Grande Inter

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« La mia Inter aveva qualcosa che nessun'altra squadra aveva: noi eravamo sia solidi che tecnici, una combinazione che ha reso quell'Inter una delle migliori squadre di sempre.[1] »
(Sandro Mazzola)
Una formazione della Grande Inter nella stagione 1964-65.

La Grande Inter è il periodo storico della società calcistica italiana del Football Club Internazionale Milano compreso negli anni 1960, in cui si affermò come una delle migliori squadre di sempre a livello italiano ed europeo.[1][2]

Presieduta dal petroliere Angelo Moratti e guidata in panchina dall'allenatore argentino Helenio Herrera, l'Inter si laureò per tre volte campione nazionale (1962-63, 1964-65, 1965-66) e per due consecutive vincitrice della Coppa dei Campioni (1963-64, 1964-65) e della Coppa Intercontinentale (1964, 1965).

Lo schema tattico[modifica | modifica wikitesto]

Giocatori disposti in campo secondo il classico Catenaccio degli anni 1960.

L'Inter degli anni 1960 utilizzava il Catenaccio (cfr. la disposizione dei giocatori nell'immagine a fianco), uno schema tattico dalla vocazione difensiva ma esaltato daila qualità dei singoli a disposizione del tecnico Herrera.[3] Il terzino Picchi giocava da libero, agendo alle spalle del pacchetto di tre difensori composto da Burgnich-Guarneri-Facchetti: il primo e il secondo giocavano in marcatura rispettivamente sulla punta laterale sinistra e su quella centrale mentre Facchetti aveva il compito di svolgere le due fasi, trasformandosi in terzino fluidificante. Il mediano Tagnin (superato in seguito da Bedin) faceva il marcatore della mezzala avversaria più avanzata. Il regista della squadra era Suárez, che con passaggi lunghi e precisi era sempre pronto ad innescare due giocatori rapidissimi come Jair (spesso in concorrenza con Domenghini) a destra e Mazzola al centro. Il più fisico Milani e poi l'agile Peiró supportavano Mazzola nelle sue proiezioni offensive. Sulla sinistra agiva invece Corso, cui era affidato il compito di trovare soluzioni alternative al classico contropiede.

Le stagioni[modifica | modifica wikitesto]

1960-61: l'esordio di Herrera e le polemiche del derby d'Italia[modifica | modifica wikitesto]

Armando Picchi, neoacquisto di stagione, diverrà il capitano della Grande Inter.

Dopo una partita di Coppa delle Fiere nella quale il Barcellona travolse l'Inter, Moratti decise di ingaggiare l'allenatore dei catalani Helenio Herrera, soprannominato il "Mago".[4] Sul mercato vennero acquistati il portiere Lorenzo Buffon, il terzino Armando Picchi e il mediano Franco Zaglio. In campionato i nerazzurri partirono fortissimo, segnando nelle prime quattro giornate ben 18 gol. Il 23 ottobre si ritrovarono soli in testa, inseguiti dai campioni uscenti della Juventus e dalla Roma. Quando l'Inter cadde a Padova, però, furono i capitolini a tentare la prima fuga: i milanesi li riacciuffarono in vetta a Natale. Intanto la Juve del Trio Magico stava accusando una flessione; il 1º gennaio 1961 precipitò al sesto posto, superata anche dal Milan, dal Bologna e dal neopromosso Catania. I giallorossi calarono il ritmo e l'Inter fuggì: il 29 gennaio si laureò Campione d'inverno a quota 26 punti, con un vantaggio di tre lunghezze sui cugini rossoneri e quattro sugli etnei.

