole per la corona britannica. Infatti i francesi avevano vinto l'esercito guidato dal duca di Cumberland nella battaglia di Hastenbeck del 26 luglio 1757 e proceduto nell'occupazione dell'Hannover e del Brunswick. Ma il Pitt provvide a ricostruire l'esercito dell'Hannover che l'anno seguente, il 23 giugno 1758, sotto il comando del duca di Brunswick riuscì a sconfiggere i francesi nella battaglia di Krefeld, nella Renania-Westfalia. Le truppe francesi vennero respinte fino al Reno e vi rimasero attestate fino al termine del conflitto.

Consolidamento dell'alleanza austro-francese[modifica | modifica wikitesto]

L'atteggiamento aggressivo di Federico II, che lo aveva portato a invadere la Sassonia, a sbaragliarne l'esercito e a incorporarne i residui nei propri contingenti militari, ottenne come effetto il rafforzamento dell'alleanza austro-francese. Essa ebbe il suo momento di sintesi nella firma del secondo trattato di Versailles, il 1º maggio 1757, mediante il quale l'alleanza si trasformava da difensiva in offensiva. In cambio del sostegno militare e finanziario all'Austria, Luigi XV otteneva la promessa del controllo sui Paesi Bassi austriaci, dove avrebbe installato un governo fantoccio guidato da Filippo I di Parma.

A seguito di questo trattato, le operazioni belliche contro la Prussia subirono una violenta impennata, con risultati alterni, a volte a favore della Prussia, ormai isolata, e a volte degli austro-francesi e dei loro alleati.

La condotta militare di Federico II[modifica | modifica wikitesto]

Pietro III di Russia
Caterina II di Russia

Federico riprese le ostilità nel 1757 entrando con quattro colonne in Boemia in aprile. Sconfisse gli austriaci nella battaglia di Praga il 6 maggio e, mancandogli le forze per un assalto diretto, pose l'assedio alla città. Il seppur lento avvicinarsi di una armata guidata da von Daun, che aveva inglobato circa 16.000 uomini in rotta da Praga, lo costrinse ad abbandonare l'assedio. Attaccando in condizioni di inferiorità numeriche una posizione superiore a Kolin subì una pesante sconfitta il 18 giugno 1757. Ciò costrinse Federico ad abbandonare i suoi piani di marciare su Vienna e a ritirarsi. La situazione volgeva al peggio per i prussiani: un esercito austriaco di 100.000 uomini inseguiva quello prussiano di 50.000. Federico, su pressione del fratello principe Enrico, si risolse a manovrare per tutta l'estate, evitando scontri sanguinosi che avrebbero decimato le già provate truppe prussiane.

Nel frattempo però un esercito di hannoveriani e protestanti tedeschi veniva battuto a Hastenbeck il 26 luglio 1757 e un'armata francese guidata dal principe di Soubise, inviata da Luigi XV a soccorso degli austriaci a seguito degli eventi di Praga, si era unita con forze guidate dal feldmaresciallo Giuseppe Federico di Sassonia-Hildburghausen, penetrando in Sassonia.

In un momento molto delicato, Federico prese la decisione audace di lasciare un contingente guidato dal Bevern a fronteggiare gli austriaci di von Daun, che era poco attivo, e di muoversi a intercettare le forze austro-francesi. Il 5 novembre 1757 colse così la storica vittoria di Rossbach, una delle più fulgide della sua carriera. Un mese dopo, il 5 dicembre 1757, fu invece la volta degli austriaci, guidati sempre da Carlo di Lorena, a essere sconfitti nella battaglia di Leuthen, a seguito della quale il re prussiano si riassicurò la Slesia.

Una volta riconquistate le posizioni perdute, Re Federico poté dedicarsi alla condotta delle operazioni belliche con più accortezza, soprattutto perché ormai gli schieramenti in campo erano molto meglio delineati. L'area del conflitto si estendeva dal fiume Reno a occidente fino ai confini con la Polonia a oriente, ovvero per tutta la Germania. Così, mentre Ferdinando di Brunswick teneva impegnati i francesi sul fronte occidentale, Re Federico aveva come avversari, sul fronte orientale, gli austriaci sostenuti dalla Russia, oltre che dalla Svezia e dall'esercito imperiale. Anche se doveva affrontare il nemico in condizioni di inferiorità numerica, il fronte era però uno soltanto e la minaccia francese alle spalle oramai annullata.

