Guerra Cristera

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Guerra Cristera
La bandiera dei Cristeros con riferimenti a Cristo Re e alla Nostra Signora di Guadalupe
La bandiera dei Cristeros con riferimenti a Cristo Re e alla Nostra Signora di Guadalupe
Data 1926 - 1929
Luogo Messico occidentale
Esito Armistizio dei Cristeros
Schieramenti
Flag of Mexico (1916-1934).svg Messico Mexico Flag Cristeros.svg Cristeros
Comandanti
Effettivi
Inizialmente 70.000 uomini Circa 50.000 uomini
Perdite
60.000 morti 25.000 - 30.000 morti
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La guerra Cristera, chiamata anche rivolta dei cristeros o Cristiada, fu una sollevazione popolare che avvenne in Messico tra il 1926 e il 1929: una parte della popolazione cattolica insorse in armi contro il governo massonico[senza fonte] ed anticlericale del presidente Plutarco Elías Calles, che aveva imposto una legge fortemente restrittiva per la libertà religiosa, chiamata Legge Calles.

Il nome cristeros, contrazione di Cristos Reyes, fu dato spregiativamente dai governativi ai ribelli, a motivo del loro grido di battaglia: ¡Viva Cristo Rey! ("viva Cristo Re!").

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Capi cristeros con la bandiera messicana su cui al centro campeggia l'effigie della Madonna di Guadalupe

Dalla metà del XIX secolo il Messico, che dall'epoca della colonizzazione spagnola (XVI secolo) era un paese dalla fortissima tradizione cattolica, cadde sotto l'influenza politica degli Stati Uniti, paese a maggioranza protestante, e fu governato (salvo l'effimera parentesi dell'imperatore Massimiliano d'Asburgo) da un'élite politica i cui membri erano in gran parte massoni[1].

Nel XX secolo divennero sempre più frequenti le violenze, tollerate dalle autorità, nei confronti dei cattolici: nel 1915 vennero assassinati ben 160 sacerdoti[2]. Nel 1921 un attentatore tentò di distruggere il mantello con l'immagine della Madonna di Guadalupe, conservato nell'omonimo santuario. La bomba, nascosta in un mazzo di fiori deposto vicino all'altare, produsse gravi danni alla basilica, ma il mantello rimase intatto.[3]

Nel 1926 il presidente Plutarco Elías Calles, fortemente anticattolico (affermò che «la Chiesa è la sola causa di tutte le sventure del Messico»[senza fonte]), dopo aver tentato di dar vita a una Chiesa nazionale separata da Roma[senza fonte], ordinò che si desse piena attuazione alle norme sulla disciplina dei culti contenute nella Costituzione promulgata nel 1917 ma mai applicate: tra esse vi erano la chiusura delle scuole cattoliche e dei seminari, l'esproprio delle chiese, lo scioglimento di tutti gli ordini religiosi, l'espulsione dei sacerdoti stranieri e l'imposizione di un "numero chiuso" per quelli messicani, che avevano l'obbligo di obbedire alle autorità civili, il divieto di utilizzare espressioni come: «Se Dio vuole», «a Dio piacendo», il divieto per i presbiteri di portare l'abito talare. In alcuni stati si tentò perfino di costringerli a prendere moglie.[4]

Calles, inoltre, impose agli impiegati cattolici di scegliere tra la rinuncia alla propria fede o la perdita del posto di lavoro[5]. In seguito all'applicazione di queste leggi, si registrarono in tutto il Paese attacchi ai fedeli che uscivano da Messa e disordini durante le processioni religiose, spesso incitati dalle autorità civili.[6]

I cattolici messicani, di concerto con il Vaticano, risposero inizialmente con iniziative di protesta non violente, tra le quali il boicottaggio di tutti i prodotti di fabbricazione statale (ad esempio il consumo di tabacchi crollò del 74%) e dei mezzi pubblici, la presentazione di una petizione che raccolse 2 milioni di firme (su 15 milioni di abitanti) e l'istituzione di una Lega nazionale di difesa della libertà religiosa. Il governo non diede alcuna risposta e la Chiesa decise infine di compiere un estremo gesto simbolico: la sospensione totale del culto pubblico. A partire dal 1º agosto 1926, in tutto il Messico non si sarebbe più celebrata la Messa né i sacramenti, se non clandestinamente[1][6].

