Guerra decennale

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Guerra decennale
parte delle guerre tra Como e Milano
Data1118-1127
LuogoLombardia settentrionale, Lago di Como e Canton Ticino
Casus belliarresto di Landolfo da Carcano
Esitovittoria milanese e distruzione di Como
Modifiche territorialiil contado di Como è annesso al Comune di Milano
Schieramenti
Flag of Como.svg Comune di Como ed alleatiFlag of Milan.svg Comune di Milano ed alleati
Comandanti
Effettivi
sconosciutisconosciuti
Perdite
sconosciute, rilevantialcune migliaia
Comaschi nella Storia[1]
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La guerra decennale fu un conflitto armato combattuto tra i liberi comuni di Como e Milano al principio del XII secolo. Il conflitto fu particolarmente aspro e durò per un decennio, di qui il nome.

Interessò un'area corrispondente alle attuali province di Como, Milano e Lecco, oltreché il Canton Ticino, all'epoca sottoposto al comune lariano.

Tra le conseguenze del conflitto ci fu la sempre maggiore insofferenza dell'autorità imperiale nei confronti delle autonomie comunali italiane.

Quasi tutto quello che sappiamo dello svolgimento della guerra è tratto da un'opera di anonimo contemporaneo ai fatti, chiamato per convenzione Poeta Cumano od Anonimo Cumano.

Le cause[modifica | modifica wikitesto]

Agli inizi del XII secolo i due comuni di Milano e Como risultavano essere rivali ormai da molti decenni, soprattutto per dispute di tipo ecclesiastico e commerciale, queste ultime in particolare riguardanti il controllo dei traffici verso i passi alpini che dalla Svizzera discendevano in Lombardia, i quali costituivano la chiave del commercio in Alta Italia e l'unico percorso possibile per le truppe imperiali in caso di attacco, che entrambi i comuni volevano riservarsi.

Poiché il comune milanese mirava a sottrarsi sempre di più al controllo dell'imperatore, il possesso del Lago di Como e delle valli ticinesi poteva garantire una relativa sicurezza in tal senso, prevenendo eventuali incursioni armate dalla Germania. Per contro, la città lariana mal digeriva il fatto che parte del ramo orientale del lago, con la città di Lecco e il Contado del Seprio, fossero sotto il dominio politico di Milano: il confine tra i due comuni si trovava pressappoco nella zona di Fino Mornasco e Lomazzo. Già dalla metà dell'XI secolo infatti il libero comune milanese aveva intrapreso la strada dell'autonomia dal Sacro Romano Impero e, formalmente, Como dipendeva da Milano. L'affermazione politica di Como non poteva che passare, quindi, per un'alleanza col governo imperiale e col ridimensionamento della potenza ambrosiana.

Anche il fattore religioso giocò un ruolo considerevole: la Diocesi di Como aveva sciolto i legami con l'Arcidiocesi di Milano al tempo dello scisma tricapitolino (607), divenendo suffraganea del patriarcato di Aquileia. Il vescovo Ariberto da Intimiano, morto nel 1045, aveva retto l'arcidiocesi milanese dal 1018 e aveva sostenuto le pretese dell'imperatore Enrico IV contro il papa Gregorio VII durante la lotta per le investiture, sino all'epilogo di Canossa; viceversa il vescovo comasco Rainaldo aveva sempre mantenuto un atteggiamento filo-papale.

Dal 1096 la Diocesi di Como era scissa in due fazioni: la prima, facente capo al vescovo eletto Guido Grimoldi, originario di Cavallasca, era composta prevalentemente dai cives, i cittadini comensi; la seconda, guidata da Landolfo da Carcano, rappresentava gli abitanti del contado. Quest'ultimo aveva acquistato la sede vescovile da Enrico IV nel 1095 e, in quanto di origine milanese, era considerato espressione degli interessi della sua città e nemico di Como. Papa Urbano II, giunto a Como nello stesso anno per consacrare la nuova cattedrale di Sant'Abbondio, annullò la nomina con l'accusa di simonia e indisse l'elezione ecclesiastica che regolarmente assegnò il titolo vescovile al Grimoldi. Più tardi, nel 1098, Landolfo subì anche la scomunica, emessa a suo carico dall'arcivescovo di Milano Anselmo da Bovisio. Ciononostante, non rinunciò a proteggere i suoi interessi, per non perdere gli ingenti appannaggi e il potere, tanto religioso quanto politico, che la carica di vescovo comportava.