Dopo un difficile successo contro i russi nella battaglia di Zorndorf, il 25 agosto 1758, Federico II dovette registrare il 12 agosto 1759 una pesante sconfitta nella battaglia di Kunersdorf contro gli eserciti riuniti austro-russi. La situazione era ormai compromessa e si andava delineando una definitiva sconfitta per il piccolo ma agguerrito stato prussiano. Federico II tuttavia dimostrò tenacia e abilità strategica, riuscì a resistere e ottenne altre due importanti vittorie sull'esercito austriaco, a Liegnitz il 15 agosto 1760 e a Torgau il 3 novembre dello stesso anno.

Nonostante queste vittorie, messo alle corde dagli eserciti congiunti di Austria, Russia e dei loro alleati imperiali, Federico II nel novembre 1761 sembrava ormai destinato alla sconfitta e alla definitiva uscita di scena. Ma un fatto inaspettato stava per soccorrere il re prussiano ormai allo stremo. Agli inizi di gennaio del 1762 moriva la zarina Elisabetta Petrovna, a cui succedeva il nipote Carlo Pietro Ulrico di Holstein-Gottorp, come zar Pietro III. Pietro III era un grande ammiratore di Federico II, e per motivi dinastici (era infatti un discendente degli Holstein-Gottorp) aveva una forte avversione nei confronti della Danimarca, contro cui voleva lanciare le truppe russe.

Perciò Pietro III si affrettò a sottoscrivere (5 maggio 1762) un trattato di pace separato con la Prussia, sottraendosi definitivamente dal conflitto; ciò in pratica salvò Federico II dal disastro, ottenendo inoltre che Pietro III gli inviasse delle truppe per riprendere la guerra all'Austria. Pochi giorni dopo, il 22 maggio, anche la Svezia, visto questo rovesciamento di alleanze, si disimpegnava dal conflitto, sottoscrivendo un analogo trattato di pace e restituendo tutti i territori occupati ai prussiani.

Ma il regno di Pietro III durò molto poco. Pochi mesi dopo la sua incoronazione, nello stesso anno 1762, lo zar fu eliminato, a seguito di una congiura di palazzo. Gli successe la moglie, Sofia Augusta Federica di Anhalt-Zerbst, che ascese al trono con il nome di Caterina II, passata alla storia come Caterina la Grande. La nuova zarina non condivideva affatto l'amore del defunto marito per il Re di Prussia. Nonostante questo, non riprese le operazioni belliche contro di lui. Si limitò semplicemente a denunciare gli accordi di alleanza sottoscritti da Pietro III e a disimpegnare definitivamente la Russia dal conflitto, proclamando la propria neutralità.

La fine del conflitto tra Austria e Prussia[modifica | modifica wikitesto]

Nel momento in cui la Russia uscì definitivamente dal conflitto, l'Austria si rese conto che da sola non avrebbe mai potuto vincere la guerra e sconfiggere un condottiero divenuto oramai leggendario come Federico.

Allo stesso modo la Prussia si rendeva conto di essere troppo provata dal conflitto per sconfiggere definitivamente l'Austria. L'esercito prussiano era oramai una macchina stanca e logora. Pochissimi ufficiali generali e alti ufficiali erano sopravvissuti ai primi 3-4 anni di campagne, molti reggimenti erano ormai formati da reclute o da soldati provenienti dai quattro angoli del mondo e di tutte le fedi. Le numerose reclute sassoni davano scarso affidamento, mentre molti dei membri della famiglia reale prussiana (anch'essi generali) criticavano apertamente l'operato del Re. L'esercito prussiano, dopo aver scacciato gli invasori e mantenuto sotto occupazione la parte più prossima della Sassonia, non era più in grado di riprendere l'offensiva strategica, pur rimanendo un antagonista temibile.

Entrambe le potenze decisero, perciò di sedersi al tavolo dei negoziati, cercando di avviare a conclusione un conflitto che era durato fin troppo e che non era più sostenibile da alcuno. Le trattative per il raggiungimento della pace furono guidate da Augusto III di Sassonia, Re di Polonia, e si svolsero presso il palazzo di Hubertusburg.