Subito dopo, scoppiarono focolai di rivolta armata in tutto il paese. L'esercito, accompagnato da milizie irregolari[senza fonte], tentò di reprimerli, ma si trovò di fronte a formazioni che praticavano la guerriglia e si nascondevano, protette dalla popolazione. Il 18 novembre papa Pio XI denunciò la persecuzione dei cattolici messicani con l'enciclica Iniquis Afflictisque. Il Pontefice sarebbe ritornato sull'argomento pochi anni dopo con le encicliche Acerba Animi (29 settembre 1932) e Firmissimam Constantiam (28 marzo 1937). L'11 gennaio 1927 fu proclamato il Manifesto alla nazione detto de los Altos e nacque l'"Esercito Nazionale dei Liberatori". Il programma politico prevedeva la restaurazione di tutte le libertà soppresse.

Nello stesso anno si formò un vero e proprio esercito ribelle, composto da giovani, contadini e operai, studenti e impiegati, forte di 12.000 uomini, che aumentarono fino a 25.000 nel 1928 e raggiunsero il numero di 50.000 uomini nel 1929[6], al comando del generale Enrique Gorostieta Velarde; questi morirà in combattimento il 2 giugno 1929, poche settimane prima della fine del conflitto. Le bandiere degli insorti recavano il motto ¡Viva Cristo Rey! e l'effigie della Madonna di Guadalupe; quotidianamente si recitava il Rosario e, se possibile, si celebrava la Messa; prima di addormentarsi si cantava l'inno Tropas de Maria (Truppe di Maria). All'esercito si affiancavano le brigate Santa Giovanna d'Arco, formazioni paramilitari femminili che giunsero a contare 25.000 membri, tra cui anche giovani di soli 14 anni. I ribelli, chiamati cristeros, prestavano questo giuramento:

« Lo giuro solennemente per Cristo e per la Santissima Vergine di Guadalupe Regina del Messico, per la salvezza della mia anima: 1) mantenere assoluto segreto su tutto quello che può compromettere la santa causa che abbraccio; 2) difendere con le armi in mano la completa libertà religiosa del Messico. Se osserverò questo giuramento, che Dio mi premi, se mancherò, che Dio mi punisca. »
(Giuramento dei Cristeros)

Tra il 1927 e il 1929, tutti i tentativi di schiacciare la ribellione fallirono; gli insorti anzi presero il controllo di vaste zone nel sud del paese. Sempre nel 1927 il generale Gonzales, comandante delle truppe della regione di Michoacán, emise questo decreto in data 23 dicembre: «Chiunque farà battezzare i propri figli, o farà matrimonio religioso, o si confesserà, sarà trattato da ribelle e fucilato»[7]. Gli aiuti che giungevano agli insorti provenivano da reti di soccorso create dalle famiglie, da organizzazioni e confraternite.

Cristeros impiccati nello stato di Jalisco

La Chiesa messicana e la Santa Sede, tuttavia, non diedero mai il loro aperto sostegno alla ribellione (il che non impedì al governo di giustiziare anche numerosi sacerdoti che non ne facevano parte), anche a causa di episodi di violenza compiuti da parte cristera e i vescovi messicani agirono per giungere ad una soluzione pacifica, lasciando intendere di essere disposti a tutto pur di mettere fine al conflitto[senza fonte]. Il 21 giugno 1929 furono così firmati gli Arreglos (accordi), che prevedevano l'immediato cessate il fuoco, il disarmo degli insorti e l'immunità (che non fu rispettata)[senza fonte] per gli insorti. I termini dell'accordo, mediati dall'ambasciatore degli Stati Uniti[senza fonte], erano però estremamente sfavorevoli alla Chiesa[senza fonte]: in pratica tutte le leggi anticattoliche rimanevano in vigore[senza fonte].

Questo portò ad una ripresa delle persecuzioni contro gli insorti: numerosi laici e membri del clero vennero esiliati e molti Cristeros, appena deposte le armi, furono arrestati e fucilati[8]. Non pochi paesi che avevano dato loro ospitalità vennero saccheggiati e i sacerdoti ritornati nelle loro parrocchie divennero bersagli dell'ostilità governativa[senza fonte]. A questi episodi seguì una nuova rivolta (la Segunda), dal 1934 al 1938 anche se di tono decisamente minore rispetto alla prima. Secondo alcune stime[9],nella guerra persero la vita tra le 70 000 e le 85 000 persone[8][10].