Landolfo fuggì dalla città e si rifugiò nel luganese, una zona all'epoca compresa nella Diocesi di Como. Da qui, oltre ad organizzare periodicamente spedizioni militari nel territorio circostante, scrisse più volte al nuovo arcivescovo di Milano Giordano da Clivio, col quale era anche imparentato, per chiedere aiuto nel progetto di riconquista della cattedra comasca.

Da ultimo, dopo il terremoto del 1117 che aveva colpito anche la zona di Como, presagio funesto di future calamità secondo i contemporanei[1], Guido Grimoldi aveva dovuto impegnarsi nella ricostruzione delle zone colpite dal sisma quando si trovò di fronte allo scoppio della guerra.

La guerra[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1118 per il controllo del territorio da Lecco fino a Lierna, inizia la guerra dei dieci anni che vide Milano contro Como.

La tentata invasione di Como[modifica | modifica wikitesto]

Fu nel 1118 che il conflitto esplose e furono i comaschi a prendere l'iniziativa. Il consiglio cittadino decise di attaccare il castello di San Giorgio, sito a Magliaso, nel territorio della pieve di Agno, dimora dell'odiato Landolfo da Carcano. L'attacco, guidato dai consoli Adamo del Pero e Gaudenzio da Fontanella, avvenne nottetempo e costò la vita ai due nipoti del presule, Ottone e Bianco (o Lanfranco); Landolfo venne invece imprigionato e consegnato al suo nemico Guido Grimoldi. In seguito le mogli degli uccisi si recarono dei milanesi, mostrando loro le vesti insanguinate dei morti e chiedendo giustizia e protezione. E i cittadini di Milano decisero per la guerra, nel corso dell'assemblea dei civis e dei milites, presieduta dall'arcivescovo Giordano, nell'estate di quell'anno.

Subito i milanesi avanzarono nel territorio comasco, arrivando fin sotto al Castel Baradello, a Rebbio, ove posero il loro accampamento. Qui ebbe luogo il primo scontro armato del conflitto, la battaglia della Morsegna, nella tarda estate. Una parte delle schiere ambrosiane teneva impegnato l'esercito comasco mentre l'altra parte, raggiunta di nascosto la città attraverso la val Mulini, liberò Landolfo prigioniero. Avendone avuta notizia, alcuni comaschi si staccarono dalla battaglia che stavano sin lì vincendo e, passando per il Borgo di Vico, rientrarono in città, sorprendendo i nemici nel mentre si davano al saccheggio: assaliteli, riuscirono a metterli in fuga, facendo diversi priogionieri e circa mille morti. La precipitosa fuga delle truppe milanesi, così come i successivi episodi dello scontro, fecero in un primo tempo pendere l'ago della bilancia dalla parte dei comaschi. Il vescovo Grimoldi fu il principale capo politico e militare dello schieramento comasco, in grado di "animare e sostenere il coraggio dei suoi"[2] ed era solito benedire le navi che partecipavano alle battaglie lacustri, "mandavale quasi ad una certa vittoria"[2].

Infatti la diplomazia milanese aveva coalizzato numerose città contro Como: furono nove i comuni che si unirono a Milano (Bellagio, Pavia, Crema, Brescia, Novara, Asti, Vercelli, Verona e Lugano) oltre all'Isola Comacina, da sempre spina nel fianco per il controllo del Lago di Como contro la città.

La guerra navale[modifica | modifica wikitesto]

I comaschi aggredirono Bellagio e Lezzeno - quest'ultimo comune non aveva formalmente aderito allo schieramento milanese, ma era sul punto di farlo - e la guerra divenne una guerra navale. La flotta comasca attaccò anche Lierna e Menaggio e sconfisse ripetutamente quella isolana, molto meno consistente. Sul Ceresio, invece, furono le navi luganesi, alleate di Milano, ad avere la meglio, anche grazie al tradimento di Arduino Avvocato, ammiraglio comasco che si era consegnato ai milanesi. Per poter recuperare la flotta caduta nelle mani nemiche, Grimoldi organizzò una spedizione da grande stratega: caricò due navi, la Crastina e l'Alberga, su carri trainati da buoi e le fece portare dal Lario al Ceresio per via di terra. Quindi i battelli furono immersi nelle acque luganesi, carichi di soldati, raggiunsero la flotta nemica alla fonda e la distrussero al termine di una breve e furente battaglia. Infine, ritornate per via terrestre nella campagna vicino a Melano, le navi furono nascoste ricoprendole con mucchi di sabbia[3].