I bianconeri iniziarono alla grande il girone di ritorno, vincendo 5 partite di fila e avvicinando l'Inter. Il 12 marzo la Juventus perse contro il Milan, ma l'Inter non seppe approfittarne e crollò contro la matricola Lecco. Fu la prima di quattro sconfitte consecutive: i nerazzurri vennero battuti anche a domicilio dai biancoscudati, per poi cadere nel derby e infine impattare contro la Sampdoria. La Juventus balzò in testa e il Milan occupò il secondo posto. Il 16 aprile si giocò Juventus-Inter: a Torino, sullo 0-0, la partita venne sospesa per un'invasione di campo da parte di tifosi entrati all'interno dello stadio senza biglietto. I nerazzurri ottennero in primo grado una vittoria 0-2 a tavolino, tuttavia la Juventus fece ricorso e, la sera prima rispetto all'ultima giornata di campionato, con le due contendenti a pari punti (46 a testa), la CAF modificò il verdetto iniziale, ordinando la ripetizione della gara e comminando ai bianconeri soltanto una multa.

Lo juventino Omar Sívori batte il giovane portiere interista (lo farà per sei volte) nel controverso derby d'Italia di Torino del 10 giugno 1961.

La decisione fu molto contestata, da parte meneghina, per via del doppio ruolo che ricopriva al tempo Umberto Agnelli,[5] dall'agosto del 1959 presidente sia della FIGC (eletto anche con il sostegno della stessa società nerazzurra)[6] che del club bianconero.[5] A quel punto tra le due squadre si creò una distanza di due punti ma, nonostante uno scialbo pareggio casalingo della Juventus (1-1) contro il Bari, quest'ultima si riconfermò ugualmente campione d'Italia; per raggiungerla, l'Inter avrebbe dovuto vincere a Catania e sperare in un passo falso dei bianconeri: invece i nerazzurri vennero sconfitti 2-0 in una partita ricordata, per via dell'inaspettato risultato, come quella del Clamoroso al Cibali! Il 10 giugno, in occasione del recupero di Juventus-Inter dopo la conclusione del campionato, per protesta il presidente nerazzurro Angelo Moratti ordinò a Herrera di schierare la squadra Primavera, accusando la CAF di aver subito l'ingerenza del presidente federale.[5] La partita finì 9-1 per i padroni di casa; per i milanesi segnò su rigore il diciottenne Sandro Mazzola, figlio dell'indimenticato Valentino e futura bandiera nerazzurra, che realizzò così il suo primo gol con la maglia dell'Inter. I nerazzurri chiusero il campionato al terzo posto con 44 punti, dietro anche ai concittadini del Milan.

1961-62: lo scudetto sfumato[modifica | modifica wikitesto]

Per la stagione seguente Moratti, su richiesta di Herrera, decise di ingaggiare il regista del Barcellona, lo spagnolo Luis Suárez, già Pallone d'oro nel 1960, che Herrera aveva già avuto ai tempi del Barça.[7] Il rapporto del tecnico argentino con Angelillo si deteriorò ma Herrera non lo considerava affatto "finito": la sua cessione fu dovuta al fatto che Herrera preferiva non avere a che fare con giocatori dal carattere forte e dal carisma incontrastabile. Non a caso aveva continui problemi con gente come Armando Picchi e Mario Corso, calciatori di cui avrebbe voluto sbarazzarsi se non fossero stati, rispettivamente, il pilastro della difesa, e un pupillo di Moratti.

Gerry Hitchens, miglior marcatore stagionale in campionato con 16 reti.

Che, dunque, egli sapesse benissimo che Angelillo prima o poi sarebbe potuto tornare ad essere il campione del famoso trio degli "Angeli dalla faccia sporca", lo dimostra proprio la clausola contenuta nel contratto che la Roma sottoscrisse per acquistarlo, clausola che neppure Angelillo conosceva, che impegnava la Roma a non vendere Angelillo né al Milan né alla Juventus, né alla Fiorentina.[8] Vennero acquistati inoltre il secondo portiere Ottavio Bugatti e l'attaccante inglese Gerry Hitchens. Alla quinta giornata i nerazzurri erano in testa assieme all'Atalanta poi quest'ultima svolse il ruolo di inseguitrice insieme al Torino.