Il 15 febbraio 1763 le due potenze sottoscrissero in questo castello l'omonimo trattato di pace. Sostanzialmente esso riportava l'assetto geo-politico dell'Europa allo status quo ante, cioè alla situazione esistente, nel 1756, alla vigilia del conflitto. A seguito degli accordi sottoscritti, la Prussia si vedeva riconfermata come stato sovrano nella sua integrità territoriale e manteneva il possesso della Slesia. L'Austria doveva abbandonare definitivamente ogni velleità di rientrare in possesso della Slesia, per la quale aveva speso inutilmente enormi risorse per ben sette anni.

Dal punto di vista politico, la Prussia uscì comunque dal conflitto con riconosciuto il suo rango quale più piccola tra le Grandi Potenze europee, avviata a sostituirsi agli Asburgo come potenza dominante in Germania.

La fine del conflitto tra Francia e Inghilterra[modifica | modifica wikitesto]

Giorgio III d'Inghilterra

Il 10 febbraio del 1763, pochi giorni prima della firma del trattato di Hubertsburg, anche la Francia e l'Inghilterra avevano sottoscritto a Parigi un trattato di pace che aveva definitivamente posto fine al loro lungo conflitto.

In vero, gli accordi di Parigi ebbero una gestazione alquanto più travagliata di quelli di Hubertsburg. Infatti, alcuni anni prima, nel marzo 1759, la Francia aveva stipulato con l'Austria un terzo trattato di Versailles mediante il quale Luigi XV si era parzialmente disimpegnato dai legami con l'Imperatrice Maria Teresa, concentrando tutte le sue risorse più nel conflitto con gli inglesi in terra d'oltremare che sul continente europeo. Inoltre Re Luigi aveva concluso il 15 agosto 1761 un nuovo "patto di Famiglia" con Carlo III di Borbone nuovo Re di Spagna succeduto a Ferdinando VI nel 1759.

Nel 1760 era deceduto anche Giorgio II e gli era succeduto Giorgio III. Fu proprio quest'ultimo che, nel mese di gennaio del 1762, sostenuto dal suo Primo ministro John Stuart conte di Bute, conservatore, ebbe a dichiarare guerra alla Spagna sul continente americano. Il conflitto fu molto breve perché il contingente spagnolo dislocato nelle terre americane, del tutto inadeguato a tener testa alle truppe britanniche, fu rapidamente e facilmente sconfitto.

Il Bute fu molto risoluto nell'avviare a conclusione il conflitto con la Francia, soprattutto dopo essersi reso ben conto che Federico II si era dimostrato un alleato non del tutto affidabile, perché utilizzava le sovvenzioni inglesi per tramare assieme alla Russia di Pietro III a salvaguardia dei suoi soli interessi territoriali, senza tenere in alcun conto gli obblighi derivanti dalla Convenzione di Westminster.

Il trattato di pace di Parigi, preceduto dai preliminari di Fontainebleau tenutisi nell'autunno dell'anno prima, imponeva un prezzo abbastanza alto alla Francia, ma non fu affatto umiliante, tant'è che il Parlamento inglese, nel ratificare gli accordi ebbe a rilevare che l'ex nemico era stato trattato con eccessiva indulgenza perché le erano stati restituiti troppi territori sul continente europeo, caduti in mano britannica lungo il corso del conflitto. Altri, invece, ebbero a far rilevare che una nazione come la Francia non andava umiliata, a evitare, in futuro, propositi di rivalsa. Pur tuttavia la Francia si sentì ugualmente umiliata, cominciando da questo momento a covare propositi di vendetta che avrebbe attuato negli anni a venire soprattutto sui mari.

Conclusioni[modifica | modifica wikitesto]

Nuova Francia nel 1750

Il conflitto durato sette anni, combattuto su tre continenti, Europa, America e Asia, primo vero conflitto mondiale della storia, di fatto ebbe un solo vero vincitore, la Gran Bretagna.