Gli effetti della guerra sulla Chiesa furono profondi. Tra il 1926 e il 1934 gran parte dei sacerdoti messicani furono uccisi o espulsi. A fronte di 4.500 sacerdoti che officiavano prima della ribellione, nel 1934 erano concesse solo 334 licenze da parte del governo per servire 15 milioni di fedeli[4][11]. Tutti gli altri erano stati eliminati con l'emigrazione, l'espulsione e l'assassinio[4][12]. Nel 1935, ben 17 Stati del Messico non avevano nessun sacerdote[13].

Letteratura[modifica | modifica wikitesto]

Il romanzo Il potere e la gloria, di Graham Greene, non racconta direttamente la rivolta, ma si pone nel periodo immediatamente successivo: esso racconta le vicende di un presbitero che esercita il suo ministero in clandestinità, in fuga dai soldati che lo cercano per fucilarlo.

Cinematografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Cristiada (2011). Il film di Drean Wright racconta gli eventi della guerra, principalmente legati ad un ragazzino martire, José, successivamente beatificato dal papa, e al generale Enrique, a capo dei Cristeros. Dopo i titoli di coda viene mostrata la reale esecuzione di uno dei cristeros da parte del plotone dei federali.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Enrique Krauze, Mexico: Biography of Power. A History of Modern Mexico, 1810-1996, New York, HarperCollins Publishers Inc., 1997, pp. 436-437.
  2. ^ (EN) Jim Tuck, Cristero Rebellion: part 1 - toward the abyss su mexconnect.com, 1 agosto 1997.
  3. ^ Claudio Perfetti, Guadalupe. La tilma della Morenita (Messico 1931), 2ª ed., Cinisello Balsamo, Edizioni Paoline, 1988.
  4. ^ a b c (EN) Brian Van Hove, Blood-Drenched Altars in Faith & Reason, 1994.
  5. ^ Su 400 maestri di Guadalajara, ben 389 preferirono essere destituiti piuttosto che rinnegare la fede (Il Timone n. 14 luglio/Agosto 2001)
  6. ^ a b c (ES) Reconstrucción nacional 1917-1940: Conflicto religioso su Prepa Tec, 2001.
  7. ^ Il Timone n. 14 luglio/Agosto 2001
  8. ^ a b (ES) Plutarco Elías Calles su buscabiografias.com.
  9. ^ Franco Cardini, «Cristeros», quell'eccidio dimenticato in Avvenire, 27 luglio 2006.
  10. ^ (EN) Jim Tuck, Plutarco Elias Calles: Crusader in reverse su mexconnect.com, 1 dicembre 2000.
  11. ^ (EN) Donald Clark Hodges, Mexico, the end of the revolution, Greenwood Publishing Group, 2002, p. 50.
  12. ^ (EN) Robert L. Scheina, Latin America's Wars: The Age of the Caudillo, 1791–1899, 2003, p. 33, ISBN 978-1-57488-452-4.
  13. ^ (EN) Ramón Eduardo Ruiz, Triumphs and Tragedy: A History of the Mexican People, New York, W. W. Norton & Company, 1993, p. 393, ISBN 978-0-393-31066-5.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Mario Arturo Iannaccone, Cristiada. L'epopea dei Cristeros in Messico", Lindau, Torino 2013, ISBN: cartaceo 9788867081172; eBook: pdf 9788867081943 / ePub 9788867081936
  • Paolo Gulisano, "Viva Cristo Re!" - Il Martirio del Messico 1926-1929, Il Cerchio, Rimini (1999)
  • Alberto Leoni, Dio, patria e libertà! L'epopea dei Cristeros, edizioni Art, 2010, ISBN 8878791369
  • Luigi Ziliani, Cristiada. Messico martire, Edizioni Amicizia Cristiana, Chieti 2012, ISBN 978-88-89757-45-1
  • Antonio Dragon, Il Padre Pro. Il Santo dei Cristeros, Edizioni Amicizia Cristiana, Chieti 2012, ISBN 978-88-89757-43-7

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