La coppia di inseguitrici mollò la presa solo al termine del girone d'andata e l'Inter ne approfittò; il 10 dicembre i milanesi si laurearono campioni d'inverno con quattro punti di vantaggio su Bologna e Fiorentina. Ancora una volta per i nerazzurri fu fatale il girone di ritorno: il 31 dicembre persero in casa contro la Roma e si lasciarono raggiungere da Milan e Fiorentina; però, il 4 febbraio il derby vinto dai nerazzurri sembrò essere la tappa decisiva. Invece la capolista perse inaspettatamente a Ferrara contro la SPAL ed in seguito perse ulteriore terreno. Alla fine il tricolore se lo aggiudicò il Milan.

1962-63: il primo scudetto[modifica | modifica wikitesto]

Giacinto Facchetti circondato dai tifosi, nel 1963, per il primo scudetto della Grande Inter.

Dopo il secondo posto della stagione precedente, sul mercato l'Inter pescò soprattutto dal campionato italiano (Burgnich, Maschio, Di Giacomo), lanciando stabilmente tra i titolari anche l'emergente Facchetti, terzino con ottime doti offensive, e il primogenito di Valentino Mazzola, Sandro;[9] importante fu poi la riconferma di Helenio Herrera. L'allenatore franco-argentino, che si era dimesso dopo che Angelo Moratti ebbe lasciato temporaneamente la presidenza nerazzurra per motivi di salute,[10][11] fu per lungo tempo candidato al ruolo di commissario unico della Nazionale italiana. Herrera fu riaccolto invece a Milano quando Edmondo Fabbri già era pronto ad insediarsi sulla panchina dell'Inter.[12]

In porta c'era Lorenzo Buffon;[7] la difesa veniva guidata da Armando Picchi, trasformato in libero da Herrera, il capitano;[7] davanti a lui c'erano Tarcisio Burgnich, prelevato dal Palermo, e Aristide Guarneri.[7] Sulla fascia sinistra venne attuata la prima rivoluzione tattica di Herrera: Giacinto Facchetti, confermato ormai in pianta stabile in prima squadra, diventò il primo terzino capace di affondare in avanti e trasformarsi in una vera e propria ala, il cosiddetto fluidificante.[7] A centrocampo c'erano il mediano Franco Zaglio e il regista Luis Suárez; all'ala destra c'era il nuovo arrivato brasiliano Jair, riserva di Garrincha nella nazionale verdeoro, prelevato a novembre[7] mentre l'estrosità di Mario Corso dava un tocco di fantasia alla squadra e in attacco Sandro Mazzola, anch'egli confermato in prima squadra, fungeva da mezz'ala con al centro Beniamino Di Giacomo (scambiato a novembre con Hitchens).[7] Nelle prime giornate i nerazzurri stentarono ma riuscirono comunque a rimanere nella parte alta della classifica.[13] Il 23 dicembre venne sconfitta la Juventus ma un doppio pareggio intralciò la corsa nerazzurra e, il 13 gennaio, furono i bianconeri a terminare il girone d'andata in testa con un punto di vantaggio sui rivali, due sul Bologna e quattro sul Lanerossi Vicenza. L'aggancio dell'Inter sulla Juventus arrivò infine il 3 febbraio.

Successivamente, dopo un mese di coabitazione al primo posto, i torinesi persero il derby e l'Inter balzò in testa: non lasciò più la prima posizione, aumentò il suo vantaggio e terminò il campionato a quattro punti di distanza dalla Juventus. Il 5 maggio la capolista perse seccamente sul campo della Roma, ma risultò essere matematicamente Campione d'Italia[13]; fu il primo scudetto dell'era Moratti-Allodi (e ottavo della storia interista), arrivato su rimonta dopo che nei due tornei precedenti erano stati proprio i nerazzurri ad essere superati. A contribuire in modo decisivo alla vittoria fu la difesa, già distintasi nei due precedenti tornei: Herrera puntò in questa stagione su un modulo maggiormente affine al catenaccio[13]. Questa la formazione titolare: Buffon, Burgnich, Facchetti, Zaglio, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Di Giacomo, Suárez, Corso.

1963-64: sul tetto d'Europa[modifica | modifica wikitesto]

Il vicepresidente Peppino Prisco e il capitano Picchi al ritorno a Milano con la Coppa dei Campioni vinta contro il Real Madrid, sconfitto per 3-1 a Vienna.