Con la pace di Parigi, Giorgio III riuscì a estromettere completamente la Francia dall'America settentrionale, sottraendole interamente la Nuova Francia costituita dal Canada francese e dalla Louisiana francese. Si trattava di un territorio immenso, molto più vasto dei possedimenti inglesi in terra americana, che si estendeva su oltre quattordici Stati attuali, dal Montana alla Louisiana e che attraverso i grandi laghi si congiungeva con il Canada francese occupando circa un terzo di quelli che ora sono gli Stati Uniti. La parte orientale della Louisiana francese, quindi a est del Mississippi, andò ai britannici, mentre quella occidentale andò agli spagnoli. I britannici acquisirono anche la Florida dagli spagnoli in cambio di Cuba, da loro conquistata durante la guerra. Proprio la perdita della Nuova Francia, con la conseguente espansione inglese giudicata eccessiva, fu alla base della successiva decisione francese di sostenere economicamente e militarmente l'insurrezione delle 13 colonie americane che portò alla nascita degli Stati Uniti d'America, un'alleanza ricordata con la Statua della Libertà. La Francia dovette cedere anche alcune isole delle Antille caraibiche, tra cui la Guadalupa e la Martinica, nonché il Senegal e il Gambia in Africa occidentale.

Sul continente asiatico le acquisizioni inglesi risultarono altrettanto consistenti, con la conquista di Calcutta, del Bengala e della regione del Bihar, della città di Pondichery e dell'intera regione del Deccan.

La Prussia riuscì soltanto a salvare se stessa e la Slesia. Tuttavia, se l'obiettivo dell'alleanza franco-austriaca era quello dello smembramento della Prussia, l'aver mantenuto invece la propria integrità territoriale unitamente alla conferma del proprio status sovrano, non poteva certamente dirsi un risultato trascurabile, soprattutto visto che, accanto alla integrità territoriale, Federico II era riuscito a mantenere anche il possesso della Slesia.

Altra grande sconfitta fu l'Imperatrice Maria Teresa che, dopo ben sette anni di guerre che avevano scosso le finanze di uno stato ben solido come l'Austria, dovette rassegnarsi alla definitiva perdita della Slesia. La politica asburgica si orientò quindi definitivamente verso i Balcani e a est verso una Polonia sempre più debole.

L'alleanza tra la Francia e l'Austria venne comunque mantenuta e ulteriormente rafforzata ed ebbe il suo punto di massimo nel matrimonio, celebrato nel 1770, tra l'arciduchessa Maria Antonietta, figlia di Maria Teresa, con il Delfino di Francia che sarebbe diventato Re con il nome di Luigi XVI.

Quest'alleanza costituì uno dei capisaldi della politica asburgica e consentì un trentennio di pace in tutta l'Europa occidentale. Malgrado ciò l'opinione pubblica francese la avversò grandemente, imputandole il disastro di Rossbach e dubitando dell'assennatezza dei Borboni nell'accettarla. Tale avversione avrà un certo peso nella loro successiva caduta.[3]

In Europa orientale invece di lì a poco si sarebbe aperto un nuovo scenario di crisi. Le mire espansionistiche della Prussia, della Russia e dell'Austria sul regno più instabile del continente, la Polonia, e la debolezza del suo tradizionale protettore francese avrebbero portato allo smembramento di quest'ultima. Austria e Russia inoltre si sarebbero rivolte entrambe verso l'oramai declinante Impero ottomano.

Riferimenti culturali[modifica | modifica wikitesto]

  • Parte del romanzo Le memorie di Barry Lyndon (1844) di William Makepeace Thackeray, e del film omonimo di Stanley Kubrick (1975), è ambientato durante la guerra dei Sette Anni.
  • Gli eventi nei primi capitoli del Candido di Voltaire sono basati sulla Guerra dei Sette Anni. Secondo il critico letterario Jean Starobinski, tutte le atrocità descritte nel terzo capitolo del romanzo sono realistiche, perché l'intento di Voltaire era criticare il militarismo.
  • Il romanzo del 1826 L'ultimo dei Mohicani di James Fenimore Cooper e i suoi adattamenti cinematografici sono ambientati nello scenario nordamericano della guerra.
  • Andreas Emmerich, per scrivere il suo The Partisan in War, un pamphlet di tattica militare, si basò anche sulla propria esperienza diretta nella Guerra dei Sette Anni, dove combatté sotto il duca Ferdinando di Brunswick.
  • L'opera teatrale Minna von Barnhelm, uno dei rari esempi di commedia tedesca, scritto nel 1767, è ambientata alla fine della Guerra dei Sette Anni.
  • In Diario militare il filosofo illuminista milanese Pietro Verri descrive la propria, breve, partecipazione al conflitto.
  • Il nome di alcune località degli Stati Uniti (tra cui Frederick nel Maryland e King of Prussia in Pennsylvania) è un omaggio alla figura e alle vittorie di Federico il Grande.
  • Il quarto scenario del secondo atto del videogioco Age of Empires III riguarda la Guerra dei Sette Anni; il giocatore deve combattere gli inglesi a fianco dei francesi.
  • I videogiochi Assassin's Creed 3 (solo le sequenze iniziali) e Assassin's Creed: Rogue sono ambientati durante la guerra dei sette anni.