Furono numerose le battaglie navali che si svolsero davanti a Lierna e Abbadia lariana.

La flotta comasca attaccò e distrusse anche l'Isola Comacina, prima di attaccare Varese, Drezzo, Vedano e Binago. In questa fase i destini della guerra sembravano decisamente favorevoli a Como.

Nel 1119 il vescovo Guido Grimoldi introdusse alcuni suoi commissari nell'assemblea del popolo milanese, con lo scopo di far desistere quest'ultimo dalla guerra o, per lo meno, di astenersi dal giuramento di proseguirla fino alla completa distruzione di Como, ma questa mossa non sortì gli effetti sperati[2].

Gli anni di stallo[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1122, proprio mentre la firma del concordato di Worms metteva fine al conflitto tra imperatore e papa, la guerra decennale proseguiva entrando in una fase di stallo. I comaschi assediarono la rocca di San Martino, in territorio luganese, un castello particolarmente importante per la posizione strategica e pressoché inespugnabile, in quanto sito su di un'altura. Per vincere la resistenza dei luganesi, dato che un attacco frontale era impossibile, il capitano comasco Giovanni Vesunzio, con alcuni soldati, si portò in cima ad una montagna vicina dalla quale era possibile dominare San Martino, si fece mettere in una sporta portando con sé una grande quantità di pietre e si fece sporgere, con un palo, oltre al picco che sovrastava la rocca. Indi cominciò a bombardare i soldati luganesi scagliando le pietre contro di loro, in un esperimento di "guerra aerea"[3]. Agli assediati, contro cui partì contemporaneamente un attacco terrestre, non rimase che arrendersi e consegnare la fortezza ai comaschi.

Malgrado le molte vittorie, Como non poté mai piegare definitivamente la resistenza nemica. Altre trattative di pace furono proposte a Milano dal vescovo Guido Grimoldi, ma senza esito. Anzi, un nuovo comune si aggiunse alla coalizione anti-comasca, quello di Cantù. Contro i canturini Como si mosse rapidamente, lo scontro avvenne a Trecallo e, secondo il racconto del Poeta Cumano, "ne rosseggiò l'Acquanegra"[3]. Furono espugnate e nuovamente saccheggiate l'Isola Comacina e Menaggio, oltre a Nesso. Vogenzate e Vertemate furono distrutte dalle forze comasche. Nessuna di queste vittorie però fu decisiva, mentre continuò a pesare la minaccia della flotta isolana che rimaneva il principale pericolo per Como.

Il 27 agosto 1125 (secondo altri il 17 agosto) morì Guido Grimoldi[3]. Con la scomparsa del vescovo-guerriero, per Como iniziarono i rovesci. Gli successe alla cattedra vescovile Ardizzone I.

La fine della guerra[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1127 si verificò un secondo assalto dei milanesi contro la città nemica. Stavolta i comaschi non furono in grado di rispondere prontamente, come avevano fatto dieci anni prima e furono travolti dai nemici. La città ed il Borgo di Vico caddero e subirono il saccheggio, l'incendio e la completa distruzione. I superstiti vennero alloggiati in borghi di capanne[4].

Con questo evento ebbe fine la guerra decennale ed il 27 agosto 1127 Como diventava tributaria di Milano[5]. Fu soltanto sotto Federico I, detto il Barbarossa, che la città lariana recuperò la propria indipendenza e partecipò alla campagna militare italiana dell'imperatore, culminata nel 1162 con l'assedio e la distruzione di Milano.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Fargnoli, p. 96.
  2. ^ a b c Rovelli, p. 147.
  3. ^ a b c d Fargnoli, p. 97.
  4. ^ Storia dall'Età comunale al Rinascimento, lagodicomo.com. URL consultato il 2 gennaio 2013 (archiviato dall'url originale il 27 aprile 2011).
  5. ^ Fargnoli, p. 98.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giuseppe Rovelli, Storia di Como descritta dal marchese Giuseppe Rovelli patrizio comasco, Milano, Giuseppe Galeazzi Regio Stampatore, 1794, ISBN.
  • Beniamino Fargnoli, Comaschi nella storia, Como, 1980, ISBN.
  • Pietro Pensa, Lecco e il suo Lago nel quadro della guerra decennale contro Como, in Pagine di vita lecchese, 1958, pp. 79-85. URL consultato il 2 gennaio 2013.

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]