Con la conquista dello scudetto, l'Inter poté così partecipare per la prima volta alla Coppa dei Campioni.[14] I nerazzurri, rinforzatisi con gli acquisti del portiere Giuliano Sarti, in sostituzione di Buffon, e della punta Aurelio Milani e promosso titolare Carlo Tagnin al posto di Zaglio, esordirono in Europa al Goodison Park, la tana dell'Everton, pareggiando per 0-0. La vittoria nel ritorno per 1-0 garantì il passaggio al turno successivo. Vennero in seguito eliminati in sequenza i francesi del Monaco, gli jugoslavi del Partizan e in semifinale i tedeschi del Borussia Dortmund. In finale al Prater di Vienna, davanti a 72.000 spettatori, incontrarono gli spagnoli del Real Madrid, già vincitori per cinque volte consecutive nel torneo. Herrera azzeccò tutte le mosse: Tagnin in marcatura su Di Stéfano, alla sua ultima partita in maglia bianca, Guarneri su Puskás, Facchetti su Amando, Burgnich su Gento e in più Suárez arretrò occupandosi di Felo.[15] L'Inter, chiusa a riccio nella propria metà campo, controllò le sfuriate iniziali di Amancio e Di Stéfano che conversero il gioco su Puskas; Mazzola, controllato da Zoco che spesso gli lascia ampi spazi, staziona sul centrocampo pronto a sfruttare il contropiede.

Al 42' del primo tempo la prima rete. Sulla tre quarti nerazzurra, Guarneri tolse palla a Puskas e la smistò sulla sinistra a Facchetti, questi, dopo una breve volata servì di precisione Mazzola che controllò rapidamente la palla e con un tiro preciso la collocò alle spalle di Vicente. Alla rete di Mazzola seguì un palo di Gento in apertura di ripresa e poi il raddoppio di Milani al 61', e quando il ritorno dei madrileni si fece più insistente dopo che Felo al 70' aveva accorciato le distanze, ancora in una classica manovra di contropiede Mazzola rubò la palla a Santamaria e trafisse Vicente in uscita: fu 3-1 e con lo stesso risultato si chiuse l'incontro facendo così diventare l'Inter la prima squadra in Europa a vincere la coppa senza neanche subire una sconfitta (7 vittorie e 2 pareggi).[14][15]

Il rossoblù Helmut Haller e il nerazzurro Tarcisio Burgnich durante una fase di gioco dello spareggio-scudetto Bologna-Inter (2-0), giocato all'Olimpico il 7 giugno 1964.

In campionato l'Inter rimase nelle zone alte nel girone d'andata ma alla fine fu il Bologna ad aggiudicarsi il titolo d'inverno alla pari con il Milan, il 12 gennaio. Il 9 febbraio il Milan perse e il Bologna andò in testa. Poche settimane dopo, il 4 marzo, la FIGC comunicò che cinque giocatori del Bologna erano stati trovati positivi alle anfetamine dopo la partita vinta il 2 febbraio contro il Torino.[16] Ai granata fu assegnata la vittoria a tavolino, ai rossoblu un punto di penalizzazione, in attesa di altri provvedimenti.[16] Bologna protestò, la magistratura ordinaria intervenne e le provette furono sequestrate.[16] Dopo un controllo accurato all'interno del Centro Tecnico di Coverciano, si scoprì che, in realtà, le provette contenente l'urina dei cinque giocatori erano state manomesse e le dosi di anfetamine rinvenute erano così eccessive che non solo un uomo, ma neanche un cavallo avrebbe potuto sopportarle.[16] Il 16 maggio la CAF annullò le sentenze.[16]