Note[modifica | modifica wikitesto]

Note esplicative
  1. ^ in realtà in luogo dell'Austria sarebbe più corretto riferirsi al Sacro Romano Impero Germanico
  2. ^ Federico è noto anche per aver introdotto in Prussia la coltivazione della patata, adatta al terreno sabbioso, che dava invece una resa scarsa nella coltivazione a cereali
  3. ^ Si trattava di un prestito contratto con privati inglesi da Carlo VI nel gennaio 1735 per finanziare la sua partecipazione alla guerra di successione polacca. Esso poneva come garanzia le rendite asburgiche dei territori dell'alta e bassa Slesia. Passò a Federico in clausole dei trattati di Breslavia (1742) e Dresda (1745), che sancivano la cessione della Slesia alla Prussia, ma questi si rifiutò di onorarlo fino al trattato di Winchester.
  4. ^ Federico era solito sostenere che un soldato prussiano doveva temere il suo comandante più del nemico e punizioni corporali assai pesanti erano un mezzo largamente utilizzato per mantenere una disciplina ferrea
  5. ^ Venivano fatte rigorosamente rispettare una lunghezza standard di passo di circa 71 cm e una cadenza di 75 passi al minuto, che all'occorrenza poteva arrivare a 120.
Note bibliografiche
  1. ^ Baugh, 2014, p.1
  2. ^ a b Füssel, 2013, p.7
  3. ^ a b c d e Clark, cap.VII - Struggle for Mastery
  4. ^ Slesia, Treccani. URL consultato il 21 febbraio 2016.
  5. ^ a b c d e f g h i D.B.Horn, 1966, cap.XIX The Diplomatic Revolution
  6. ^ Gary Walton; History of the American Economy; pagina 27
  7. ^ Étienne Taillemite, BARRIN DE LA GALISSONIÈRE, ROLAND-MICHEL, Marquis de LA GALISSONIÈRE,, su Dictionary of Canadian Biography, vol.3, Università di Toronto, 1974. URL consultato il 16 novembre 2015.
  8. ^ Baugh, 2014, p.7
  9. ^ Spencer C. Tucker (a cura di), A Global Chronology of Conflict, ABC-CLIO, 2009, pp. 761-794, ISBN 978-1-85109-672-5.
  10. ^ a b c Robert Nisbet Bain, Russia under Anne and Elizabeth, uni-mannheim.de. URL consultato il 3 gennaio 2015.
  11. ^ Lindsay, 1957, p.446
  12. ^ Showalter, 2012, cap.III
  13. ^ a b c d e Marston, 2014, cap."Warring sides"
  14. ^ Alexander Bevin, bevinalexander.com, http://bevinalexander.com/excerpts/early-wars/frederick-great-oblique-order-attack.htm . URL consultato il 7 gennaio 2015.
  15. ^ Anderson, p.129.
  16. ^ 17 May, 1756.
  17. ^ Richard Cavendish, The Prussians invade Saxony, in History Today, vol. 56, nº 8, 2006. URL consultato il 16 novembre 2015.
  18. ^ Baugh, 2014, p.223
  19. ^ Asprey, p. 427.
  20. ^ (EN) Franz A. J. Szabo, The Seven Years War in Europe, 1756-1763, Longman, 23 agosto 2007, pp. 536 p., ISBN 0-582-29272-7.
  21. ^ Baugh, 2014, pp.223-224
  22. ^ Asprey, p. 465.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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