Durante questi due mesi e mezzo, però, la squadra emiliana aveva subito il ritorno dell'Inter, che alla ventisettesima giornata vinse lo scontro diretto a Bologna portandosi a un solo punto dalla vetta. I rossoblu provarono a resistere, ma il 17 maggio l'Inter li raggiunse. Le squadre terminarono entrambe a 54 punti e fu necessario ricorrere, per la prima volta, allo spareggio. Lo Stadio "Olimpico" di Roma vinse il ballottaggio con il "Ferraris" di Genova per ospitare la gara, che venne fissata per il 7 giugno.[16] Pochi giorni prima dello spareggio, l'Inter si aggiudicò la Coppa dei Campioni, mentre il Bologna fu colpito da un lutto: il presidente Dall'Ara morì improvvisamente il 4 giugno, colto da un infarto mentre erano in corso le discussioni con Moratti, presidente dell'Inter, sui dettagli per lo spareggio.[16] Ai funerali, il 5 giugno, non poterono partecipare i giocatori, visto che la FIGC decise di non rinviare la gara.[16] Il 7 i bolognesi s'imposero con due gol nella ripresa e vinsero il loro settimo scudetto.

1964-65: affermazioni in campionato, Coppa dei Campioni e Intercontinentale[modifica | modifica wikitesto]

Facchetti mette a segno il definitivo 3-0 nella semifinale Inter-Liverpool del 12 maggio 1965.

Per la stagione successiva vennero acquistati l'attaccante spagnolo Joaquín Peiró, l'ala destra Angelo Domenghini (trasformato in centravanti da Herrera a causa della presenza nel suo ruolo di Jair) e il duttile difensore Saul Malatrasi ed entrò definitivamente in prima squadra il ventenne mediano Gianfranco Bedin che a stagione in corso prese il posto di Carlo Tagnin. In campionato alla fine del girone d'andata si ritrovò in testa il Milan con ben 5 punti di vantaggio sui nerazzurri, laureandosi campione d'inverno. Il 31 gennaio 1965 i punti diventarono sette. Dalla settimana successiva iniziò la serie positiva dell'Inter: otto vittorie consecutive (tra cui un 5-2 nel derby di ritorno) che le permisero l'aggancio in vetta. Il Milan inizialmente reagì ritornando in testa, dopo il pareggio dei nerazzurri a Vicenza, ma il 16 maggio la sconfitta interna contro la Roma costò ai rossoneri lo scudetto, che l'Inter si aggiudicò aritmeticamente all'ultima giornata. La lotta per il titolo di capocannoniere si chiuse anch'essa con il trentaquattresimo turno: a Genova, Alberto Orlando segnò nel finale il gol della bandiera per la Fiorentina, che perse 4-1. Sandro Mazzola rispose segnando un rigore al 90'. I due risultarono essere entrambi primi con 17 reti.[17]

I giocatori dell'Inter festeggiano sul campo di San Siro per la vittoria della loro seconda Coppa dei Campioni.

La striscia di vittorie proseguì con la conquista della seconda Coppa dei Campioni: l'Inter non trovò ostacoli sul suo cammino fino alle semifinali dove, nella partita di andata, fu sconfitta per 3-1 dagli inglesi del Liverpool;[18] nella partita di ritorno, in un San Siro gremito (90.000 spettatori), l'Inter doveva vincere con tre gol di scarto (all'epoca infatti non esisteva la regola dei gol fuori casa): e così fu. All'ottavo minuto di gioco Corso, su calcio di punizione a foglia morta, la sua specialità,[19] portò i nerazzurri in vantaggio. Un minuto dopo Peirò segnò uno di quei gol che raramente si vedono sui campi di calcio.[19] Corso eseguì la rimessa laterale sulla fascia sinistra verso Peirò, il quale, appostato vicino alla linea laterale e strettamente marcato, toccò la palla di testa indirizzandola all'indietro, verso il centrocampo, dove Mazzola attendeva il pallone.[19] Quest'ultimo lasciò rimbalzare la sfera, poi lanciò di prima il compagno in profondità.[19] Lo spagnolo scattò verso il fondo inseguendo il lancio e sfruttò al meglio la velocità che lo contraddistingueva non consentendo il recupero al difensore Smith.[19] L'uscita del portiere Lawrence, però, fu ottima.[19]

Il portiere scattò lateralmente e bloccò il pallone rischiando di uscire dall'area di rigore ma lo fece soltanto con un piede e nel frattempo colpì Peirò con una spallata mandandolo a terra.[19] L'azione parve essersi conclusa ma mentre il portiere osservava la disposizione dei compagni prima del rinvio e fece qualche passo per avvicinarsi al limite dell'area, Peirò si alzò rapidamente e partì alla carica.[19] Il portiere inglese fece rimbalzare il pallone a terra due volte, alla terza sbucò, da dietro, il piede sinistro del numero 9 nerazzurro, che spostò il pallone, mettendolo fuori portata del portiere, poi, dopo due soli passi e prima che l'estremo difensore potesse intervenire, insaccò nella porta sguarnita con il destro.[19] Lawrence quasi non si rese conto dell'accaduto, i suoi compagni aggredirono verbalmente l'arbitro, chiedendo l'annullamento del gol ma senza successo.[19] Al 62' Facchetti in proiezione offensiva segnò il 3-0. La finale si disputò a San Siro e la squadra superò il Benfica per 1-0 con gol di Jair.[17] In quell'anno giunse anche la prima Coppa Intercontinentale vinta battendo l'Independiente; dopo aver perso la gara di andata in Argentina per 1-0, i nerazzurri prevalsero a San Siro per 2-0 con le reti di Mazzola e Corso.[14] Nella terza e decisiva partita giocata allo stadio Santiago Bernabéu di Madrid l'Inter vinse per 1-0 con gol di Corso nei supplementari: fu la prima squadra italiana a vincere la coppa.[14]

L'allenatore Helenio Herrera posa con i trofei della Coppa Intercontinentale e della Coppa dei Campioni.

In Coppa Italia l'Inter arrivò in finale ma venne battuta dalla Juventus per 1-0. Questa la formazione titolare della stagione: Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Domenghini, Suárez, Corso.

1965-66: arrivano la Stella e un nuovo trionfo mondiale[modifica | modifica wikitesto]

Un organico pressoché immutato andava ad affrontare la stagione 1965-1966. I lombardi nella nona giornata conquistarono la vetta, tallonati da Milan e Napoli, rispettivamente seconda e terza forza alla fine del girone d'andata, il 16 gennaio 1966. Nel girone di ritorno l'Inter mancò più volte il colpo decisivo, e spesso rischiò di lasciarsi recuperare. La sconfitta di Catania (1-0) fece vacillare i nerazzurri, che videro avvicinarsi il Napoli a due punti. Sistemarono tutto sei vittorie consecutive, tra cui una vittoria nel derby per 2-1: al termine di questa serie, il 17 aprile, il Milan aveva ceduto e si era ritrovato a 11 punti di distanza; il Napoli e il Bologna erano seconde a 6 punti di distanza. Il finale mise in dubbio la vittoria dell'Inter, allorché due pareggi e una sconfitta nello scontro diretto contro il Bologna diminuirono lo svantaggio di tre punti. Due vittorie contro Juventus (3-1) e Lazio (4-1) permisero ai nerazzurri, il 15 maggio, di vincere lo scudetto,[20] quello della stella sul petto, simbolo di dieci scudetti.[21]

Luis Suárez, trascinatore dell'Inter che al termine della stagione 1965-66 avrebbe vinto lo scudetto della stella.

In Coppa dei Campioni, dopo aver eliminato la Dinamo Bucarest (1-2 e 2-0) e il Ferencvaros (4-0 e 1-1), il Real Madrid si prese la rivincita di due anni prima, eliminando i nerazzurri (0-1 e 1-1) e si involò verso il suo trionfo.[21] In Coppa Italia l'Inter venne eliminata in semifinale.[21] Arrivò di nuovo anche la Coppa Intercontinentale, ancora contro l'Independiente.[17] A San Siro l'Inter vinse 3-0 con gol di Peiró e doppietta di Mazzola, poi fece 0-0 in Argentina.[17] Con queste tre vittorie l'Inter divenne la prima squadra in Europa e l'unica squadra italiana a realizzare il particolare treble costituito da scudetto, Coppa dei Campioni e Coppa Intercontinentale.[17]

1966-67: una doppia, amara, beffa[modifica | modifica wikitesto]

Dopo il fallimento della Nazionale italiana al mondiale del 1966, la FIGC bloccò per quattordici anni l'arrivo di giocatori stranieri in Serie A, e l'Inter non poté così acquistare i fuoriclasse Eusébio e Beckenbauer, i quali avevano già firmato i rispettivi contratti coi nerazzurri[22]. Vennero ceduti Malatrasi e Peirò e acquistati il trentaquattrenne Vinício[23] e Mauro Bicicli (per lui si trattò di un ritorno).

L'Inter partì bene, vinse le prime sette gare (subendo un'unica rete) e, nel giro di poche settimane, staccò Napoli e Juventus. Col tempo, però, la squadra di Helenio Herrera sembrò dare varie occasioni alla Juventus per raggiungerla; il 18 dicembre i nerazzurri caddero a Roma, contro una Lazio in cerca di punti-salvezza, e vennero agganciati dai bianconeri, i quali si lasciarono poi sfuggire la rivale dopo appena una settimana, a causa di un pareggio arrivato nel finale con l'incostante Milan.[23] Superato indenne lo scontro diretto, l'Inter si laureò campione d'inverno il 22 gennaio, con un punto di vantaggio sui rivali penalizzati, nella gara contro la Lazio, dall'arbitro De Marchi di Pordenone, che negò a De Paoli una rete regolare.[24]

1º giugno 1967, Mantova-Inter 1-0. Uno sconsolato Giuliano Sarti viene avvicinato da Facchetti dopo la famosa "papera" che, all'ultima giornata, costò lo scudetto; l'episodio è assurto a crepuscolo della Grande Inter.

I tre pareggi consecutivi in cui incappò la Juventus nelle prime giornate del girone di ritorno spinsero l'Inter a più quattro. Nelle settimane a venire il vantaggio oscillò sempre tra i due e i quattro punti; alla trentesima, la Juve cadde a San Siro contro il Milan, e l'Inter sembrò ormai vicina al titolo. Ma il logorio di alcuni giocatori e la stanchezza pesarono sui lombardi,[25] che persero lo scontro diretto e impattarono contro Napoli e Fiorentina: la Juve, a un turno dal termine, si ritrovò a meno uno. Il 25 maggio, a Lisbona, i nerazzurri persero la Coppa dei Campioni contro il Celtic di Glasgow[26] e la settimana dopo, a Mantova, vennero sconfitti 0-1 (dopo essersi visti negare due rigori) per un'uscita avventata del portiere Sarti su un tiro-cross dell'ex Di Giacomo,[27] ed assistettero al sorpasso della Juventus, che batté la Lazio facendola retrocedere in Serie B.[26]

Moratti troncò sul nascere ogni polemica con le sue parole:

« Siamo stati grandi quando si vinceva, cerchiamo di essere grandi anche ora che abbiamo perduto. Forse siamo rimasti troppo tempo sulla cresta dell'onda. E tutti a spingere per buttarci giù. Ora saranno tutti soddisfatti. »
(Angelo Moratti[28])

1967-68: la fine di un ciclo[modifica | modifica wikitesto]

Il campionato 1967-68 dell'Inter si concluse al quinto posto, partecipando al girone finale della Coppa Italia.[29] Il 18 maggio 1968 Angelo Moratti lasciò, dopo tredici anni, la guida della società a Ivanoe Fraizzoli e con lui se ne andarono anche Helenio Herrera e Italo Allodi.[29] Più tardi, Moratti dirà:

« Tifo lo stesso, soffrendo molto meno. Non sento più la responsabilità imposta dalla folla. Sono un tifoso in mezzo ai tifosi. »
(Angelo Moratti[30])

Controversie[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2004 l'ex giocatore dell'Inter Ferruccio Mazzola rivolse all'allenatore Helenio Herrera, deceduto da alcuni anni, l'accusa di sottoporre titolari e riserve a pratiche dopanti facendo ricorso ad amfetamine sciolte nel caffè dei calciatori.[31] Nel 2005 la società nerazzurra ha querelato per diffamazione il suo ex giocatore, chiedendo 3 milioni di euro per danni morali e patrimoniali da devolvere in beneficenza[32] ma il giudice ha respinto la richiesta della società.[33] Fra i calciatori della Grande Inter interpellati sulla questione, l'unico a dare ragione a Ferruccio Mazzola fu Franco Zaglio, il quale, coinvolto nel 1962 in uno scandalo doping assieme a numerosi giocatori di Serie A e B,[34] sostenne che l'uso di sostanze illecite fosse un'attività comune e tollerata in tutte le squadre italiane fin dagli anni cinquanta.[35] Gli altri, fra cui il fratello Sandro e Luis Suárez, hanno invece negato che i farmaci da loro assunti sotto la gestione di Herrera fossero "dopanti", aggiungendo che la denuncia di Ferruccio Mazzola era motivata da un desiderio di "rivalsa" nei confronti dell'Inter e che il vero doping del "Mago" era "psicologico".[36][37]

Statistiche[modifica | modifica wikitesto]

Competizione G V N S GF GF/P GS GS/P
Serie A 1960-61
18
8
8
73
2,14
39
1,14
Serie A 1961-62
19
10
5
59
1,73
31
0,91
Serie A 1962-63
19
11
4
56
1,65
20
0,59
Serie A 1963-64
23
8
3
54
1,59
21
0,62
Serie A 1964-65
22
10
2
68
2
29
0,85
Serie A 1965-66
20
10
4
70
2,06
28
0,82
Serie A 1966-67
19
10
5
59
1,73
22
0,64
Serie A 1967-68
13
7
10
46
1,53
34
1,13

Legenda:
G: Partite giocate, V: Partite vinte, N: Partite pareggiate, S: Partite perse (sconfitte), GF: Goal fatti, GF/P: Goal fatti per singola partita (%), GS: Goal subiti, GF/P: Goal subiti per singola partita (%).

Elenco di rose[modifica | modifica wikitesto]

Qui di seguito è riportata la lista di tutte le rose dell'Inter durante il periodo indicato come quello della Grande Inter.

Galleria d'immagini[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Le migliori squadre di sempre: Inter 1962–67, uefa.com, 27 maggio 2015. URL consultato il 30 marzo 2017.
  2. ^ Grassia, Lotito, pag. 17
  3. ^ Rivoluzione Herrera Ecco la Grande Inter, gazzetta.it. URL consultato il 30 marzo 2017.
  4. ^ Helenio Herrera: 1960/61 - 1961/62, inter.it. (archiviato dall'url originale il 13 ottobre 2012).
  5. ^ a b c Juventus 9-1 Inter - Gloria effimera, storiedicalcio.altervista.org.
  6. ^ Umberto Agnelli eletto presidente della F.I.G.C. annuncia un deciso programma di riforme, in Stampa Sera, 10 agosto 1959, p. 4.
  7. ^ a b c d e f g Helenio Herrera: 1961/62, inter.it.
  8. ^ Angelillo, il "signor record"
  9. ^ Chiesa, 48-49
  10. ^ Moratti ha presentato le dimissioni da presidente dell'Internazionale, in La Stampa, 21 marzo 1962, p. 6.
  11. ^ Herrera ha chiesto di lasciare l'Inter, in La Stampa, 28 marzo 1962, p. 6.
  12. ^ Chiesa, 52-53
  13. ^ a b c Chiesa
  14. ^ a b c d Helenio Herrera: 1963/64, inter.it.
  15. ^ a b 1963/64: INTER - La coppia Herrea & Moratti sforna il primo trofeo nerazzurro, storiedicalcio.altervista.org.
  16. ^ a b c d e f g h Il settimo ed ultimo scudetto ( di quella mitica stagione si ricordano anche le vittorie contro il Milan e la Juventus , entrambe per 2-1 , nel girone d'andata ), www.enciclopediadelcalcio.com. URL consultato il 19 ottobre 2008.
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Carlo F. Chiesa. Il grande romanzo dello scudetto. Sedicesima puntata: comanda Milano, panca d'Italia, da Calcio 2000, giugno 2003, pp. 39-55.
  • Filippo Grassia, Gianpiero Lotito. Inter il calcio siamo noi, Sperling & Kupfer, 2010

Videografia[modifica | modifica wikitesto]

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